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domenica, 28 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 

 

Gente senza storia
– titolo orginale Ordinary people
di Judith Guest

  

 

Judith Guest, l’autrice del libro, era, a quel tempo, nel 1976, una quarantenne, sposata, madre di tre figli… e lei stessa si definisce, in quel tempo, una donna senza storia. 

 

Un giorno, anzi probabilmente in tanti giorni, decide di scrivere un libro, che intitolerà appunto Ordinary people,  che parla di una famiglia media: i genitori, un figlio studente…


Essi abitano nell’Illinois, ma potrebbero abitare ovunque. Ovunque esistano famiglie normali che si trovano all’improvviso ad affrontare circostanze straordinarie. I loro discorsi, i loro problemi sono quelli di ogni giorno, le consuete battute di una commedia quotidiana. Ma la commedia per loro è stata tragedia col  tentativo di suicidio del ragazzo. Entrati per breve tempo nella Cronaca, se non nella Storia, eccoli impegnati ad uscirne, a ritrovare l’anonimato delle famiglie felici: loro che sanno oramai quali realtà possa celare l’anonimato delle famiglie felici, quali storie racconta  la vita della gente senza storia. La strada è lunga. I timori del futuro, la difficoltà di capirsi, il ruolo della donna nella coppia…

Una storia di gente senza storia perché fanno fatica a ritrovare nel passato qualcosa che li aiuti ad affrontare la nuova situazione del presente…

 

La cosa sorprendente, secondo me, di questo libro è che l’autrice dopo averlo scritto, e poi dattiloscritto, lo ha inviato, almeno credo che sia andata così, a varie società editrici americane fino a che l’ultima, la Viking Press, lo ha pubblicato.
Infatti un bel giorno proprio  alla Viking Press è arrivato questo dattiloscritto, senza nessuna autorevole presentazione, senza nessun appoggio, un  semplice e puro dattiloscritto anonimo che non soltanto è stato il primo a venir accettato e pubblicato in più di venti anni dalla codesta casa editrice , ma che avrà poi anche un enorme successo di critica e di pubblico e che verrà in seguito   tradotto in 16 paesi.
(quali siano stati, oltre l’italia, non lo so… cmq sia … è stato un bel risultato)

scritto da .....ella | 12:36 | commenti (1)

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lunedì, 08 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 

Il profumo è la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi.
Infatti l’inizio è il più puzzolente che abbia mai letto:

”Al tempo di cui parliamo nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aereate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro dei vasi da notte. Dai camini veniva un puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo dei solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati¸dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra…”


La madre di Jean Baptiste il giorno in cui partorì, sotto il suo banco di pescivendola accanto al Cimetière des Innocents, in  un giorno di grande calura in cui il puzzo dei pesci che stava sventrando sovrastava persino quello dei cadaveri del vicino cimitero, dopo aver troncato con il suo coltellaccio da lavoro il cordone ombelicale alla cosa appena nata, intendeva abbandonarla lì,  fra interiora e teste di pesci troncate, sotto uno sciame di mosche, come aveva fatto già in precedenza per altre cose nate da lei. 
Solo che, questa volta, la cosa appena nata cominciò  ad urlare così  accorse la  gente e il neonato venne salvato, la madre venne  arrestata e, rea confessa di infanticidi plurimi, verrà  poi processata e condannata al taglio della testa.   
E qui comincia la storia di Jean-Baptiste Grenuille: orfano, brutto, apparentemente insensibile ma  ha una caratteristica inquietante, in una società non ancora asettica come quella contemporanea e impregnata di mille effluvi e miasmi: non emana alcun odore. È però dotato di un olfatto finissimo,  unico al mondo, una prodigiosa capacità di percepire, distinguere e catalogare tutti gli odori del mondo.  
Egli  deciderà di mettere a frutto questa qualità nel campo dei profumi, usati massicciamente in quell'epoca per coprire il lezzo che emanava da cose e persone intendendo diventare il più grande profumiere del mondo.  
I due profumi, fili conduttori del racconto, sono  "odore di uomo" che lui crea per se, in varie tonalità per imprimersi un’identità olfattiva,  e "profumo di angelo" un profumo capace di suscitare  l'amore in chiunque lo fiuti. Per realizzarlo non si ferma nemmeno di fronte all'omicidio delle donne in cui trova traccia del sublime profumo dell'amore, che lui, con le sue tecniche di profumiere, è capace di catturare.  
Mescolati tutti i profumi arriva finalmente al più perfetto di tutti  col quale riuscirà  a governare il cuore degli uomini.  Ma solo e deluso,  alla fine si fa uccidere in un modo del tutto stupefacente

