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domenica, 26 giugno 2005


categoria:letteratura per ragazzi
 


Un infausto inizio. Una serie di sfortunati eventi. Vol. 1Un infausto inizio. Una serie di sfortunati eventi. Vol. 1

Autore:  Snicket Lemony

Editore: Salani

Collana: Una serie di sfortunati eventi

Il libro racconta la storia di tre ragazzi molto sfortunati. Nonostante siano graziosi e intelligenti, i ragazzi Baudelaire conducono una vita segnata dall'infelicità e dalla sventura. Fin dalla prima pagina, nella quale i ragazzi si trovano sulla spiaggia e ricevono una terribile notizia, e nel corso della vicenda, la malasorte li tallona. Si direbbe che attirano le disgrazie come una calamita. In quest'avventura i ragazzi si imbattono in un individuo malvagio, avido e repellente, in vestiti che pungono, in un catastrofico incendio, in un complotto per derubarli delle loro fortune, e in colazioni a base di pappa d'avena fredda.

Prima di chiudere la valigia, son passata in libreria. Ho comperato una quantità spropositata di libri. Spero che il check-in dell'aereoporto non mi faccia pagare per il sovrappeso. Ho più libri che vestiti in valigia. I titoli sono i più svariati, anche perché molti son libri che conto di far leggere ai miei figli durante le vacanze. Li leggerò ad alta voce insieme a loro, la sera prima di dormire. Uno di questi sarà senz'altro il primo dei sette libri di Lemony Snicket, Un Infausto Inizio, il primo di una serie che sembra, avrà lo stesso successo di Harry Potter (e già, ha lo stesso editore italiano), e dal quale hanno tratto un film che ancora non ho visto, proprio perché prima volevo leggere la storia attraverso la carta stampata, e non il contrario.
Il libro è carino, non molto lungo - in tutto 120 pagine - nonostante le premesse dello scrittore stesso e i toni cupi, lievemente gotici, è un libro scritto con leggerezza ironica, e molto adatto ai bambini. Lo scrittore ha un modo singolare di rivolgersi al suo lettore. Gli spiega, situazioni ed espressioni linguistiche, ma in modo da mantenere sempre l'attenzione viva e non far sentire il lettore preso in giro.
La prima storia (ho intenzione di leggere anche le altre) apparentemente sembra semplice e non particolarmente emozionante, eppure mi ha in qualche modo catturata. Sarà perché i protagonisti sono bambini, sarà perché ne capitano di tutti i colori, sarà perché... perché è una saga e so che ce ne sono almeno altri sette da leggere. E io adoro le saghe. Insomma, ho divorato il libro, in una mezza giornata, e lo rileggerò insieme ai miei figli tentando di dare un tono misterioso e pauroso alla lettura. Così, nelle sere d'estate, quando alla luce delle stelle ci si raccontano storie paurose, rispetterò la tradizione.

Buona estate a tutti. Ipa

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 07:10 | commenti

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categoria:letteratura per ragazzi
 

Donatella Ziliotto
Io, nano
Illustrazioni di Grazia Nidasio

Feltrinelli Kids, 2004, € 8.00

Tutti i bambini prima o poi si sentono piccoli come Pollicino o come Gulliver nel paese dei giganti. Ma prima o poi crescono e si sentono a loro agio fra le cose che un tempo apparivano grandi. E se non accade? Il bambino protagonista di questa storia si accorge che non cresce e che la sua statura rimarrà per sempre quella di un bambino. Eppure non si dispera perché scopre, per caso, che esiste un mondo pronto ad accoglierlo, dove può vivere avventure che gli altri non possono nemmeno immaginare...

La sezione Kids della Feltrinelli da anni propone delle letture deliziose e intense per bambini ..e non. Questa piccola e semplice trama è ideata da Donatella Ziliotto, triestina ma residente da anni a Milano, nota nel mondo dell'editoria e della traduzione e apprezzata autrice di bellissime storie per bambini, oltre ad esser stata la prima nel proporre in Italia l'innovativa e raffinata narrativa nordica per ragazzi. Io, nano l'ho colto per caso tra gli scaffali della Feltrinelli dove amo passare parte del mio tempo. Non solo nel reparto "libri per ragazzi" ma anche in "narrativa". Mi sono chiesta il perché di quelle due collocazioni e allora ho dato più da vicino uno sguardo al piccolo volume.
La copertina ritraeva un bambino un po' goffo e timido inchinato, con un abbozzo di sorriso, verso un tombino da cui usciva una piccola mano. Tutti i bambini, prima o poi, si sentono come lillipuziani in un paese di giganti. Ma tutti, prima o poi, crescono abbastanza da trovarsi un giorno a proprio agio con il mondo. A volte però questo non accade, e capita che i bambini, pur diventando uomini, continuino a guardare il mondo da una prospettiva microscopica.
Questo è ciò che succede al piccolo dolce protagonista di questa storia. Non ci si accorge subito di essere ..nani. I bambini piccoli sono tutti della stessa statura, e anche fino agli otto anni non c'è una grande differenza. La differenza si vede dopo, "..quando tutti crescono e cominciano a sbirciare al di sopra dei davanzali del pianterreno", dice il libro, "e gli altri, quelli che non hanno la possibilità di allungarsi, rimangono al livello delle fioriere parcheggiate accanto alle porte". Facile che a quel punto il destino di un nano si trasformi in quello di sentirsi inadeguato per tutta la vita.
Il protagonista di questa deliziosa storia, però, un giorno scopre per caso un mondo sotteraneo e segreto, popolato interamente di nani come lui: intere famiglie, bambini abbandonati, musicisti, pittori, maestri e bulletti di quartiere, proprio come nel mondo di sopra. Solo che qui, dove non batte il sole, tutto è piccolo, della giusta misura, di quella che fa per lui, e nessuno guarda con curiosità nessun altro, perché tutti sono normali nella loro comune particolarità. Potrebbe essere la soluzione per il nostro piccolo amico: restare lì dentro senza più tornare "di sopra". Se non fosse però che lui il mondo di sopra lo ha visto già, e che per quanto rinfrancante sia il sentirsi uguale a tutti gli altri è la diversità che rende la vita più interessante.
Un libro dedicato ai bambini, da leggere ai bambini ma non solo per bambini, dunque, perché gradevole e significativo da leggere anche accostandosi da prospettive diverse. Un'avventura delicata e surreale di poche pagine intense che insegnano un approccio avventuroso e simpatico alla diversità e che aprono, con una prosa semplice e diretta, begli orizzonti alla tolleranza dei propri e degli altrui segni particolari e per questo unici.

