Sezione libri che ho letto
del
Il Parnaso Ambulante
In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.
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venerdì, 08 dicembre 2006
categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura

SEXY
Joyce Carol Oates
Romanzo [2005]
Mondadori 2006
186 pp.
Descrizione: Darren è bello, sportivo, timidissimo. Un giorno accetta un passaggio dal suo insegnante d'inglese, che è estremamente gentile con lui e lo riporta a casa. Quando alcuni studenti, per vendicarsi dei brutti voti, accusano il professor Tracy di essere omosessuale e di averli molestati, Darren, proprio per quel passaggio, viene chiamato a testimoniare. Si trova così suo malgrado trascinato nel fango della vicenda e dovrà scegliere da che parte stare.
Recensione di Anfiosso. In questo romanzo, che, come altre cose brevi (per esempio Bestie) non è tanto un romanzo quanto una novella, JCO si discosta dalla scrittura di tipo critico, sociologico, autobiografico tipica delle sue cose più impegnative per accostarsi, più o meno felicemente, a un genere. Come in Un'educazione sentimentale qui investiga la psiche del maschio adolescente, nella cornice del romanzo di formazione.
LA TRAMA. La vicenda, narrata linearmente, si svolge tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004. Il sedicenne Darren Phynn abita in una casa modesta in provincia di una cittadina americana anonima e conformista, con il fratello ventenne e i genitori. Nonostante l'estrazione modesta è molto popular, poiché è molto bello e atletio -- ed è un nuotatore dei migliori della sua squadra, in uno di quei licei americani in cui i buoni risultati sportivi fanno la differenza nella carriera scolastica. L'unico insegnante che abbia esplicitamente stabilito di fare eccezione a questa regola è il brillante insegnante di letteratura america prof. Tracy. Il quale tuttavia (dalla mimica e dalla parlantina affettate e teatrali) è un grande sostenitore della squadra femminile ed è assiduo alle gare di nuoto dei ragazzi, alle quali presenza intento, macchina fotografica alla mano. La scoperta di essere sessuato, di provare e soprattutto di suscitare desiderio, turba Darren, involuto e timido con le numerose ragazze che gli fanno la corte. (Pudico e sensibile, ha preso, a detta del padre, da sua madre Edith). Un giorno il prof. Tracy insiste per accompagnarlo a casa in macchina, e Darren accetta a fatica. Nonostante il professore non faccia nulla in sé d'illecito (limitandosi a porgli delle domande circa eventuali altre passioni oltre lo sport, e ad incoraggiarlo ad affrontare la scrittura con più abbandono), Darren non può non accorgersi di quale sia il tipo di interesse che, mescolato ad un sincero desiderio di incoraggiarlo, il professore nutre nei suoi confronti. Darren se ne ritrae sconvolto. Uno sconvolgimento che ha la sua parte nel pestaggio di un gracile leatherman che, poco tempo dopo, durante una sortita con gli amici, tenta di adescarlo nei cessi di un centro commerciale. Questo episodio gli lascia un forte rimorso. Darren non riesce ad accettare nulla dal prof. Tracy; e quando questi gli propone, in camera caritatis, di rifare una tesina pessimamente svolta in modo da ottenere un voto migliore, rifiuta per non commettere un'ingiustizia nei confronti degli altri. Anche altri elementi della squadra di nuoto, Kevin e Drake, svolgono male il compito, ma a loro il prof. Tracy non concede nessuna possibilità in più. Come i risultati sportivi pesano sui voti, così i voti pesano sull'attività sportiva; l'allenatore non può non comminare sospensioni. Da questo momento in poi l'omosessualità di Tracy diventa un problema. Non per Darren: nonostante abbia tenuto le distanze dal professore, è rimasto pieno di sensi di colpa dopo l'episodio dei cessi; inoltre, alla fine ha ottenuto un ottimo voto in letteratura (del tutto immeritato). Ha stima del professore, nonostante tutto. Invece Kevin, Drake e altri architettano uno scherzo pesante ai danni di Tracy. Inviano al pavido preside Newlove un mazzetto di fotografie ritagliate da riviste pornografiche per omosessuali, acclusavi la letterina di un fittizio undicenne che avrebbe subìto violenza da parte di Tracy; e, alla polizia, una lista di nomi di ragazzi della scuola che sarebbero stati dallo stesso molestati. Basta questo perché omofobia, antipatie e gelosie di vecchia data escano di latenza, travolgendo Tracy, che è ovviamente indagato. In capo a qualche giorno, avvilito, si mette in malattia. La polizia interroga diversi ragazzi; e Darren, che sospetta di essere stato inserito nella lista, teme, un giorno o l'altro, di essere convocato. Durante tutto il periodo degli interrogatorii, Tracy cerca di contattare Darren per telefono e mail, pregandolo di andare a testimoniare a suo favore. La sicurezza con cui Tracy ritiene di trovare in Darren un alleato, invece, fa crescere nel ragazzo l'incertezza e l'avversione; la paura fa il resto, e Darren non risponde alle mail e si fa negare al telefono. Alla fine lui stesso è pressantemente interrogato dalla polizia; davanti alla quale nega di essere mai stato abusato dal professore, e persino di essere mai stato accompagnato a casa in macchina, quel giorno; questo nonostante qualcuno debba per forza averli visti. Rompe con gli organizzatori dello scherzo; fa una scenata a Newlove, pretendendo che prenda le parti di Tracy -- ma smettendo di insistere appena si rende conto che il preside è del tutto impotente. Dopo poco tempo Tracy rimane ucciso andandosi a schiantare con la sua auto. A sfavore dell'ipotesi del suicidio depongono le pessime condizioni atmosferiche e il fatto che il professore guidava malissimo: ma anche questa è una di quelle cose che non si sapranno mai. Darren non può fare a meno di ritenere gli autori dello scherzo responsabili della morte del professore. Ma l'unica che pianga sinceramente, o almeno apertamente, il professore è un'amica, ex-compagna di corso di Darren, che prenderà con sé il piccolo spaniel con cui il professore viveva. Durante una festa in casa di Jill, bella ragazza con cui Darren aveva perso i contatti das qualche tempo, il ragazzo è affrontato da Kevin e Drake, che gli rivelano di sapere perfettamente che è stato accompagnato a casa in macchina dal professore, quella mattina, e lo aggrediscono urlandogli insulti. Prima che Jill riesca a buttarli fuori, Darren, che pure si difende, è ridotto a mal partito. Sfollati gli ospiti, Jill lo medica e lo fa dormire da lei. Fanno l'amore. Il romanzo si conclude con Darren che conta, per l'estate, di andare dai suoi zii, in campagna. Memore dell'esortazione di Tracy a coltivare altri interessi a parte lo sport, pensa che sia il posto giusto per ricominciare a sognare.
PARERE. I personaggi di JCO sono sempre sgradevoli; il suo realismo si limita a questo. Realismo che può essere definito tale solo a patto che non si dimostri il suo schematismo: e un po' di schematismo ci deve essere, altrimenti qualche personaggio simpatico, ogni tanto, lo tirerebbe fuori. La sua particolare visione dell'umanità, tipica di tanta scrittura (sempre un po' militante) di cattolici anglosassoni dimostra vera la metà posteriore della massima di Russell (Perché non sono cristiano) secondo cui i protestanti godono della propria virtù mentre i cattolici godono nel pensare che tutti gli altri sono perversi. Tracy ricorda il professore eccentrico di Marya: anche lì un personaggio eccentrico e troppo debole per inserirsi in un contesto e/o sopravvivere; ma portatore di un messaggio che, in qualche modo postumamente, il protagonista può fare proprio, ben s'intende nel quadro di una personalità del tutto conformista, e sicuramente molto meno fragile. Sennonché la fragilità stessa del 'latore' del messaggio sembra (almeno a me) una forte deminutio per quanto riguarda il messaggio stesso. E questo soprattutto perché non c'è solo debolezza caratteriale, ma anche debolezza morale: Tracy si avvicina a Darren spinto da un sincero desiderio di ajutarlo a trovare la sua strada, o una sua completezza umana; ma non c'è solo questo. C'è anche, con ogni probabilità, attrazione fisica. In più è disposto a commettere una grave scorrettezza per favorirlo. In più, il romanzo -- che come altre cose sue brevi (v. supram) deve in qualche modo accorparsi a qualche genere, si conclude con note stonate, un po' da romanzo rosa, o, appunto, da lettura per adolescenti -- e non è proprio l'idea della vita "che va avanti", alla faccia di tutto e tutti, quanto un non saper bene (sospetto) come concludere una vicenda senza spessore, raccontata da JCO in modo da annojare sé stessa e me.
scritto da anfiosso
mercoledì, 01 novembre 2006
categoria:letteratura straniera

IT
Stephen King
Editore Paperback
Data Pub. 2002
Genere letteratura straniera
Collana Super bestsellers
Traduttore Dobner T.
Pag. 1238
IT è un romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato nel 1986. È uno dei più lunghi che abbia scritto, con oltre mille pagine. Considerato uno dei più viscerali e sanguinosi di King, It tratta i temi che in seguito diventeranno il simbolo dell'autore: la forza della memoria, traumi infantili e la violenza nascosta dietro la felicità, l'apparenza di una piccola cittadina.
Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo
(Wikipedia)
Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato.
Mi ha colpito la scrittura complessa e abbondante - un termine che mentre leggevo mi veniva alla mente era "scrittura cremosa" - piena di descrizioni puntigliose e di metafore, di esempi di evocazioni. Mi ha sorpreso la cura nel descrivere e nel caratterizzare i personaggi e le situazioni di normale quotidianità. Ho adorato i bambini che giocano nelle fogne a cielo aperto e mi sono appassionata alle vecchie storie della vecchia Derry, la città dove il romanzo è ambientato, una su tutte: l'incendio al Punto Nero, vero e proprio culmine della storia. Mi hanno entusiasmato meno le descrizioni orrorifiche degli incontri con IT e le scene truculente di varie maciullazioni. In ogni caso, è un gran libro e Stephen King scrive in maniera eccelsa. Leggerlo poi nella lingua madre è ancor più coinvolgente.
Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva.
scritto da Ipanema
sabato, 01 luglio 2006
categoria:letteratura straniera
CASA HÜRLIMANN - UNA STORIA LUINESE DI LILI E NILLA SIX
Storie di famiglia. Ecco in tre parole ciò che viene narrato nel libro di Lili Six. Proprio così: storie di famiaglia, ma soprattutto di vicende che hanno segnato un tempo nella storia, mutamenti sociali e culturali, soprattutto i cambiamenti di un territorio che potremmo definire “svizero-luinese”. Da questo libro, infatti, “ne esce – come scrive Pierangelo Frigerio nella prefazione – ricreato nel tempo, e sempre avvolgente, il clima d’una famiglia, d’una casa, d’un paese”, dove “in felice connubio, il comune culto delle memorie familiari, proprio dei paesi transalpini, la fresca fantasia latina della scrittrice, il taglio nordico incisivo e tagliente delle immagini, fanno di questo libro una testimonianza di primo ordine su società, costume, mentalità e cultura del primo secolo XX, a Luino e non solo…”
Prima Parte
Nella prima parte del libro Lili Six e la sorella Nilla cedono il piacere di raccontare molte avventure direttamente alla zia Nini e alla nonna Dina. Una lunga – ma mai noiosa, anzi – serie di storielle, di fine Ottocento e inizio Novecento, narrate più volte dalla zia Nini e dalla nonna Dina, che tengono inchiodata l’attenzione dell’autrice Lili e sua sorella Nilla, allora bambine, come “piante che mettono le radici”. Sempre affrontate in chiave ironica gli aneddoti, riportati con minuziose descrizioni, riescono a catturare l’attenzione del lettore portandolo attraverso ambientazioni caratterizzate da paesini ospitali e curiosi personaggi. Una scenografia che arricchisce, di fatto, la descrizione dei componenti di una famiglia intera: da generazione in generazione; dai bisnonni ai prozii, dai cugini ai fratelli fino alle autrici, la Lilli e la Nilla. Così ci si troverà a rivivere la belle époque, rievocata dai componenti di una famiglia che ha avuto modo di partecipare alla vita mondada di quel periodo – in quanto era in vista nella vita pubblica dell’alto Varesotto – per arrivare poi agli anni di crisi, di sacrifici e sofferenze. Dalla storia di spedizioni in cerca di fortuna, alla conquista di mondi sconosciuti, dall’operato di un sarto a quello di un artista, dalle diligenze ai treni fino alle auto, ma senza dimenticare gli esordi del femminismo, la prima guerra mondiale e…tant’altro.
