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mercoledì, 01 novembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Donne in noir di Simonetta Santamaria
Donne in noir

Simonetta Santamaria




Casa Editrice: Il Foglio
Anno Edizione: 2005
Codice ISBN: 8876060405
Pagine: 100
Prezzo: 10€
Genere: Raccolta









TRAMA:
Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi.  da: http://www.latelanera.com/editoria/recensioni/recensione.asp?id=8876060405

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L'ho detto più volte, non amo l'horror o il noir. Eppure ho letto il libro di Simonetta Santamaria, e l'ho letto d'un fiato. Prima ero mossa dalla curiosità. Una donna che scrive noir? Chissà perché, chissà cosa la spinge, la muove in quella direzione. E avendola incontrata un attimo, a Bologna al Delos Day due anni fa, simpatica e discreta, solare e gentile,  tutto avrei pensato dal suo aspetto, tranne che fosse specializzata in letteratura da brivido. E invece... Ma il suo libro e i suoi racconti mi hanno sconvolta e coinvolta per qualcosa che ha a che fare molto con la sua persona. Il suo modo di scrivere è semplice, asciutto e... naturale. Discreto ma solare. Così come è lei di persona. Schietta e naturale, asciutta e diretta.  E' vero quanto scrivono altri lettori e critici sul suo stile,  il lettore viene accompagnato per mano dentro le sue storie, e le donne che vi sono descritte sono reali, le vedi, senti davvero le voci nella tua testa. E' la normalità, la naturalezza dei loro gesti, dei loro comportamenti che ti soprende, ti coinvolge e alla fine di lascia un'ossessiva inquietudine addosso. Una prosa che convince e che perdura, come dovrebbe, in effetti, una scrittura efficace. Ho amato alcune storie piuttosto che altre, ma tutte hanno lasciato un segno dentro di me. E che non è solo il puro disagio di un testo vincente, ma è anche il messaggio, nascosto  sapientemente tra le righe dall'autrice, della sofferenza e dell'emarginazione a cui hanno accesso molte, troppe donne di oggi e del passato.

Non amo il noir. L'ho detto più volte. Ma Simonetta Santamaria sa renderlo significativo, non banale, non fine a se stesso. Sa introdurre e mostrare il dolore, la rabbia e l'ironica forza distruttiva di un femminile all'eccesso. Una scrittrice che continuerò a seguire, perché merita.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 10:03 | commenti

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lunedì, 30 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana, sconsiglidilettura
 

Gomorra di Roberto Saviano

Gomorra
Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra

Roberto Saviano




Casa editrice: Mondadori
Collana: Strade blu
Anno pubblicazione: 2006




Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.

Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli,  le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).

Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.

Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming  ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .

Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.

La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.

Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.

Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.

No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto!

(scritto da Anfiosso)
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti (5)

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venerdì, 06 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana
 

L'orologio di cenere

Bisogna essere dei sognatori, di questi tempi, per aprire una casa editrice. E I sognatori è, per l’appunto, una recentissima realtà editoriale, targata Lecce, situata perciò in quel meridione d’Italia che ha sfornato e sfornerà grandi talenti letterari. Se andate a leggere il programma d’intenti nel loro sito, I sognatori si prefiggono di dare voce a quanti credono nei sogni come se fossero l’unica realtà (…), perché per loro ogni scrittore (…) è fondamentalmente un sognatore. Come dargli torto? Lodevole – pur essendo una piccola casa editrice – l’obiettivo di non richiedere contributi di sorta all’autore, più o meno misconosciuto, che mettono sotto contratto, e di puntare sulla qualità della proposta.

 

Abbiamo avuto modo di leggere il loro primo libro in catalogo, L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli (I sognatori, pagg. 135, Euro 8,90), un libro ben confezionato, che ricorda il formato Sellerio o i libricini neri di Stampa Alternativa. Interessante anche la copertina, con un disegno che rievoca atmosfere surrealiste alla Magritte o alla Dalì. Curiosi e graditi due elementi che dovrebbero contraddistinguere la casa editrice: la biografia dello scrittore in quarta di copertina (scritta dall’autore stesso) e un’intervista all’autore in coda al romanzo (dove gli viene fornita la possibilità di esprimere le proprie idee letterarie, aprendo al lettore l’officina della propria scrittura).

 

Ma veniamo al romanzo. E’ singolare che Moscatelli affermi nell’intervista di non aver mai letto un noir in vita sua, e abbia deciso di scrivere un noir, o meglio (le etichette stanno sempre strette), un giallo. Genericamente il noir, al di là dell’intreccio, introduce elementi di denuncia sociale, tende a connotare certi ambienti ecc… Il giallo privilegia invece l’aspetto investigativo, la pista che il detective segue, esaminando gli indizi, per arrivare al colpevole. Attualmente c’è molta confusione sui termini: spesso si parla di noir anche solo riferendosi alle atmosfere cupe, alla rappresentazione esplicita di una violenza più o meno crudele ed efferata. L’orologio di cenere è fondamentalmente un romanzo giallo, anche se presenta un climax consono a un certo noir, o meglio, a un certo noir dal gusto un po’ retrò, il cui modello più diretto potrebbe essere il Marlowe di Chandler, o in ambito cinematografico le atmosfere in bianco e nero de L’infernale Quinlan di Orson Welles. Moscatelli sceglie un’ambientazione iconicamente “americana”; la città del romanzo potrebbe essere Chicago o L.A., negli anni ’30 del secolo scorso: solo da alcuni elementi come l’uso dei cellulari, o la musica di Tom Waits, deduciamo di essere ai giorni nostri. L’investigatore privato River Crane lo potete trovare seduto al bancone di un bar, il Blueroom, nei quartieri bassi di una città senza nome, sigaretta nella mano sinistra e bicchiere in quella destra. La ricca Marlene Tourneur, figlia dell’ex senatore Reed, lo assume per indagare sul misterioso omicidio della sorella, per il quale la polizia ha fermato suo fratello Jonathan. L’indagine di Crane parte con l’intenzione di scagionare il rampollo di buona famiglia, ma finisce per rivelarsi alquanto intricata; il nostro investigatore incappa in rivelazioni inaspettate, in strani omicidi e scambi di persona. Crane conta sull’aiuto dei colleghi Jeff e Wolf, suoi compagni di vita e di bevute, per comporre lentamente, sotto gli occhi del lettore, un mosaico inquietante di perversioni latenti. Il romanzo ha una scansione cinematografica dei capitoli e un buon ritmo nello sviluppo dell’intreccio. Il punto di vista del lettore coincide con quello di Crane, e ne segue l’evoluzione investigativa, fino al finale ad effetto, che si scioglierà in una serie di riscontri autoptici incrociati che fanno pensare agli episodi di CSI Scena del crimine.

 

La scrittura dell’autore è funzionale al giallo; essenziale e scarna, diretta e abilmente costruita per catalizzare l’attenzione e puntare allo scioglimento dell’enigma. Talvolta presenta qualche sbavatura e incertezza: è improbabile, per esempio, che Crane dica rimembrando il mio passato. Rimembrare è verbo poetico, ma Leopardi è una delle letture preferite di Moscatelli. Così il verbo preambolare nelle didascalie, ch’è davvero di uso raro e ricercato.

 

Avremmo preferito una più approfondita caratterizzazione psicologica per i personaggi. A parte Crane, del quale leggiamo i sogni, le meditazioni e la sua visione del mondo, gli altri personaggi sembrano poco più che dei “caratteri”, dei “tipi”: la cliente sensuale, gli amici di sbronze, i poliziotti, il medico legale ecc… E’ Crane a farla da padrone: personaggio delineato a tutto tondo, forte di contrasti luce/ombra: cinico e disilluso, ma ancora capace di slanci di eroica umanità; ombroso e dolente, con qualche scheletro nell’armadio, ma limpido e perspicuo nell’andare a fondo di un problema, sia professionale che esistenziale. Questo esordio di Moscatelli e della casa dei Sognatori è all’insegna di un cielo plumbeo, di una terra cosparsa di cenere e vuoti di bottiglia, più affine all’incubo che al sogno, dove aleggia un Male che si annida, proteiforme e onnipresente, nei risvolti più imprevedibili della realtà contemporanea. Una proposta interessante, anche per la sua sincerità e determinazione, in un panorama culturale che ha bisogno di voci nuove, di un pluralismo soprattutto indipendente dai grandi e talvolta univoci canali di diffusione. Lunga vita e prosperità ai sognatori di oggi e a quelli di domani, perciò. Non mollate. Continuate a sognare.

info: www.casadeisognatori.com


scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

Mondo fico di Daniele Dell'Agnola
La trama di “Mondo fico”? Diciamo che la definirei: “intrecciata”. Un groviglio di fili che ben si innestano tra loro: come è giusto che sia per una… trama che si rispetti. Anzi, è anche di più: come se fosse l’insieme di molti righi musicali con tanto di strofe e ritornelli, laddove l’intreccio è dato dal susseguirsi delle “note protagoniste” inserite in “accordi” azzeccati. Il tutto chiaramente in “chiave” teatral-fiabesca.
Proprio così. Quando vidi che allegato al libro era persino un CD, non riuscii a giustificarne la presenza: mi sembrava un surplus. Poi iniziai a leggere le prime pagine rimanendo parecchio “spaesata” in quell’ambiente dell’estremo nord scozzese dove si svolge la fiaba in un periodo d’altri tempi, di quelli che mutano e maturano. Solo a questo punto (anche se l’autore invita a farlo più avanti) decisi di ascoltare la musica allegata… e come per magia l’ambiente attorno a me prese a mutare, tingendosi dei colori di un’antica storia appena nata. A un tratto compresi appieno lo scopo del CD, ma accadde solo verso la fine di quel centinaio di pagine intrise di melodia che mi si svelò la trama del libro: un vero e proprio spartito letterario; “Mondo fico!” (quest’ultima è una mia imprecazione, per la meraviglia che mi suscitò la scoperta).
In un gergo talvolta letterale, altrettante volte molto giovanile, lo scrittore ticinese Daniele Dell’Agnola, docente cantonale con laurea in letteratura italiana, filologia romanza e musicologia, ha dato vita con un testo narrativo - composto da monologhi e racconti, con tanto di disegni, schizzi, ma anche righi musicali veri e propri (riportate nelle ultime pagine) - a una storia che muta, si trasforma, ma soprattutto che dialoga con il lettore-ascoltatore. Tra giullari, Dèi, personaggi-metafora e caricature, infatti, la Pennadaniele fa interagire anche il pubblico parlandogli direttamente, e non mancano neppure “note-autoreferenziali”. Il tutto ben condito in una sorta di narrazione corale, in quanto non vi è davvero una nota-protagonista emergente. Una scelta che permette a più lettori di identificarsi in uno dei tanti personaggi che si raccontano o che vengono raccontati. Ma non solo: “Mondo fico” è stato materializzato con uno spettacolo; in scena l’autore stesso!, che ha proposto un percorso pedagogico-didattico agli allievi di Lostallo, dapprima per facilitare la comprensione ai testi tratti dal libro, in seguito per coinvolgerli a tal punto da renderli protagonisti dell’evento in una sorta di laboratorio musicale e teatrale.
Insomma, “Mondo fico” ha tutte le caratteristiche di un’opera a 360°, che vede trasformarsi una storia in un libro non solo da leggere, ma anche da ascoltare e guardare…

 

Titolo:          Mondo Fico

Autore:        Daniele Dell’Agnola (Losa)

Genere:       Teatral-fiabesco, con testi, disegni e musiche su un CD incluso, tutto prodotto dall’autore

Editore:        Edizioni Ulivo – Collana Cat’s, ottobre 2005, Balerna (Svizzera)

Prezzo:        24.- franchi / 16 euro

Info:             www.daniteatro.ch

(scritto da mmazzi )
scritto da redazioneparnaso | 11:08 | commenti (2)

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venerdì, 29 settembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello- “Carissima MIA. Permettimi di consigliarti questo libro che trovo semplicemente geniale, ironico e fluttuante nella profondità di ogni IO. È proprio una strepitosa opera d’arte. Espressione d’arte, in quanto l’autore è stato un artista nel tentativo riuscito di snocciolare un frutto che, all’epoca – inizi del Novecento – si mostrava ai più, persino ancora un po’ acerbo”.