Un assaggio:

"Perché qui si è felici?"
"Perché qui si capisce", disse Hugo.
"E che cosa si capisce?"
"Che quello che sulla terra è considerato strano, fuori dalla norma, diverso, deforme, essere troppo piccoli, troppo alti, gobbi, qui si tramuta in un'immensa fortuna: qui siamo magici."

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 06:35 | commenti (2)

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categoria:letteratura italiana
 



Nessuno lo saprà.

Viaggio a piedi dall'Argentario al Conero

"La gente capisce le cose solo quando sono già successe, mai mentre accadono."

  
Ho letto questo aforisma, scovato on the web, di Enrico Brizzi che mi fa pensare che forse questo libro ci racconta le  tre settimane di marcia - un coast to coast tutto  italiano, dal tirreno all’adriatico, precisamente dall’Argentario al monte Conero, cominciato con il fratello e completateo poi con altri  tre amici, con la consapevolezza di voler capire le cose appunto  mentre accadono.

 Leggo dalle recensioni: 
 "
Basta uscire dal centro abitato - e già non è facile - e imboccare la prima strada bianca che sale in mezzo ai colli per rendersi conto che smarrirsi è un'eventualità più che concreta, che un cane randagio non è proprio una minaccia da nulla, che individuare il posto ideale per piantare la tenda può richiedere assai più tempo del previsto, che neppure trovare un agglomerato di case munito di bar è così ovvio e che niente, per la verità, è più come prima, scontato come prima.”    

 

 

Al resoconto delle avventure del minuscolo drappello si aggiungono man mano sulle pagine, impressioni, visioni, suggestioni e storie che il territorio, vero protagonista di questo libro, lascia sgorgare così, in maniera quasi spontanea.
 

Lo leggerò.

OT: Enrico Brizzi è già autore di  - Bastogne (1996) - Elogio a Oscar Firmian e del suo impeccabile stile (1999) - Jack Frusciante e uscito dal gruppo (1994)-  Lennon Guevara Bugatti (con Cantini Sauro) (1997)  - Paco & il più forte di tutti (1997)  - Tre ragazzi immaginari (1998) -  L’altro nome del rock (2000) - Razorama (2003)

scritto da .....ella
scritto da redazioneparnaso | 06:26 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti .Edizioni L'Immagine.Euro 10.

"...Basta saper immaginare un'isola, perchè quest'isola
incominci realmente ad esistere."

Un racconto lungo in forma di lettere agli amici,
da un paese, la Kirghisia,
in cui è giunto per caso,
ha assistito al miracolo di una società a misura d'uomo,
dove la serenità permanente non è un utopia, ma un bene reale e comune.

In Kirghisia non si lavora più di 3 ore al giorno, a pieno stipendio.
Le rimanenti 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all'amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. Le riforme attuate: chi appartiene al governo mantiene lo stesso stipendio che percepiva nella sua precedente attività; la scuola è stata riformata, trasformata in parchi della vita, dove i bambini e i ragazzi dai 5 anni fino agli undici giocano e imparano; il meccanismo dell'imparare è diverso dallo studio obbligatorio.
Ci sono le case del Sapere, non esistono né compiti, né interrogazioni, né voti. Le conversazioni e le visite nella varie case, comunicano una serie molto vasta di informazioni. Dopo i 16 anni i ragazzi praticano nel lavoro la maturità che hanno raggiunto visitando le varie case.
A chi ruba viene richiesto di vestire di giallo per un periodo equivalente a quello che dovrebbero trascorrere chiusi in cella.Devono spiegare a chi incontrano le ragioni che li hanno spinti a infrangere una norma comunemente stabilita, quella appunto di non rubare.

Chiunque provi il desiderio di fare l'amore lo segnala agli altri, mettendosi un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che sia più agevole avviare il corteggiamento. Ora che la tenerezza, la sensualità e l'amore fanno parte dei naturali comportamenti umani è scomparso tra noi ogni fenomeno di ipocrisia, di pornografia e di misticismo.
I veicoli sono elettrici e non fanno alcun rumore. La pubblicità è stata eliminata e tutto costa metà prezzo di prima.
Qui in Kirghisia, invece di seppellire i morti per arma da fuoco, si sono seppellite le armi da fuoco. In Kirghisia, quando compi 18 anni ti viene regalata una casa.
L'assenza dell'esercito e delle armi sta procurando un buon pranzo caldo e gratuito al giorno, gli anziani vengono venerati.

Utopie?Anche quando Leonardo progettava le sue macchine volanti, o quando si comincio' a parlare di pitture in movimento( Il cinema)sembravano utopie..

Silvano Agosti, regista, sceneggiatore e scrittore irregolare quanto geniale, un giorno è stato costretto a uno scalo tecnico nella leggendaria Kirghisia. Lì ha scoperto un mondo diverso dal nostro, dove si lavora tre ore al giorno e tutto funziona a meraviglia, dove i bambini apprendono giocando, dove tutte le armi sono state sepolte ed è stata abolita la violenza, dove chi ha voglia di fare l'amore, per farlo sapere agli altri si mette semplicemente all'occhiello un piccolo fiore azzurro. Ha deciso di prolungare di qualche giorno la sua forzata permanenza e ha inziato a scrivere lettere agli amici in cui racconta la via kirghisa alla felicità. Tra i suoi corrispondenti Fabio Volo, che presenta Lettere dalla Kirghisia insieme a Silvano Agosti. 

"Ogni estraneo è la parte sconosciuta di noi
che il destino ci offre,
ogni incontro è portatore di mistero" (Poeta kirghiso).