Seconda Parte
Dalle storielle alla vita, ovvero dalla prima parte del libro alla seconda, laddove la zia Nini e la nonna Dina passano di mano lo scettro di narratrici di casa Hürlimann alle due nipote, ora anziane: la Lili e la Nilla. Splendidi ricordi, alcuni molto divertenti, altri malinconici, ma sempre descritti con tanti dettagli, senza lasciare nulla al caso, come quando la Nili rivede davanti ai propri occhi scorrere i panorami incontrati lungo il tragitto Ober-Aegeri/Gottardo/Bellinzona fino a Luino, uno dei tanti viaggi in treno: «Uscendo dalla galleria ad Airolo – si legge – abbagliata dalla calda luce ticinese, esultavo e mi commuovevo sino alle lagrime. Faido… Giornico (con lo splendido San Nicolò romanico)… Bellinzona e i suoi castelli… Giubiasco… Cadenazzo…Magadino e le Bolle… Gerra… La vaporiera, con i vagoni dai brillanti sedili di legno chiaro, procedeva lentamente. Schiacciato il naso contro il vetro del finestrino, non perdevo il minimo dettaglio. Sull’altra sponda del lago con il calare della sera, una dopo l’altra s’accendevano come le stelle nel cielo le luci di Locarno, Ascona, Brissago e Cannobio. Cominciava la regione del mondo che conserva le miei radici…». Ed è proprio per mezzo di queste trasferte che il racconto narra delle differenze tra la mentalità di regioni diverse, tra il nord e il sud. E via di nuovo con un dentro e fuori da casa Hürlimann, anche chiamata la “casa grande”. Già!, un andirivieni di filastrocche, ricette, dolorosi avvenimenti, storie di malattie, convinzioni religiose, ma anche il capodanno, il mercato, le botteghe, poi ancora la seconda guerra mondiale,…: frammenti di una lunga storia tutta da leggere. E poi?, poi Casa Hürlimann farà spazio alle nuove generazioni. Manuela Mazzi
Informazioni: «Casa Hürlimann una storia luinese» di Lili e Nilla Six, è stato pubblicato da Francesco Nastro Editore, di Germignaga, in 500 volumi, tutti firmati e numerati. Il libro è in vendita a 37.- franchi presso le seguenti librerie:alla Melisa e al Segnalibro a Lugano, alla Casagrande a Bellinzona e alla Locarnese di Locarno.
Questo articolo, rivisitato, è già apparso sul settimanale ticinese

scritto da mmazzi
domenica, 05 marzo 2006
categoria:letteratura straniera
Amado JorgeLa bottega dei miracoli Gli Elefanti Narrativa € 8.50 (Lire 16458) ISBN 881166871-9
Pedro Archanjo, gran casanova, scrittore e poeta, eterno e scalpitante adolescente, irresistibile conversatore, litigioso capopopolo, cuore tenero e leale, povero diavolo ma gran signore, vecchio saggio, indovino e stregone, stramazza e muore su un fangoso marciapiede del suo miserabile quartiere di Bahia. Al funerale accorre una folla innumerevole e composita. La città inconsolabile si ferma al passaggio di un corteo di professori e vagabondi, puttane e bottegai: lì, dietro al feretro, stanno i compagni (e le compagne) di vita di Pedro Archanjo. Saranno loro ad affollare le pagine di questo libro in cui si racconta dell’esistenza del più straordinario figlio di Bahia. Sulla linea dei romanzi solari di Jorge Amado, questo libro è l’ideale continuazione di Dona Flor e i suoi due mariti. Condotta su un ritmo galoppante, da samba frenetica e nostalgica, la storia procede in un vortice sempre più veloce, in un capogiro di accadimenti ilari e struggenti. (quarta di copertina)
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Pedro Arcanjo è un figlio di Bahia. Mulatto figlio di un muratore reclutato a forza e morto nelle paludi del Paraguay, orfano di madre viene cresciuto, allevato dal Pelourinho, quartiere popolare e popoloso di Bahia, e protetto dai santi del Candomblé. Casanova, scrittore e poeta, capopopolo, indovino ma soprattutto uomo del popolo, del suo popolo. Amato dalla gente di Bahia sale alla ribalta e ne viene esaltata la grande intelligenza e ingegno solo dopo molti anni dalla sua morte, avvenuta nelle strade della città e celebrata con tutti gli onori da tutta la gente del Pelourinho, quando un Premio Nobel americano in visita in Brasile per una serie di conferenze, accenna ai libri di Arcanjo e li definisce come "usciti da una delle menti più eccelse e geniali del suo tempo" Il libro infatti si apre su quella conferenza che porterà tutti gli intellettuali e gli scienziati brasiliani a una frenetica ricerca di informazioni su questo genio sconosciuto e dimenticato.
Chi racconta è Fausto Pena, poeta fallito che ottiene dal Premio Nobel americano l'incarico di raccogliere storie sulla vita di Pedro Arcanjo intervistando le poche persone ancora in vita che lo hanno conosciuto realmente e da vicino. Ed ecco aprirsi così un mondo di profumi, colori, magia e superstizione, lotta per l'uguaglianza dei diritti delle persone di colore in una Bahia di inizio '900 dove le teorie razziali della lontana Germania nazista sembrano aver invece attecchito con forza, poiché suffragate da tesi pseudo-scientifiche elaborate da alcuni professori e scienziati brasiliani della Facoltà di Medicina di Bahia.
Lieve e struggente la storia d'amore di Arcanjo e Kirsi, eterea apparizione finlandese scesa da una nave un momeriggio di Carnevale, sulla quale risalirà solo sei mesi dopo brandendo in seno il frutto dell'amore e il profumo e i colori della terra del Candomblé; magica e inquietante la storida della iaba, divinità demoniaca che viene per ridurre il casanova Pedro Arcanjo in schiavitù d'amore, per umiliarlo e deriderlo e che invece dallo stesso Arcanjo verrà sconfitta e si trasformerà tra esplosioni e fumi di zolfo, nella negra Doroteia, madre di Tadeu, figlio di Pedro. Tadeu non saprà mai di esser figlio di Pedro, ma verrà da Doroteia affitato al "padrino" il giorno in cui ella misteriosamente scomparirà.
Malinconica la storia del grande amore di Pedro per Tadeu, che alleverà e con ogni sorta di sacrificio da parte di tutta Bahia, porterà a studiare e a laurearsi in ingegneria. Grande orgoglio per un mulatto il diventare un illustre tecnico, sposerà però poi la figlia di un fazendero e si allontanerà da quel popolo che pur gli ha dato i mezzi per arrivare a tanto e da Pedro Arcanjo, suo mentore e insegnante. La tristezza della descrizione del loro ultimo incontro è poesia purissima.
Ma mille altre sono le storie narrate in questo libro con tale dovizia di particolari e una capacità quasi pittorica di rappresentare luoghi e personaggi. Un libro non facile, questo di Jorge Amado ma intenso e bellissimo. Le descrizioni sfuggenti che sembrano pennellate di acquarello, hanno la capacità al tempo stesso di evocare profumi e sapori che si mescolano con la musica ritmata degli abatuques, vita vera e anima di un popolo forte e combattivo. Il mare, quel mare che costeggia Bahia e il mondo oltre l'oceano, è soltanto appena accennato. Un libro per chi ha voglia di fermarsi a riflettere e non soltanto su un argomento. E' un libro sul razzismo, un razzismo subdolo e imperante ancora oggi. Un libro sull'identità culturale e religiosa, sulla lotta per l'affermazione del diritto alla libertà di espressione di tale identità. Un libro sull'amore, libero e intenso. Naturale come lo è Madre Natura. Quella natura imponente e rigogliosa e indipendente del Brasile.
scritto da Ipanema
domenica, 29 gennaio 2006
categoria:letteratura straniera
 A Gabriele Romagnoli non è piaciuto l’ultimo Lansdale pubblicato da Fanucci, Il lato oscuro dell’anima (2005, pagg. 287 , Euro 13,00), come è possibile leggere qui. Ma del resto, da quel poco che ho letto di Lansdale, sembra che ogni libro del prolifico scrittore texano, il quale ha esplorato praticamente tutti i generi, susciti sempre pareri controversi. Ho avuto il piacere di curiosare ad una presentazione del libro presso una libreria vicentina (effetto a cerchi concentrici del Festival di Letteratura di Mantova), presenti l’autore e l’arguto e lungimirante editore Fanucci. Joe R. Lansdale è un omone brizzolato, dagli occhi vivaci e intelligenti. Ha un gran sense of humor e io vado decisamente d’accordo con chi non si prende troppo sul serio. Quando gli chiedono come abbia fatto a scrivere un tale mare di cose, lui si schermisce e dice che ha sempre bisogno di soldi. Sua figlia Kasey, che l’ha accompagnato in questo tour italiano, si stava votando a uno shopping frenetico e anche per questo lo scrittore si augurava che i presenti acquistassero tante copie del libro.
In Il lato oscuro dell’anima non aspettatevi il consueto, tagliente umorismo di Lansdale. Il registro ironico è qui abbandonato per esplorare gli aspetti più oscuri della mente umana. In realtà non è una cosa fresca; si tratta di un lavoro del 1987, tradotto per il pubblico italiano con gusto e perizia da Umberto Rossi. Il titolo inglese rende decisamente di più: The nightrunners. Il romanzo inizia infatti con una Impala nera del ’66 (che riecheggia un po’ Christine, la macchina infernale di King). Questa cosa la perdoni a Lansdale, se ti snocciola un incipit come questo: Mezzanotte. Nera come il cuore di Satana. Uscirono dall’oscurità in una Chevrolet Impala nera del ’66, divorando verso nord la statale 59 come tanta succosa caramella mou grigia. Nella notte fonda l’automobile, tutta sola lì fuori, sembrava una macchina del tempo venuta da un futuro malvagio. I fari erano bisturi d’oro che squarciavano il grembo delicato della notte, si spingevano nelle sue viscere ma consentendo loro di rimarginarsi per bene dopo il passaggio della vettura. Il motore, perfettamente a punto e pesantemente truccato, gemeva di piacere sadico.
L’intreccio è congegnato con i meccanismi del classico thriller psicologico: il rapporto tra Becky e Monty sta vivendo un periodo di profonda crisi. A dividerli, l'incapacità dell'uomo di affrontare la terribile violenza subita dalla moglie qualche tempo prima. I due decidono di trascorrere l'inverno in una baita nel nord del Texas per tentare di ricucire la loro relazione, ma il passato riaffiora prepotentemente con la notizia che uno degli assalitori di Becky, Clyde, si è suicidato in carcere. Una morte di cui proprio la donna è ritenuta colpevole, e per la quale il branco, capeggiato da Brian, esige vendetta. E’ un’America senza speranza, che vive ai margini, quella descritta da Lansdale, e se è vero che – come scrive una parte della critica – il Texas dello scrittore è un osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche profonde della società americana, c’è poco da stare tranquilli.
Lansdale intinge la penna nell’acido, condensando nelle pagine che scorrono con la velocità della sua Chevrolet infernale, scene di panico ingestibile, di sesso e violenza efferati. Qualche commentatore ha parlato di violenza e di sesso gratuiti, ma nello specifico non è forse l’interpretazione più adeguata. Sesso e violenza, nel libro, sono gratuiti solo se rapportati ad un mondo esterno al romanzo, che con il mondo immaginario dello scrittore ha stretti rapporti di parentela. Ma nell’estetica Lansdaliana l’eccesso di alcune situazioni è una cifra dello stile e in Il lato oscuro dell’anima più che la storia in sé ha rilevanza come Lansdale intende raccontarla, ovvero catapultandoci in un ibrido multimediatico (non per niente Lansdale scrive anche per il cinema e il fumetto), in una sorta di drive-in maledetto, nero e vischioso come la pece.
Una seconda faccia del suo stile è la visionarietà; non a caso le pagine migliori del romanzo sono quelle dove lo spirito di Clyde riappare in sogno a Brian, per il tramite del Dio del rasoio. L’amico suicida invita Brian a seguirlo nel Lato oscuro e vendicarsi della professoressa Becky. Horror e fantastico si mescolano in una miscela esplosiva. Questo è Lansdale: le sue storie ci divertono come fossimo in un luna park, ma attraverso la lente deformante della sua scrittura scorgiamo guizzi di realtà che ci inquietano sottilmente. Lansdale padroneggia con maestria questo aspetto ludico della narrativa; l’utilizzo di alcune immagini, la costruzione della metafora, anche nelle situazioni più ovvie e risapute, nei luoghi comuni di generi ampiamente frequentati, lo confermano come un narratore eclettico, uno scrittore di razza che sa come inchiodare alla pagina i suoi lettori.
