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mercoledì, 18 agosto 2004 categoria:letteratura straniera, citazionidaitesti
Cecità, Josè Saramago Il romanzo Dal retro della copertina: "In una città qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All’inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è così. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l’inizio di un’epidemia che progressivamente colpisce tutta la città, e l’intero paese. I ciechi vengono rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel più totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato. Scoppia la violenza fra i disperati, violenza per sopraffare o soltanto per sopravvivere, in un'oscurità che sembra coprire ogni regola morale e ogni progetto di vita. Ma una donna che è miracolosamente rimasta immune dalla malattia si finge cieca per farsi internare e poter star vicina al marito. Un gesto d'amore diventa così la possibilità di restituire agli uomini una speranza collettiva, e toccherà a lei inventare un itinerario di salvazione, recuperare le ragioni di una solidale pietà. Saramago denuncia con intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell’etica in cui siamo sprofondati. E paradossalmente, è proprio il mondo delle ombre a rivelare molte cose sul mondo che credevamo di vedere". "Pagina 292 ... continua su citazioni dai testi bello, straniante, non didascalico, tiene il ritmo come un giallo, e fa riflettere. (scritto da alp) categoria:letteratura straniera, saggistica, citazionidaitesti ![]() Franz Kafka è uno dei miei scrittori preferiti e una delle voci più grandi del ‘900 letterario. Rabbrividisco al solo pensiero che romanzi come Il Processo (1924), Il Castello (1926), America (1927), pubblicati postumi, avrebbero potuto andare perduti. Lo scrittore boemo, in punto di morte, pregò il suo intimo amico Max Brod di distruggere tutte le sue opere. Brod, scrittore anch’esso, contravvenne alle ultime volontà dell’amico ma la sua non fu tutta infamia; egli era perfettamente consapevole della grandezza della sua opera. Potete leggere questa storia in I testamenti traditi di Milan Kundera (Adelphi, 1993). Kundera sottolinea che nella storia del romanzo è racchiuso il più grande tesoro della sapienza esistenziale e considera la più alta evoluzione estetica della forma-romanzo quel mescolare la realtà alla fantasia che vede Kafka anticipatore e innovatore. In un altro suo libro, L’arte del romanzo (Adelphi, 1987) fa un’acuta analisi della poetica dell’autore de La metamorfosi e spiega al lettore l’attualità della sua scrittura, come la sua angoscia e visione del mondo siano uno specchio fedele della contemporaneità. Personalmente apprezzo molto la capacità di sintesi e la chiarezza espositiva di Kundera; il suo intromettersi come autore in alcuni suoi romanzi, mescolando i generi del saggio e della narrativa, ha fatto storcere il naso a molti commentatori ma è innegabile la sua abilità di rendere semplici e comprensibili complesse questioni estetiche e filosofiche o dipanare l’intricata matassa dei sentimenti che albergano nell’animo dei suoi personaggi. Queste qualità rimangono inalterate anche nella sua produzione squisitamente saggistica ed entrambi i testi che ho citato sono letture affascinanti. Il lettore che ancora non ha frequentato abbastanza Kafka troverà in libreria o in biblioteca di tutto e di più. Conservo alcune edizioni BUR e Garzanti delle sue opere con un buon apparato critico ma anche Mondadori ha pubblicato e ripubblicato in varie collane quelli che sono diventati classici della letteratura moderna. Volete un titolo? Franz Kafka, Lettere a Milena (Mondadori, 1988 e seguenti). E a proposito di Milena Jesenská, la donna che Kafka amò di un amore struggente e disperato, sto leggendo un interessante libro di Margarete Buber-Neumann, Milena, l’amica di Kafka (Adelphi,1999): ovvero la sua vita raccontata dall’amica che la conobbe nel campo di concentramento di Ravensbruck. Si tratta di un saggio che coinvolge emotivamente il lettore nelle vicende delle due donne che condivisero la medesima terribile sorte nei lager nazisti e non solo. Attraverso la storia di Milena, che fu anche giornalista e scrittrice lungimirante e di una sensibilità e talento straordinari, ci viene offerto un panorama della vita intellettuale a Praga dagli anni ’20 del secolo scorso fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale e un punto di vista privilegiato e imprescindibile sull’uomo e sullo scrittore Kafka. Su Kafka si sono vergati fiumi di parole, saggi ponderosi dalle firme prestigiose, interpretazioni svariate e bizzarre se non forzate e strumentali a proposito delle potenti e incisive metafore che contraddistinguono la sua opera. Eppure difficilmente troveremo in questi libri l’immagine limpida e adamantina che ci offre Milena dell’amato, dell’uomo-scrittore Kafka. La sua visione ci restituisce a pieno il rapporto di Kafka con il suo mondo, la genesi della sua angoscia esistenziale, il connubio per lui inscindibile tra vita e arte che lo condusse, prima di una morte precoce in sanatorio, a istigare – benché la curasse –, a coltivare “spiritualmente” la sua malattia. In una lettera a Max Brod scriveva: “Lei chiede come mai Frank abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita. Io penso invece che non sia così. La vita è per lui qualcosa di totalmente diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la Borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche (e lo sono realmente, tranne che per noialtri), insomma sono enigmi stranissimi di fronte ai quali lui non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse il comune assolvimento di un dovere? Per lui l’ufficio – anche il suo ufficio – è una cosa enigmatica e ammirevole come la locomotiva per un bambino piccolo. Non riesce a capire le cose più semplici di questo mondo.” Milena scrisse anche un necrologio (Notizia del giorno, in ‘Narodni Listy’, 6 giugno 1924, apparso nella rivista ‘Forum’, Wien IX/97) del quale riporto un brano nella traduzione italiana: “(…) Il male gli conferì una sensibilità che sfiora il miracoloso e un rigore spirituale terrificante, tanto era alieno da qualsiasi compromesso; eppure, viceversa, fu anche un uomo che fece ricadere sulla malattia tutto il peso della propria angoscia di vivere. Era timido, timoroso, dolce e buono, ma scrisse libri crudeli e dolorosi. Vedeva il mondo popolato di demoni invisibili che lottano contro l’uomo indifeso e lo annientano. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per combattere: ma la sua debolezza era quella degli uomini nobili e belli che non sanno misurarsi con la paura, i malintesi, la mancanza di amore e le menzogne intellettuali; degli uomini che consapevoli fin dall’inizio della propria impotenza, si lasciano soggiogare, ma coprono il vincitore di ignominia.” scritto da cigale
martedì, 27 luglio 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti
Anni ’20: sul transatlantico americano Virginian che fa la spola carico di emigranti che viaggiano in cerca di fortuna dall’Europa all’America, un neonato viene abbandonato in una scatola di cartone. Lo trova un macchinista dal buon cuore e il bambino viene adottato da tutto l’equipaggio della nave crescendo all’ombra di uno dei componenti dell’orchestra di bordo.Col passare degli anni, il bambino ribattezzato col nome di “Danny Novecento” comincia a rivelare uno straordinario e raro talento come pianista e trascorre la sua vita sul transatlantico senza mai scenderne quando, di volta in volta, attracca ai porti al di qua e al di là dell’oceano scaricando sulla terraferma i passeggeri e tutti i loro sogni.
Il Virginian diventa così la sua esistenza intera, la sua famiglia, la sua terra, senza mai vedere una città e con la vita fuori al di là delle onde raccontata soltanto attraverso le storie dei viaggiatori ricchi e sfaccendati della prima classe, dei poveri emigranti giù in terza o dell’equipaggio e dei i loro ricordi. Novecento viene a poco a poco in un ideale e perfetto contatto con tutte le esistenze possibili in transito su quel mondo galleggiante e a metà strada fra una vita e l’altra, cosa che lo arricchisce di una profonda e precisa, dettagliata conoscenza del mondo dei viandanti della terraferma. Ogni racconto viene ridipinto e fedelmente tradotto sul suo pianoforte in ritmi ora vivaci, ora malinconici, ora disperati o allegri e con immensa sensibilità; e la tastiera, con cui si esibisce con l’orchestra di bordo ogni sera sulla nave, diventa l’unico suo vero modo di intrecciarsi con il mondo al di là del mare:
Suonavamo perché l'oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov'era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio.