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 06:14 | commenti (2)

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categoria:letteratura italiana
 

Il maestro magro
Stella Gian Antonio

Casa editrice: Rizzoli
Collana: La Scala
Anno pubblicazione: 2005
Genere: letteratura italiana
pag. 314 -  prezzo € 17

 

I maestri magri erano detti così per una legge che, nel primo dopoguerra, conferiva uno stipendio minimo (da cui la qualifica di 'magri') ai maestri che riuscivano, con inventiva, a radunare una classe di analfabeti da scolarizzare. Spesso erano anche adulti e spesso il modo in cui i maestri riuscivano a formare una classe era una vera e propria seduzione. Ariosto Aliquò, detto Osto, figlio di un tappezziere puparo, protagonista di questo romanzo, venuto nel poverissimo Polesine dalla calda Sicilia, si inventa un baratto: la musica suonata con la sua fisarmonica per le feste della piccola comunità, contro la frequenza a scuola.
 E' in questa cornice paesana che incontra Ines, una vedova bianca, a donna di cui si innamora, l'amore della vita.
Da lì, per sfuggire alle logiche piccole, asfittiche e bigotte (sia cattoliche che dei militanti comunisti), si trasferiscono a Torino, in uno di quei condominii popolati di immigrati del sud, i luoghi dove si è fatta davvero, con un secolo di ritardo rispetto all'unità storica, l'unità italiana.
Tanto la prima parte del libro è piena di acqua, personaggi e storie di paese, dialetti (è bellissimo leggere queste pagine ad alta voce, si fa teatro), tanto la seconda è uno spaccato di com'eravamo, mai retorico, mai piagnone. onesto, reale, intrecciato con fatti di cronaca che danno un bel ritratto di un'italia che aveva del magico: non siamo mai più stati posseduti dall'entusiasmo storico dei '50, da quella voglia irrefrenabile di rinascere. viene nostalgia del boom anche a chi è nato 20 anni dopo... e come si fa, d'altronde, a non avere nostalgia per un tempo dove tutto sembrava possibile?

"E tu mi vuoi dire che è tutto vero?"
"Quasi tutto. A volte la realtà ha troppa fantasia"

Gian Antonio Stella, vicentino, inviato del "Corriere della Sera", è una delle firme più brillanti del giornalismo italiano. Tra i suoi libri ricordiamo Schei, Lo spreco, Chic, Tribù, L'orda e Odissee.

scritto da Paola Roli

di questo libro si parla anche QUI.
scritto da redazioneparnaso | 06:03 | commenti

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categoria:letteratura per ragazzi
 

Eric-Emmanuel Schmitt
Oscar e la dama in rosa

“Ecco, Dio, questa è stata la mia giornata. Capisco che l’adolescenza venga definita l’età ingrata. E’ dura. Ma alla fine, a vent’anni suonati, le cose si aggiustano. Allora ti rivolgo la mia richiesta del giorno: vorrei che Peggy e io ci sposassimo.”

Il piccolo principe di Saint Exupéry è un bambino venuto da un altro mondo per insegnarci che cos’è la vita; l’Oscar di Eric-Emmanuel Schmitt è un bambino che sta per andare all’altro mondo e ci insegna che cos’è la morte. Ma non è un libro triste, “Oscar e la dama in rosa”, anzi piacevole e rasserenante, oltre che coraggioso. L’autore, quarantacinquenne lionese di fama internazionale, soprattutto dopo la versione cinematografica del suo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, interpretato da Omar Sharif, ha in comune con Saint-Exupéry una poetica sintonia con il mondo dell’infanzia, microcosmo in cui si agitano, allo stato molecolare, tutti i sentimenti, i desideri e le paure che rendono tanto complicata la società degli adulti.
Il breve romanzo si svolge durante gli ultimi tredici giorni di vita di un bambino di dieci anni malato di leucemia, Oscar, e la dama in rosa del titolo è un’anziana volontaria dell’ospedale, in camice rosa, che rappresenta per il bambino l’unico interlocutore in grado di dare un significato alla fase finale della sua vita, perché sia i genitori, annichiliti dal dolore, sia i medici, delusi dalla loro stessa impotenza, evitano di parlare sinceramente con lui, impedendo ogni spontaneità di rapporto.
Il libro affronta quindi due fra i più forti tabù dei nostri giorni, la morte e la vecchiaia, mettendone in luce le insospettate potenzialità, ricche di valori umani da non sprecare.
Nonna Rosa, come la chiama Oscar, gli propone un gioco: fingere che ognuno dei pochi giorni di vita che gli restano duri dieci anni. Ogni decennio vissuto presenterà gioie e dolori che Oscar potrà offrire a Dio in una lettera quotidiana, in cui gli chiederà di soddisfare un desiderio. Oscar non è stato allevato religiosamente, e inizia questo dialogo con diffidenza e impaccio, ma a poco a poco, indirizzato dall’esuberante e affettuosa vecchietta, scopre un nuovo modo di vedere se stesso e gli altri, e un nuovo modo di comunicare, che cambierà per sempre la vita di chi si troverà vicino a lui in quegli ultimi giorni aperti sull’infinito.

di Daniela Pizzagalli

Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt
Titolo originale: Oscar et la dame rose
Traduzione di Fabrizio Ascari
Pag. 90, 9,00 euro – Edizioni Rizzoli (La scala stranieri)
ISBN 88-17-00091-4 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 05:50 | commenti

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sabato, 25 giugno 2005


categoria:letteratura straniera
 
Marinai perduti

Autore Jean-Claude Izzo
Prezzo € 8,00  
277 p.,
Anno 2004 
Editore E/O
Collana Tascabili E/O



Il libro

La storia parla di tre marinai, tre navigatori del Mediterraneo, tre "Ulisse" contemporanei: il libanese Abdul Aziz, il greco Diamantis e il turco Nedim. La loro nave, l'Aldebaran (Abdul è il capitano, Diamantis è il suo secondo, Nedim è il marconista), è una vecchia carretta abbandonata nel porto di Marsiglia a causa del fallimento dell'armatore. I tre sono così costretti a un'immobilità forzata, terribile per dei marinai, che però consente alle loro avventurose storie di emergere e di fondersi l'una con l'altra.
Hanno alle spalle delle storie piene di misteri, di donne che li attendono per anni oppure che li hanno abbandonati, storie di violenze e d'ingiustizie. Diamantis è alla ricerca di una donna amata in gioventù e che forse vive ancora a Marsiglia. E questo porto mediterraneo, città di accoglienza per gli esiliati di tutto il mondo e per i loro misteri, diventa il teatro dell'ultima avventura di questi tre uomini perduti.
Il Mediterraneo - racconta Izzo -, dietro la sua apparenza solare e il colore blu del mare, nasconde una crudeltà, un destino tragico che riserva a molti dei suoi figli.

