Sezione libri che ho letto
del
Il Parnaso Ambulante
In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.
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giovedì, 13 aprile 2006
categoria:letteratura italiana
"I Promessi Sposi"... No, dico, ma vi rendete conto di quanto bello sia questo romanzo? No! Non sorridete. So bene che - in teoria - non ho scoperto l’acqua calda. O almeno non è una scoperta per chi ama i classici. Ma, diciamocelo francamente: il 90% della popolazione, in particolare le ultime generazioni, odiano questo libro. Un volume di poco più di 600 paginette che sempre più viene, di fatto, definito un “mattone”. E un po’, forse, va pure capita questa tendenza. La mia fortuna, infatti, è stata quella di non essere incappata in un maestro ostinato nel volerlo propinare a scuola. Proprio così: non ho mai studiato il Manzoni. E oggi mi sento di dire, per fortuna! Chissà magari se l’avessi “sperimentato” ai tempi della scuola media non sarei riuscita ad apprezzarlo così tanto, anzi. Spero solo che altri, come me, abbiano il coraggio di prendere, o riprendere, in mano questo capolavoro della letteratura italiana. Io l’ho fatto. L’ho fatto con una copia vecchia e ingiallita appartenente a mia nonna. Una splendida copia che aveva persino il pregio di non avere neppure una nota di rimando. L’ho fatto prima rilegare: era semi-distrutto. Poi l’ho preso in mano e ho cominciato a leggere. A leggere. A leggere: e chi ci riusciva più a distaccarsi? Ho trovato fantastico il linguaggio utilizzato, dal gusto così rétro, che mi ha permesso di sentire e inalare l’odore dell’aria di quei tempi. Ma soprattutto ho adorato ogni qualvolta l’autore prendeva per un attimo le distanze dal racconto per interagire con il lettore. Infine ho vissuto l’ansia dei protagonisti – Renzo, Lucia, Agnese ma anche Don Abbondio, Don Rodrigo, padre Cristoforo, il Griso, la Monaca di Monza e tanti altri ancora - coinvolti in una serie di faccende che, seppure di stampo antico, ancora oggi hanno agganci con l’attualità nella rappresentazione di sentimenti insormontabili come l’amore, la gelosia, l’avidità, la paura, la disperazione, la codardia… e via enumerando. Devo ammetterlo: alcuni libri mi hanno impaurito, altri mi hanno fatto sorridere, ma credo che la storia de “I Promessi Sposi” sia stata la primissima - e fino ad oggi l’unica - ad avermi fatto piangere, non una, non due, ma parecchie volte. Tuttavia, una nota negativa l’ho individuata. Ed è forse quella su cui i professori probabilmente puntano maggiormente durante le loro lezioni. Ebbene parlo di un capitolo che fa sbadigliare. Un intero capitolo, che pare essere stato aggiunto in un secondo tempo. Certo, da un punto di vista didattico, posso capire che sia importante in quanto descrive personaggi e scene politiche che caratterizzavano quel periodo storico, ma - per quanto mi riguarda – si è trattato solo di un dosso posto sul bagnasciuga di uno splendido mare di emozioni in subbuglio. Una faticaccia a oltrepassarlo, che non vi dico. Ma poi si rientra nel vivo della storia che, purtroppo - come capita con ogni libro che si vorrebbe non finisse mai - delude un po’ verso la fine, la quale - senza svelare nulla - mi è parsa fin troppo sbrigativa… Eppure, dico davvero: ne vale la pena!
