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domenica, 19 dicembre 2004


categoria:saggistica
 

COLETTE PSICOANALIZZATA

Se non fosse impossibile, ci piacerebbe vedere le maliziose reazioni di Colette, psicoanalizzata, dalla sapiente penna della linguista e semiologa Julia Kristeva, che – confortata dalle sue doti di studiosa di psicoanalisi -, fa idealmente sdraiare la nostra geniale scostumata sul lettino di Freud (lei che era abituata ad abitare ben altri letti!) nel suo laborioso saggio Colette.Vita di una donna, portato per noi in Italia da Donzelli, nell’accurata traduzione di Monica Guerra.

Va di fatto che certe cose si possono scrivere solo quando il soggetto analizzato ha chiuso gli occhi per sempre, poiché propendiamo fortemente per credere che l’eccezionale autrice di trasgressivi romanzi, icona della libertà erotica femminile, non avrebbe gradito una vivisezione così invasiva della sua scioccante personalità.

Con penna sapiente, la Kristeva che già si è occupata di saggi su Hanna Harendt e Melanie Klein, presa com’è dall’intento di sottolineare i valori del genio femminile, crea un polifonico affresco – collocato in oltre quattrocento pagine – in cui si intrecciano meticolose notizie biografiche, valutazione critica di tutto il corpus della produzione letteraria colettiana e soprattutto indagine psicologica della composita personalità di una scrittrice tanto discussa e tanto amata, così fuori dai canoni, da aver meritato – prima donna nella storia della Repubblica francese – i funerali di Stato.

Innanzi tutto, la saggista sottolinea la novità del linguaggio di Colette, il suo «alfabeto solare», il suo «possente arabesco di carne, una cifra di membra mescolate, monogramma simbolico dell’Inesorabile». E altrimenti non avrebbe potuto essere la scrittura di chi ha sempre cercato la «compenetrazione tra la lingua e il mondo, tra lo stile e la carne», dato che improntata a carnalità – nel senso più spinto del termine – non è solo la parola scritta di questa autrice «ermafrodita mentale» aliena da ipocrisie, ma tutta la sua vita, aperta ad ogni tipo di esperienze etero e bi-sessuali.

«Con un vigoroso contrappunto, Colette, impone una parola femminile disinibita che si compiace nel formulare i propri piaceri, senza tuttavia negarne le angosce». Sarà così che il suo «cantico del piacere femminile» può prendersi il lusso di dominare la letteratura della prima metà del Novecento. Eppure, Colette non è femminista nel senso classico del termine, addirittura si dissocia dal femminismo convenzionale, e – pur frequentando gli omosessuali – concepisce una rivoluzione dei costumi tutta sua e molto personale.

La penna di Sidonie-Gabrielle Colette, nata in Borgogna nel 1873 è dunque in grado di mettere nero su bianco la voce di una vera grande rivoluzione che sotto l’apparenza di facili risultati di cassetta, porta avanti un’altra immagine dell’erotismo femminile, apparendo alla stessa saggista, più monella che perversa, come già era stata definita da Apollinaire. Addirittura la Kristeva, azzarda l’ipotesi psicoanalitica di una madre-versione in luogo di perversione, sottolineando l’afflato edipico del bivalente sentimento madre-figlia che ha legato Colette a Sido, la madre mitica, dura e amorevole, sfuggente e onnipresente nella vita dell’autrice che tanto saprà condizionare anche nella produzione letteraria. L’afflato edipico si farà ancora più contorto ed inquietante quando non legherà solo la madre alla figlia, ma anche Colette al figliastro Bertrand e prima ancora la scrittrice alla figura materna di Missy, la nobile, divenuta sua amante, troppo prodigale, che si suiciderà, economicamente rovinata, dopo il suo abbandono. Seguiamo nel saggio le stazioni salienti di tutto un annoso viaggio: i tre matrimoni di Colette, il primo con Willy (Henry Gauthier-Villars), suo attempato mentore e corruttore con cui scriverà in binomio il celebre ciclo delle Claudine; il secondo con Henry de Jouvenelle, importante politico, padre di Bertrand, il figliastro, divenuto suo amante; il terzo con l’ebreo Maurice Goudeket, il suo ultimo amore, il suo «miglior amico» che, malata e inferma, l’accudì fino alla fine dei suoi giorni. Impossibile concentrare nei brevi spazi di una recensione, il fiume di parole della saggista che ha esaminato l’affascinante originalità di una donna non solo grande scrittrice, ma anche spregiudicata senza limiti, pronta a ballare nuda, in scena, in un’epoca in cui il comune senso del pudore era ancora molto rigoroso.