L'autore
Jean-Claude Izzo, per metà italiano e per metà spagnolo, è stato libraio, bibliotecario, venditore ambulante, giornalista, inviato per La Marseillaise e autore per il cinema e la televisione. Ha esordito come poeta con una raccolta dal titolo Le réel au plus vif. Ha ottenuto il successo letterario con la trilogia dei noir marsigliesi. L'autore è scomparso nel gennaio 2000.

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 08:10 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Si chiama Oskar, il protagonista del nuovo libro di Safran Foer. Si chiama Oskar, e suona il tamburo. C’è un altro Oskar, nella storia della letteratura, che suona il tamburo. E lo fa infinitamente meglio. Forse, se Safran Foer, avesse chiamato il suo protagonista Jan e gli avesse fatto suonare la tromba, sarebbe stato meglio. Insomma, come scrivere di un Hank che beve birra, o di un Bardamu che fa aborti clandestini. È pericoloso svegliare semplici rimandi mentali, è pericoloso suscitare paragoni. Soprattutto se il paragone non regge. Molto forte, incredibilmente vicino è, appunto, la storia di Oskar, un fastidiosissimo bambino newyorkese che ha perso il padre nelle torri gemelle, l’undici di settembre. Sembra un bambino uscito da Genius, pedante e fastidioso molto più dei bambini normali. Il padre è morto, ma Oskar continua a cercarlo, a cercare sue tracce, suoi ricordi. Salman Rushdie, nella fascetta che circonda il libro dice che l’ultimo lavoro di Safran Foer, nel ritratto del giovane Oskar, è molto commovente. Forse è proprio questo il fatto negativo: il libro si presta a facilissime commozioni, a sentimentalismi banalotti da film di cassetta. Safran Foer unisce con un unico laccio l’undici settembre, la distruzione di Hiroshima, i bombardamenti su Dresda. Sembra quasi che voglia venire incontro al lettore meno esigente, al lettore medio che sa che l’undici settembre è una cosa brutta, così come brutta è l’atomica e la devastazione di Dresda. È una specie di strizzata d’occhio, questo libro, una gomitatina d’intesa sul fianco. Molto forte, incredibilmente vicino è brutto e noioso quanto Ogni cosa è illuminata è bello e divertente. Forse anche per questo motivo non mi è piaciuto. Mi aspettavo qualcosa di meglio. Ma già l’Oskar che suona il tamburo mi ha infastidito: ha messo su brutti binari tutta la lettura. Poi, poi ci sono alcune parti del libro che sembrano messe là solo per riempire le pagine. Quando la storia fila, non sono un problema, ma se un libro comincia ad annoiare, allora si notano tutte le piccole pecche. Certo, sono funzionali alla storia, ma lasciano un po’ delusi e perplessi. Se non sei Marinetti, non conviene lasciare pagine bianche o riempirle solo con una frase al centro o solo di numeri. Chissà, forse Safran Foer dopo Ogni cosa è illuminata ha firmato un contratto per un altro romanzo, e l’unica cosa che aveva era questa. Peccato. 

 scritto da seipollici

scritto da redazioneparnaso | 07:50 | commenti

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categoria:letteratura italiana, letteratura per ragazzi
 

Le parole magiche di Kengi, il PensierosoLe parole magiche di Kengi, il Pensieroso
Paolo Lanzotti
Piemme, 1998


Collana Libri per Ragazzi

Ho sentito parlare di questo libro dal suo stesso autore, sul forum della Writers Magazine Italia già qualche tempo fa. Il titolo mi aveva incuriosito e ho deciso di ordinarlo. Il mio libraio di fiducia ci ha messo un mesetto per farmelo avere, ma alla fine c'è riuscito. Ebbene, dal giorno in cui ne sono entrata in possesso, io e mio figlio ce lo siamo litigato. Devo essere onesta, la cosa mi ha fatto un gran piacere. E' uno di quei libri che piacciono, per argomento e per ambientazione storica, a mio figlio ma appena letto l'incipit, ne sono rimasta catturata anche io. E poi, vederlo ignorare letteralmente un nuovo gioco del Game Boy appena regalato al fratello - in altre occasioni se lo sarebbero litigato a morte! - e invece restare incollato alle pagine del libro, immerso nella lettura e assolutamente insensibile a qualsiasi sollecitazione, è stata una grandissima felicità. Ho approfittato di due giorni di scuola intensi, e impegnati da un punto di vista sportivo, per "rubarglielo" e leggerlo in fretta. E' stata una lettura piacevolissima e a tratti appassionante. Non è solo la storia avventurosa di un ragazzino di tredici anni che si trova a salvare la vita ad un uomo potente e a ottenere così, come premio per questo gesto, la realizzazione di un suo sogno segreto. E'  una parabola sulla lettura, sui misteri del desiderio intrinseco in alcuni di scoprire cosa è scritto, e l'appropriarsi del significato delle parole, dei segni, della scrittura stessa. E' anche una tenerissima e delicata storia di amicizia e forse di amore, comunque di solidarietà e sostegno. E' la storia dolce e anche un po' amara, ma a lieto fine, del passaggio dall'età infantile all'età adulta con tutte le difficoltà e le peripezie che bisogna attraversare per approdarvi.
Un libro che consiglio a tutte le mamme che non sanno che libro acquistare per le vacanze, da far leggere ai propri figlioletti. Io adesso sto riprendendone la lettura ad alta voce, per il figlio più piccolino. E anche al piccolo la storia di Kengi e delle sue parole magiche, sta piacendo moltissimo.