Manuela Mazzi
PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.
scritto da mmazzi
lunedì, 10 aprile 2006
categoria:letteratura italiana
La Neve Blu: non ho parole. Mi piace la struttura che viene utilizzata in questo romanzo. Esso, infatti, è stato scritto in forma epistolare, inframmezzata da intervalli riflessivi. Ebbene, sì. Ho letto “La Neve Blu” di Rita Girola, pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni Progetto Cultura di Roma. L'ho letto tutto, e non è da me. Non è da me leggere storie “tristi” anche se sono felice d’essere arrivata fino all’ultima pagina: il finale è adorabile... Ma si tratta, ovviamente, di un mio problema: sono una persona molto sensibile, troppo! Non posso, non voglio, vedere/leggere film/libri con il “bollino rosso”, ed evito molti di quelli che raccontano le tragedie della quotidiana follia dell’uomo. Storie come quella descritta dall'esordiente Rita Girola. Odio la droga. Odio ogni forma di dipendenza. Odio le storie complicate. Odio la sofferenza dell’amore. Odio sentire qualcuno disperarsi. Odio apprendere di quanti vogliono togliersi la vita. Odio guardare il telegiornale. Odio non capire certi comportamenti. Odio i compromessi. Odio le scuse che giustificano la debolezza. Odio dover appartenere a questa realtà tempestata di dolore, di autolesionismo, di prove non superate. Odio tutto questo e tanto altro solo perché – forse – in un modo o nell’altro hanno fatto parte anche della mia vita, seppure di striscio. Odio sentirne parlare, perché odio rivivere certe emozioni, odio interiorizzare e somatizzare le sofferenze del mondo. Ma amo la speranza che la vince sulla morte. Amo l’amore sublime. Amo la lotta per la sopravvivenza. Amo pensare che una via, una soluzione c’è. Amo l’idea che esistano tante forme di passioni. Amo l’idea che le passioni possano e debbano alimentare la fiamma della vita. Ecco perché sono felice che Rita Girola abbia avuto la forza di intraprendere un viaggio “letterario” all’interno di quel mondo, che è riuscita a descrivere con così minuziosa cura: mi piacerebbe solo scoprire fino a che punto La Neve Blu rappresenta la vita di tanti, chissà, magari per capire fino a che punto abbiamo tutti qualcosa in comune, fino a che punto è possibile condividere certe riflessioni… La Neve Blu pare essere il compimento di un viaggio intrapreso dall’autrice attraverso la disperazione. Questo libro, di fatto, è stato scritto in memoria di due persone; un uomo e una donna che non avevano niente in comune, se non il fatto di, a un certo punto, percepire la vita come se fosse insopportabile, decidendo quindi di andarsene insieme. Harry e Laura sono i due protagonisti, i quali casualmente si incontrano in Svizzera, paese straniero per entrambi, luogo "neutrale", simbolo di una dimensione sospesa, sorta di time-out esistenziale in cui i due si "riconoscono" nel loro difficile rapporto con la realtà. In un pentagramma che si srotola nelle viscere di una storia sofferta, in sintonia con note musicale che si incontrano in tutte le pagine del libro, l’autrice a opera pubblicata ha ammesso di essersi immedesimata nelle storie di Harry e Laura al punto da stare male fisicamente con loro e per loro. “C'è stato un momento – mi ha scritto parlando de La Neve Blu- in cui sentivo che Harry stava per non farcela, non aveva più nulla a cui aggrapparsi, sapevo che solo Laura avrebbe potuto aiutarlo ma sentivo che lei era troppo chiusa, irrigidita nella sua posizione di paura della vita…” Nel libro di Rita Girola c'è tanto dolore, ma non gratuito. “Ho voluto che fosse un dolore rigenerante – ha affermato l’autrice - un dolore che, se non può ridare la vita può almeno trasformarsi in comprensione, compassione, pietà. C'è tanta sofferenza inascoltata e incompresa, in giro. Non pretendo di essere in grado di risolvere i problemi dell'umanità, ma se solo la superficialità si trasformasse in comprensione, se la voglia di giudicare si trasformasse in semplice pietà, io credo che davvero tanti problemi troverebbero una soluzione quasi automatica”.
Ma.Ma.
PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.
scritto da mmazzi
categoria:letteratura italiana
CLAUDIO MARTINI
DIECIMILA E CENTO GIORNI Pagine 228
ISBN 88-497-0324-4
euro 13,00
Cosa lega l’Italia attuale con il Perù della fine degli anni ’70, con il Nicaragua degli anni ’80, con il Messico dei primi anni ’90, con la tragedia del Kosovo nel ’99? Cosa lega la vicenda di Riccardo, impiegato cinquantenne affetto da bulimia, solitudine e attacchi di panico con l’esistenza di Fatima, profuga kossovara, sfuggita alla «pulizia etnica» della sua terra e approdata in Italia dove conduce una vita marginale e senza speranza? Cosa lega il percorso di Consuelo, giovane donna dell’alta borghesia di Lima innamorata della vita e della poesia con quello di uno studente che milita nel movimento del ’77 a Bologna e decide di abbandonare l'Europa per dirigersi in America Latina? La ricerca di un significato, la speranza di una vita più vicina ai propri desideri, la ribellione a un destino di povertà spirituale e materiale? Il romanzo dipana queste storie in un arco di tempo ampio, i ventisette anni compresi tra il 1977 e il 2004, i diecimila e cento giorni del titolo, con una scrittura fluida e coinvolgente, intersecando vicende private con eventi collettivi di portata epocale. Un atto di amore nei confronti di coloro che resistono all’indifferenza «che cinge l’Italia e il mondo intero come una gigantesca cappa di afa».
CLAUDIO MARTINI nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina. Dal 1993 è dirigente psicologo nella ASL N°3 di Torino, presso l’Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. È attualmente in servizio nel Centro di Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze. Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, nonché numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi (2004). www.besaeditrice.it/collane/lunenuove/ln119.htm
--------------------------------------------------------------------------------------------------------- Ho conosciuto Claudio Martini/Writer su un forum, molto prima che pubblicasse il suo romanzo. Mi aveva colpito la sua scrittura rapida e concreta e ho continuato a seguirne il percorso professionale che lo ha poi portato al traguardo della pubblicazione. Ero molto curiosa di leggere questo libro, un po' per la storia che in esso è contenuta, un po' per seguire insieme al suo autore un percorso che mi incuriosiva: scrivere un romanzo e vederlo poi pubblicare. E' un'emozione non da poco. Questo libro mi ha soddisfatto pienamente.
Sono rimasta attaccata alle storie personali. L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino. La storia di Riccardo e di Fatima mi ha coinvolto di meno. Forse perché Fatima risalta nel libro esattamente come si muove nelle varie scene: in punta di piedi, eterea, silenziosa, una presenza discreta che viene calpestata forse proprio perché non irrompe, non pretende, non si fa notare. Riccardo è forse più vivido, nella sua bulimia, nel suo dolore per la perdita dell'amore di Simona consumato a suon di cibo e di ansia. Stranamente Simona, a cui è dedicato non molto spazio, mi è risultata più presente, più irruente con il suo egoismo e la sua vanità poi devastati dall'incidente e dal suo qualunquismo. Mi ha strappato una lacrima il loro incontro a casa di Riccardo, quando lui desolato ma inesorabile le conferma che sono cambiati, che hanno preso altre strade. Stupenda la scelta di non dare il nome al protagonista narrante, ma di suggerirlo solo alla fine, quasi la risposta a tutte le domande che comunque da lettore mi sono fatta fino alla fine.
E' il romanzo di uno scrittore - psicologo di professine - che sa scrutare nell'animo delle persone e descriverne le pesonalità in maniera accurata, dettagliata. Le piccole abitudini, le manie, i gesti quotidiani di ognuno fanno uscire ogni personaggio dalle pagine e sembra quasi di poter stringere loro la mano e salutandoli riceverne in cambio una risposta.
Sono pagine di scrittura asciutta e senza ridondanza, ma con una carica poetica in ogni descrizione di posti, senzazioni, gesti così forte da lasciare lievemente turbati a pensare, a ricordare e a mandare a mente. Anche l'uso di certe parole forti, e certe descrizioni si diluiscono nella poetica sicurezza di uno scrivere sicuro, rapido ma puntuale
Un bel libro, davvero.
scritto da Ipanema
categoria:letteratura italiana
Oceano Mare, romanzo di Alessandro Baricco
Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico.
Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”.
E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione.
PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.
scritto da mmazzi
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