Secondo me  il profumo è veramente un geniale o originalissimo romanzo, come è scritto anche nella copertina da Pietro Citati, e  fiabesco, accattivante e olfattivo, aggiungo io.
Infatti in questo libro si possono percepire, oltre alle puzze iniziali,  gli odori e i profumi anche se, senz'altro, in modo molto soggettivo.
Profumo di ambra, zibetto, patchouli, sandalo bergamotto, vetiver, opoponaco, benzoino, fior di luppolo castoro…
Aromi di olii di fiori, di estratti, di tinture, di secrezioni, di balsami, di resine…
  in forma fluida o cerosa, sottoforma  di pomate, di paste, ciprie, saponi, creme, sachets, bandoline, brillantine, creme da barba, di gocce antiverruca, di acque da bagno, lozioni, sali profumati, aceti da toilette e da una serie infinita di profumi veri e propri.

Un giorno, era il primo settembre 1753, festa dell’anniversario dell’avvento al trono del re, nella città in festa e negli odori dei fuochi d’artificio egli sentì, portato dal vento, un frammento, un atomo di odore – perché lui era capace di percepire sottili fili di aroma – così straordinariamente delicato che non riusciva a trattenerlo perché di continuo esso si sottraeva alla sua percezione, sovrastato dal fumo polveroso dei petardi, bloccato dalle esalazioni della folla, smembrato e annientato da altri mille odori della città.
Ma poi d’un tratto eccolo di nuovo, una lieve esalazione soltanto, da annusare per un breve secondo come una splendida traccia…
Doveva rintracciare a tutti i costi quell’odore che gli ricordava la freschezza dei limoncelli o delle arance amare, non la freschezza della mirra o della scorza di cannella o della menta verde o delle betulle o della canfora o degli aghi di pino, non quella della pioggia di maggio o del vento gelido o dell’acqua di fonte… e nello stesso tempo aveva un calore: ma non come il bergamotto, il cipresso, il muschio, non come il gelsomino o il narciso, non come il legno di rosa e non come l’iris.
“Quell’odore era un miscuglio fugace e intenso, no, non un miscuglio, un tutto unico, e inoltre era debole e lieve e tuttavia forte e deciso, come una pezza di sottile seta cangiante… come un latte dolcissimo in cui il biscotto si scioglie…”
E quest’odore, l’odore sprigionato da una giovane donna, che poi catturerà, era per lui l’essenza base del perfetto di tutti i profumi che intende creare e  col quale riuscirà  a governare il cuore degli uomini.  

Volendo si possono trovare varie chiavi di lettura, ne il profumo:
Ci si può trovare una facile morale: non importa quanto tu sia cattivo, se hai un buon profumo tutti ti amano comunque.
Ci si può ricercare il Bene e il  Male: però Grenouillle è un essere al di là del bene e del male perché come non ha odore non  ha  neanche amore dentro di sé e per questo che forse fallisce la sua ricerca.
Si può andare alla ricerca di un’identità infatti il protagonista, non avendo un odore, vuole  creare il "profumo assoluto", per ritrovare se stesso. Il tema dell'identità viene affrontato durante tutto il romanzo; anche quando, per esempio, il protagonista si ritira in solitudine su di una montagna, in una grotta nella quale vive in completo isolamento dal mondo e dai suoi odori per 7 anni  … durante i quali giunge alla consapevolezza del suo obbiettivo: la realizzazione di un profumo in grado di arrivare al cuore degli uomini, permettendo al suo creatore di soggiogarli completamente ai propri voleri.
 C’è l’odio e l’amore: l'odio per gli Uomini e l'adorazione verso gli odori.
Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e la distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini."
C’è l’immortalità: La scelta di concludere il romanzo con la morte del protagonista nel medesimo luogo della sua nascita , dà all'intera vicenda un senso di ciclicità ed immortalità. 
C’è l’inquietudine che fa capire quanto la mente umana sia perversa e contorta...
e poi  c’è  il senso dell’olfatto, quello che mi ha affascinato più di tutti del libro, quello che forse trascuro un po' , ed è quello con il quale è possibile passare, affinandolo,  dalla puzza ai profumi attraverso un’infinita gamma di odori, per vedere il mondo attraverso un altro punto di vista: annusandolo, appunto.

scritto da .....ella | 06:24 | commenti

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lunedì, 01 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 
Amin Maalouf
Gli scali del Levante

"L'avvenire non abita tra le mura del passato"