Chiedo scusa, se mi permetto di recensire un libro per ragazzi. Essendo mamma attenta anche alle letture per i miei figli, ogni cosa che leggono loro, la leggo anche io. Un po' per invogliarli, un po' per sincerarmi che ciò che leggono sia comprensibile e nel caso spiegabile in qualche modo. Questo libro è molto carino, perché non solo per ragazzi. Piacevole favola sulla scrittura e sulla lettura. Per tutte le età. Un buon consiglio per tutti. Insomma, da una fan sfegatata di Geronimo Stilton, un libro che non parla di topi, ma di un piccolo scriba sumero. 

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 07:34 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Aspettando i barbari


«Dove è un tribunale è l’ingiustizia». Lo scrisse Tolstoj. Dove è il potere è l’ingiustizia, avrebbe aggiunto il magistrato protagonista di Aspettando i barabari, uno dei più importanti romanzi di John M. Coetzee. Premio Nobel per la letteratura 2003, è il secondo scrittore sudafricano a esserne insignito, dopo Nadine Gordimer. Nella motivazione ufficiale dell’Accademia svedese si legge: «i suoi romanzi sono caratterizzati da una buona costruzione, un dialogo ricco d’inventiva e un talento per l’analisi». Ed è proprio quest’ultimo l’elemento più rappresentativo della letteratura di Coetzee. I suoi personaggi sono inquieti, insoddisfatti, in continua ricerca delle ragioni che spingono l’uomo a muoversi e a colmare i propri bisogni. È così anche il protagonista di Aspettando i barbari. Un uomo che si ribella all’ordine costituito e che rifiuta di appartenere a un mondo dominato dalla violenza. (fonte)

tra il Buzzati del "deserto dei tartari e il Kafka del castello", con una scrittura urgente. Consigliato.

Altro libro dello stesso autore che ho letto "Infanzia"

Intervista a
JOHN COETZEE

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 07:22 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
Vergogna 

L’ho appena finito ieri pomeriggio, e l’ultima frase che ho letto (riferita ad un cane abbandonato che stava per essere losung ( parola tedesca che significa metaforicamente dissolto, vaporizzato),  cioè ucciso con un’iniezione letale nell’ambulatorio veterinario, è stata: 
- Pensavo che volessi risparmiarlo per un’altra settimana – dice Bew Shaw.

- Hai deciso di abbandonarlo al suo destino?

- Sì, lo abbandono al suo destino.


E’ proprio questa atmo§fera di rinuncia, di rassegnazione, di fare l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che era già nei limiti della sopportazione, che, secondo me pervade tutto il libro, a non darmi pace.

Infatti ieri sera avevo già pronto un altro libro da iniziare, prima di addormentarmi, ma non sono riuscita a leggerne neanche una pagina, perché pensavo ancora a Vergogna.  

Ce l’ho ancora tutto, come un film, dietro agli occhi:

ll protagonista, il professore universitario David Lurie, che tiene un corso monografico sui poeti romantici alla facoltà di Scienze della comunicazione a città del capo....
David Lurie,   che incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto...

Ma poi scoppia lo scandalo perché  la sua curiosità sessuale, pura anche se irresponsabile, lo porta a sedurre una sua studentessa, che poi lo denuncerà per molestie sessuali  e che scatenerà le ire della società falsamente tollerante che lo circonda e causerà la “disgrace” (titolo originale). 
 

Infatti egli, dinanzi alla commissione d’inchiesta, una  specie di ibrido fra un tribunale dell'inquisizione e un consiglio di facoltà, ammette la sua colpa che è quella di essere diventato  un servitore di Eros perché ha solamente seguito una sua naturale (e non soprafattiva) pulsione naturale.

 Ma non ha calcolato che il paese dove vive non accetta che un vecchio “ possa far cantare la sua anima e battere le mani… ” è considerato come un "seme vecchio" e quindi si autocondanna ad una specie di esilio e va a vivere con sua figlia, posthippie e lesbica, che ha rifiutato l'orizzonte agiato, civilizzato  della metropoli sudafricana , in fattoria sperduta cuore  del Sudafrica …  
  E il film continua ancora a lungo … in un’atmosfera, secondo me, di un profondo e doloroso pessimismo umano. 
 (c
he però vorrei scrollarmi di dosso)  

 

   E’ la vita o l’uomo a voler questo? E’ una storia o un destino quello di   
   David Lurie?

** Qui  il post riepilogativo su J.M. Coetzee

scritto da .....ella

scritto da redazioneparnaso | 06:50 | commenti

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venerdì, 24 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 
“DARE L’ANIMA”
Lo storico Adriano Prosperi indaga su un infanticidio
 
Un libro di storia vera, scritto da uno storico vero – uno dei maggiori – “sta andando a ruba”. Potenza di un’intervista (”La Repubblica” del 20 giugno), ma più ancora l’aggancio che ha con l’attualità, e la sua qualità. Parlo di “Dare l’anima”, storia di un infanticidio. Editore Einaudi. Autore Adriano Prosperi, 66 anni, toscano di Cerreto Guidi (provincia di Firenze), docente di Storia dell’età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Siamo a Bologna nel 1709. Lucia, una servetta, una “putta honorata”, è sedotta da un prete giovane in un andito, sotto i portici dei limonari, mentre impazza il carnevale. Un’avventura che si conclude quella sera stessa in un’osteria, con una cena a base di tagliolini, pane e mortadella.
Altra scena, mesi dopo. Esattamente il 5 dicembre dello stesso anno. Il facchino Domenico Prata denuncia al tribunale criminale che una sua vicina, Lucia appunto, ha partorito un bambino che poi è morto. Non dice com’è morto, ma dà il via alle indagini che approdano rapidamente alla scoperta di un infanticidio e al conseguente processo che si conclude nel gennaio del 1710. La vicenda consente a Prosperi di esaminare l’atteggiamento della Chiesa, e non solo, nei confronti della donna, del sesso e della maternità. Ben scritto, documentato allo scrupolo, si legge come un romanzo. E’ il frutto di vent’anni di ricerche. Ed è acqua fresca dopo l’amaro fiele di tutti i libri pseudostorici, che hanno invaso le librerie negli ultimi tempi. Rispondendo a un’osservazione nel corso dell’intervista di Susanna Nirenstein  (“Ieri si agiva a costo della morte, oggi a costo della persona/donna, della sua vita), Prosperi afferma: “Si torna alla vecchia alternativa tra la salute della donna e il diritto del figlio. Una volta stabilito per legge che l’embrione è persona e in quanto tale ha diritto alla vita, non so come si metterà per la legge sull’aborto”. Con Einaudi, Prosperi ha pubblicato “Tribunali della coscienza” (1998), “Il Concilio di Trento” (2001) e, con Paolo Viola, “Storia moderna e contemporanea” (quattro volumi, 2000). Con Feltrinelli, “L’eresia del libro grande” (2000). (r.car.)
scritto da Padule | 16:47 | commenti