Joe R. Lansdale è autore di narrativa noir, horror, western, mainstream, di avventura, con oltre venti romanzi e piú di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti, tra cui il premio Edgar con In fondo alla palude, l'American Mistery Award e il Bram Stoker Award (sei volte). Nelle edizioni Einaudi sono usciti La notte del drive-in, Il mambo degli orsi e Bad Chili. Nella collana AvantPop Fanucci ha pubblicato la raccolta di racconti Maneggiare con cura: il meglio di Joe R. Lansdale, e nella Collezione Immaginario Dark i romanzi Freddo a luglio e Atto d'amore. Joe Lansdale vive a Nacogdoches con sua moglie Karen, anch'essa scrittrice, i suoi figli Keith e Kasey. I suoi hobby sono: Arti marziali, scrivere, leggere, guardare i film, leggere qualche fumetto, collezionare alcune cose, viaggiare.
scritto da cigale
mercoledì, 25 gennaio 2006
categoria:letteratura straniera
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Julio Cortazar
Bestiario
Einaudi, Torino, 1965 120 pp. 19,5 x 11,5
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Che la letteratura argentina contemporanea abbia dato nuovo spazio vitale a un glorioso genere narrativo quale il “racconto fantastico” è cosa nota: basterebbe il nome di Borges a provarlo. Ma la prima caratteristica di Julio Cortazar, capofila della generazione che segue a quella di Borges, più ancora che la capacità d’astrazione è la precisione realistica in cui la trasfigurazione visionaria affonda le radici: i vari quartieri di Buenos Aires, gli ambienti altoborghesi o piccoloborghesi o popolari, le atmosfere familiari, i locali dove si balia il tango... Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. È in questa pregnanza ambientale che salti nel tempo, scambi di destini, apparizioni, stregonerie arcaiche prendono forma e senso: la vita segreta di una società si popola di tensioni misteriose e inquietanti. Sugli scenari reali si stacca il “bestiario” metafisico: animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, o descritti con tanta dolorosa precisione da finire per immedesimarsi in essi.
Bestiario è il libro che nel 1951 ha rivelato Cortzar, e resta una delle sue opere più intense e felici, la migliore “introduzione” all’arte di questo scrittore capace di pagine folgoranti, assolute.
fonte
domenica, 23 ottobre 2005
categoria:letteratura straniera
Arthur Golden, Memorie di una Geisha, ed. Tea.
Il mondo delle geishe da sempre rappresenta un universo sconosciuto a molti, quasi parallelo a quello vissuto quotidianamente dalle persone comuni.
Un piccolo mondo dove la tradizione regna sovrana e la forma è l’essenza stessa delle cose.
Spesso gli occidentali faticano a comprendere a pieno questa figura femminile così distante dai canoni e dalle categorie fissate per le donne da secoli di storia.
L’autore, con un’approfondita analisi, è riuscito ad inquadrare quello che è il nocciolo più nascosto di questa “Professione-esistenziale” .
Scritto sotto forma di romanzo il libro ha richiesto un ampio periodo di studio delle usanze, della formazione di queste donne, della storia stessa del Giappone.
Tutto questo traspare. Non si tratta di una semplice storia biografica, ma neppure di un saggio. Si legge con la passione e la facilità di un romanzo, si apprendono cose come da un accurato libro a tema.
Seguendo le orme di una giovane ragazzina di un povero paese del Giappone anteguerra approdiamo a Gion, quartiere delle Geishe di Kyoto, le più raffinate di tutto lo stato.
Viviamo la formazione, la sofferenza, la determinazione, i problemi, la passione che una vita del genere porta ad incontrare.
Senza accorgercene abbandoniamo la nostra stanza e approdiamo in oriente, percorriamo un lungo periodo buio della storia mondiale, affrontiamo la guerra e la vita nel lusso che l’ha preceduta, la sofferenza e il risollevarsi della popolazione.
Pochi libri scritti da autori occidentali hanno saputo trasmettere in modo così puro ed essenziale le sensazioni date dall’incontro con una civiltà così differente e al contempo così vicina a noi sul piano culturale.
Interessante per chi vuole leggere un bel romanzo, scritto bene, avvincente. Per chi ama il Giappone e quest’estate vuole visitarlo con la fantasia senza partire da casa, per chi vuole conoscere meglio quel mondo onirico e affascinante che è racchiuso fra le oikia e le sale da tè.
Arthur Golden è nato e cresciuto a Chattanooga, nel Tennessee. Laureato in Storia dell’arte ad Harvard nel 1978, si è specializzato in arte giapponese e ha conseguito un Master in Storia del Giappone alla Columbia University, dove si è anche dedicato allo studio del cinese mandarino. Dopo qualche tempo a Pechino, si è trasferito a Tokyo dove ha lavorato in campo editoriale. Sposato e padre di un figlio, vive attualmente a Brookline, nel Massachusetts.
scritto da Minerva84
domenica, 28 agosto 2005
categoria:letteratura straniera

Gente senza storia
– titolo orginale Ordinary people
di Judith Guest
Judith Guest, l’autrice del libro, era, a quel tempo, nel 1976, una quarantenne, sposata, madre di tre figli… e lei stessa si definisce, in quel tempo, una donna senza storia.
Un giorno, anzi probabilmente in tanti giorni, decide di scrivere un libro, che intitolerà appunto Ordinary people, che parla di una famiglia media: i genitori, un figlio studente…
Essi abitano nell’Illinois, ma potrebbero abitare ovunque. Ovunque esistano famiglie normali che si trovano all’improvviso ad affrontare circostanze straordinarie. I loro discorsi, i loro problemi sono quelli di ogni giorno, le consuete battute di una commedia quotidiana. Ma la commedia per loro è stata tragedia col tentativo di suicidio del ragazzo. Entrati per breve tempo nella Cronaca, se non nella Storia, eccoli impegnati ad uscirne, a ritrovare l’anonimato delle famiglie felici: loro che sanno oramai quali realtà possa celare l’anonimato delle famiglie felici, quali storie racconta la vita della gente senza storia. La strada è lunga. I timori del futuro, la difficoltà di capirsi, il ruolo della donna nella coppia…
Una storia di gente senza storia perché fanno fatica a ritrovare nel passato qualcosa che li aiuti ad affrontare la nuova situazione del presente…
La cosa sorprendente, secondo me, di questo libro è che l’autrice dopo averlo scritto, e poi dattiloscritto, lo ha inviato, almeno credo che sia andata così, a varie società editrici americane fino a che l’ultima, la Viking Press, lo ha pubblicato.
Infatti un bel giorno proprio alla Viking Press è arrivato questo dattiloscritto, senza nessuna autorevole presentazione, senza nessun appoggio, un semplice e puro dattiloscritto anonimo che non soltanto è stato il primo a venir accettato e pubblicato in più di venti anni dalla codesta casa editrice , ma che avrà poi anche un enorme successo di critica e di pubblico e che verrà in seguito tradotto in 16 paesi.
(quali siano stati, oltre l’italia, non lo so… cmq sia … è stato un bel risultato)
lunedì, 08 agosto 2005
categoria:letteratura straniera
Il profumo è la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi.
Infatti l’inizio è il più puzzolente che abbia mai letto:
”Al tempo di cui parliamo nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aereate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro dei vasi da notte. Dai camini veniva un puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo dei solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati¸dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra…”
La madre di Jean Baptiste il giorno in cui partorì, sotto il suo banco di pescivendola accanto al Cimetière des Innocents, in un giorno di grande calura in cui il puzzo dei pesci che stava sventrando sovrastava persino quello dei cadaveri del vicino cimitero, dopo aver troncato con il suo coltellaccio da lavoro il cordone ombelicale alla cosa appena nata, intendeva abbandonarla lì, fra interiora e teste di pesci troncate, sotto uno sciame di mosche, come aveva fatto già in precedenza per altre cose nate da lei.
Solo che, questa volta, la cosa appena nata cominciò ad urlare così accorse la gente e il neonato venne salvato, la madre venne arrestata e, rea confessa di infanticidi plurimi, verrà poi processata e condannata al taglio della testa.
E qui comincia la storia di Jean-Baptiste Grenuille: orfano, brutto, apparentemente insensibile ma ha una caratteristica inquietante, in una società non ancora asettica come quella contemporanea e impregnata di mille effluvi e miasmi: non emana alcun odore. È però dotato di un olfatto finissimo, unico al mondo, una prodigiosa capacità di percepire, distinguere e catalogare tutti gli odori del mondo.
Egli deciderà di mettere a frutto questa qualità nel campo dei profumi, usati massicciamente in quell'epoca per coprire il lezzo che emanava da cose e persone intendendo diventare il più grande profumiere del mondo.
I due profumi, fili conduttori del racconto, sono "odore di uomo" che lui crea per se, in varie tonalità per imprimersi un’identità olfattiva, e "profumo di angelo" un profumo capace di suscitare l'amore in chiunque lo fiuti. Per realizzarlo non si ferma nemmeno di fronte all'omicidio delle donne in cui trova traccia del sublime profumo dell'amore, che lui, con le sue tecniche di profumiere, è capace di catturare.
Mescolati tutti i profumi arriva finalmente al più perfetto di tutti col quale riuscirà a governare il cuore degli uomini. Ma solo e deluso, alla fine si fa uccidere in un modo del tutto stupefacente
Secondo me il profumo è veramente un geniale o originalissimo romanzo, come è scritto anche nella copertina da Pietro Citati, e fiabesco, accattivante e olfattivo, aggiungo io.
Infatti in questo libro si possono percepire, oltre alle puzze iniziali, gli odori e i profumi anche se, senz'altro, in modo molto soggettivo.
Profumo di ambra, zibetto, patchouli, sandalo bergamotto, vetiver, opoponaco, benzoino, fior di luppolo castoro…
Aromi di olii di fiori, di estratti, di tinture, di secrezioni, di balsami, di resine…
… in forma fluida o cerosa, sottoforma di pomate, di paste, ciprie, saponi, creme, sachets, bandoline, brillantine, creme da barba, di gocce antiverruca, di acque da bagno, lozioni, sali profumati, aceti da toilette e da una serie infinita di profumi veri e propri.
Un giorno, era il primo settembre 1753, festa dell’anniversario dell’avvento al trono del re, nella città in festa e negli odori dei fuochi d’artificio egli sentì, portato dal vento, un frammento, un atomo di odore – perché lui era capace di percepire sottili fili di aroma – così straordinariamente delicato che non riusciva a trattenerlo perché di continuo esso si sottraeva alla sua percezione, sovrastato dal fumo polveroso dei petardi, bloccato dalle esalazioni della folla, smembrato e annientato da altri mille odori della città.
Ma poi d’un tratto eccolo di nuovo, una lieve esalazione soltanto, da annusare per un breve secondo come una splendida traccia…
Doveva rintracciare a tutti i costi quell’odore che gli ricordava la freschezza dei limoncelli o delle arance amare, non la freschezza della mirra o della scorza di cannella o della menta verde o delle betulle o della canfora o degli aghi di pino, non quella della pioggia di maggio o del vento gelido o dell’acqua di fonte… e nello stesso tempo aveva un calore: ma non come il bergamotto, il cipresso, il muschio, non come il gelsomino o il narciso, non come il legno di rosa e non come l’iris.
“Quell’odore era un miscuglio fugace e intenso, no, non un miscuglio, un tutto unico, e inoltre era debole e lieve e tuttavia forte e deciso, come una pezza di sottile seta cangiante… come un latte dolcissimo in cui il biscotto si scioglie…”
E quest’odore, l’odore sprigionato da una giovane donna, che poi catturerà, era per lui l’essenza base del perfetto di tutti i profumi che intende creare e col quale riuscirà a governare il cuore degli uomini.
Volendo si possono trovare varie chiavi di lettura, ne il profumo:
Ci si può trovare una facile morale: non importa quanto tu sia cattivo, se hai un buon profumo tutti ti amano comunque.
Ci si può ricercare il Bene e il Male: però Grenouillle è un essere al di là del bene e del male perché come non ha odore non ha neanche amore dentro di sé e per questo che forse fallisce la sua ricerca.