- “Ma vedi un po’ che cosa mi devo sentir dire. D’accordo. Ti sarai pure divertita spassosamente e ti sarà sembrato di aver compreso gran parte delle riflessioni introspettive contenute in questo romanzo. Ma non crederai davvero di poterti sentire autorizzata a sparare sentenze…: che tra l’altro non è neppure da te. Ma lo sai che il libro di cui stai parlando è parte integrante della letteratura italiana che conta? È ovvio che, perciò, debba essere difficile da capire… Basta considerare il fatto che quasi metà del volume, che hai letto, è stato riservato all’introduzione… che tu, ovviamente, non ti sei neppure degnata di leggere… Ma dimmi: che cosa pensi d’aver capito, cosa? Che pensi?, di fare la diversa? Credi di essere unica e di bastarti, senza metterti a confronto con le altre opinioni?”.

- “Senti chi parla! Io non sarò “una”, ma tu non sei “nessuno” per dirmi quello che devo pensare. E poi… saremo pure in “centomila”, ma oggi mi va di essere Manuela. Ti saluto…!, anzi, no. Ancora una cosa: preferisco le postfazioni alle prefazioni…”.

Un omaggio personalizzato a un libro straordinariamente profondo, ma divertente, tanto ironico quanto serio: d’altronde, come si dice, essere seri non significa mancare di umorismo.

E per non svelare il contenuto che ai più sarà comunque già noto, aggiungo come conclusione solo questo modo di dire in voga ai nostri tempi: “La parola manicomio è scritta al di fuori  delle mura!”.

 

Ma non posso omettere la seguente nota finale che vuol essere, più che altro, uno spunto di riflessione sulla possibile origine e anche sull’originalità del neonato linguaggio “sms” (anche se personalmente non amo!); a sottolineare questa nota una citazione tratta da “Uno, nessuno, centomila”, scritto nel primo quarto del ventesimo secolo, esattamente come leggo sul libro: «Le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra (…)». Troppo avanti con i tempi…

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:03 | commenti

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venerdì, 12 maggio 2006


categoria:letteratura italiana
 

Certificatodiesistenza.jpg


Geraldina Colotti,
Certificato di esistenza in vita


Tascabili Bompiani
2005
pp. 178, € 7,50.



Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto.

Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili.

Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia.

Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo.
Per motivi anagrafici ho sfiorato e vissuto negli altri scelte di vita analoghe a quelle della scrittrice, e vi posso assicurare che niente è più intollerabile del vedere la miseria e l’abiezione a cui si sono ridotti alcuni dei nostri ex leader, rinnegando come un escamotage giovanilistico anni di lotte, come se gli anni di piombo non fossero stati in qualche modo una risposta alla violenza di un’Italia dove gli uomini di punta delle forze dell’ordine, della polizia, della magistratura, venivano scelti tra elementi di estrema destra con aspirazioni golpiste che non avevano nulla da invidiare al Cile di Pinochet. E niente è più umiliante dal riconoscere nelle voci di chi allora è stato protagonista questa negazione della storia, e neanche un barlume di pietà verso se stessi e i molti che ci hanno creduto, e l’abisso nel quale siamo caduti senza che nessun paracadute ideologico ci proteggesse dalle ferite.
Certo, nell’intimo della scrittrice tutto questo sarà stato ampiamente elaborato, ma la delicatezza con cui affronta le tematiche della quotidianità carceraria, ma anche della quotidianità dell’ex comunista che si ritrova in un mondo che non ha scelto, sono esemplari. Malgrado tutti i mea culpa di chi non doveva pentirsi di niente, affiorano nei cinquantenni di oggi quei valori che saltano fuori quando meno te l’aspetti, quasi a tradimento, valori difficili da sostenere in un contesto che tu non hai minimamente contribuito a rendere migliore.
C’è la storia dell’ex ufficiale dell’esercito, in visita al figlio nel carcere di Cuneo, accusato di terrorismo, che parla dei suoi compagni “Li hanno torturati, pà!” “prima Cinzia e poi Luca! Come me, li hanno appesi per i piedi e gli hanno strappato le unghie! E prima di … violentare Cinzia a turno, le hanno estirpato i peli del pube! Come facevo a lasciarli fare?”
Questo vecchio annientato dalla violenza verso suo figlio e dalla violenza che la storia aveva impresso alla sua vita, chiede alla moglie, anch’essa deceduta: “Moglie mia, dove abbiamo sbagliato, perché ci è cresciuto tanto odio intorno?” Questo vecchio, che stramazzerà sul marciapiede, distrutto dall’indifferenza di un mondo che non gli appartiene, se ne andrà proprio come un angelo, in una voluta di pulviscolo argentato, verso il suo personalissimo paradiso.
C’è la storia di uno zingaro anoressico, in un centro di accoglienza dove arrivavano a depositarsi, proprio come bagagli, gli ultimi relitti della società, c’è la storia di un omicidio misterioso con il colpevole preconfezionato, la storia di un transessuale ucciso, amori gay, molta coca, molta infinita umanità con i propri sogni, le proprie speranze e quell’insopportabile pretesa di avere comunque diritto a un’esistenza priva di ulteriori umiliazioni. “Scusate, ma secondo voi è la luna quella?”, chiedono due detenute ai secondini, colpite dalla vista inaspettata di una luna gigantesca. Sembrano infrangersi tutte le barriere, ma esistono, eccome. “Un agente armato sbadiglia sul muro di cinta. Grossi topi passeggiano lungo la scanalatura sottostante. Sono le ventuno e trenta. Il vocio che giunge dalle case s’infrange su quello del carcere. I fari illuminano un vialone che sembra infinito. Nina mi guarda. Fra poco dormiremo nella stessa cella… Né io né lei ci eravamo scelte, fuori, Ma in carcere non si possiedono spazi e non si scelgono convivenze”.
Finisco con una citazione di Oscar Wilde, tratta sempre dal libro: “La società perdona i criminali, ma non i sognatori”.

(di Daniela Bandini)

scritto da linodigianni
scritto da redazioneparnaso | 11:24 | commenti

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giovedì, 13 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

"I Promessi Sposi"... No, dico, ma vi rendete conto di quanto bello sia questo romanzo? No! Non sorridete. So bene che - in teoria - non ho scoperto l’acqua calda. O almeno non è una scoperta per chi ama i classici. Ma, diciamocelo francamente: il 90% della popolazione, in particolare le ultime generazioni, odiano questo libro. Un volume di poco più di 600 paginette che sempre più viene, di fatto, definito un “mattone”. E un po’, forse, va pure capita questa tendenza. La mia fortuna, infatti, è stata quella di non essere incappata in un maestro ostinato nel volerlo propinare a scuola. Proprio così: non ho mai studiato il Manzoni. E oggi mi sento di dire, per fortuna! Chissà  magari se l’avessi “sperimentato” ai tempi della scuola media non sarei riuscita ad apprezzarlo così tanto, anzi. Spero solo che altri, come me, abbiano il coraggio di prendere, o riprendere, in mano questo capolavoro della letteratura italiana. Io l’ho fatto. L’ho fatto con una copia vecchia e ingiallita appartenente a mia nonna. Una splendida copia che aveva persino il pregio di non avere neppure una nota di rimando. L’ho fatto prima rilegare: era semi-distrutto. Poi l’ho preso in mano e ho cominciato a leggere. A leggere. A leggere: e chi ci riusciva più a distaccarsi?
Ho trovato fantastico il linguaggio utilizzato, dal gusto così rétro, che mi ha permesso di sentire e inalare l’odore dell’aria di quei tempi. Ma soprattutto ho adorato ogni qualvolta l’autore prendeva per un attimo le distanze dal racconto per interagire con il lettore. Infine ho vissuto l’ansia dei protagonisti – Renzo, Lucia, Agnese ma anche Don Abbondio, Don Rodrigo, padre Cristoforo, il Griso, la Monaca di Monza e tanti altri ancora - coinvolti in una serie di faccende che, seppure di stampo antico, ancora oggi hanno agganci con l’attualità  nella rappresentazione di sentimenti insormontabili come l’amore, la gelosia, l’avidità, la paura, la disperazione, la codardia… e via enumerando. Devo ammetterlo: alcuni libri mi hanno impaurito, altri mi hanno fatto sorridere, ma credo che la storia de “I Promessi Sposi” sia stata la primissima - e fino ad oggi l’unica - ad avermi fatto piangere, non una, non due, ma parecchie volte. Tuttavia, una nota negativa l’ho individuata. Ed è forse quella su cui i professori probabilmente puntano maggiormente durante le loro lezioni. Ebbene parlo di un capitolo che fa sbadigliare. Un intero capitolo, che pare essere stato aggiunto in un secondo tempo. Certo, da un punto di vista didattico, posso capire che sia importante in quanto descrive personaggi e scene politiche che caratterizzavano quel periodo storico, ma - per quanto mi riguarda – si è trattato solo di un dosso posto sul bagnasciuga di uno splendido mare di emozioni in subbuglio. Una faticaccia a oltrepassarlo, che non vi dico. Ma poi si rientra nel vivo della storia che, purtroppo - come capita con ogni libro che si vorrebbe non finisse mai - delude un po’ verso la fine, la quale - senza svelare nulla - mi è parsa fin troppo sbrigativa…
Eppure, dico davvero: ne vale la pena!