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martedì, 21 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 

 

Leonardo Colombati
Perceber - Romanzo eroicomico
Sironi editore

Perceber è un'opera davvero difficile da recensire, tanto è quello che c'è dentro. La trama? Complicata. Il linguaggio? Originale. Le fonti? Infinite. Il periodo di ambientazione? Ballerino. Insomma è un libro complesso da leggere come è stato complesso da scrivere. Non per niente Colombati ha impiegato molti anni a farlo. Non fatico a crederlo. Basta pensare alle centinaia di citazioni che vi sono riportate, o all'immenso lavoro sulla Cabala e i suoi simbolismi.
Non so niente di Cabala e sorvolo su questo punto con estrema tranquillità, visto che un grande come Enzo Siciliano ha fatto esattamente la stessa cosa alla presentazione romana dell'opera. Dico però che questa specificità del libro lo rende faticosamente leggibile, poichè è necessario andare continuamente a vedere le note. Lo stesso vale per le citazioni. E qui ve ne sono di qualunque genere.
C'è di tutto, come ho detto. C'è la storia, la cronaca, l'amore, l'assurdo, il caso, la pedofilia, l'omosessualità, la canzone italiana e straniera attraverso i secoli, e molto altro ancora. E tenere le fila di tutte queste cose catalizza l'attenzione distraendola dall'ossatura del libro: la trama. Addirittura, a tratti, ho avuto l'impressione che la trama non fosse poi così importante, ma lo fossero di più i mille riferimenti a tutto quanto sopra detto, frutto di un grosso lavoro di studio e ricerca di informazioni. Chissà, forse se ne potevano fare tre di libri con tutto quello che c'è in Perceber.
Insomma, ho faticato a leggerlo. Anche se sono arrivata fino in fondo.

scritto da Spuma | 09:58 | commenti

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sabato, 18 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 
TRA MORTE E ALLEGRIA
IL SOGNO DI LUIGI TESTAFERRATA
di Riccardo Cardellicchio
 
Luigi Testaferrata torna al romanzo (“La morte e l’allegria”, editore Titivillus), dopo un libro di prose di viaggio e una raccolta di racconti, e lo fa con un tuffo nel passato. Riparte dall’”Altissimo e le rose”, che gli valse, nel 1980, il premio selezione Campiello e (nel 1981) il Premio Chiavari.
Torna la Repubblica sognata in Versilia, sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta, d’estate. Tornano alcuni amici e di altri si parla e si mette in risalto la mancanza. Ci si muove in Firenze. Una Firenze che non è più l’emblema della cultura, ma una cosa vecchia e stanca che sta davanti a una moltitudine di turisti ignari. Tuttavia, al protagonista – l’io narrante – e ai suoi amici, riesce a procurare emozioni, perché loro – una sorta di eletti – sanno dove andare a scovarle.
Il protagonista, che continua a sognare a occhi aperti, il cuore in tumulto di fronte a un nome, un luogo, un particolare, non piange, ma è come se lo facesse. Le senti, addirittura, le lacrime che vanno giù per le guance non più giovani - quando il discorso cade su uno che non c’è più, uno appartenente alla grande illusione della Repubblica della Versilia, capace di fare tabula rasa della realtà per entrare in Utopia.
Lo accompagna, in questo viaggio nostalgico, Lucia, una giovane donna, che non appartiene al suo passato né dei suoi amici, ma lo conosce bene, e ne parla: incarnazione – forse – della donna del gruppo, la donna amata (la donna ideale) – Virginia. Che non c’è. Che non può esserci. E che riesce a strappare all’Io narrante un  doloroso “Oh Virginia, Virginia”.
Pappagallino, Luccica, Baffardello, Paolo, Avvocato, Giorgio, Ivan, Alberto, Sergio, Aldo, Luciano, Manlio, Marcello, Globettrotter, Carlo, Riccardo, Nanni. E lui, Gigi. Soprannomi e nomi di insegnanti, scrittori, poeti, pittori, giornalisti, liberi professionisti, i quali, a un certo punto, si rendono conto di essere stati dei Dorian Gray, forse alla rovescia. Protagonisti, comprimari e semplici fiancheggiatori di un grande sogno. E uno di loro, esasperato con Firenze, sofferente, afferma: “Abbiamo vissuto alla luce della cultura che fino all’ultimo abbiamo pensato, sperato di salvare. Ci ricordavamo di voi e del vostro tentativo che, anche se fallì, non fallì mai. Le vostre idee a disposizione del mondo, il vostro nuovo umanesimo che avrebbe dovuto proteggere la terra ci avevano esaltati come da giovani ci esaltarono i Fari baudelairiani”.
E un altro, Giorgio, sul finire, si lascia andare a un ricordo struggente: le malinconie di tutte le estati, specialmente di quella in cui si illusero, tutti, di poter dar vita alla nuova Repubblica. Quelle malinconie che “cominciavano subito dopo il giorno del solstizio - alla fine di giugno, quando qualcuno di noi, per mettere il dito nella piaga, senza sapere il male che faceva a tutti, leggeva nel Sesto Caio Baccelli che il giorno si era già accorciato di quattro minuti”.
Romanzo colto, con rimandi continui ai padri della letteratura non solo nazionale, sorretto da una scrittura precisa. Senza sbavature.
Luigi Testaferrata (classe 1932), formatosi alla scuola di Giuseppe De Robertis, ha insegnato, per ventitré anni, Italiano e Latino nei Licei e, dal 1979, è stato fino alla pensione preside del liceo ginnasio "Virgilio" della sua città, Empoli
Nel suo carnet troviamo anche “Placide pene d’amore” (1983); “Tenera come colomba” (!987), premio Enna-Savarese e Premio Sirmione-Catullo; “Perché ho ammazzato Leopardi?” (1990); “I cenci e la vittoria” (1996). Ha collaborato a  La Voce Repubblicana ai tempi di Ugo La Malfa, a Il Giorno diretto da Guglielmo Zucconi, a Il Giornale e a La Voce di Indro Montanelli. Scrive su Bell’Italia di Giorgio Mondadori, su Erba d’Arno di cui è redattore e su Toscana Qu" diretta da Giorgio Batini per l’editore fiorentino Bonechi.
Per il ritorno al romanzo,  Testafferata si è affidato a un’editrice toscana emergente, la Titivillus, che ha sede a Corazzano (San Miniato). Nella collana “Alberi” annovera numerosi scrittori toscani.
 