Si può andare alla ricerca di un’identità: infatti il protagonista, non avendo un odore, vuole creare il "profumo assoluto", per ritrovare se stesso. Il tema dell'identità viene affrontato durante tutto il romanzo; anche quando, per esempio, il protagonista si ritira in solitudine su di una montagna, in una grotta nella quale vive in completo isolamento dal mondo e dai suoi odori per 7 anni … durante i quali giunge alla consapevolezza del suo obbiettivo: la realizzazione di un profumo in grado di arrivare al cuore degli uomini, permettendo al suo creatore di soggiogarli completamente ai propri voleri.
C’è l’odio e l’amore: l'odio per gli Uomini e l'adorazione verso gli odori.
Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e la distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini."
C’è l’immortalità: La scelta di concludere il romanzo con la morte del protagonista nel medesimo luogo della sua nascita , dà all'intera vicenda un senso di ciclicità ed immortalità.
C’è l’inquietudine che fa capire quanto la mente umana sia perversa e contorta...
e poi c’è il senso dell’olfatto, quello che mi ha affascinato più di tutti del libro, quello che forse trascuro un po' , ed è quello con il quale è possibile passare, affinandolo, dalla puzza ai profumi attraverso un’infinita gamma di odori, per vedere il mondo attraverso un altro punto di vista: annusandolo, appunto.
lunedì, 01 agosto 2005
categoria:letteratura straniera
Amin MaaloufGli scali del Levante "L'avvenire non abita tra le mura del passato"Colui che racconta la sua storia, l'immagine dell'uomo che l'autore aveva visto su un suo libro di scuola e che ritrova in carne ed ossa in un incontro casuale, rappresenta fin dall'inizio l'incontro con una cultura che non ha confini geografici. Al matrimonio del padre, un principe, nipote di un sovrano, ad esempio, sono presenti turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, le varie comunità dell'Impero Ottomano. In quell'epoca uomini " di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli scali del Levante e mescolavano le loro lingue" quasi a prefigurare un futuro di cui Maalouf è portavoce e protagonista, e questo è in effetti il valore e il significato che questo libro vuole avere. Il padre del narratore lo educa a diventare "un grande dirigente rivoluzionario", ed essendo un vero despota illuminato, rappresenta una specie di incubo per il figlio che già nel nome Ossyan (Rivolta, Ribellione), appariva predestinato a questa scelta paterna. Invece il giovane Ossyan aveva in mente studi di psichiatria e di medicina e riesce ad accedervi grazie alla sorella che sa convincere il padre che questa strada in realtà gli renderà più facile l'altra, quella di rivoluzionario e così può imbarcarsi, destinazione Marsiglia, per frequentare in Francia l'università. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, le dichiarazioni di Pétain, le leggi razziali promulgate a Vichy, non sembrano provocare in lui grandi turbamenti fino, almeno, a una discussione in birreria. Da quel momento la sua vita cambia: inizia la sua collaborazione con la Resistenza. La storia d'amore che il protagonista-narratore vivrà sarà poi con una donna che si batte per un'altra ingiustizia, quella contro gli arabi, e, nonostante le difficoltà, la ragazza, Clara, riuscirà a diventare sua moglie. A Parigi prima e a Haifa poi si festeggeranno le nozze: ma durante la festa in Libano già si sentono i primi spari: un "tornado stava per abbattersi sul Levante". Ossyan parte, proprio quando Clara sta per dargli un figlio, per correre al capezzale del padre, e così si trova a Beirut, separato da una frontiera invalicabile. Il padre muore, una insolazione lo costringe a letto per più di un mese e lo lascia in una situazione di alienazione mentale. Ricoverato in una clinica per malattie mentali, vi resta chiuso quattro anni, finché il fratello, diventato un potente uomo d'affari, non lo fa uscire per un pranzo ufficiale a cui partecipava Bertrand, ora ministro francese, un tempo compagno di Ossyan nella Resistenza. L'intorpidimento provocato dai sedativi impediscono però al narratore di lanciare all'amico un grido di aiuto. Passano gli anni, sempre in manicomio, e l'unico elemento che lo tiene in vita è la mancanza di energia per darsi la morte, mentre il fratello, personaggio sempre più ambiguo, diventa ministro. Ma ecco riappare la speranza nella persona della figlia ormai ventenne, Nadia, che, andata in Francia a studiare, incontra Bertrand, il vecchio amico del padre, ex eroe della Resistenza che le riaccende nel cuore la figura lontana del padre. Si precipita subito a Beirut, ottiene dai medici la possibilità di incontrarlo e gli consegna una lettera, nascondendola in un libro. Ossyan resterà per anni in attesa di un ritorno della figlia e cercherà giorno dopo giorno di recuperare un po' di normalità. Anni Settanta, violenza nelle strade che si avverte anche all'interno dell'ospedale. E poi la guerra vera e propria, la fuga del direttore, le porte aperte del manicomio, la fuga e infine l'ambasciata francese, la salvezza. Questa tragica vicenda di vita è intervallata da brevi intrusioni dello scrittore che ci descrive il luogo o il momento del colloquio col narratore, con molto pudore e grande rispetto, ma l'elemento che più resta impresso nel lettore è questa ricchezza di culture così diverse tra loro e nello stesso tempo così intrecciate da rappresentare una nuova più ricca cultura: quella dell'umanità. Gli scali del Levante di Amin Maalouf Titolo originale dell'opera: Les échelles du Levant Traduzione di Egi Volterrani Pag. 192, Lit.26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre) Le prime righeQuesta è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità. Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede. È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo. L'autoreAmin Maalouf è nato in Libano nel 1949 da una famiglia per generazioni illustre di letterati e giornalisti. Dopo gli studi universitari nel campo dell'economia e della sociologia, si è trasferito a Parigi nel 1976. Il suo primo libro, Les Croisades vues par les Arabes (1983) è ormai un classico tradotto in moltissime lingue. Ha successivamente pubblicato cinque romanzi: Lèon l'Africain (1986), Sarabande (1988, Prix des Maison de la presse), Le Jardin de Lumière (1991), Le I siècle après Béatrice (1992), Le Rocher de Tonios (1993, Prix Goncourt), edito in Italia nel 1994 da Bompiani col titolo Col fucile del Console d'Inghilterra.
venerdì, 22 luglio 2005
categoria:letteratura italiana, letteratura straniera
1)VENTO LARGO romanzo di Biamonti : parole usate come la calce per tirare su i muretti a secco, luce, vento e un uomo ritroso, che cerca..
2)Éric-Emmanuel Schmitt
La parte dell'altro
pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca
ho visto il libro, l'ho comprato, e non sono riuscito a smettere di leggerlo.
3)Patrick Süskind, Il profumo, Longanesi & C., 1985, 259 p- tea
"Colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini". La storia, magnificamente raccontata da un bravissimo scrittore, di un profumiere del Settecento dal cuore di tenebra, che non esiterà a compiere i crimini più odiosi per, appunto, dominare il cuore degli uomini, grazie alla sua straordinaria capacità di percepire e distinguere tutti gli odori. Jean Baptiste Grenouille, nato nel 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, da una madre subito morta nel darlo alla luce, è segnato fin dall'infanzia dalla ricerca del bello e dell'assoluto. Vittima della società, diventerà un vendicatore, perseguendo l'obiettivo con tenacia ed ambizione, ma senza un filo del sentimento che riesce a suscitare negli altri con le sue essenze. Un personaggio indimenticabile, artista e maledetto, che anticipa una Rivoluzione già nell'aria, criminale e prigioniero della sua stessa natura, ma anche salvatore, taumaturgo per folle osannanti. Un romanzo geniale e fuori dal comune, che chiunque ha naso leggerà di un fiato.
. L'ho regalato..
4) 1980 Uomini, boschi e api, Einaudi Tascabili, 1998, pp.194
I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare. (Mario Rigoni Stern)
Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall'autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai cigliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente e inesorabilmente stanno scomparendo. Almeno qui, nel mondo occidentale.
Nella prima parte leggerete ricordi di tempi assai tristi quando, da giovani ci trovammo coinvolti in quella che dalla storia viene definita "Seconda guerra mondiale". Leggendo piú avanti troverete anche storie di animali selvatici e di uomini che vivevano e qualcuno ancora vive in un ambiente sempre piú difficile da conservare. (Mario Rigoni Stern)
me l'hanno regalato
giovedì, 21 luglio 2005
categoria:letteratura straniera
La parte dell'altro

Il LIBRO
Diario autunno 2000-2001. Così sottotitola Schmitt questo libro che in apertura avverte il lettore: dopo la luce, l’ombra. Ancora una volta, armato di spregiudicata e acuminata intelligenza, caustica ironia e una sovversiva chiaroveggenza Schmitt getta luci inquietanti e rivelatrici su quello che può definirsi l’archetipo del Male dei tempi moderni.
Reinventare la storia è uno dei privilegi insindacabili dello scrittore, sia per farne lo sfondo di un romanzo che per esplorare l’idea stessa di destino. La scelta di Schmitt in La parte dell’altro è proprio quest’ultima, tentare di sciogliere l’enigma, la chiave della natura umana e del suo destino e farne lo strumento di meditazione sulla parte in ombra che abita ognuno di noi.
Quale sarebbe stato il corso della storia se l’8 ottobre del 1918 Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti? Lungi dal ricostruire la storia del Terzo Reich, Schmitt duplica la figura del triste Cancelliere e gioca sull’artificio di due vite distinte che corrono in parallelo in trenta scene che gettano una luce straniante e violenta sul retroscena affettivo, sessuale e caratteriale di un eccezionale egolatra che cerca di incarnare l’eroe nietzchiano. Sull’altro binario scorre la opaca vita del pittore Adolf H. dotato di mediocre talento, disilluso dalla Grande Guerra, che trasferitosi a Parigi, frequenta gli artisti di avanguardia di Montparnasse, sposa un’ebrea americana e muore poi nel pacifico oblio di Santa Monica il giorno stesso in cui un astronauta tedesco mette piede sulla Luna…
In questa prodigiosa macchina scenica dal geniale ingranaggio costruito su un paradosso, Schmitt riesce ancora una volta a gettare nel lettore il seme del dubbio. Se fosse vissuto soltanto lo scialbo pittore Adolf H. e non il suo mostruoso doppio seminatore di odio e distruzione, che cosa saremmo noi oggi? E, soprattutto chi sarebbero, oggi, i nostri “altri”?
L’AUTORE
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a St. Foy Les Layons nel 1960 e vive tra la Francia e l’Irlanda. Ha studiato musica e letteratura e si è laureato in filosofia presso la École Normale Supérieure nel 1983. Dopo aver ottenuto un dottorato nel 1987 è diventato “maître de conférences” all’Università di Chambéry. E’ autore di racconti, romanzi e di opere teatrali tradotte e rappresentate in tutto il mondo ed è considerato uno degli autori di maggior successo nel panorama della drammaturgia francese contemporanea. Presso le Edizioni E/O sono usciti “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, “Piccoli crimini coniugali”, e "Milarepa".
Ulteriori informazioni sull’autore: http://www.eric-emmanuel-schmitt.com
Éric-Emmanuel Schmitt
La parte dell'altro
pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca - Scheda di G. Bentivoglio
sabato, 25 giugno 2005
categoria:letteratura straniera

Marinai perduti
Autore Jean-Claude Izzo
Prezzo € 8,00
277 p.,
Anno 2004
Editore E/O
Collana Tascabili E/O
Il libro
La storia parla di tre marinai, tre navigatori del Mediterraneo, tre "Ulisse" contemporanei: il libanese Abdul Aziz, il greco Diamantis e il turco Nedim. La loro nave, l'Aldebaran (Abdul è il capitano, Diamantis è il suo secondo, Nedim è il marconista), è una vecchia carretta abbandonata nel porto di Marsiglia a causa del fallimento dell'armatore. I tre sono così costretti a un'immobilità forzata, terribile per dei marinai, che però consente alle loro avventurose storie di emergere e di fondersi l'una con l'altra.
Hanno alle spalle delle storie piene di misteri, di donne che li attendono per anni oppure che li hanno abbandonati, storie di violenze e d'ingiustizie. Diamantis è alla ricerca di una donna amata in gioventù e che forse vive ancora a Marsiglia. E questo porto mediterraneo, città di accoglienza per gli esiliati di tutto il mondo e per i loro misteri, diventa il teatro dell'ultima avventura di questi tre uomini perduti.