Manuela Mazzi 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 07:42 | commenti (1)

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lunedì, 10 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

La Neve Blu: non ho parole. Mi piace la struttura che viene utilizzata in questo romanzo. Esso, infatti, è stato scritto in forma epistolare, inframmezzata da intervalli riflessivi. Ebbene, sì. Ho letto La Neve Blu di Rita Girola, pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni Progetto Cultura di Roma. L'ho letto tutto, e non è da me. Non è da me leggere storie “tristi” anche se sono felice d’essere arrivata fino all’ultima pagina: il finale è adorabile... Ma si tratta, ovviamente, di un mio problema: sono una persona molto sensibile, troppo! Non posso, non voglio, vedere/leggere film/libri con il “bollino rosso”, ed evito molti di quelli che raccontano le tragedie della quotidiana follia dell’uomo. Storie come quella descritta dall'esordiente Rita Girola. Odio la droga. Odio ogni forma di dipendenza. Odio le storie complicate. Odio la sofferenza dell’amore. Odio sentire qualcuno disperarsi. Odio apprendere di quanti vogliono togliersi la vita. Odio guardare il telegiornale. Odio non capire certi comportamenti. Odio i compromessi. Odio le scuse che giustificano la debolezza. Odio dover appartenere a questa realtà tempestata di dolore, di autolesionismo, di prove non superate. Odio tutto questo e tanto altro solo perché – forse – in un modo o nell’altro hanno fatto parte anche della mia vita, seppure di striscio. Odio sentirne parlare, perché odio rivivere certe emozioni, odio interiorizzare e somatizzare le sofferenze del mondo. Ma amo la speranza che la vince sulla morte. Amo l’amore sublime. Amo la lotta per la sopravvivenza. Amo pensare che una via, una soluzione c’è. Amo l’idea che esistano tante forme di passioni. Amo l’idea che le passioni possano e debbano alimentare la fiamma della vita.
Ecco perché sono felice che Rita Girola abbia avuto la forza di intraprendere un viaggio “letterario” all’interno di quel mondo, che è riuscita a descrivere con così minuziosa cura: mi piacerebbe solo scoprire fino a che punto La Neve Blu rappresenta la vita di tanti, chissà, magari per capire fino a che punto abbiamo tutti qualcosa in comune, fino a che punto è possibile condividere certe riflessioni…
La Neve Blu pare essere il compimento di un viaggio intrapreso dall’autrice attraverso la disperazione. Questo libro, di fatto, è stato scritto in memoria di due persone; un uomo e una donna che non avevano niente in comune, se non il fatto di, a un certo punto, percepire la vita come se fosse insopportabile, decidendo quindi di andarsene insieme. Harry e Laura sono i due protagonisti, i quali casualmente si incontrano in Svizzera, paese straniero per entrambi, luogo "neutrale", simbolo di una dimensione sospesa, sorta di time-out esistenziale in cui i due si "riconoscono" nel loro difficile rapporto con la realtà.
In un pentagramma che si srotola nelle viscere di una storia sofferta, in sintonia con note musicale che si incontrano in tutte le pagine del libro, l’autrice a opera pubblicata ha ammesso di essersi immedesimata nelle storie di Harry e Laura al punto da stare male fisicamente con loro e per loro. “C'è stato un momento – mi ha scritto parlando de La Neve Blu- in cui sentivo che Harry stava per non farcela, non aveva più nulla a cui aggrapparsi, sapevo che solo Laura avrebbe potuto aiutarlo ma sentivo che lei era troppo chiusa, irrigidita nella sua posizione di paura della vita…”
Nel libro di Rita Girola c'è tanto dolore, ma non gratuito. “Ho voluto che fosse un dolore rigenerante – ha affermato l’autrice - un dolore che, se non può ridare la vita può almeno trasformarsi in comprensione, compassione, pietà. C'è tanta sofferenza inascoltata e incompresa, in giro. Non pretendo di essere in grado di risolvere i problemi dell'umanità, ma se solo la superficialità si trasformasse in comprensione, se la voglia di giudicare si trasformasse in semplice pietà, io credo che davvero tanti problemi troverebbero una soluzione quasi automatica”.

Ma.Ma. 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:33 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 CLAUDIO MARTINI




DIECIMILA E CENTO GIORNI
Pagine 228

ISBN 88-497-0324-4

euro 13,00


Cosa lega l’Italia attuale con il Perù della fine degli anni ’70, con il Nicaragua degli anni ’80, con il Messico dei primi anni ’90, con la tragedia del Kosovo nel ’99?
Cosa lega la vicenda di Riccardo, impiegato cinquantenne affetto da bulimia, solitudine e attacchi di panico con l’esistenza di Fatima, profuga kossovara, sfuggita alla «pulizia etnica» della sua terra e approdata in Italia dove conduce una vita marginale e senza speranza?
Cosa lega il percorso di Consuelo, giovane donna dell’alta borghesia di Lima innamorata della vita e della poesia con quello di uno studente che milita nel movimento del ’77 a Bologna e decide di abbandonare l'Europa per dirigersi in America Latina?
La ricerca di un significato, la speranza di una vita più vicina ai propri desideri, la ribellione a un destino di povertà spirituale e materiale?
Il romanzo dipana queste storie in un arco di tempo ampio, i ventisette anni compresi tra il 1977 e il 2004, i diecimila e cento giorni del titolo, con una scrittura fluida e coinvolgente, intersecando vicende private con eventi collettivi di portata epocale.
Un atto di amore nei confronti di coloro che resistono all’indifferenza «che cinge l’Italia e il mondo intero come una gigantesca cappa di afa».

CLAUDIO MARTINI nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina.
Dal 1993 è dirigente psicologo nella ASL N°3 di Torino, presso l’Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. È attualmente in servizio nel Centro di Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze.
Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, nonché numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi (2004).  www.besaeditrice.it/collane/lunenuove/ln119.htm

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Ho conosciuto Claudio Martini/Writer su un forum, molto prima che pubblicasse il suo romanzo. Mi aveva colpito la sua scrittura rapida e concreta e ho continuato a seguirne il percorso professionale che lo ha poi portato al traguardo della pubblicazione. Ero molto curiosa di leggere questo libro, un po' per la storia che in esso è contenuta, un po' per seguire insieme al suo autore un percorso che mi incuriosiva: scrivere un romanzo e vederlo poi pubblicare. E' un'emozione non da poco. Questo libro mi ha soddisfatto pienamente.

Sono rimasta attaccata alle storie personali.  L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino.
La storia di Riccardo e di Fatima mi ha coinvolto di meno. Forse perché Fatima risalta nel libro esattamente come si muove nelle varie scene: in punta di piedi, eterea, silenziosa, una presenza discreta che viene calpestata forse proprio perché non irrompe, non pretende, non si fa notare. Riccardo è forse più vivido, nella sua bulimia, nel suo dolore per la perdita dell'amore di Simona consumato a suon di cibo e di ansia. Stranamente Simona, a cui è dedicato non molto spazio, mi è risultata più presente, più irruente con il suo egoismo e la sua vanità poi devastati dall'incidente e dal suo qualunquismo.
Mi ha strappato una lacrima il loro incontro a casa di Riccardo, quando lui desolato ma inesorabile le conferma che sono cambiati, che hanno preso altre strade. Stupenda la scelta di non dare il nome al protagonista narrante, ma di suggerirlo solo alla fine, quasi la risposta a tutte le domande che comunque da lettore mi sono fatta fino alla fine.

E' il romanzo di uno scrittore - psicologo di professine - che sa scrutare nell'animo delle persone e descriverne le pesonalità in maniera accurata, dettagliata. Le piccole abitudini, le manie, i gesti quotidiani di ognuno fanno uscire ogni personaggio dalle pagine e sembra quasi di poter stringere loro la mano e salutandoli riceverne in cambio una risposta.

Sono pagine di scrittura asciutta e senza ridondanza, ma con una carica poetica in ogni descrizione di posti, senzazioni, gesti così forte da lasciare lievemente turbati a pensare, a ricordare e a mandare a mente. Anche l'uso di certe parole forti, e certe descrizioni si diluiscono nella poetica sicurezza di uno scrivere sicuro, rapido ma puntuale

Un bel libro, davvero.


scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 09:21 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

Oceano Mare,
romanzo di Alessandro Baricco

 

Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico. 

Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”.

E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione. 
 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi

scritto da redazioneparnaso | 09:01 | commenti (1)

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mercoledì, 22 marzo 2006


categoria:letteratura italiana
 

L’idea di scrivere questo romanzo ci è venuta leggendo un’inchiesta di El Pais, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che nel 2005 ha dedicato alcune pagine a "La Generación de los Mil Euros": «Quelli che vivono con 1.000 euro al mese». Una generazione che esiste anche in Italia.

Ma non basta: per far arrivare questo libro nelle mani di questa generazione bisogna regalarlo. Ecco il perché di questo sito, che offre gratuitamente il romanzo a tutti coloro che lo vogliono leggere, a video o stampandolo.






Generazione 1000 euro

 

 

 

 

GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata.

GENERAZIONE 1.000 EURO è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive.

Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto.

scritto da redazioneparnaso | 09:45 | commenti

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domenica, 29 gennaio 2006


categoria:letteratura italiana
 

Nordest
Massimo Carlotto e Marco Videtta
Prezzo di copertina € 15,00
Dati 201 p., brossura
Anno 2005
Editore E/O
Collana Noir mediterraneo

Un libro da comprare, per capire cosa c'è dietro un pezzo d'Italia,
il Nordest, dove alla terra si sono sostituiti i capannoni prima,
la de-localizzazione in Romania e Cina ,poi.
Sullo sfondo le famiglie che contano, i valori dominanti, le rapine del senso di dignità.

Bello questo modo di parlare di fatti veri attraverso un noir, con anni di documentazione alle spalle.
Seguo da molto tempo, questo scrittore, Massimo Carlotto, e segnalo un altro dei suoi migliori libri "Le irregolari"

Un mercoledì come tanti


Era stato un mercoledì come tanti. Un mercoledì d’invernodel Nordest. Nel corso della giornata le strade si erano riempite di pendolari e Tir. Lunghe file avevano intasato autostrade,statali e provinciali. A Padova e Vicenza, per l’ennesima volta, l’inquinamento aveva superato i limiti di legge. Il cavalcavia di Mestre, in piena notte, era ancora un serpentone di mezzi pesanti che avanzavano lentamente nei due sensi di marcia. Merci legali e illegali che andavano e venivano dai paesi dell’est. Quel giorno avevano chiuso i battenti altre quattro aziende, la più grossa aveva cinquantuno dipendenti. Altri quattro capannoni vuoti con la scritta affittasi, tradotta anche in cinese. Di capannoni aveva parlato nella mattina un docente di urbanistica della Facoltà di architettura di Venezia. Ai suoi studenti aveva spiegato che, a forza di costruire 2.500
capannoni l’anno, erano stati sottratti al paesaggio agrario ben 3.500 chilometri quadrati e che nella sola provincia di Treviso c’erano 279 aree industriali, una media di quattro per comune.