Colui che racconta la sua storia, l'immagine dell'uomo che l'autore aveva visto su un suo libro di scuola e che ritrova in carne ed ossa in un incontro casuale, rappresenta fin dall'inizio l'incontro con una cultura che non ha confini geografici. Al matrimonio del padre, un principe, nipote di un sovrano, ad esempio, sono presenti turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, le varie comunità dell'Impero Ottomano. In quell'epoca uomini "di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli scali del Levante e mescolavano le loro lingue" quasi a prefigurare un futuro di cui Maalouf è portavoce e protagonista, e questo è in effetti il valore e il significato che questo libro vuole avere.
Il padre del narratore lo educa a diventare "un grande dirigente rivoluzionario", ed essendo un vero despota illuminato, rappresenta una specie di incubo per il figlio che già nel nome Ossyan (Rivolta, Ribellione), appariva predestinato a questa scelta paterna.
Invece il giovane Ossyan aveva in mente studi di psichiatria e di medicina e riesce ad accedervi grazie alla sorella che sa convincere il padre che questa strada in realtà gli renderà più facile l'altra, quella di rivoluzionario e così può imbarcarsi, destinazione Marsiglia, per frequentare in Francia l'università.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale, le dichiarazioni di Pétain, le leggi razziali promulgate a Vichy, non sembrano provocare in lui grandi turbamenti fino, almeno, a una discussione in birreria. Da quel momento la sua vita cambia: inizia la sua collaborazione con la Resistenza. La storia d'amore che il protagonista-narratore vivrà sarà poi con una donna che si batte per un'altra ingiustizia, quella contro gli arabi, e, nonostante le difficoltà, la ragazza, Clara, riuscirà a diventare sua moglie. A Parigi prima e a Haifa poi si festeggeranno le nozze: ma durante la festa in Libano già si sentono i primi spari: un "tornado stava per abbattersi sul Levante".
Ossyan parte, proprio quando Clara sta per dargli un figlio, per correre al capezzale del padre, e così si trova a Beirut, separato da una frontiera invalicabile. Il padre muore, una insolazione lo costringe a letto per più di un mese e lo lascia in una situazione di alienazione mentale. Ricoverato in una clinica per malattie mentali, vi resta chiuso quattro anni, finché il fratello, diventato un potente uomo d'affari, non lo fa uscire per un pranzo ufficiale a cui partecipava Bertrand, ora ministro francese, un tempo compagno di Ossyan nella Resistenza. L'intorpidimento provocato dai sedativi impediscono però al narratore di lanciare all'amico un grido di aiuto.
Passano gli anni, sempre in manicomio, e l'unico elemento che lo tiene in vita è la mancanza di energia per darsi la morte, mentre il fratello, personaggio sempre più ambiguo, diventa ministro.
Ma ecco riappare la speranza nella persona della figlia ormai ventenne, Nadia, che, andata in Francia a studiare, incontra Bertrand, il vecchio amico del padre, ex eroe della Resistenza che le riaccende nel cuore la figura lontana del padre. Si precipita subito a Beirut, ottiene dai medici la possibilità di incontrarlo e gli consegna una lettera, nascondendola in un libro. Ossyan resterà per anni in attesa di un ritorno della figlia e cercherà giorno dopo giorno di recuperare un po' di normalità.
Anni Settanta, violenza nelle strade che si avverte anche all'interno dell'ospedale. E poi la guerra vera e propria, la fuga del direttore, le porte aperte del manicomio, la fuga e infine l'ambasciata francese, la salvezza. Questa tragica vicenda di vita è intervallata da brevi intrusioni dello scrittore che ci descrive il luogo o il momento del colloquio col narratore, con molto pudore e grande rispetto, ma l'elemento che più resta impresso nel lettore è questa ricchezza di culture così diverse tra loro e nello stesso tempo così intrecciate da rappresentare una nuova più ricca cultura: quella dell'umanità.


Gli scali del Levante di Amin Maalouf
Titolo originale dell'opera: Les échelles du Levant

Traduzione di Egi Volterrani Pag. 192, Lit.26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre)

Le prime righe
Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede.
È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo.

L'autore
Amin Maalouf è nato in Libano nel 1949 da una famiglia per generazioni illustre di letterati e giornalisti. Dopo gli studi universitari nel campo dell'economia e della sociologia, si è trasferito a Parigi nel 1976. Il suo primo libro, Les Croisades vues par les Arabes (1983) è ormai un classico tradotto in moltissime lingue. Ha successivamente pubblicato cinque romanzi: Lèon l'Africain (1986), Sarabande (1988, Prix des Maison de la presse), Le Jardin de Lumière (1991), Le I siècle après Béatrice (1992), Le Rocher de Tonios (1993, Prix Goncourt), edito in Italia nel 1994 da Bompiani col titolo Col fucile del Console d'Inghilterra.