Il Mediterraneo - racconta Izzo -, dietro la sua apparenza solare e il colore blu del mare, nasconde una crudeltà, un destino tragico che riserva a molti dei suoi figli.
L'autore
Jean-Claude Izzo, per metà italiano e per metà spagnolo, è stato libraio, bibliotecario, venditore ambulante, giornalista, inviato per La Marseillaise e autore per il cinema e la televisione. Ha esordito come poeta con una raccolta dal titolo Le réel au plus vif. Ha ottenuto il successo letterario con la trilogia dei noir marsigliesi. L'autore è scomparso nel gennaio 2000.
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
Si chiama Oskar, il protagonista del nuovo libro di Safran Foer. Si chiama Oskar, e suona il tamburo. C’è un altro Oskar, nella storia della letteratura, che suona il tamburo. E lo fa infinitamente meglio. Forse, se Safran Foer, avesse chiamato il suo protagonista Jan e gli avesse fatto suonare la tromba, sarebbe stato meglio. Insomma, come scrivere di un Hank che beve birra, o di un Bardamu che fa aborti clandestini. È pericoloso svegliare semplici rimandi mentali, è pericoloso suscitare paragoni. Soprattutto se il paragone non regge. Molto forte, incredibilmente vicino è, appunto, la storia di Oskar, un fastidiosissimo bambino newyorkese che ha perso il padre nelle torri gemelle, l’undici di settembre. Sembra un bambino uscito da Genius, pedante e fastidioso molto più dei bambini normali. Il padre è morto, ma Oskar continua a cercarlo, a cercare sue tracce, suoi ricordi. Salman Rushdie, nella fascetta che circonda il libro dice che l’ultimo lavoro di Safran Foer, nel ritratto del giovane Oskar, è molto commovente. Forse è proprio questo il fatto negativo: il libro si presta a facilissime commozioni, a sentimentalismi banalotti da film di cassetta. Safran Foer unisce con un unico laccio l’undici settembre, la distruzione di Hiroshima, i bombardamenti su Dresda. Sembra quasi che voglia venire incontro al lettore meno esigente, al lettore medio che sa che l’undici settembre è una cosa brutta, così come brutta è l’atomica e la devastazione di Dresda. È una specie di strizzata d’occhio, questo libro, una gomitatina d’intesa sul fianco. Molto forte, incredibilmente vicino è brutto e noioso quanto Ogni cosa è illuminata è bello e divertente. Forse anche per questo motivo non mi è piaciuto. Mi aspettavo qualcosa di meglio. Ma già l’Oskar che suona il tamburo mi ha infastidito: ha messo su brutti binari tutta la lettura. Poi, poi ci sono alcune parti del libro che sembrano messe là solo per riempire le pagine. Quando la storia fila, non sono un problema, ma se un libro comincia ad annoiare, allora si notano tutte le piccole pecche. Certo, sono funzionali alla storia, ma lasciano un po’ delusi e perplessi. Se non sei Marinetti, non conviene lasciare pagine bianche o riempirle solo con una frase al centro o solo di numeri. Chissà, forse Safran Foer dopo Ogni cosa è illuminata ha firmato un contratto per un altro romanzo, e l’unica cosa che aveva era questa. Peccato.
scritto da seipollici
categoria:letteratura straniera
Aspettando i barbari
«Dove è un tribunale è l’ingiustizia». Lo scrisse Tolstoj. Dove è il potere è l’ingiustizia, avrebbe aggiunto il magistrato protagonista di Aspettando i barabari, uno dei più importanti romanzi di John M. Coetzee. Premio Nobel per la letteratura 2003, è il secondo scrittore sudafricano a esserne insignito, dopo Nadine Gordimer. Nella motivazione ufficiale dell’Accademia svedese si legge: «i suoi romanzi sono caratterizzati da una buona costruzione, un dialogo ricco d’inventiva e un talento per l’analisi». Ed è proprio quest’ultimo l’elemento più rappresentativo della letteratura di Coetzee. I suoi personaggi sono inquieti, insoddisfatti, in continua ricerca delle ragioni che spingono l’uomo a muoversi e a colmare i propri bisogni. È così anche il protagonista di Aspettando i barbari. Un uomo che si ribella all’ordine costituito e che rifiuta di appartenere a un mondo dominato dalla violenza. (fonte)
tra il Buzzati del "deserto dei tartari e il Kafka del castello", con una scrittura urgente. Consigliato.
Altro libro dello stesso autore che ho letto "Infanzia"
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
Vergogna
L’ho appena finito ieri pomeriggio, e l’ultima frase che ho letto (riferita ad un cane abbandonato che stava per essere losung ( parola tedesca che significa metaforicamente dissolto, vaporizzato), cioè ucciso con un’iniezione letale nell’ambulatorio veterinario, è stata:
- Pensavo che volessi risparmiarlo per un’altra settimana – dice Bew Shaw.
- Hai deciso di abbandonarlo al suo destino?
- Sì, lo abbandono al suo destino.
E’ proprio questa atmo§fera di rinuncia, di rassegnazione, di fare l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che era già nei limiti della sopportazione, che, secondo me pervade tutto il libro, a non darmi pace.
Infatti ieri sera avevo già pronto un altro libro da iniziare, prima di addormentarmi, ma non sono riuscita a leggerne neanche una pagina, perché pensavo ancora a Vergogna.
Ce l’ho ancora tutto, come un film, dietro agli occhi:
ll protagonista, il professore universitario David Lurie, che tiene un corso monografico sui poeti romantici alla facoltà di Scienze della comunicazione a città del capo....
David Lurie, che incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto...
Ma poi scoppia lo scandalo perché la sua curiosità sessuale, pura anche se irresponsabile, lo porta a sedurre una sua studentessa, che poi lo denuncerà per molestie sessuali e che scatenerà le ire della società falsamente tollerante che lo circonda e causerà la “disgrace” (titolo originale).
Infatti egli, dinanzi alla commissione d’inchiesta, una specie di ibrido fra un tribunale dell'inquisizione e un consiglio di facoltà, ammette la sua colpa che è quella di essere diventato un servitore di Eros perché ha solamente seguito una sua naturale (e non soprafattiva) pulsione naturale.
Ma non ha calcolato che il paese dove vive non accetta che un vecchio “ possa far cantare la sua anima e battere le mani… ” è considerato come un "seme vecchio" e quindi si autocondanna ad una specie di esilio e va a vivere con sua figlia, posthippie e lesbica, che ha rifiutato l'orizzonte agiato, civilizzato della metropoli sudafricana , in fattoria sperduta cuore del Sudafrica …
E il film continua ancora a lungo … in un’atmosfera, secondo me, di un profondo e doloroso pessimismo umano.
(che però vorrei scrollarmi di dosso)
E’ la vita o l’uomo a voler questo? E’ una storia o un destino quello di
David Lurie?
** Qui il post riepilogativo su J.M. Coetzee
scritto da .....ella
domenica, 05 giugno 2005
categoria:letteratura straniera
.Jane Austen
Mansfield Park
I Grandi Libri
[291] Introduzione di Enrico Groppali. Traduzione di Simone Buffa di Castelferro. 1983 (X ed. 2003).
XXIV + 488 pagine
€ 10.00 (Lire 19000)
ISBN 881136291-1
Per quanto fosse timida, ansiosa, dubbiosa, era tuttavia impossibile che una tenerezza come la sua non le presentasse in alcuni momenti il miraggio di una grande speranza, anche se doveva lasciare in serbo per un momento futuro la gioia di rivelargli tutta la deliziosa, sbalorditiva verità.
L'ho letto ammirando la capacità di Austen di tratteggiare i caratteri dei rispettivi personaggi. Fanny Price è esaltante nella sua compostezza, nel suo esser riservata fino allo spasimo, e assolutamente di una modestia sincera e incapace di un guizzo di protagonismo. Bello anche il tratteggio del carattere esuberante della sua antagonista, Mary Crowford e la descrizione delle abitudini, del paesaggio e delle atmosfere della campagna inglese dell'epoca. Ma un libro diverso dagli altri, e a tratti noioso. Ho saltato - ahimè lo confesso - capitoli interi. Alla fine, non so perché, ma parteggiavo per lo "scellerato" Henry Crowford, che innamorato di Fanny alla fine copre di ignominia la famiglia dei cugini di lei dando scandalo con il suo comportamento, soprattutto perché rifiutato da Fanny stessa. Non ho trovato l'intreccio della storia e i colpi di scena alla stessa stregua di Orgoglio e Pregiudizio, e nemmeno del più contenuto Ragione e Sentimento. Ma senza dubbio, sarei affascinata dalla possibilità di vedere il film che non sapevo fosse stato realizzato nel 1999.
Comunque, la mia determinazione a leggermi tutto di Jane Austen è assai forte. Spero presto di trovare Persuasione... che non è facile trovare nelle librerie...
scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
Coetzee, J. M. (Nobel 2003)
Vergogna
Einaudi - Collana: ETsup - Tascabili Super ET
n. 1178 - Pagine 234 - Formato 12x19,5 - Anno 2005 - ISBN 8806174509
Argomenti: Narrativa., Letteratura africana, Letteratura inglese
Note: il Booker Prize 1999 in edizione economica - Traduzione di Gaspare Bona
Caratteristiche: brossura
Note di Copertina
«Vergogna esplora gli estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale» (The Sunday Telegraph)
«Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene». Ma forse non è cosí, se una sera David Lurie, insegnante alla Cape Town University, invita un'allieva a bere qualcosa, poi a mangiare un boccone, e infine a passare la notte con lui. Una notte che non resta isolata, che diventa una storia e che finisce con una denuncia per molestie sessuali.
Allontanato dall'università, David chiede ospitalità alla figlia Lucy in campagna, nella parte orientale della Provincia del Capo, dove la convivenza tra diverse etnie, diverse tradizioni, diversi Sudafrica è aspra come la terra che Lucy coltiva.
David tenta di adeguarsi alla nuova vita: dà una mano nei campi, aiuta una conoscente alla clinica veterinaria. Soprattutto, tenta di adeguarsi alla donna indipendente che è diventata sua figlia. Ma come tollerare anche la violenza che Lucy ha scelto di accettare? Vincitore del Booker Prize nel 1999, Vergogna mette in scena le trasformazioni del Sudafrica post-apartheid raccontando - come ha scritto il «Sunday Times» - «una storia dura, scritta in una prosa di scarna, aspra bellezza che conferma Coetzee come uno dei nostri migliori narratori di oggi».
Dall'anticipazione:
"Cupamente magnifico... è una storia dura, scritta in una forma di scarna, aspra bellezza e con una potenza che la rende ora esilarante ora spietata. E conferma Coetzee come uno dei migliori narratori di oggi". (The Sunday Times)
"A dispetto della sua resistenza al realismo storico Coetzee ha una mente profondamente politica". (The New York Times Book Review)
"Vergogna esplora i più estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale". (The Sunday Telegraph)
"Un classico per le generazioni future". (The Observer)
"La tenuta narrativa di Vergogna è straordinaria, il racconto è incalzante dalla prima all'ultima pagina. La prosa scarna e asciutta, che sembra limitarsi a registrare i fatti dall'esterno, senza emozioni e senza giudizi, disegna con agghiacciante precisione le tensioni irrisolte fra bianchi e neri e il pericolo costante di una situazione che, oltre ogni possibile ottimismo riconciliatorio, viene vista come minacciosa in particolare dai bianchi". (L'indice)
Un professore è costretto a lasciare la professione e a rifugiarsi da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra. Dunque non c'è soluzione possibile, i problemi restano aperti. Solo la vergogna continua... Vincitore del Booker Prize 1999, Vergogna mette in scena il Sud Africa post-apartheid, un mondo ancora irrisolto e indeterminato come i personaggi di Coetzee, come il loro destino.
Dall'edizione rilegata:
In quanto tempo si può percorrere la via che trasforma un rispettato docente di Scienze della comunicazione in becchino dei cani? E come? David Lurie non ha risposte. Eppure, quella via, lui l'ha percorsa: dalla Cape Town University, dall'atmosfera rarefatta delle lezioni, alla parte orientale della Provincia del Capo e alla sua campagna ingenerosa. La via accidentata e senza svincoli della vergogna.