Il docente era preoccupato, aveva affermato che la devastazione del territorio era ampia e profonda. Forse irreparabile. Ormai nel Nordest i capannoni avevano cancellato memoria alla terra e identità agli abitanti. E di identità locale si era parlato in un’altra università. Tre persone su quattro continuavano a usare il dialetto, anche in ambito professionale. Un dato confortante, lo avevano definito: il dialetto rappresentava un elemento di grande importanza per la coesione della comunità.
E numerose espressioni dialettali erano state usate nel corso di un convegno svoltosi al Museo dello Scarpone di Montebelluna dove era stata annunciata la delocalizzazione di 44 aziende del settore calzaturiero. Colpa dei cinesi, era stato detto. L’import delle calzature in pelle dal paese asiatico era aumentato del 700% nell’ultimo anno.

Il ministro delle attività produttive aveva auspicato l’introduzione di dazi antidumping per arginare il fenomeno. E la Coldiretti, in un comunicato, aveva espresso la sua preoccupazione per l’importazione selvaggia dalla Cina di fagioli secchi e ortaggi in salamoia, produzioni importanti in alcune zone del Nordest. Anche quel giorno i cinesi avevano comprato un paio di locali pubblici e diversi esercizi commerciali. Pagavano sempre in contanti, senza discutere il prezzo. Di soldi si era discusso in altri incontri dove esponenti del mondo bancario avevano sottolineato un positivo aumento degli utili trimestrali. E degli utili di 262 evasori totali si era parlato durante una conferenza stampa della guardia di finanza. Nel corso dell’indagine erano stati scoperti 1.200 lavoratori in nero e 776 irregolari.

Molti di loro erano stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. E stranieri clandestini erano la maggior parte delle persone arrestate quel mercoledì dalle forze dell’ordine nel Nordest. Da anni culture criminali provenienti dall’est e dal sud del mondo si erano insediate nel territorio, la criminalità organizzata italiana era solo un ricordo dei cronisti di nera. Le prostitute, nonostante il freddo e la nebbia, avevano iniziato a battere fin dalla tarda mattina sulle provinciali. A quell’ora della notte avevano invaso paesi e città. Il settore tirava. Come quello della droga, del resto. In crisi invece la prostituzione nei night e nei locali di lap dance. I gestori dei locali notturni erano stati i primi a cogliere i sintomi della recessione economica. Industriali e professionisti che prima affollavano quei locali, spendendo qualche migliaio di euro a sera in champagne e donnine, si facevano vedere meno. Migliore dell’anno precedente solo la produzione vinicola le cui esportazioni erano aumentate.
Anche quel mercoledì centinaia di casse di Marzemino, Prosecco, Sauvignon e di altri vini erano state spedite in ogni parte del mondo. A livello politico il futuro era piuttosto incerto, nonostante le elezioni avessero riconfermato il precedente governo regionale. Anche quel giorno c’erano state riunioni e incontri confidenziali nella maggioranza e nell’opposizione nel tentativo di ricucire le divisioni interne e gli scontri di potere. Sembrava che nessuno fosse più in grado di governare il futuro. Era stato un mercoledì come tanti. Trascorsa la ventiquattresima ora, la nebbia, spessa e lattiginosa,dominava ovunque. Il cuore del Nordest pulsava più lento approfittando della tregua della notte.

Massimo Carlotto

© 2005 edizioni e/o Roma.

 

 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 09:35 | commenti

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mercoledì, 25 gennaio 2006


categoria:letteratura italiana
 
Cristina Comencini
" La bestia nel cuore"
Universale Economica Feltrinelli Euro 7


Prima ho visto il film, e poi letto il libro.
Uno dei pochi casi in cui regista e scrittrice sono la stessa persona.
Uno dei pochi casi in cui si parla degli abusi in famiglie culturalmente elevate.
Film da vedere, attrice protagonista molto brava, insieme a Luigi Lo Cascio e Angela Finocchiaro.
Film non didascalico, per avvicinamenti progressivi, appararentemente ondivago, finale con happy end.
Libro piu articolato, scrittura media, con alcuni spunti interessanti, da leggere.


In che modo ha adattato il romanzo, che ricordiamo, è stato scritto sempre da lei?
Cristina Comencini: Diciamo che il Cinema dev'essere più sintetico. Però parti in un certo senso avvantaggiato, perché se il libro si ferma alla parola, o anche a più parole insieme, il Cinema si basa sulle immagini, e in un immagine puoi imprimere tantissimi elementi. Insomma, come si dice: un'immagine vale più di mille parole. Poi è chiaro che dal libro è stato tagliato qualcosa..

Come mai la censura voleva far uscire questo film col V.M 14? Sarà per l'omosessualità? La pedofilia? L'adulterio? O Cosa?
Cristina Comencini: Per la Chiesa Cattolica.

Ahah, davvero?
Cristina Comencini: Ahah, no dai.. però la censura è davvero fascista. Insomma, per un po' mi sono vergognata di essere un'italiana.. poi per fortuna han capito il vero senso del film e hanno levato il V.M 14..

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato durante la lavorazione?
Cristina Comencini: La scena dell'incubo con la bambina. Innanzitutto avevo la responsabilità verso i suoi genitori, poi, doveva essere un incubo forte, spietato, ma anche lasciare un senso di confusione. E si, abbiamo veramente messo la bambina in una situazione realmente di incubo.

Che cosa è la "Bestia" nel cuore: La colpa o la vergogna?
Cristina Comencini: E' la pulsione che dà la vita. Non ci sarebbe amore senza la bestia. E' un qualcosa che c'è da sempre..

scritto da alp
scritto da .....ella | 11:08 | commenti

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domenica, 23 ottobre 2005


categoria:letteratura italiana
 


Torino è casa mia

 
Giuseppe  Culicchia
   

Casa editrice: Laterza 
 
Collana: Contromano 
 
Anno pubblicazione: 2005   Prezzo: 9,00 
 
Genere: turismo,viaggi -  Pagg: 163 
 

"Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie. Aprire questo libro è un po' come entrare in casa nostra. Mia. Vostra."
 
Conoscendo Torino, e volendolo regalare, ho letto questo libro che consiglio per il suo spirito leggero ma non superficiale, scritto da uno scrittore, Culicchia, che conosce la città, anche nelle barriere operaie e nei nuovi cittadini migranti che la animano.Bello l'integrare notizie storiche e sociali con il vissuto della città. 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 11:42 | commenti (1)

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venerdì, 22 luglio 2005


categoria:letteratura italiana, letteratura straniera
 

1)VENTO LARGO romanzo di Biamonti : parole usate come la calce per tirare su i muretti a secco, luce, vento e un uomo ritroso, che cerca..

2)Éric-Emmanuel Schmitt
La parte dell'altro

pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca

ho visto il libro, l'ho comprato, e non sono riuscito a smettere di leggerlo.


3)Patrick Süskind, Il profumo, Longanesi & C., 1985, 259 p- tea

"Colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini". La storia, magnificamente raccontata da un bravissimo scrittore, di un profumiere del Settecento dal cuore di tenebra, che non esiterà a compiere i crimini più odiosi per, appunto, dominare il cuore degli uomini, grazie alla sua straordinaria capacità di percepire e distinguere tutti gli odori. Jean Baptiste Grenouille, nato nel 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, da una madre subito morta nel darlo alla luce, è segnato fin dall'infanzia dalla ricerca del bello e dell'assoluto. Vittima della società, diventerà un vendicatore, perseguendo l'obiettivo con tenacia ed ambizione, ma senza un filo del sentimento che riesce a suscitare negli altri con le sue essenze. Un personaggio indimenticabile, artista e maledetto, che anticipa una Rivoluzione già nell'aria, criminale e prigioniero della sua stessa natura, ma anche salvatore, taumaturgo per folle osannanti. Un romanzo geniale e fuori dal comune, che chiunque ha naso leggerà di un fiato. 

 

L'ho regalato..

 4) 1980  Uomini, boschi e api, Einaudi Tascabili, 1998, pp.194

 I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare. (Mario Rigoni Stern)

Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall'autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai cigliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente e inesorabilmente stanno scomparendo. Almeno qui, nel mondo occidentale.
Nella prima parte leggerete ricordi di tempi assai tristi quando, da giovani ci trovammo coinvolti in quella che dalla storia viene definita "Seconda guerra mondiale". Leggendo piú avanti troverete anche storie di animali selvatici e di uomini che vivevano e qualcuno ancora vive in un ambiente sempre piú difficile da conservare. (Mario Rigoni Stern)


me l'hanno regalato

 



giovedì, 21 luglio 2005


categoria:letteratura italiana
 

"La provincia italiana del dopoguerra",
dice  Severini; "è quella in cui ho cominciato a guardarmi intorno, trovando tutto straordinario.
Volendo potrei farti un elenco dei motivi per non essere troppo allegri, ma, malgrado tutto, ero un bambino felice.
E ho molto amato quel mondo così più povero di quello di adesso; ma persino più quotidianamente creativo degli anni della "liberazione della creatività".
Forse tutte le infanzie sono incantate, magiche. Ma c'è davvero una differenza abissale tra un mondo scandito dal succedersi delle stagioni in un paese di collina, e il mondo in cui il tempo è misurato dal mutare dei consigli per gli acquisti, che forse sono persino la parte più guardabile della televisione, e si aspettano le svendite e le vacanze e il weekend tutti in fila…”


E’ questa l’atmo§fera che desideravo trovare nel libro… ed è quella che ho trovato scegliendolo per caso, tra tanti altri, nella sezione scrittori delle marche della biblioteca.
L’intento era appunto quello di leggere un libro con atmo§fere familiari, antiche o attuali non importava, basta che ci avrei trovato un sorta  di aggancio con le mie radici.

Premetto che solo poi, dopo aver letto questo libro di Gilberto Severini ho saputo che lui continua a rappresentare un caso strano nel mondo editoriale italiano: è elogiatissimo dai critici, adorato da molti colleghi scrittori e amato da un manipolo fedelissimo di lettori, ma in qualche modo è sempre lontano dal successo letterario.

Ho saputo anche  che si augurano in molti che  il grande pubblico si renda conto del suo grande talento di narratore :pare infatti che sia un interprete eccezionale della vita di provincia, dei suoi misteri e delle sue meschinità.
In questo, per ora unico, libro che ho letto, la sartoria, appunto, credo che ci sia molta della mia provincia, o meglio della provincia in genere,  del dopoguerra italiano, di quando lo stile di vita, e un po’ mi ricordo persino, era molto diverso da oggi.
 