 
 
scritto da Padule | 18:22 | commenti

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domenica, 05 giugno 2005


categoria:letteratura straniera
 

.Jane Austen
Mansfield Park

I Grandi Libri
[291] Introduzione di Enrico Groppali. Traduzione di Simone Buffa di Castelferro. 1983 (X ed. 2003).

XXIV + 488 pagine
€ 10.00 (Lire 19000)
ISBN 881136291-1

Per quanto fosse timida, ansiosa, dubbiosa, era tuttavia impossibile che una tenerezza come la sua non le presentasse in alcuni momenti il miraggio di una grande speranza, anche se doveva lasciare in serbo per un momento futuro la gioia di rivelargli tutta la deliziosa, sbalorditiva verità.

 
L'ho letto ammirando la capacità di Austen di tratteggiare i caratteri dei rispettivi personaggi. Fanny Price è esaltante nella sua compostezza, nel suo esser riservata fino allo spasimo, e assolutamente di una modestia sincera e incapace di un guizzo di protagonismo. Bello anche il tratteggio del carattere esuberante della sua antagonista, Mary Crowford e la descrizione delle abitudini, del paesaggio e delle atmosfere della campagna inglese dell'epoca. Ma un libro diverso dagli altri, e a tratti noioso. Ho saltato - ahimè lo confesso - capitoli interi. Alla fine, non so perché, ma parteggiavo per lo "scellerato" Henry Crowford, che innamorato di Fanny alla fine copre di ignominia la famiglia dei cugini di lei dando scandalo con il suo comportamento, soprattutto perché rifiutato da Fanny stessa. Non ho trovato l'intreccio della storia e i colpi di scena alla stessa stregua di Orgoglio e Pregiudizio, e nemmeno del più contenuto Ragione e Sentimento. Ma senza dubbio, sarei affascinata dalla possibilità di vedere il film che non sapevo fosse stato realizzato nel 1999.

Comunque, la mia determinazione a leggermi tutto di Jane Austen è assai forte. Spero presto di trovare Persuasione... che non è facile trovare nelle librerie...

scritto da Ipanema

scritto da redazioneparnaso | 11:04 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Coetzee, J. M. (Nobel 2003)

Vergogna

Einaudi - Collana: ETsup - Tascabili Super ET

n. 1178 - Pagine 234 - Formato 12x19,5 - Anno 2005 - ISBN 8806174509
Argomenti: Narrativa., Letteratura africana, Letteratura inglese

 



Note: il Booker Prize 1999 in edizione economica - Traduzione di Gaspare Bona

Caratteristiche: brossura

 

Note di Copertina

«Vergogna esplora gli estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale» (The Sunday Telegraph)

«Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene». Ma forse non è cosí, se una sera David Lurie, insegnante alla Cape Town University, invita un'allieva a bere qualcosa, poi a mangiare un boccone, e infine a passare la notte con lui. Una notte che non resta isolata, che diventa una storia e che finisce con una denuncia per molestie sessuali.
Allontanato dall'università, David chiede ospitalità alla figlia Lucy in campagna, nella parte orientale della Provincia del Capo, dove la convivenza tra diverse etnie, diverse tradizioni, diversi Sudafrica è aspra come la terra che Lucy coltiva.
David tenta di adeguarsi alla nuova vita: dà una mano nei campi, aiuta una conoscente alla clinica veterinaria. Soprattutto, tenta di adeguarsi alla donna indipendente che è diventata sua figlia. Ma come tollerare anche la violenza che Lucy ha scelto di accettare? Vincitore del Booker Prize nel 1999, Vergogna mette in scena le trasformazioni del Sudafrica post-apartheid raccontando - come ha scritto il «Sunday Times» - «una storia dura, scritta in una prosa di scarna, aspra bellezza che conferma Coetzee come uno dei nostri migliori narratori di oggi».

Dall'anticipazione:
"Cupamente magnifico... è una storia dura, scritta in una forma di scarna, aspra bellezza e con una potenza che la rende ora esilarante ora spietata. E conferma Coetzee come uno dei migliori narratori di oggi". (The Sunday Times)

"A dispetto della sua resistenza al realismo storico Coetzee ha una mente profondamente politica". (The New York Times Book Review)

"Vergogna esplora i più estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale". (The Sunday Telegraph)

"Un classico per le generazioni future". (The Observer)

"La tenuta narrativa di Vergogna è straordinaria, il racconto è incalzante dalla prima all'ultima pagina. La prosa scarna e asciutta, che sembra limitarsi a registrare i fatti dall'esterno, senza emozioni e senza giudizi, disegna con agghiacciante precisione le tensioni irrisolte fra bianchi e neri e il pericolo costante di una situazione che, oltre ogni possibile ottimismo riconciliatorio, viene vista come minacciosa in particolare dai bianchi". (L'indice)

Un professore è costretto a lasciare la professione e a rifugiarsi da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra. Dunque non c'è soluzione possibile, i problemi restano aperti. Solo la vergogna continua... Vincitore del Booker Prize 1999, Vergogna mette in scena il Sud Africa post-apartheid, un mondo ancora irrisolto e indeterminato come i personaggi di Coetzee, come il loro destino.