"Vergogna esplora gli estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale". (The Sunday Telegraph)
"Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene". Ma forse non è cosi, se una sera David Lurie, insegnante alla Cape Town University, invita un'allieva a bere qualcosa, poi a mangiare un boccone, e infine a passare la notte con lui. Una notte che non resta isolata, che finisce per diventare una storia: con un inizio in cui il professore dirige il gioco e l'allieva pare subirlo, uno svolgimento in cui l'allieva prende le redini e il professore si lascia guidare, un finale in cui il professore viene denunciato dall'allieva -e dalla sua famiglia - per molestie.
Allontanato dall'università, David chiede ospitalità a sua figlia Lucy, nella parte orientale della Provincia del Capo, in campagna, dove la convivenza tra diverse etnie, diverse tradizioni, diversi Sudafrica è aspra come la terra che Lucy coltiva. David tenta di adeguarsi alla nuova vita: da una mano nei campi, aiuta una conoscente alla cllnica veterinaria. Soprattutto, tenta di adeguarsi alla donna indipendente che è diventata sua figlia e agli usi e costumi del posto - per esempio quelli di Petrus, il vicino e aiutante di Lucy. Ma come adeguarsi alla violenza che tre sconosciuti esercitano su sua figlia ? David vorrebbe rifiutarla, vorrebbe combatterla. Lucy, invece, l'accetta. Perché ? David non lo capisce, e l'autore non ci offre risposte facili.
Vincitore del Booker Prize 1999, "Vergogna" mette in scena la trasformazione del Sudafrica post-apartheid, senza espliciti giudizi politici.
"Una storia dura, scritta in una prosa di scarna, aspra bellezza e con una potenza che la rende sia esilarante sia spietata. E conferma Coetzee come uno dei migliori narratori di oggi". (The Sunday Times)
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
"E non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è una parte dell'anima mia. Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, è certo che la sua e la mia sono simili, mentre l'anima di Linton è differente dalla sua come un raggio di luna dal fulmine, il gelo dal fuoco. (...)
La mia sola ragione di vita è lui. Se al mondo tutto scomparisse e rimanesse lui solo, ebbene io continuerei a esistere in lui. Ma se tutto il resto rimanesse e soltanto lui fosse annientato, l'universo diverrebbe per me qualcosa di immensamente estraneo, e io avrei l'impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come le foglie del bosco che mutano di stagione in stagione; ma il mio amore per Heathcliff è come le rocce perenni che stanno sotto il bosco, una sorgente di gioia poco visibile ma indispensabile. Ascolta Nelly, io sono Heathcliff! Egli è sempre in ogni momento nella mia mente non come piacere ma come il mio proprio essere. Noi non saremo mai separati: è impossibile."
Questo è il monologo di Catherine Earnshaw, che confida a Nelly il suo amore per Heathcliff, trovatello raccolto dal padre e allevato tra i più forti maltrattamenti e tormenti dal fratello di Catherine, Hindley, ma compagno di giochi e scorribande selvagge della fanciulla da piccola, selvaggia e altera. Catherine sposerà poi Edgar Linton, cugino delicato e nobile, e Heathcliff che ne ascolta i propositi di matrimonio nascosto dietro la porta, fugge per trovar fortuna e al suo ritorno divorerà attraverso il suo odio, se stesso e le due famiglie che da questo amore drogato son state in qualche modo unite.
E' un libro fosco, dalle tinte scure e dagli odori - che si avvertono con un'incredibile nettezza - forti e agri della brughiera in autunno e inverno. Ho visto davvero Heathcliff che vaga per le rocce delle Cime Tempestose, e lo spirito di Catherine che soffia il suo lamento disperato. Ho sentito profonda e inquietante la sofferenza e l'odio, rappresentati in maniera magistrale da Emily Bronte nella descrizione delle anime dei personaggi, e il sentimento di detestabile crudeltà e solitudine sconfinata del suo principale protagonista. Un libro antico, ma ancora magistralmente attuale. Rivisitandone i tratti in chiave moderna, potrebbe essere tranquillamente uno dei più grandi best seller del momento. E' comunque un capolavoro da tenere sul comodino. E la leggere.
Bello. Non posso dir altro più di questo. Bello.
scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
Einaudi ha pubblicato di recente 25 racconti inediti di Agota Kristof, col titolo La vendetta (71 pagg., Euro 8.50). Si tratta di micro-racconti della durata di 2 pagine al massimo, una lettura che si può esaurire nel volgere di un’ora e che piacerà sicuramente a chi ha amato la scrittura scabra ed essenziale della Trilogia della città di K. (In particolare Il grande quaderno). Quel lettore che aspettava da tempo un nuovo lavoro della scrittrice di origine ungherese rimarrà, comunque, in parte deluso. Il materiale che compone la raccolta risale infatti agli anni Settanta e si tratta delle prime prove scritte in francese dalla Kristof dopo la fuga dall’Ungheria del 1956 e l’arrivo a Neuchatel, in Svizzera.
Già, perché sembra che Agota non scriva più, e la cosa ci rammarica non poco, considerando che stiamo parlando di una delle massime autrici viventi – sicuramente tra le più introverse e perturbanti. Cerchiamo di saperne qualcosa di più da alcuni brani tratti da una sua intervista rilasciata a Raffaele Panizza (giornalista culturale per il Venerdì di Repubblica e Il Mattino):
P: Per quale motivo non scrive più?
K: E’ successo e basta, non l’ho voluto. Il problema è che non posso scrivere meglio di come ho già fatto.
(...)
P: Avrebbe voluto essere una scrittrice più prolifica?
K: No. Non mi piacciono gli scrittori che pubblicano troppo e mi infastidisce la gente che trova tutto interessante.
P: Per quale motivo si alza la mattina?
K: Così, per bere un caffè.
(...)
P: Sta per subire un’operazione pericolosa, e il prossimo 30 ottobre compirà 70 anni. Le capita di fare bilanci?
K: Il mio bilancio è che 70 anni sono sufficienti, ho vissuto abbastanza.
(Pubblicato da Giuseppe Genna, il 17/03/2005. L’intervista completa qui).
Le storie che compongono La vendetta sono, nelle stesse parole della loro autrice, storie “disperatamente nichiliste” e, mi si creda, non è certo una posa. Vi si parla di solitudini, di alienazione, di fratture e perdita. Non posso che essere di parte nel caso di Kristof: il rigore formale della sua scrittura, tagliente e affilata come un bisturi, spoglia e desolata come una città fantasma sotto un cielo livido, mi ha rapito fin da subito. Più che racconti sarebbe più opportuno definirli schegge narrative; alcuni episodi sono dei veri e propri capolavori, come ad esempio Un treno per il Nord, dove uno scultore avvelena il suo cane perché gli impedisce di partire. Sulla sua tomba lo scultore scolpisce una statua di cane; quando bacia la statua un’ultima volta si impietrisce sul suo collo, scultura fra le sculture, in attesa di un treno che non passerà mai. L’impossibilità di recidere certi legami-archetipi. Ne I professori un ragazzo uccide il suo amato professore, per salvarlo dalla crudeltà degli alunni che gli avevano assassinato una poesia. Anche il ricorrere a soluzioni estreme o aberranti, per alcuni personaggi, non si risolve in un atto esemplare, dalla vocazione estetica, ma si espleta in una dimensione di assoluta noncuranza ed estraneità, quasi fosse il corso naturale delle cose, come se l’imperativo dell’esistenza fosse quello di non perdonare le menzogne. Come se la radicalità fosse l’unica scelta possibile, quando altre soluzioni non arriverebbero mai o si darebbero troppo tardi.
Si ha l’impressione che alcuni dei racconti siano rimasti fissati sulla carta solo in modo embrionale, come frammenti o annotazioni di un incubo, di una visione surrealista, restituita in un codice cifrato. Il disagio è palpabile, in bilico perpetuo tra realtà e fantasia, dimensioni permeate da un senso implacabile di disperazione, restituite con un registro grottesco che invece di respingerci ci catapulta dentro l’anima lacerata del mondo.
Agota Kristof non scrive più. Lunga vita ad Agota Kristof.
scritto da cigale
categoria:letteratura straniera
Larsson Björn
Il porto dei sogni incrociati
Prezzo di copertina € 15,00
Dati 2 ed., 312 p.
Anno 2001
Editore Iperborea
In una piccola cittadina della Galizia, la giovane Rosa Moreno studia le stelle e sogna di poter vivere una vita reale. In Bretagna, Madame Le Grand raccoglie i racconti di tutti i marinai che fanno scalo nella sua città. Nella verde Irlanda, Peter Sympson, un gioielliere, spera che entri nel suo negozio una donna in grado di riconoscere l'incomparabile bellezza delle due pietre che costituiscono la sua unica ragione di vita. Un ingegnere danese tenta di lasciare una traccia di sé su tutti i computer della terra. Cosa hanno in comune persone tanto distanti? Solo l'intensità dei sogni e il caso che ha voluto mettere sulla loro strada l'inafferrabile capitano Marcel. E lui segnerà una svolta nel loro destino.
Romanzo più intimista e romantico dei precedenti, pur senza perdere momenti di vera avventura, quest'ultimo libro di Björn Larsson riconferma il valore dello scrittore svedese famoso per i suoi racconti marinareschi. Dopo La vera storia del pirata Long John Silver e Il Cerchio Celtico, Il porto dei sogni incrociati approda nel territorio dei desideri e dei sentimenti, narrando le vicende di quattro personaggi i cui destini si intrecciano grazie a un enigmatico lupo di mare. Le vite di Rosa Montero, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen scorrono sui binari della solitudine e della monotonia, accomunate solo dall'insofferenza per la propria condizione e l'intensità dei loro sogni, fino all'incontro con Marcel. Capitano di lungo corso, Marcel ama definirsi "un venditore ambulante di sogni" e in effetti fa rotta tra gli incontri della vita con la stessa elegante noncuranza con cui manovra la sua nave tra flutti e tempeste. Sarà lui a dare ai quattro la spinta "per alzare le vele e prendere i venti del destino". Su suo invito tutti si ritrovano a Kingsale su una barca a vela: la convivenza delle loro diversità, il luogo chiuso eppure aperto a scenari di vita incontaminati, il passare tempo indeterminato a raccontarsi rappresenterà per le due donne e i due uomini un'esperienza unica sulla via del cambiamento. Ambientato nel presente ma costruito come una fiaba, con i ritmi da ballata delle leggende dei marinai, Il porto dei sogni incrociati celebra il mare e la sua libertà ma anche i porti come luoghi del possibile e dell'incontro tra sogno e realtà.
Dopo il Cerchio Celtico, è il secondo che leggo di questo autore.
Questo secondo libro è piu schematico del primo, tuttavia mi è piaciuto
perchè leggerlo mi ha fatto capire che non bastano le buone intenzioni per scrivere un libro che " funzioni".
Lettura piacevole e leggera.
giovedì, 02 giugno 2005
categoria:letteratura straniera

Note di Copertina
Un quartiere anonimo di una desolata provincia sudafricana. Un ragazzino che cerca una via di fuga da un padre ordinario che non riesce a rispettare, da una madre che ama di un amore viscerale ma che non gli da certezze, dagli umilianti riti di una scuola dove le regole non sono uguali per tutti, dai turbamenti di un'infanzia già "guasta", dagli angusti orizzonti nazionalistici del Sudafrica nel secondo dopoguerra.
I temi di J. M. Coetzee vanno ricercati là dove convergono gli aspetti politici, spirituali, psicologici e fisici dell'esistenza: l'incubo della violenza burocratica, la nostra desolata estraniazione dalla terra, un'ansia shakespeariana per la natura strappata al suo ordine naturale e gli insistenti bisogni del corpo.
Un desolato centro residenziale di una città di provincia a soli centosessanta chilometri da Città del Capo, Worcester ("un purgatorio dal quale bisogna passare per forza"). Un ragazzino di dieci anni, l'io-narrante, che, chiuso in una solitudine sempre più grande, cerca a tutti i costi di andare oltre l'infanzia ("un periodo in cui bisogna stringere i denti"), oltre le mura di quel suo "buco di casa" perso in un mucchio di costruzioni identiche, oltre i confini sempre più angusti di un Sudafrica in balia dei nazionalisti, oltre l'esistenza ordinaria, "imbarazzante", e infine fallimentare del padre, oltre l'"amore assoluto" della madre, la "cosa più salda della sua vita", e la più indecifrabile. Il sentirsi profondamente inadeguato nei confronti delle "prove" della vita di tutti i giorni diventa un'ossessione che il protagonista maschererà trincerandosi dietro le apparenze di studente modello, dietro il mito di sé (diviso tra le origini afrikaner e il suo desiderio di essere un vero eroe, come sono ai suoi occhi gli inglesi), covando però nell'intimo passioni "inconfessabili", predilezioni scomode, sbagliate, e il cupo senso di colpa che ad esse si accompagna.