Il libro comincia così:

Per più di un anno, tutti i giorni tranne la domenica, ho vissuto nella sartoria di mio zio. Sembrava la soluzione più ragionevole per occupare il tempo senza affaticarsi. Il dottore aveva detto che per un po' non dovevo fare niente. Non ero proprio malato. Ero un figlio della guerra, anemico e stanco.”
Parla un ragazzino alle soglie dell'adolescenza che, costretto a un lungo periodo di riposo prescrittogli dal medico, passa un anno circa della sua vita nella frequentatissima sartoria dello zio Guglielmo a "studiare l'umanità".
E mentre si interroga su quale sia la vera nobiltà: se quella di nascita e quella d'animo, assiste - quieto e guardingo - a prove d'abiti dietro una pesante tenda rossa che ha "il fascino di un sipario teatrale e il potere dei divieti". 
Da questo suo osservatorio privilegiato, seguirà inoltre le vicende del signor Aldino, un "vero nobile", ospite assiduo della sartoria che preferisce la compagnia dei ragazzi a quella dei notabili del luogo….
 
La trama qui si infittisce e non mi sembra giusto raccontarla…
 
Dico solo che il tutto ha il profumo seducente che hanno le tranquille abitudini di un mondo ormai scomparso… tra rancori e indulgenze… con una malcelata voglia di mettersi in mostra e confabulare dei fatti altrui, tra fuochi d'artificio che fanno pensare ai bombardamenti e  fiere con fachiri e pappagalli, processioni e feste patronali e onorevoli in transito, tra canti stonati e pranzi di matrimonio allegri e rurali… disegnando i contorni inconfondibili di una cauta ma irresistibile voglia di vivere, a un passo dall'immanente modernità.
 

Gilberto Severini, originario di Osimo nelle Marche, autore di racconti e romanzi tra cui Congedo ordinario (Pequod 1996) e Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Rizzoli 1999), è maestro del racconto lungo o romanzo breve, che sembra essere il genere a lui più congeniale. Ha pubblicato tra l'altro: Consumazioni al tavolo, Sentiamoci qualche volta, Feste perdute, Fuoco magico, Un breve autunno, Congedo ordinario e la raccolta di versi Nelle aranciate amare e altri refrain. Il suo ultimo libro Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Premio Arturo Loria) è uscito presso Rizzoli.

scritto da .....ella | 10:38 | commenti (3)

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domenica, 26 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 



Nessuno lo saprà.

Viaggio a piedi dall'Argentario al Conero

"La gente capisce le cose solo quando sono già successe, mai mentre accadono."

  
Ho letto questo aforisma, scovato on the web, di Enrico Brizzi che mi fa pensare che forse questo libro ci racconta le  tre settimane di marcia - un coast to coast tutto  italiano, dal tirreno all’adriatico, precisamente dall’Argentario al monte Conero, cominciato con il fratello e completateo poi con altri  tre amici, con la consapevolezza di voler capire le cose appunto  mentre accadono.

 Leggo dalle recensioni: 
 "
Basta uscire dal centro abitato - e già non è facile - e imboccare la prima strada bianca che sale in mezzo ai colli per rendersi conto che smarrirsi è un'eventualità più che concreta, che un cane randagio non è proprio una minaccia da nulla, che individuare il posto ideale per piantare la tenda può richiedere assai più tempo del previsto, che neppure trovare un agglomerato di case munito di bar è così ovvio e che niente, per la verità, è più come prima, scontato come prima.”    

 

 

Al resoconto delle avventure del minuscolo drappello si aggiungono man mano sulle pagine, impressioni, visioni, suggestioni e storie che il territorio, vero protagonista di questo libro, lascia sgorgare così, in maniera quasi spontanea.
 

Lo leggerò.

OT: Enrico Brizzi è già autore di  - Bastogne (1996) - Elogio a Oscar Firmian e del suo impeccabile stile (1999) - Jack Frusciante e uscito dal gruppo (1994)-  Lennon Guevara Bugatti (con Cantini Sauro) (1997)  - Paco & il più forte di tutti (1997)  - Tre ragazzi immaginari (1998) -  L’altro nome del rock (2000) - Razorama (2003)

scritto da .....ella
scritto da redazioneparnaso | 06:26 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti .Edizioni L'Immagine.Euro 10.

"...Basta saper immaginare un'isola, perchè quest'isola
incominci realmente ad esistere."

Un racconto lungo in forma di lettere agli amici,
da un paese, la Kirghisia,
in cui è giunto per caso,
ha assistito al miracolo di una società a misura d'uomo,
dove la serenità permanente non è un utopia, ma un bene reale e comune.

In Kirghisia non si lavora più di 3 ore al giorno, a pieno stipendio.
Le rimanenti 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all'amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. Le riforme attuate: chi appartiene al governo mantiene lo stesso stipendio che percepiva nella sua precedente attività; la scuola è stata riformata, trasformata in parchi della vita, dove i bambini e i ragazzi dai 5 anni fino agli undici giocano e imparano; il meccanismo dell'imparare è diverso dallo studio obbligatorio.
Ci sono le case del Sapere, non esistono né compiti, né interrogazioni, né voti. Le conversazioni e le visite nella varie case, comunicano una serie molto vasta di informazioni. Dopo i 16 anni i ragazzi praticano nel lavoro la maturità che hanno raggiunto visitando le varie case.
A chi ruba viene richiesto di vestire di giallo per un periodo equivalente a quello che dovrebbero trascorrere chiusi in cella.Devono spiegare a chi incontrano le ragioni che li hanno spinti a infrangere una norma comunemente stabilita, quella appunto di non rubare.

Chiunque provi il desiderio di fare l'amore lo segnala agli altri, mettendosi un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che sia più agevole avviare il corteggiamento. Ora che la tenerezza, la sensualità e l'amore fanno parte dei naturali comportamenti umani è scomparso tra noi ogni fenomeno di ipocrisia, di pornografia e di misticismo.
I veicoli sono elettrici e non fanno alcun rumore. La pubblicità è stata eliminata e tutto costa metà prezzo di prima.
Qui in Kirghisia, invece di seppellire i morti per arma da fuoco, si sono seppellite le armi da fuoco. In Kirghisia, quando compi 18 anni ti viene regalata una casa.
L'assenza dell'esercito e delle armi sta procurando un buon pranzo caldo e gratuito al giorno, gli anziani vengono venerati.

Utopie?Anche quando Leonardo progettava le sue macchine volanti, o quando si comincio' a parlare di pitture in movimento( Il cinema)sembravano utopie..

Silvano Agosti, regista, sceneggiatore e scrittore irregolare quanto geniale, un giorno è stato costretto a uno scalo tecnico nella leggendaria Kirghisia. Lì ha scoperto un mondo diverso dal nostro, dove si lavora tre ore al giorno e tutto funziona a meraviglia, dove i bambini apprendono giocando, dove tutte le armi sono state sepolte ed è stata abolita la violenza, dove chi ha voglia di fare l'amore, per farlo sapere agli altri si mette semplicemente all'occhiello un piccolo fiore azzurro. Ha deciso di prolungare di qualche giorno la sua forzata permanenza e ha inziato a scrivere lettere agli amici in cui racconta la via kirghisa alla felicità. Tra i suoi corrispondenti Fabio Volo, che presenta Lettere dalla Kirghisia insieme a Silvano Agosti. 

"Ogni estraneo è la parte sconosciuta di noi
che il destino ci offre,
ogni incontro è portatore di mistero" (Poeta kirghiso).

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 06:14 | commenti (2)

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categoria:letteratura italiana
 

Il maestro magro
Stella Gian Antonio

Casa editrice: Rizzoli
Collana: La Scala
Anno pubblicazione: 2005
Genere: letteratura italiana
pag. 314 -  prezzo € 17

 

I maestri magri erano detti così per una legge che, nel primo dopoguerra, conferiva uno stipendio minimo (da cui la qualifica di 'magri') ai maestri che riuscivano, con inventiva, a radunare una classe di analfabeti da scolarizzare. Spesso erano anche adulti e spesso il modo in cui i maestri riuscivano a formare una classe era una vera e propria seduzione. Ariosto Aliquò, detto Osto, figlio di un tappezziere puparo, protagonista di questo romanzo, venuto nel poverissimo Polesine dalla calda Sicilia, si inventa un baratto: la musica suonata con la sua fisarmonica per le feste della piccola comunità, contro la frequenza a scuola.
 E' in questa cornice paesana che incontra Ines, una vedova bianca, a donna di cui si innamora, l'amore della vita.
Da lì, per sfuggire alle logiche piccole, asfittiche e bigotte (sia cattoliche che dei militanti comunisti), si trasferiscono a Torino, in uno di quei condominii popolati di immigrati del sud, i luoghi dove si è fatta davvero, con un secolo di ritardo rispetto all'unità storica, l'unità italiana.
Tanto la prima parte del libro è piena di acqua, personaggi e storie di paese, dialetti (è bellissimo leggere queste pagine ad alta voce, si fa teatro), tanto la seconda è uno spaccato di com'eravamo, mai retorico, mai piagnone. onesto, reale, intrecciato con fatti di cronaca che danno un bel ritratto di un'italia che aveva del magico: non siamo mai più stati posseduti dall'entusiasmo storico dei '50, da quella voglia irrefrenabile di rinascere. viene nostalgia del boom anche a chi è nato 20 anni dopo... e come si fa, d'altronde, a non avere nostalgia per un tempo dove tutto sembrava possibile?

"E tu mi vuoi dire che è tutto vero?"
"Quasi tutto. A volte la realtà ha troppa fantasia"

Gian Antonio Stella, vicentino, inviato del "Corriere della Sera", è una delle firme più brillanti del giornalismo italiano. Tra i suoi libri ricordiamo Schei, Lo spreco, Chic, Tribù, L'orda e Odissee.

scritto da Paola Roli

di questo libro si parla anche QUI.
scritto da redazioneparnaso | 06:03 | commenti

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sabato, 25 giugno 2005


categoria:letteratura italiana, letteratura per ragazzi
 

Le parole magiche di Kengi, il PensierosoLe parole magiche di Kengi, il Pensieroso
Paolo Lanzotti
Piemme, 1998


Collana Libri per Ragazzi

Ho sentito parlare di questo libro dal suo stesso autore, sul forum della Writers Magazine Italia già qualche tempo fa. Il titolo mi aveva incuriosito e ho deciso di ordinarlo. Il mio libraio di fiducia ci ha messo un mesetto per farmelo avere, ma alla fine c'è riuscito. Ebbene, dal giorno in cui ne sono entrata in possesso, io e mio figlio ce lo siamo litigato. Devo essere onesta, la cosa mi ha fatto un gran piacere. E' uno di quei libri che piacciono, per argomento e per ambientazione storica, a mio figlio ma appena letto l'incipit, ne sono rimasta catturata anche io. E poi, vederlo ignorare letteralmente un nuovo gioco del Game Boy appena regalato al fratello - in altre occasioni se lo sarebbero litigato a morte! - e invece restare incollato alle pagine del libro, immerso nella lettura e assolutamente insensibile a qualsiasi sollecitazione, è stata una grandissima felicità. Ho approfittato di due giorni di scuola intensi, e impegnati da un punto di vista sportivo, per "rubarglielo" e leggerlo in fretta. E' stata una lettura piacevolissima e a tratti appassionante. Non è solo la storia avventurosa di un ragazzino di tredici anni che si trova a salvare la vita ad un uomo potente e a ottenere così, come premio per questo gesto, la realizzazione di un suo sogno segreto. E'  una parabola sulla lettura, sui misteri del desiderio intrinseco in alcuni di scoprire cosa è scritto, e l'appropriarsi del significato delle parole, dei segni, della scrittura stessa. E' anche una tenerissima e delicata storia di amicizia e forse di amore, comunque di solidarietà e sostegno. E' la storia dolce e anche un po' amara, ma a lieto fine, del passaggio dall'età infantile all'età adulta con tutte le difficoltà e le peripezie che bisogna attraversare per approdarvi.
Un libro che consiglio a tutte le mamme che non sanno che libro acquistare per le vacanze, da far leggere ai propri figlioletti. Io adesso sto riprendendone la lettura ad alta voce, per il figlio più piccolino. E anche al piccolo la storia di Kengi e delle sue parole magiche, sta piacendo moltissimo.