Nell’ottica della Kristeva, l’autrice delle Claudine e de Il grano in erba sublima la perversione e i suoi egoismi di figlia (mancherà al funerale della madre) e la sua famosa “dismaternità”, mutandole in autoanalisi. Non entriamo nel merito del piano morale e tanto meno di quello psicoanalitico, accodandoci ai francesi che l’hanno saputa comunque amare e che nel 1954, sono corsi a migliaia al suo funerale, inteneriti dalla fine di una scrittrice e donna innovatrice e sui generis. Si sa che gli artisti sono, nietzscheanamente, al di sopra del bene e del male. (g.g.)

Julia Kristeva Colette. Vita di una donna Donzelli pp. 422 € 25

scritto da Gardenia













scritto da redazioneparnaso | 08:58 | commenti

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mercoledì, 18 agosto 2004


categoria:letteratura straniera, saggistica, citazionidaitesti
 
 
Franz Kafka è uno dei miei scrittori preferiti e una delle voci più grandi del ‘900 letterario. Rabbrividisco al solo pensiero che romanzi come Il Processo (1924), Il Castello (1926), America (1927), pubblicati postumi, avrebbero potuto andare perduti. Lo scrittore boemo, in punto di morte, pregò il suo intimo amico Max Brod di distruggere tutte le sue opere. Brod, scrittore anch’esso, contravvenne alle ultime volontà dell’amico ma la sua non fu tutta infamia; egli era perfettamente consapevole della grandezza della sua opera. Potete leggere questa storia in I testamenti traditi di Milan Kundera (Adelphi, 1993).

Kundera sottolinea che nella storia del romanzo è racchiuso il più grande tesoro della sapienza esistenziale e considera la più alta evoluzione estetica della forma-romanzo quel mescolare la realtà alla fantasia che vede Kafka anticipatore e innovatore. In un altro suo libro, L’arte del romanzo (Adelphi, 1987) fa un’acuta analisi della poetica dell’autore de La metamorfosi e spiega al lettore l’attualità della sua scrittura, come la sua angoscia e visione del mondo siano uno specchio fedele della contemporaneità. Personalmente apprezzo molto la capacità di sintesi e la chiarezza espositiva di Kundera; il suo intromettersi come autore in alcuni suoi romanzi, mescolando i generi del saggio e della narrativa, ha fatto storcere il naso a molti commentatori ma è innegabile la sua abilità di rendere semplici e comprensibili complesse questioni estetiche e filosofiche o dipanare l’intricata matassa dei sentimenti che albergano nell’animo dei suoi personaggi. Queste qualità rimangono inalterate anche nella sua produzione squisitamente saggistica ed entrambi i testi che ho citato sono letture affascinanti.

Il lettore che ancora non ha frequentato abbastanza Kafka troverà in libreria o in biblioteca di tutto e di più. Conservo alcune edizioni BUR e Garzanti delle sue opere con un buon apparato critico ma anche Mondadori ha pubblicato e ripubblicato in varie collane quelli che sono diventati classici della letteratura moderna. Volete un titolo? Franz Kafka, Lettere a Milena (Mondadori, 1988 e seguenti). E a proposito di Milena Jesenská, la donna che Kafka amò di un amore struggente e disperato, sto leggendo un interessante libro di Margarete Buber-Neumann, Milena, l’amica di Kafka (Adelphi,1999): ovvero la sua vita raccontata dall’amica che la conobbe nel campo di concentramento di Ravensbruck. Si tratta di un saggio che coinvolge emotivamente il lettore nelle vicende delle due donne che condivisero la medesima terribile sorte nei lager nazisti e non solo. Attraverso la storia di Milena, che fu anche giornalista e scrittrice lungimirante e di una sensibilità e talento straordinari, ci viene offerto un panorama della vita intellettuale a Praga dagli anni ’20 del secolo scorso fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale e un punto di vista privilegiato e imprescindibile sull’uomo e sullo scrittore Kafka. Su Kafka si sono vergati fiumi di parole, saggi ponderosi dalle firme prestigiose, interpretazioni svariate e bizzarre se non forzate e strumentali a proposito delle potenti e incisive metafore che contraddistinguono la sua opera. Eppure difficilmente troveremo in questi libri l’immagine limpida e adamantina che ci offre Milena dell’amato, dell’uomo-scrittore Kafka. La sua visione ci restituisce a pieno il rapporto di Kafka con il suo mondo, la genesi della sua angoscia esistenziale, il connubio per lui inscindibile tra vita e arte che lo condusse, prima di una morte precoce in sanatorio, a istigare – benché la curasse –, a coltivare “spiritualmente” la sua malattia. In una lettera a Max Brod scriveva: “Lei chiede come mai Frank abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita. Io penso invece che non sia così. La vita è per lui qualcosa di totalmente diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la Borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche (e lo sono realmente, tranne che per noialtri), insomma sono enigmi stranissimi di fronte ai quali lui non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse il comune assolvimento di un dovere? Per lui l’ufficio – anche il suo ufficio – è una cosa enigmatica e ammirevole come la locomotiva per un bambino piccolo. Non riesce a capire le cose più semplici di questo mondo.”