Con lo stile asciutto e spietato che lo caratterizza, con una lucidità capace di toccare il cuore segreto delle cose, in questo ultimo libro - il più intimo dei suoi romanzi - Coetzee fruga nel labirintico sentimento del mondo di un ragazzino che cerca di costruirsi un'identità nel coacervo di etnie, lingue, religioni del Sudafrica a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, al di là di ogni pregiudizio.
Infanzia è la storia della solitaria ricerca di un destino diverso, radicato nella terra, nelle fattorie del veld, "luoghi di libertà e di vita
una scrittura secca, asciutta, che mi ha ricordato il primo libro della trilogia della città di K
cercherò altri libri di questo autore
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
La scomparsa di un gigante
Saul Bellow
Lo scrittore Saul Bellow è morto all'età di 89 anni. Premio Nobel della letteratura nel 1976 “per la comprensione dell'umano e la sottile analisi della cultura contemporanea che e' stato capace di combinare nel suo lavoro”, come scritto nelle motivazioni dell'Accademia di Svezia, Bellow aveva vinto anche il Premio Pulitzer e tre National Book Awards.
Scrittore di infinite risorse stilistiche, capace di dare voce a ogni fluttuazione di pensiero dei suoi personaggi e di evocare in tutta la sua corposità la realtà materiale che li circonda, Bellow è ritenuto il maggiore narratore nordamericano dopo Hemingway e Faulkner.
E' stato acuto interprete dei mutamenti antropologici del Novecento e, cittadino canadese figlio di immigrati ebrei russi, era cresciuto a Chicago negli anni Venti e Trenta. Era considerato uno dei grandi esponenti della scuola di romanzieri ebrei americani dall'umorismo corrosivo.
Tra i suoi libri più famosi, ci sono L'uomo in bilico del 1944, in cui definì lo stato d'animo di impotenza e di alienazione diffuso tra i giovani nordamericani negli ultimi anni della guerra; La vittima (1947) in cui analizzò gli effetti delle tensioni cui la moderna realtà urbana sottopone la coscienza del singolo, riducendolo alla paranoia e a non distinguere più in se stesso il perseguitato dal persecutore; Le avventure di Augie March (1953), romanzo a struttura aperta e di modi picareschi, e ancora La resa dei conti e soprattutto il grande Herzog, pubblicato nel 1964. Protagonista è un intellettuale ebreo che si salva dalla follia propria e altrui attraverso la scrittura, e instaurando un grandioso, ironico dialogo mentale con se stesso e con i protagonisti, vivi o morti, della cultura occidentale. Un carteggio sterminato, lettere mai spedite che sono una mappa del suo inconscio. I suoi interlocutori sono redattori di giornali e case editrici, amici, filosofi, politici, Dio e infine se stesso. In lotta contro un mondo polimorfo, Herzog si appiglia a destinatari inesistenti per spiegare, riflettere, colpevolizzarsi o accettare.
Di Bellow si era tornato a parlare all'inizio del 2000, quando oltre a diventare papà per la quarta volta all'età veneranda di 84 anni, pubblicò dopo anni di silenzio il suo Ravelstein, ispirato alla vita dell'amico e collega all'Università di Chicago Allan Bloom, un ideologo conservatore morto di Aids, autore nel 1988 del controverso saggio best-seller "La chiusura della mente americana". Una delle caratteristiche di Bellow, frutto della tradizione ebraica ashkenazi, attraverso la conoscenza di una lingua descrittiva come lo yiddish, erano i lunghi monologhi interiori dei suoi intellettuali ebrei, con un mix di umorismo, nonsense e situazioni assurde. Un tipo di situazioni, di ironia e di comicità intelligente che ha reso popolare al cinema un regista ed attore come Woody Allen, l'archetipo per eccellenza dell'ebreo newyorkese di oggi, con le sue insicurezze e le sue contraddizioni e con la sua un po’ assurda e affascinante follia.
Qui un gustoso ritratto dello scrittore ad opera di Fernanda Pivano. Qui invece un suo interessante profilo.
scritto da 319
domenica, 03 aprile 2005
categoria:letteratura straniera
Titolo : Diario (1941-1943)
Autore : Hillesum Etty
Editore : Adelphi
Una giovane donna olandese affida, nel 1941, ad un diario la cronaca della sua complessa vicenda interiore. Mentre tutta l'Europa vive il dramma della persecuzione e delle deportazioni di massa, Etty Hillesum, ebrea e destinata a trovare la morte ad Auschwitz, narra con lucidità la sua avventura di liberazione spirituale e la conquista, attraverso le strettoie dell'occupazione nazista di una felicità che, ben lungi dal costituire una fuga dall'epoca, si traduce in arricchimento e forza vitale.
Ai divieti imposti alla sua gente Etty risponde con una crescita incontenibile, in grado di dar forza e fiducia a chi le vive accanto; nelle sue pagine capaci di allegria, che nulla nascondono o addolciscono dell'orrore di quei giorni, la guerra e la storia esteriore affiorano gradualmente in funzione della tensione introspettiva, fino ad assumere un ruolo centrale come testimoni di riflesso della battaglia vittoriosa condotta da Etty Hillesum contro le loro forze.
Nel diario è anche la storia della creazione di un'opera d'arte - che non nascerà - di cui l'autrice, conscia del suo talento, si sa capace ed a cui si prepara rigorosamente ponendo attenzione ad ogni brano della vita sua ed altrui e indagando la sostanza e le possibilità della scrittura. Il libro tradotto con enorme successo in tutto il mondo, sta diventando per molti un oggetto di culto a scapito, forse, della sua peculiarità e del suo vigore letterario.
fonte e link
è un libro strano, ricco ,di una voce di donna che cerca se stessa e si confronta con le proprie emozioni
si parla del suo incontro con il fondatore della chirologia (lettura della mano) con una personalità magnetica
del loro entrare in contatto con la mente e con il corpo
si parla della sua ricerca di un equilibrio interiore che la porta a trovare il Dio dentro di sè
si parla della sua voglia di scrivere, per reinterpretare cio' che la circonda
e nel frattempo leggi la persecuzione verso gli ebrei che si sviluppa a partire da odiose piccole/grandi limitazioni
fino all'esito finale, anche per lei.
Un libro da leggere, perchè scritto con l'urgenza di essere il cuore pensante della baracca
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
Un enigma color porpora
di Fleischhauer Wolfram
Editore: Longanesi
Data di Pubblicazione: 2004
Collana: La Gaja scienza
Letteratura straniera
Un bel libro da leggere, un romanzo che unisce l’attendibilità del saggio storico al fascino dell’’interpretazione romanzata di un quadro molto enigmatico, allusivo, sottilmente erotico, un po’ inquietante, persino morboso.
È un quadro celebre, una delle glorie del Louvre e mi ha appassionato appunto la sua ricostruzione storico-artistica.
Tutto è incominciato con una visita dell’autore al Louvre e con la sua curiosità davanti a un dipinto della cosiddetta Scuola di Fontainebleau, in cui due donne nude, immerse per metà in una vasca da bagno, compiono misteriosi gesti simbolici; il titolo del quadro, “Gabrielle d’Estrées e una delle sue sorelle” indusse Fleischhauer a documentarsi su quella bellissima giovane di nome Gabrielle d'Estrées, amante del re francese Enrico IV di Navarra, morta nel 1599 improvvisamente, incinta di 6 mesi, fra atroci tormenti, pochi giorni prima del matrimonio con il sovrano, un matrimonio in verità osteggiato osteggiato dalla corte, dal popolo… un matrimonio che, a quanto dicono le fonti storiche, era decisamente inopportuno.
Un bel libro da leggere, unromanzo che unisce l’attendibilità del saggio storico al fascinodell’’interpretazione romanzata di un quadro moltoenigmatico, allusivo, sottilmente erotico, un po’ inquietante, persino morboso.
Si trattò di morte naturale o di avvelenamento?
Infatti erano subito corsi sospetti di avvelenamento, ma dove cercare il mandante? Tra i nemici del re oppure tra i suoi amici, convinti che le nozze l’avrebbero danneggiato politicamente ? O addirittura il re stesso avrebbe preferito liberarsi drasticamente dall’amante scomoda?
Come un detective a ritroso nel tempo, Fleischhauer ha setacciato le biblioteche di mezza Europa alla ricerca di epistolari, relazioni e documenti che facessero luce su questa morte misteriosa, finché si è imbattuto in un carteggio inedito dell’ambasciatore fiorentino a Parigi, di cui non si sapeva nulla, che gli ha aperto una pista plausibile. Dall’euforia per questa scoperta casuale è nato il libro.
Il quadro poi fa parte di una serie di quadri che riproducono con diverse varianti un unico soggetto: la Dama in rosso. Il punto comune a tutti è l'anonimato degli autori, uno degli elementi su cui poggia il loro indubbio fascino di cui il protagonista-autore, un disincantato professore di letteratura tedesca negli Stati Uniti intende appunto scoprire il segreto nascosto in quelle immagini dipinte.
scritto da .....ella
categoria:letteratura straniera
Céline va in Russia, nel 1936, per spendere sul posto i guadagni che gli derivano dal Viaggio al termine della notte.
Va in Russia, e di ritorno scrive Mea Culpa.
La solita scrittura céliniana, quasi orale, che nelle parti più belle ci fa dimenticare di essere di fronte a un testo scritto.
Il pamphlet appare, a prima lettura, come un atto d'accusa al sistema sovietico. E così è, o meglio, anche così è. Sarebbe infatti riduttivo considerare Mea Culpa solo come un manifesto antisovietico.
La manciata di pagine che Céline scrive sono molto, molto di più. Innanzi tutto è importantissimo il titolo: Céline attacca, distrugge e devasta il nuovo sistema che è nato dalla rivoluzione d'ottobre, ma lo fa con quel titolo, lo fa dicendo "mea culpa".
Non si sa se lo scrittore francese abbia avuto simpatie comuniste o socialiste, ma è facile pensare che sia partito verso Mosca e Leningrado mettendo da parte il suo pessimismo di fondo, sperando di trovare in Russia qualcosa di diverso, qualcosa di migliore da ciò che aveva visto prima con i suoi occhi, e cioè i campi della prima guerra mondiali, l'Africa vista con gli occhi del colonizzatore più povero dei colonizzati, il sistema industriale americano di stampo fordista, la squallida periferia parigina fatta di fame e aborti clandestini.
Forse Céline ha messo da parte tutto ciò, e ha sperato per un attimo in qualcosa di migliore. Ma la Russia, anche la Russia sovietica, è uguale a tutto il resto del mondo, e così l'accusa al mondo socialista, all'uomo nuovo, è solo un pretesto per prendersela con tutta l'umanità.
Il pamphlet céliniano ricorda i Viaggi di Gulliver, soprattutto le pagine più crude dei capitoli finali. Il nuovo uomo post-rivoluzionario non ne esce per nulla bene, così come non fa bella figura il suo rivale, uomo borghese e capitalista.
L'uomo è uomo sotto ogni tipo di regime: avido, meschino, invidioso, violento, pronto a dominare i suoi simili ogni qualvolta se ne presenti l'occasione. Ma forse Céline se la prende soprattutto con il mondo sovietico, perchè la propaganda bolscevica non fa che indorare la pillola, cioè giustificare con belle parole e nobili sentimenti ciò che altro non è se non il solito millenario sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Questa la "culpa" di Céline, quella di aver creduto per un attimo che un mondo migliore fosse possibile.
Tutto quanto aiuta a fuorviare la massa abbruttita è benvenuto. Quando i trucchi non bastano più, quando il sistema salta in aria, allora mano al manganello! alla mitragliatrice! a tutta la confetteria!... Si tira fuori tutto l'arsenale, al momento giusto! con il bell'ottimismo delle risoluzioni estreme! Massacri a miriadi, non c'è guerra dal Diluvio in poi che non abbia avuto per musica l'Ottimismo... Tutti gli assassini vedono rosa nel futuro, fa parte del mestiere. Così sia.