Chiedo scusa, se mi permetto di recensire un libro per ragazzi. Essendo mamma attenta anche alle letture per i miei figli, ogni cosa che leggono loro, la leggo anche io. Un po' per invogliarli, un po' per sincerarmi che ciò che leggono sia comprensibile e nel caso spiegabile in qualche modo. Questo libro è molto carino, perché non solo per ragazzi. Piacevole favola sulla scrittura e sulla lettura. Per tutte le età. Un buon consiglio per tutti. Insomma, da una fan sfegatata di Geronimo Stilton, un libro che non parla di topi, ma di un piccolo scriba sumero. 

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 07:34 | commenti

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venerdì, 24 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 
“DARE L’ANIMA”
Lo storico Adriano Prosperi indaga su un infanticidio
 
Un libro di storia vera, scritto da uno storico vero – uno dei maggiori – “sta andando a ruba”. Potenza di un’intervista (”La Repubblica” del 20 giugno), ma più ancora l’aggancio che ha con l’attualità, e la sua qualità. Parlo di “Dare l’anima”, storia di un infanticidio. Editore Einaudi. Autore Adriano Prosperi, 66 anni, toscano di Cerreto Guidi (provincia di Firenze), docente di Storia dell’età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Siamo a Bologna nel 1709. Lucia, una servetta, una “putta honorata”, è sedotta da un prete giovane in un andito, sotto i portici dei limonari, mentre impazza il carnevale. Un’avventura che si conclude quella sera stessa in un’osteria, con una cena a base di tagliolini, pane e mortadella.
Altra scena, mesi dopo. Esattamente il 5 dicembre dello stesso anno. Il facchino Domenico Prata denuncia al tribunale criminale che una sua vicina, Lucia appunto, ha partorito un bambino che poi è morto. Non dice com’è morto, ma dà il via alle indagini che approdano rapidamente alla scoperta di un infanticidio e al conseguente processo che si conclude nel gennaio del 1710. La vicenda consente a Prosperi di esaminare l’atteggiamento della Chiesa, e non solo, nei confronti della donna, del sesso e della maternità. Ben scritto, documentato allo scrupolo, si legge come un romanzo. E’ il frutto di vent’anni di ricerche. Ed è acqua fresca dopo l’amaro fiele di tutti i libri pseudostorici, che hanno invaso le librerie negli ultimi tempi. Rispondendo a un’osservazione nel corso dell’intervista di Susanna Nirenstein  (“Ieri si agiva a costo della morte, oggi a costo della persona/donna, della sua vita), Prosperi afferma: “Si torna alla vecchia alternativa tra la salute della donna e il diritto del figlio. Una volta stabilito per legge che l’embrione è persona e in quanto tale ha diritto alla vita, non so come si metterà per la legge sull’aborto”. Con Einaudi, Prosperi ha pubblicato “Tribunali della coscienza” (1998), “Il Concilio di Trento” (2001) e, con Paolo Viola, “Storia moderna e contemporanea” (quattro volumi, 2000). Con Feltrinelli, “L’eresia del libro grande” (2000). (r.car.)
scritto da Padule | 16:47 | commenti

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martedì, 21 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 

 

Leonardo Colombati
Perceber - Romanzo eroicomico
Sironi editore

Perceber è un'opera davvero difficile da recensire, tanto è quello che c'è dentro. La trama? Complicata. Il linguaggio? Originale. Le fonti? Infinite. Il periodo di ambientazione? Ballerino. Insomma è un libro complesso da leggere come è stato complesso da scrivere. Non per niente Colombati ha impiegato molti anni a farlo. Non fatico a crederlo. Basta pensare alle centinaia di citazioni che vi sono riportate, o all'immenso lavoro sulla Cabala e i suoi simbolismi.
Non so niente di Cabala e sorvolo su questo punto con estrema tranquillità, visto che un grande come Enzo Siciliano ha fatto esattamente la stessa cosa alla presentazione romana dell'opera. Dico però che questa specificità del libro lo rende faticosamente leggibile, poichè è necessario andare continuamente a vedere le note. Lo stesso vale per le citazioni. E qui ve ne sono di qualunque genere.
C'è di tutto, come ho detto. C'è la storia, la cronaca, l'amore, l'assurdo, il caso, la pedofilia, l'omosessualità, la canzone italiana e straniera attraverso i secoli, e molto altro ancora. E tenere le fila di tutte queste cose catalizza l'attenzione distraendola dall'ossatura del libro: la trama. Addirittura, a tratti, ho avuto l'impressione che la trama non fosse poi così importante, ma lo fossero di più i mille riferimenti a tutto quanto sopra detto, frutto di un grosso lavoro di studio e ricerca di informazioni. Chissà, forse se ne potevano fare tre di libri con tutto quello che c'è in Perceber.
Insomma, ho faticato a leggerlo. Anche se sono arrivata fino in fondo.

scritto da Spuma | 09:58 | commenti

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sabato, 18 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 
TRA MORTE E ALLEGRIA
IL SOGNO DI LUIGI TESTAFERRATA
di Riccardo Cardellicchio
 
Luigi Testaferrata torna al romanzo (“La morte e l’allegria”, editore Titivillus), dopo un libro di prose di viaggio e una raccolta di racconti, e lo fa con un tuffo nel passato. Riparte dall’”Altissimo e le rose”, che gli valse, nel 1980, il premio selezione Campiello e (nel 1981) il Premio Chiavari.
Torna la Repubblica sognata in Versilia, sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta, d’estate. Tornano alcuni amici e di altri si parla e si mette in risalto la mancanza. Ci si muove in Firenze. Una Firenze che non è più l’emblema della cultura, ma una cosa vecchia e stanca che sta davanti a una moltitudine di turisti ignari. Tuttavia, al protagonista – l’io narrante – e ai suoi amici, riesce a procurare emozioni, perché loro – una sorta di eletti – sanno dove andare a scovarle.
Il protagonista, che continua a sognare a occhi aperti, il cuore in tumulto di fronte a un nome, un luogo, un particolare, non piange, ma è come se lo facesse. Le senti, addirittura, le lacrime che vanno giù per le guance non più giovani - quando il discorso cade su uno che non c’è più, uno appartenente alla grande illusione della Repubblica della Versilia, capace di fare tabula rasa della realtà per entrare in Utopia.
Lo accompagna, in questo viaggio nostalgico, Lucia, una giovane donna, che non appartiene al suo passato né dei suoi amici, ma lo conosce bene, e ne parla: incarnazione – forse – della donna del gruppo, la donna amata (la donna ideale) – Virginia. Che non c’è. Che non può esserci. E che riesce a strappare all’Io narrante un  doloroso “Oh Virginia, Virginia”.
Pappagallino, Luccica, Baffardello, Paolo, Avvocato, Giorgio, Ivan, Alberto, Sergio, Aldo, Luciano, Manlio, Marcello, Globettrotter, Carlo, Riccardo, Nanni. E lui, Gigi. Soprannomi e nomi di insegnanti, scrittori, poeti, pittori, giornalisti, liberi professionisti, i quali, a un certo punto, si rendono conto di essere stati dei Dorian Gray, forse alla rovescia. Protagonisti, comprimari e semplici fiancheggiatori di un grande sogno. E uno di loro, esasperato con Firenze, sofferente, afferma: “Abbiamo vissuto alla luce della cultura che fino all’ultimo abbiamo pensato, sperato di salvare. Ci ricordavamo di voi e del vostro tentativo che, anche se fallì, non fallì mai. Le vostre idee a disposizione del mondo, il vostro nuovo umanesimo che avrebbe dovuto proteggere la terra ci avevano esaltati come da giovani ci esaltarono i Fari baudelairiani”.
E un altro, Giorgio, sul finire, si lascia andare a un ricordo struggente: le malinconie di tutte le estati, specialmente di quella in cui si illusero, tutti, di poter dar vita alla nuova Repubblica. Quelle malinconie che “cominciavano subito dopo il giorno del solstizio - alla fine di giugno, quando qualcuno di noi, per mettere il dito nella piaga, senza sapere il male che faceva a tutti, leggeva nel Sesto Caio Baccelli che il giorno si era già accorciato di quattro minuti”.
Romanzo colto, con rimandi continui ai padri della letteratura non solo nazionale, sorretto da una scrittura precisa. Senza sbavature.
Luigi Testaferrata (classe 1932), formatosi alla scuola di Giuseppe De Robertis, ha insegnato, per ventitré anni, Italiano e Latino nei Licei e, dal 1979, è stato fino alla pensione preside del liceo ginnasio "Virgilio" della sua città, Empoli
Nel suo carnet troviamo anche “Placide pene d’amore” (1983); “Tenera come colomba” (!987), premio Enna-Savarese e Premio Sirmione-Catullo; “Perché ho ammazzato Leopardi?” (1990); “I cenci e la vittoria” (1996). Ha collaborato a  La Voce Repubblicana ai tempi di Ugo La Malfa, a Il Giorno diretto da Guglielmo Zucconi, a Il Giornale e a La Voce di Indro Montanelli. Scrive su Bell’Italia di Giorgio Mondadori, su Erba d’Arno di cui è redattore e su Toscana Qu" diretta da Giorgio Batini per l’editore fiorentino Bonechi.
Per il ritorno al romanzo,  Testafferata si è affidato a un’editrice toscana emergente, la Titivillus, che ha sede a Corazzano (San Miniato). Nella collana “Alberi” annovera numerosi scrittori toscani.
 
 
 
scritto da Padule | 18:22 | commenti

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giovedì, 02 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 

Machiavelli Il Principe


Natura, Fortuna e Virtù.