Posto un giorno in disarmo, il vecchio Virginian deve essere mandato in demolizione e fatto esplodere. L’equipaggio sbarca interamente, ma Novecento respinge con forte determinazione l’unica alternativa inevitabile, quella di toccare per la prima volta terra, e sceglie lucidamente di seguire il destino della sua “casa”:
Non si può scendere dal proprio mondo, dai propri sogni, dalla propria arte, né da se stessi.
Nato come monologo teatrale e metafora della precarietà umana e della condizione esistenziale in bilico fra un mondo alle spalle e un mondo immaginato a cui ancora non si appartiene, il libro davvero straordinario e dallo stile fluido e poetico è stato fedelmente riproposto nel 1998/99 in una bellissima versione cinematografica del regista Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, Una Pura Formalità, L’Uomo delle Stelle) con un eccellente Tim Roth nel ruolo di “Novecento” e con la toccante colonna sonora del grande Ennio Morricone a scandirne le pagine più belle. Il libro supera per fascino e stile ancor di più l’intensa trama del suddetto bellissimo film ad esso fedelmente ispirato: La leggenda del pianista sull’oceano.
Un estratto:
Tutta quella città, non se ne vedeva la fine... Non è quel che vidi che mi fermò. E' quello che non vidi.. lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città c'era tutto ma non c'era una fine.. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E' un viaggio troppo lungo. E' una donna troppo bella. E' un profumo troppo forte. E' una musica che non so suonare. Perdonatemi, ma io non scenderò.
(scritto da 319)
mercoledì, 14 luglio 2004 categoria:letteratura straniera, citazionidaitesti
L’incipit Il libro Già dalle folgoranti prime pagine siamo trascinati nella storia d’amore tra il più grande pittore olandese del XVII secolo e la sua giovane serva. La Chevalier immagina che Griet vada a servizio da lui dopo che il padre, il migliore decoratore di piastrelle della città, è diventato cieco in un incidente di lavoro. Giorno dopo giorno, il rapporto tra la giovane serva e il grande pittore si trasforma. Vermeer si fida soltanto di Griet e le affida compiti sempre più delicati, colpito da questa ragazza che persino nel modo di disporre le verdure per la minestra rivela una spiccata e imprevedibile sensibilità artistica. Griet è pronta a qualsiasi sacrificio per quell’uomo, sente confusamente che egli ha in sé la grandezza del genio. E Vermeer è irresistibilmente attratto dalla giovinezza e dall’innocenza della ragazza, ma ubbidisce prima di tutto agli imperativi dell’arte: "I suoi occhi valgono una stanza piena d’oro - le spiega l’inventore Leeuwenhoek, amico del pittore - ma qualche volta lui vede il mondo come vorrebbe che fosse, non come è. Non si rende conto delle conseguenze sugli altri del suo punto di vista. Lui pensa solo a se stesso e al suo lavoro, non a te." Ma, nonostante gli avvertimenti, la complicità tra Griet e Vermeer diventa amore, e la passione, a lungo trattenuta, divampa. La Chevalier, con penna sensibilissima, ritrae la nascita di questi sentimenti, le chiacchiere, i pettegolezzi della gente, la separazione finale. E nello stesso tempo traccia una magistrale descrizione della vita quotidiana nella cittadina olandese di Delft nella seconda metà del Seicento: attraverso lo sguardo di Griet ce ne descrive i colori e gli odori, la vita nei mercati, le divisioni tra i quartieri cattolici e protestanti, la tragedia della peste. Alla fine della lettura ci rendiamo conto che La ragazza con l’orecchino di perla è riuscito a parlarci nello stesso tempo del significato dell’arte e della natura dell’amore. La giovane scrittrice si è scrupolosamente documentata sull’epoca e sui luoghi che fanno da sfondo al racconto, ma il fatto che non si sappia nulla della giovane donna ritratta nel quadro e la mancanza di particolari sulla vita del pittore, le hanno dato una grande libertà nell’approfondimento dei caratteri. Il maggiore aiuto - rivela - le è venuto dai 35 dipinti