(L.F. Céline - MEA CULPA - Guanda - pag. 32)
scritto da seipollici
categoria:letteratura straniera
“…Ognuno di noi ha la propria no man’s land,
in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla […] L’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno o una sera alla settimana, un giorno al mese […] Queste ore possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero […]”
“In questa no man’s land dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità o ascoltare musica in modo anch’esso inconsueto oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza […]”
da “Il giunco mormorante” di Nina Berberova, Ed. Adelphi, €6.00
Un racconto scritto in modo bruciante, come per cauterizzare una ferita aperta,
scritto con la lucidità di chi ricorda il prima e il poi, quando il durante era negato.
Una donna, un uomo, i giochi di potere di un'altra donna, e il territorio che non si puo vendere.
Da leggere. Grazie del regalo.
Nina Berberova nasce a Pietroburgo nel 1901.
Negli anni venti emigra in Francia dove rimane per circa 25 anni e nel 1950 si trasferisce negli Stati Uniti.
Il suo primo romanzo è Il male nero del 1989 al quale seguono altri incentrati sull'introspezione e la conservazione dei valori.
Nina Berberova diventa popolare per i suoi romanzi solo in tarda età. Muore a Phaladelphia nel 1993.
Bibliografia:
Il male nero 1989
Il caso Kravcenko 1990
Il ragazzo di vetro 1993
Cajkovskij 1993
Felicità 1994 postumo
Le signore di Pietroburgo 1996 postumo
L'accompagnatrice
Il giunco mormorante
scritto da alp
categoria:letteratura straniera
The Catcher in the Rye
Il diciassettenne Holden Caufield è un adolescente ribelle che poco prima di un Natale dei primi anni '50 viene espulso dall'Istituto Pencey, college della Pennsylvania.
Il giovane, senza dire nulla ai genitori, ne approfitta per intraprendere la sua piccola avventura nella Grande Mela dove inizia a vagare tra locali e stamberghe in cerca delle emozioni del mondo adulto e, in fondo, della sua stessa maturità che sente vicina e della quale tutto sommato ha paura.
Holden è sì un giovane coraggioso e ribelle, ma in fondo è soprattutto un bravo ragazzo che vuole soltanto realizzare un suo piccolo sogno di libertà prima di fare rientro a casa. Durante questa breve esperienza Holden rimpiange quella sua "infanzia schifa" che progressivamente si vede sfuggire di mano; teme l'approssimarsi dell'età adulta che percepisce fatta di falsità ed apparenza e critica rabbiosamente la società americana che è così distante dal suo modo fatto di amicizie, affetti e sincerità.
Sono passati cinquant'anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua "infanzia schifa" e le "cose da matti che gli sono capitate sotto Natale", dal giorno in cui lasciò l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. Ma sono i suoi pensieri, il suo umore rabbioso, ad andare in scena. Perché è arrabbiato Holden? Poiché non lo si sa con precisione, ognuno ha potuto leggervi la propria rabbia e assumere il protagonista ad "exemplum vitae". Leggete questo libro diverrà sicuramente il vostro preferito.
Recensione tratta da Max Online
(...)Aveva un gran naso e le unghie tutte mangiucchiate a sangue, e portava quei dannati reggipetti imbottiti che stanno sempre in posizione di sparo (...)
(...) Ad ogni modo, era dicembre e tutto quanto, e l'aria era fredda come i capezzoli di una strega (...)
(...) se me ne restavo lì, era perché cercavo di provare il senso di una specie di addio. (...) che l'addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio. (...)
(...) Era carina, mentre fumava. Aspirava e tutto quanto, ma non divorava il fumo come fanno quasi tutte le donne della sua età. Aveva fascino a strabenedire. E sex-appeal a strabenedire, anche, se proprio volete saperlo. (...)
Queste sono alcune delle frasi che ho sottolineato leggendo Il giovane Holden di J. D. Salinger. Un libro che mi ha sorpreso prima, catturato ed entusiasmato poi. All'inizio, questa prosa un po' "violentata", con ripetizioni, forme gergali e colloquiali da giovane arrabbiato, mi ha quasi infastidito, per poi divertirmi e lasciarmi anche un sottile amaro in bocca. Holden Caulfield è un giovane adolescente negli anni cinquanta, arrabbiato contro il mondo che lo circonda, e con una rabbia fortissima, nauseato per "la sua vita schifa"... contro chi o cosa sia arrabbiato e nauseato, non si capisce, e non lo si capirà nemmeno alla fine del libro. Forse per questo motivo, in tanti giovani ancora oggi si riconoscono in lui, che è comunque un personaggio ancora attualissimo, contemporaneo, sebbene il libro sia ambientato negli anni cinquanta. Su moltissimi blog di adolescenti ne vedevo riportare frasi o addirittura alcuni nicknames o titoli a lui dedicati, giovani arrabbiati che si identificano con il protagonista. Ho provato sensazioni e pensieri in contrasto fra loro, tenerezza, simpatia, solidarietà, ma mai compassione e/o disapprovazione nei confronti di questo giovane che scappa dal collegio e per due giorni e due notti si avventura solo in una New York fumosa e stanca, popolata da loschi figuri, prostitute o semplici perditempo.
Mi ha appassionato, e lo stile nuovo e particolarissimo mi ha incuriosito e avvinto. Un libro che consiglio. Una lettura interessante e avvincente.
Queste invece sono le impressioni di Ipanema
scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
Denis Guedj
IL TEOREMA DEL PAPPAGALLO
traduzione di Lidia Perria, Longanesi & C., 2000
La protagonista di questo romanzo è la matematica e, a mio avviso, la vicenda ha inizio nel momento in cui il signor Ruche (un libraio disabile di ottantaquattr’anni, in pensione, che compirà e festeggerà, infine, l’ottantacinquesimo anno!) riceve una lettera, proveniente da Manaus, con la quale l’amico, e coetaneo, Elgar Grosrouvre lo avvisa di avergli spedito un carico di libri specificando, tra l’altro, quanto segue: “…Nelle casse che riceverai tra poco si trova quello che ai miei occhi costituisce il meglio del sapere matematico di tutti i tempi. C’è tutto. Non ho dubbi sul fatto che sia la collezione privata più completa di opere matematiche mai esistita al mondo…”
Scoprirete in quale modo il pappagallo Nofutur abbia un ruolo importante in questo romanzo e apprezzerete la storia della matematica, presentata in modo semplice e chiaro. Non mancano le curiosità, riguardanti, ad esempio, la ricerca delle coppie di numeri amicabili e di numeri primi gemelli. Due numeri si dicono amicabili se la somma dei divisori di ciascuno di essi, escluso il numero stesso, è uguale all'altro. I Greci conoscevano soltanto la coppia (220 e 284) di numeri amicabili. I matematici arabi, ne scoprirono altre: “al-Farisi scoprì la coppia (17.296 e 18.416), nota col nome di <<coppia di Fermat>>, perché Fermat l’ha riscoperta parecchi secoli più tardi. Al-Yazdi scoprì la coppia (9.363.584 e 9.437.056), conosciuta sotto il nome di <<coppia di Cartesio>>, perché Cartesio l’ha riscoperta alcuni secoli dopo.” Due numeri primi si definiscono gemelli se sono vicinissimi l’uno all’altro, vale a dire che la loro differenza è pari a due. “Per esempio, sono gemelli 17 e 19 e anche…1.000.000.000.061 e 1.000.000.000.063. Domanda: esiste un numero infinito di numeri primi gemelli? Ebbene, ancora non si sa. L’unica certezza è che sono estremamente rari…” (recensione presa da: Bibliografia Matematica)
Il libro l'ho letto e mi è piaciuto molto. Un libro che ti riconcilia con la matematica, se non l'hai mai digerita, o che te ne fa innamorare di nuovo, se il tuo spirito è sempre stato "aritmetico". E non solo. Perchè dentro c'è avventura, la foresta Amazzonica, Parigi e un gruppetto di ragazzini niente male, in fatto di intelligenza e QI... insomma, un libro fresco, leggero che informa e istruisce divertendo. E per tutte le età. Lo consiglio vivamente!
scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
LA FAVOLOSA ESISTENZA
DI UNA FEMME FATALE
LADY HAMILTON
L’abile penna di Gilbert Sinoué, già autore del Ragazzo di Bruges, questa volta ci regala un affascinante ritratto della mitica Lady Hamilton, nell’omonima biografia romanzata (titolo originale, L’Ambassadrice) che Neri Pozza porta in Italia per noi, tradotta con impegno brillante da Giuliano Corà. Chi avrebbe mai potuto prevedere che una ragazza di umilissime origini, nata in un oscuro angolo di Inghilterra, ex venditrice di carbone, bambinaia e – appena sedicenne – ragazza madre, sarebbe giunta agli apici della scala sociale, sposando addirittura lord William Hamilton, Ambasciatore di Sua Maestà nel Regno di Napoli, riverita e temuta a corte come confidente della Regina Maria Carolina; infine amante dell’eroe Orazio Nelson? Sembrerebbe una favola, addirittura una trama già predisposta per un romanzo, invece è realtà storica che Sinoué sa bene intessere con la sua inventiva di scrittore, creando un affresco che intriga l’interesse del lettore. Certo, buona parte del fortunato climax di Emily Lyon, poi lady Hamilton, quindi adorata amante del grande Nelson è dovuto alla sua mitica bellezza se quattordicenne «è più che bella, è magnifica (…) L’ovale del suo volto, incorniciato da folti capelli castano-dorati, sfiora la perfezione. La bocca dalle labbra vermiglie accenna un sorriso in cui la seduzione si mescola all’ingenuità. Gli occhi sono di un blu profondo, iridati di riflessi viola. Nel fremito delle labbra socchiuse si intuisce tutta la sensualità del mondo…» Ma non solo la sua rara avvenenza ha concorso alla sua folgorante ascesa. Emma era dotata di capacità artistiche: cantava con voce d’angelo e recitava e le sue capacità mimiche (i suoi «atteggiamenti») sono rimasti famosi. Il fior fiore dei pittori del suo tempo si sono contesi l’onore di eternarla in ritratto. Fra costoro: Reynolds (di cui, proprio in questi giorni, si può ammirare l’opera nella mostra ferrarese) e Romney, platonicamente innamorato della giovane seduttrice, di cui in copertina della biografia, splende il delizioso Circe, uno dei tanti elogi della bellezza di Emma, attualmente conservato nella Tate Gallery di Londra. La scalata della nostra eroina non è certo stata una corsa senza intoppi. Umiliazioni iniziali non le sono certo state evitate. Madre clandestina di una figlia (Little Emma) senza padre, respinta dal suo protettore Greville che tanto aveva amato. Dall’incontro con lord Hamilton inizia il suo momento di fulgida fortuna sociale, politica e personale. Adorata dal nobile ambasciatore, troverà tutte le porte aperte al suo passaggio, a tal punto amata dal suo generoso marito, da tollerare, anzi favorire il suo incontro col giovane capitano Orazio Nelson, entrato nella rada di Napoli, un mattino del 1973 a bordo dell’Agamennone. William, Emma ed Orazio formeranno un chiacchieratissimo “terzetto”. Ma che importa? Quello che conta agli occhi dei suoi uomini sarà la felicità di questa ammaliatrice sensualissima , generosa in tutti i sensi e scialacquatrice di fortune. Emma non aveva misura. Emma cavalcava la gloria. Struggenti e teatrali le pagine della vittoriosa battaglia di Trafalgar e della morte di Nelson che fu rimpatriato dentro una grande botte di brandy, per la conservazione delle sue spoglie mortali. Chi avesse visitato il londinese Museo delle Cere, ritroverebbe il clima guerriero, tra spari e clangore di guerra, così ben descritto dall’autore. Dopo tanta gloria, adeguata caduta per la nostra femme fatale e per Horatia la piccola nata da quel grande amore. Non si trovano più i documenti in cui Nelson si era premurato di garantire il futuro di figlia e amante . Lo Stato garantisce solo Fanny, la moglie legale e i parenti di Nelson. Emma, rifugiatasi in Francia, chiuderà i suoi miseri ultimi giorni a Calais. Nei registri della città si potrà leggere: «A.D. 1815, dame Emma Lyon, dell’età di cinquantun anni, nata nel Lanchashire in Inghilterra, domiciliata a Calais, figlia di Henry Lyon e di Marie Kidd, vedova di William Hamilton, è deceduta il 15 gennaio, all’una del pomeriggio nel domicilio del signor Damy, in rue Française».entro la sintetica aridità di questo documento, possiamo leggere la piccola fine di una grande favola. (g.g.)
Gilbert Sinoué Lady Hamilton Neri Pozza pp.335 € 16,50
scritto da Gardenia
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