 
Se c’è un personaggio della banda Disney che mi sta proprio antipatico, quello è il cugino Gastone. Creato da Carl Barks nel 1948, Gastone Paperone doveva presentarsi all’inizio come un rivale di Paperino in fatto di fanfaronate. Gastone ha una fortuna sfacciata. Se cercate di liberarvi di lui gettandolo in un pozzo, state pur certi che scavando nel fondo è capace di scovare un giacimento petrolifero che gli frutterà fantastiliardi. Ciò che ce lo rende maggiormente irritante è che si tratta di un papero senza qualità e senza meriti: è azzimato, infido ed egoista, veste come un dandy e ha la sfrontatezza di colui che si fa strada nella vita consapevole di ottenere un sicuro successo.
 
Gastone è abbastanza simile, per certi aspetti, ad Astolfo, il paladino incaricato di andare a recuperare sulla luna il senno perduto di Orlando, impazzito d’amore per la pagana Angelica nell’ Orlando Furioso di Ariosto. Astolfo è un personaggio incongruo: bello e vanesio, bravo a parole ma di poco valore; come guerriero è un millantatore (usa infatti armi fatate che i paladini disdegnano perché l’usarle non rende nobile il cavaliere).
Come recita un saggio detto popolare, sembra che la Fortuna sia cieca – a dispetto della sfiga, che dall’ottico risulta sempre avere una vista di undici decimi. Nella novella di Cisti Fornaio del Decameron (VI, 2) Boccaccio mette in bocca al personaggio di Pampinea l’opinione che Natura e Fortuna sono le due ministre del mondo, e in sostanza “Che si potrà dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien più degni di guardar porci che d’avere soprauomini signoria?” (Decameron, X, 10).
 
Se per Dante, legato a una concezione medievale del cosmo, la Fortuna è il prodotto dell’intervento di un’intelligenza divina, ovvero l’esito – in tempi posteriori – della divina provvidenza di matrice manzoniana, per Boccaccio Natura e Fortuna sembrano essere gli effetti del caso, che senza costrutto e logica dispensa e toglie. L’universo del Decameron è preda del caos e all’ingegno umano risulta arduo contrastare le forze immani delle due Ministre.
 
Ma allora, come conciliare un’altra espressione piuttosto in voga che vede l’uomo come artefice del proprio destino? Vale la pena di darsi tanto da fare, organizzarci la vita, elaborare progetti, intraprendere imprese il cui esito è in mano alla provvidenza o al capriccio del caso?
Buon per noi che ci viene in soccorso l’intelligenza luciferina di Machiavelli, arguto e lungimirante intellettuale il cui pensiero non è stato minimamente intaccato dal trascorrere dei secoli. Il Principe, oltre ad essere quel controverso trattato che rivendica per la prima volta nella Storia la decisiva autonomia della politica come scienza, è un compendio intrigante e ricco di immagini, di vivide metafore sulle forze che regolano la realtà concreta e i fenomeni che concorrono a determinarla.
 
Nel capitolo VI del Principe Machiavelli analizza l’operato di personaggi illustri: Mosé, Ciro e Teseo conseguirono grandi risultati grazie alla loro Virtù. La Fortuna si era limitata ad offrire loro l’occasione favorevole, che fu loro merito aver saputo riconoscere e sfruttare. Un ingegno e un’abilità di questa portata non si improvvisa; è il prodotto di un affinamento e di una pratica che può durare una vita. La Virtù per Machiavelli non ci mette comunque al riparo dalla Fortuna (intesa anche qui come caso favorevole o no). Anche un principe come Cesare Borgia, baciato dalla Fortuna nella sua iniziale carriera politica, abile e spregiudicato nel manipolare e piegare a proprio vantaggio gli avvenimenti sulla ribalta della Storia, soccombe precocemente alla malignità della Fortuna che ne determina la disfatta.
 
Nel Principe Machiavelli dedica alla Fortuna un intero capitolo, il XXV, chiedendosi se la Virtù sia in grado di resistere al suo potere. In generale sembra a Machiavelli che la Fortuna sia arbitra a metà delle azioni umane. Ne conseguirebbe che l’umanità abbia la possibilità di determinare in parte il proprio destino. La Fortuna  è come un fiume rovinoso; i tempi e le circostanze mutano in continuazione e solo con la Virtù siamo in grado di costruire argini e ripari. Certo è che la Natura umana è immodificabile. Siamo ciò che siamo, con le nostre peculiarità e inclinazioni, ma disponiamoci a pensare con Machiavelli che ottiene esito positivo chi, col suo operato, si accorda all’opportunità del momento. Esito negativo otterrà invece chi agisce in disaccordo con i tempi.
 
Mi sembra un invito ad ottenere una maggiore consapevolezza di noi stessi, attraverso la continua curiosità, attraverso il fine della conoscenza. Inutile affidarsi a un’entità esterna, alla volubilità dell’intervento divino, alla manna che precipita dal cielo. Stringiamo il nostro destino tra le mani, più prosaicamente, come diceva Sharon Stone qualche tempo fa (mutuando forse l’opinione di Hugh Hefner, il miliardario creatore di Playboy) quando osservava che le donne sembrano non essere del tutto consapevoli di essere sedute sulla loro Fortuna.
Rimbocchiamoci le maniche e smettiamo di farci venire il sangue cattivo per Gastone che, comunque sia, antipatico era e antipatico resta.

 P.s. Se siete intenzionati a leggere Il Principe di Niccolò Machiavelli vi consiglio caldamente la Nuova edizione a cura di Giorgio Inglese per Einaudi Tascabili (Euro 8,80), con una appendice di Federico Chabod.
 
scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 11:19 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 

 

Titolo     Fiona
Autore   Covacich Mauro


Prezzo € 17,00
Anno 2005
Editore Einaudi
Collana Supercoralli

 

 

 

 

Mauro Covacich è uno che corre, non per niente il suo ultimo libro titolava 'a perdifiato' e parlava di maratone.
Si sente anche in questo libro che il ragazzo corre.

Se fosse un film, sarebbe una specie di action movie, con tinte di noir, una cosa in cui la tensione monta come un'onda, lentamente, mentre tu leggi sempre più avidamente e dici 'no, dai, non può farlo davvero'.
E quello a cui ti riferisci è il piano sotterraneo del protagonista che, visto dall'esterno, è il caposquadra degli autori del grandefratello (qui si chiama Habitat), affermato, rampantino, benestante.
Con la moglie anoressizzata da una specie di rabbia interiore, ha adottato questa bambina di colore che non parla, non comunica, è chiusa in una sorta di autismo, e cela un segreto.
(Il segreto è il filo che lega questi tre personaggi a una misteriosa donna rossa, la dea dei platani, inquietante figura che appare e scompare e spia le loro vite da molto, troppo vicino).

Leggi questo libro e sei contemporaneamente dentro e fuori la realtà di questi tempi, dentro e fuori la televisione, dentro e fuori la cronaca.

Una radiografia dei tempi: la guardi in controluce e vedi che:
a) veramente son bruttini e poco luminosi
b) se questo scrittore ci ha preso, sono anche peggio di così.

(ps: in verità è un libro che ho quasi letto perchè mi mancano ormai solo poche pagine, però lui lui mi ha anticipato, in un dialogo telefonico privato, che il finale vero della storia (chi lo leggerà, mi ha detto,  scoprirà che la narrazione si ferma un attimo prima) è un XXXXXX
(censura suspance a cura della Redazione)

scritto da Paola Roli

 

scritto da redazioneparnaso | 10:40 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 

 

Titolo    Libera i miei nemici
Autore  Carbone Rocco


Prezzo € 16,50
Anno 2005
Editore Mondadori
Collana Scrittori italiani e stranieri

 

 

Il protagonista, Lorenzo, insegna letteratura in un carcere femminile.
Si adoprerà in tutti i modi perché Lucia, ex terrorista e detenuta in un braccio di massima sicurezza, entri a far parte della sua classe e la convince a partecipare alle sue lezioni e a chiedere un permesso per uscire dal carcere
Sarà proprio lui ad accompagnarla in una gita al mare che per lei rappresenterà il primo giorno all'aria aperta dopo vent'anni.
Intrigante il rapporto che nasce fra i due.
Forse è amore, forse è altro.
Forse è quella capacità insondabile che ha la vita di chiudere prima o poi tutti i cerchi.
Di destini, oltre a questi due, se ne intrecciano altri.
E le ultime due pagine del libro svelano i nodi, i legami.
E tutto torna al suo posto, esattamente come quando apri gli occhi e trovi gli oggetti della tua stanza nel loro ordine giusto, nella luce.

(ps: Lorenzo è l'alter ego di Rocco Carbone: anche lui è professore di italiano nel carcere di Rebibbia.
(Rocco carbone - insegnare a Rebibbia)
Ha proprio scelto questo mestiere, lo ha fatto per dare una svolta alla sua vita e questo implica un sacco di cose. Chi leggerà il romanzo, capirà perché.)


scritto da Paola Roli

scritto da redazioneparnaso | 10:21 | commenti

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domenica, 03 aprile 2005


categoria:letteratura italiana
 
Ventennale dell’assassinio di Ezio Tarantelli
 
Contro chi
La primavera spezzata di Ezio Tarantelli
di Marco Maria Sambo
 
Castelvecchi Edizioni
Collana: Le Navi
Pagine:160  € 12,00
Uscita: 25 marzo 2005
 
Marco Sambo racconta in prima persona i giorni dell¹attentato delle Brigate Rosse contro suo zio Ezio Tarantelli, professore universitario e studioso del mercato del lavoro.
Tarantelli fu ucciso il 27 marzo 1985, quando Marco era ancora un bambino, e il libro intreccia il ricordo di attimi di vita familiare con la convulsione e l¹angoscia che pervase tutta la società italiana. Il dolore di una famiglia diviene così il simbolo di un¹intera vicenda nazionale.
Oggi Marco ha la stessa età dei giovani che hanno compiuto, in anni più recenti, gli attentati mortali contro D’Antona e Biagi. E ha deciso di prendere la parola, non solo per un omaggio alla figura di Tarantelli, ma per proporre una testimonianza, per piegare le emozioni e lo strazio alla disciplina della coscienza, della memoria, della scrittura.
 