di Vermeer, davanti ai quali ha passato ore ed ore per entrare nella particolare atmosfera che si respira nel romanzo. E forse, d’ora in poi, davanti al ritratto di Vermeer, al mistero di questa giovane donna che ruota lievemente il capo per avvolgere di uno sguardo amoroso il pittore che la ritrae, sarà difficile non pensare a Griet e a questo romanzo sulla straordinaria magia che può nascere tra un artista e la sua modella, quando l’arte e l’amore si fondono in un’unica passione. Hanno scritto di questo romanzo: "Questo è un romanzo straordinario, misterioso, impregnato d’atmosfera ma tuttavia fermamente radicato nella dura vita di una serva. È meglio scritto e ci rivela di più sul procedimento della pittura di un volume su Vermeer aperto davanti a voi." "Ms. Chevalier non compie un solo passo falso in questa sua opera trionfante, l’ultimo di alcuni recenti romanzi basati sulla pittura di Vermeer. È una storia magnificamente scritta che riflette l’eleganza del quadro che l’ha ispirata." "La capacità di scrivere della Chevalier e la sua conoscenza della vita a Delft nel XVII secolo sono tali da permetterle di creare un mondo che ricorda l’interno di un quadro di Vermeer: sospeso in un particolare momento, ma capace di trascendere quell’epoca e quel luogo." L’autrice La qualità di scrittura e l'intreccio del libro, a mio parere, non sono esaltanti. La lettura pero' è scorrevole e le notizie su Vermeer attraggono. lunedì, 05 luglio 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti Per andare nella pagina Accoglienza toccami il cappello!
gruppo di lettura --> stiamo leggendo insieme:
Edizioni Associate(con testi delle sue canzoni) "Credo che Fabrizio fosse, da solo, un'intera isola sospesa tra i mari della dolcezza e della rabbia.Un porto di navi e di lingue diverse, di marinai e di donne misteriose, dove sbarcavano le sonorità di terre lontane e le parole degli chansonniers francesi che tanto amava, un'isola percorsa da burrasche irose e da grandi calme.E dall'isola lui sapeva ascoltare il rumore del mare profondo e delle sue creature, dalle più dolci alle più feroci, dalle più umili alle più grandi, vittime e avventurieri, nani e gorilla, prostitute e fate"(Stefano Benni, in op.cit.) PRINCESASono la pecora sono la vacca Sotto le ciglia di questi alberi "che Fernandino è come una figlia e io davanti allo specchio grande nel dormiveglia della corriera nella cucina della pensione perché Fernanda è proprio una figlia e allora il bisturi per seni e fianchi martedì, 29 giugno 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti "L'Ultima Ceretta" di Anna Berra Ecco un po' di storia: mercoledì, 23 giugno 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti "
"Il cofanetto Einaudi si compone anche di un diario/romanzo dell'attrice, o meglio, il personaggio dell'attrice, vale a dire proprio Sabna Guzz. Sono le pagine degli ultimi tre anni di attività artistica, che si intreccia straordinariamente con le vicende del Cavaliere, tra noto e inaudito, tra scontato e inaspettato, sotto gli occhi stupiti della stessa Sabna Guzz. Tra l'altro, la Guzzanti scrittrice non perde nulla della freschezza attoriale che conosciamo, mantenendo intatto il linguaggio diretto (spesso e volentieri affilato, ma sempre a ragion veduta) e la verve comica che la caratterizza sul palcoscenico."fonte recensione mi piace questo libretto, lo consiglio, non è simile a quelli falsamente comici, stucchevoli. E' un diario umano e professionale, che non racconta piccoli fatti ma riflessioni importanti, scritte come se la persona fosse tua amica, e stesse lì davanti a te, a raccontarti.. ""Sai quante specie di mele c'erano cinquant'anni fa? Quarantacinque.E oggi? Sei. Come mai la gente non se n'è accorta? Perchè è stato un cambiamento graduale" "La ragazza che si è stabilita su un albero secolare e ha vissuto lì per impedire che venisse tagliato, con gli elicotteri che le passavano vicino per farla cadere. Julia Hill: su quella pure bisognerebbe fare un film" |