Milena scrisse anche un necrologio (Notizia del giorno, in ‘Narodni Listy’, 6 giugno 1924, apparso nella rivista ‘Forum’, Wien IX/97) del quale riporto un brano nella traduzione italiana: “(…) Il male gli conferì una sensibilità che sfiora il miracoloso e un rigore spirituale terrificante, tanto era alieno da qualsiasi compromesso; eppure, viceversa, fu anche un uomo che fece ricadere sulla malattia tutto il peso della propria angoscia di vivere. Era timido, timoroso, dolce e buono, ma scrisse libri crudeli e dolorosi. Vedeva il mondo popolato di demoni invisibili che lottano contro l’uomo indifeso e lo annientano. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per combattere: ma la sua debolezza era quella degli uomini nobili e belli che non sanno misurarsi con la paura, i malintesi, la mancanza di amore e le menzogne intellettuali; degli uomini che consapevoli fin dall’inizio della propria impotenza, si lasciano soggiogare, ma coprono il vincitore di ignominia.”
Cos’altro aggiungere?

scritto da cigale

scritto da redazioneparnaso | 05:34 | commenti

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domenica, 20 giugno 2004


categoria:anticipazioni, saggistica
 
 
copertina
Vita di Emily Dickinson
L'alfabeto dell'estasi

Collana: Universale Economica
Pagine: 196
Prezzo: Euro 6,2


In breve
L'esistenza enigmatica e silenziosa di Emily Dickinson, donna impulsiva e inquieta, imbrigliata nel soffocante conformismo e moralismo borghese dell'America ottocentesca, e attraversata da alti ideali intellettuali e aneliti religiosi.
Il libro
1830/1886: è questo l'arco della vita di Emily Dickinson, trascorsa in volontaria reclusione dal 1852 nella grande casa paterna la Homestead, nella cittadina di Amhrst, Massachusetts. Sulla sua poesia che ha creato un autentico "caso" letterario in America a partire dalla sua prima pubblicazione - una smilza raccolta di testi, nel 1890 - è stato scritto tanto. Su di lei da viva, per", non ha scritto nessuno, se non appunti su diari, per mano di conoscenti e amici di famiglia. A lei, invece hanno scritto in molti. Non tutto è rimasto, ma quanto basta per costruire la trama del lungo romanzo di poesie e di lettere di Emily date alle stampe, nel 1842, dai fratelli Austin e da Lavinia. Da tutto questo materiale emerge una fisionomia sfuocata di donna, dai contorni non perfettamente nitidi, che suscita e lascia senza risposte molte domande. Quella che Barbara Lanati, finissima conoscitrice della Dickinson, racconta facendo uso di srumenti diversi (l'epistolario familiare, i diari della amiche, le testimonianze di che la conobbe, oltre alla produzione poetica e alle lettere di lei) è un'esistenza enigmatica e silenziosa - che quanto più volle sottrarsi al mondo tanto più fu oggetto di pettegolezzi e mitizzazioni. Un'esistenza impulsiva e inquieta, imbrogliata nei soffocanti conformismi borghesi dell'America ottocentesca, e attraversata da alti ideali intellettuali e aneliti religiosi. Una donna dalla personalità potente, "mistica e al contempo blasfema, e una straordinaria poetessa.
fonte della recensione
scritto da alp | 15:28 | commenti Torna sopra
 








scritto da redazioneparnaso | 07:50 | commenti

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