Marco Maria Sambo (Roma, 1975) ha svolto studi classici e di architettura. Per la Castelvecchi ha pubblicato Labirinti. Da Cnosso ai videogames (2004). È figlio di Maria Cristina Tarantelli, sorella di Ezio.

scritto da .....ella
scritto da redazioneparnaso | 08:19 | commenti

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domenica, 27 febbraio 2005


categoria:letteratura italiana
 
 


[Di qua e di là dal cielo - Giampaolo Spinato - ed. Mondadori]

Seguo il "blog-site" di Giampaolo Spinato da ormai quasi un anno, apprezzandone la versatilità non solo linguistica, ma anche grafica. Non so se sia lui il webmaster, ma ad ogni visita, il sito cambia aspetto, non immediatamente, anzi, con una lentezza esasperante, a volte si tratta solo del colore di un ipertesto, o un'aggiunta di frasi o l'inserimento di un javascript... eppure, l'evoluzione del sito, è stata in questo ultimo anno radicale. Dal nero e rosso, del periodo buio della guerra in Iraq e il suo No War World Wide Web, ad oggi, con sfondo bianco e micro-grafica. Lo scrivere di Spinato, sul blog, almeno per quello che è presente nelle varie sezioni (ed è tantissimo, rispetto ai siti/blog di altri suoi colleghi) è intrigante. Duro, difficile, estremamente forbito e a volte aulico. I testi teatrali poi, a volte hanno l'effetto di un grosso ceffone ben assestato, colpiscono, e l'effetto emozionale rimane a lungo, nella mente, a lievitare e a riflettere. Immaginavo, leggendo i suoi libri, di trovare lo stesso scrittore, le stesse parole e gli stessi effetti "speciali". Invece, Spinato mi ha stupito nuovamente. Di qua e di là dal cielo, è il suo terzo libro. Gli altri due, dai quali avrei voluto iniziare, sono difficilmente reperibili nelle librerie, già ho dovuto fare salti mortali, ordinando ben tre volte, a diverse librerie Mondadori questo, più recente, del 2001. Di qua e di là dal cielo è la storia di alcuni ragazzi, di due bande rivali che si fronteggiano in una Milano anni 70, che espongono e che scompongono le loro diversità sociali e dialettali. E' il percorso di vita di ragazzi che stanno per entrare, volenti o nolenti, in una parte di storia che cambierà forse per sempre, l'incedere sonnecchiante e speranzoso di un Italia post boom economico. Ma lo stupore che ha generato in me il leggere questo libro, è che tutta la storia, tutte le azioni e i sentimenti, la caratterizzazione e la descrizione puntuale dei personaggi e dei sentimenti dei personaggi del libro, avviene sotto forma di dialogo, quasi un film scritto, un testo teatrale romanzato. Inizialmente lo stupore è disagio, un senso di ribellione alla proposta inusuale di un testo che esce dai canoni classici del leggere a cui sono e mi sono abituata, ma quasi silenziosamente, lentamente, si trasforma in cattura, attenzione per diventare passione e commozione. E quando un romanzo lascia alla fine il desiderio di tornarvi sopra più volte, quel romanzo ha raggiunto lo scopo: catturare il lettore. Esattamente come il sito del suo autore. Ovviamente, aspetto la fine di gennaio, per leggere il prossimo in uscita.

recensione pubblicata sul mio blog il 20 gennaio 2004. ritengo che sia uno scrittore da tenere d'occhio.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 12:41 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

Avevo sentito parlare di un libro che, udite udite, era letto e preferito dai ragazzi 16/18enni.
Potevo evitare di leggerlo, sentendone parlare nel programma di radio3, guardando il libro, pensando, ecco, cosa ci sarà dentro, come avrà fatto
a farsi leggere dagli adolescenti, che magari tutto fanno, meno che passare il tempo a covarsi il piacere della lettura?

Allora mi sono deciso, l'ho comprato, l'ho quasi letto tutto, con estrema sofferenza, a cominciare dalle prime pagine, andando avanti, quasi finito.
No, io salvo tutto, se si legge, ma questo libro è per disarticolati mentali, questo libro è scritto per chi vuole fare una sceneggiatura di un film dei fratelli Vanzina..eh veramente, anche se lo leggessero, gli adolescenti, questo libro, non farebbe venire loro la voglia e il piacere della lettura.

Solo quello di comprarsi una vespa, una maglietta, un gelato..di vedersi una trasmissione tv,ascoltarsi un mp3..ma leggere,leggere è altro.( ps. per la prima volta ho rischiato il coma da lettura irritante, ho bisogno di un antidoto efficace, rileggero' Pavese)

Federico  Moccia

Tre metri sopra il cielo

Feltrinelli, Collana Super Universale Economica
Pagine: 320
Prezzo: Euro 10


 Premio Torre di Castruccio, sezione Narrativa e Saggistica 2004
 Premio Insula Romana - Sezione giovani adulti 2004
 
 

In breve
Un libro di culto che è circolato in versione fotocopiata fra i giovani romani. Una grande storia d’amore. Da una parte i giovani, la vita di gruppo, le moto, le sfide, dall’altra i vuoti e i silenzi di famiglie infelici. Giulietta e Romeo, Gioventù bruciata, Love story. Un microcosmo di vite arrabbiate che cerca di staccarsi da terra. Un libro che è diventato un film (distribuzione Warner Bros). 
 
Il libro
Le ragazze vestono Onyx, o qualunque sia l’ultima marca in fatto di body, parlano di Avant, di Marsan e delle mode dell’ultimo minuto. I ragazzi invece girano con il loro "Vitarino" o meglio con la Bmw lunga, magari fregata al papà. Le ragazze si preparano a incontrare il ragazzo della loro vita. I ragazzi si sfidano in prove di resistenza fisica, di velocità, di rischio. Fino all’ultimo respiro. Sullo sfondo di una frenetica vita di clan, di banda (il mitico gruppo dei budokani: Schello, Pollo, Lucone), Step e Babi si incontrano. Babi è un’ottima studentessa, Step (Stefano) è un violento, un picchiatore, uno che passa i pomeriggi in piazza davanti al bar con gli amici o in palestra e la sera sulla moto o nella bisca dove si gioca a biliardo. Appartengono a due mondi diversi, ma finiscono per innamorarsi. Non è un rapporto facile perché nessuno dei due cede facilmente. Eppure si trasformano. Babi sembra irriconoscibile agli occhi dei genitori. Step rivela aspetti che ben poco collimano con la sua immagine – faticosamente costruita – da superduro. E in effetti muscoli palestra e violenza nascondono un trauma, un nodo irrisolto che getta un’ombra scura sulla vita familiare di Step e sulla tormentata love story con Baby.
Tre metri sopra il cielo è un romanzo di vite quotidiane. C’è la noia, la fatica, la banalità dell’esistenza metropolitana. C’è l’adrenalina, la drammaticità dello scontro fisico, della prova di forza maschile. C’è un universo che da una parte guarda alle commedie romantiche adolescenziali e dall’altra al ritratto di giovinezze allo sbando così come le racconterebbe un Paolo Crepet. 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 12:06 | commenti (1)

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categoria:letteratura italiana
 
 

"Un ragazzo con un mondo interiore ipertrofico parte dalla sua minuscola isola per approdare in una industre città che spera adeguata alle proprie aspettative. Scoprirà a sue spese l'inconsistenza di molti facili miraggi per rifugiarsi in un suo originalissimo mondo costituito da poche solide certezze: un vero amico, una casa-bosco, la barca-memoria del padre pescatore e della sua isola fuori dal tempo.” (Dacia Maraini)

                                  

Paola Mastrocola

Una barca nel bosco

Edizioni Guanda, € 14.50 

Una barca nel bosco è un’espressione piemontese per indicare chi si sente sempre un pesce fuor d’acqua o un po’ fuori ruolo. Come Gaspare Torrente, figlio di pescatore e aspirante latinista, approdato a Torino da una piccola isola del Sud Italia per studiare in città, “dove le scuole sono migliori” e dove un ragazzo come lui, che a 13 anni traduce Orazio e legge Verlaine, potrà essere aiutato a volare alto e a dimenticare il piccolo mondo senza tempo della sua isola sperduta e senza orizzonti migliori e diversi. Al liceo, però, i suoi valori verranno a poco a poco stravolti.

Il racconto, narrato in prima persona con comicità e malinconia dalla arguta penna di Paola Mastrocola, illustra dieci anni della sua vita e del suo processo di contro-formazione e di progressivo adattamento alla reale scuola odierna, dove non c’è posto per il progresso intellettuale e sociale, ma solo un livellamento delle conoscenze superficiali della scuola dedita al recupero e non più, come una volta, alla formazione. Al posto dei grandi maestri trova insegnanti impegnati a imbastire compresenze; al posto di compagni capaci con cui confrontarsi trova estranei che lo chiamano Extraterrestre e che lo scansano per le sue scarpe fuori moda e la felpa senza il cappuccio. Il suo talento e il suo essere il primo della classe lo trasformano lentamente in un disadattato in una scuola dove l’ipocrisia dei buoni sentimenti e il nozionismo inutile schiacciano piano piano il suo esser brillante e fantasioso.

Lo scontro dei sogni fra ciò che si eleva sulla mediocrità e uno stuolo di compagni interessati all’apparenza e di insegnanti mediocri che non insegnano, non educano, non vigilano, arrivano in ritardo, seguono meccanicamente i programmi ministeriali e trattano tutti gli alunni, bravi e non, con la stessa vuota indifferenza, conduce Gaspare alla trappola sociale della omologazione, portandolo a rinunciare non solo a se stesso e alla propria natura, ma anche al suo nome, che decide di cambiare a favore di un nomignolo più moderno. Come in una specie di mondo alla rovescia, Gaspare deve giocare alla Play Station, deve imparare il lessico del branco, deve scrollarsi di dosso quei dieci in latino che arrivano puntuali come lo scherno della classe. E se la scuola tradisce le sue aspettative, qualche anno dopo l'università gli appare come un teatrino ancora più grottesco, inadeguato anch’esso a coltivare un talento.

Ma proprio quando tutto sembrerebbe perduto, la vita regala al genio di Gaspare una svolta imprevedibile..

Il romanzo, scritto in modo scorrevole e vivace, ci offre uno spaccato drammatico e divertente del mondo dei giovani e della società contemporanea. E soprattutto, una critica ad un sistema scolastico assolutamente inutile e ad una scuola che, secondo l’autrice, non aiuta più i ragazzi a crescere, né a sviluppare al massimo le capacità individuali, ma che è diventata un’istituzione all’inseguimento del mito della facilità, della velocità e che per questo finisce per scoraggiare e demotivare tutti coloro che sono “assetati di autentico sapere”, o che semplicemente avrebbero voglia di studiare.

Vincitore del Premio Campiello 2004 e del Premio Selezione Bancarella, il libro è dunque un autentico spaccato di vita sociale e del posto che la scuola e la società del nostro tempo purtroppo finisce con l’offrire a chi non sceglie l’omologazione e non si adegua alla massa. Una storia surreale eppure verosimile di solitudine, di imitazione e poi di riscatto che ho subito riconosciuto come una preziosa guida ai lettori, formatori e non, che hanno quotidianamente a che fare con i giovani e con loro delicato processo di crescita.

Per salvare le barche dal bosco, per aiutarle a spingerle verso il loro mare.  

Dalle note di copertina: “Questa è la storia di un talento sprecato, ...ma non del tutto”.

...grazie per avermi suggerito di leggerlo, Alp.

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 11:31 | commenti

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