Dall'edizione rilegata:
In quanto tempo si può percorrere la via che trasforma un rispettato docente di Scienze della comunicazione in becchino dei cani? E come? David Lurie non ha risposte. Eppure, quella via, lui l'ha percorsa: dalla Cape Town University, dall'atmosfera rarefatta delle lezioni, alla parte orientale della Provincia del Capo e alla sua campagna ingenerosa. La via accidentata e senza svincoli della vergogna.

"Vergogna esplora gli estremi territori di ciò che significa essere umani: è alla frontiera della letteratura mondiale". (The Sunday Telegraph)

"Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di avere risolto il problema del sesso piuttosto bene". Ma forse non è cosi, se una sera David Lurie, insegnante alla Cape Town University, invita un'allieva a bere qualcosa, poi a mangiare un boccone, e infine a passare la notte con lui. Una notte che non resta isolata, che finisce per diventare una storia: con un inizio in cui il professore dirige il gioco e l'allieva pare subirlo, uno svolgimento in cui l'allieva prende le redini e il professore si lascia guidare, un finale in cui il professore viene denunciato dall'allieva -e dalla sua famiglia - per molestie.
Allontanato dall'università, David chiede ospitalità a sua figlia Lucy, nella parte orientale della Provincia del Capo, in campagna, dove la convivenza tra diverse etnie, diverse tradizioni, diversi Sudafrica è aspra come la terra che Lucy coltiva. David tenta di adeguarsi alla nuova vita: da una mano nei campi, aiuta una conoscente alla cllnica veterinaria. Soprattutto, tenta di adeguarsi alla donna indipendente che è diventata sua figlia e agli usi e costumi del posto - per esempio quelli di Petrus, il vicino e aiutante di Lucy. Ma come adeguarsi alla violenza che tre sconosciuti esercitano su sua figlia ? David vorrebbe rifiutarla, vorrebbe combatterla. Lucy, invece, l'accetta. Perché ? David non lo capisce, e l'autore non ci offre risposte facili.

Vincitore del Booker Prize 1999, "Vergogna" mette in scena la trasformazione del Sudafrica post-apartheid, senza espliciti giudizi politici.

"Una storia dura, scritta in una prosa di scarna, aspra bellezza e con una potenza che la rende sia esilarante sia spietata. E conferma Coetzee come uno dei migliori narratori di oggi". (The Sunday Times)

 

 

 

scritto da alp
 
scritto da redazioneparnaso | 10:47 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Cime tempestose"E non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è una parte dell'anima mia. Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, è certo che la sua e la mia sono simili, mentre l'anima di Linton è differente dalla sua come un raggio di luna dal fulmine, il gelo dal fuoco. (...)

La mia sola ragione di vita è lui. Se al mondo tutto scomparisse e rimanesse lui solo, ebbene io continuerei a esistere in lui. Ma se tutto il resto rimanesse e soltanto lui fosse annientato, l'universo diverrebbe per me qualcosa di immensamente estraneo, e io avrei l'impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come le foglie del bosco che mutano di stagione in stagione; ma il mio amore per Heathcliff è come le rocce perenni che stanno sotto il bosco, una sorgente di gioia poco visibile ma indispensabile. Ascolta Nelly, io sono Heathcliff! Egli è sempre in ogni momento nella mia mente non come piacere ma come il mio proprio essere. Noi non saremo mai separati: è impossibile."

Questo è il monologo di Catherine Earnshaw, che confida a Nelly il suo amore per Heathcliff, trovatello raccolto dal padre e allevato tra i più forti maltrattamenti e tormenti dal fratello di Catherine, Hindley, ma compagno di giochi e scorribande selvagge della fanciulla da piccola, selvaggia e altera. Catherine sposerà poi Edgar Linton, cugino delicato e nobile, e Heathcliff che ne ascolta i propositi di matrimonio nascosto dietro la porta, fugge per trovar fortuna e al suo ritorno divorerà attraverso il suo odio,  se stesso e le due famiglie che da questo amore drogato son state  in qualche modo unite.

E' un libro fosco, dalle tinte scure e dagli odori - che si avvertono con un'incredibile nettezza - forti e agri della brughiera in autunno e inverno. Ho visto davvero Heathcliff che vaga per le rocce delle Cime Tempestose, e lo spirito di Catherine che soffia il suo lamento disperato. Ho sentito profonda e inquietante la sofferenza e l'odio, rappresentati in maniera magistrale da Emily Bronte nella descrizione delle anime dei personaggi, e il sentimento di detestabile crudeltà e solitudine sconfinata del suo principale protagonista. Un libro antico, ma ancora magistralmente attuale. Rivisitandone i tratti in chiave moderna, potrebbe essere tranquillamente uno dei più grandi best seller del momento. E' comunque un capolavoro da tenere sul comodino. E la leggere.

Bello. Non posso dir altro più di questo. Bello.

scritto da Ipanema

scritto da redazioneparnaso | 10:29 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
Agota Kristof La Vendetta
Einaudi ha pubblicato di recente 25 racconti inediti di Agota Kristof, col titolo La vendetta (71 pagg., Euro 8.50). Si tratta di micro-racconti della durata di 2 pagine al massimo, una lettura che si può esaurire nel volgere di un’ora e che piacerà sicuramente a chi ha amato la scrittura scabra ed essenziale della Trilogia della città di K. (In particolare Il grande quaderno). Quel lettore che aspettava da tempo un nuovo lavoro della scrittrice di origine ungherese rimarrà, comunque, in parte deluso. Il materiale che compone la raccolta risale infatti agli anni Settanta e si tratta delle prime prove scritte in francese dalla Kristof dopo la fuga dall’Ungheria del 1956 e l’arrivo a Neuchatel, in Svizzera.
 
Già, perché sembra che Agota non scriva più, e la cosa ci rammarica non poco, considerando che stiamo parlando di una delle massime autrici viventi – sicuramente tra le più introverse e perturbanti. Cerchiamo di saperne qualcosa di più da alcuni brani tratti da una sua intervista rilasciata a Raffaele Panizza (giornalista culturale per il Venerdì di Repubblica e Il Mattino):
P: Per quale motivo non scrive più?
K: E’ successo e basta, non l’ho voluto. Il problema è che non posso scrivere meglio di come ho già fatto.
(...)
P: Avrebbe voluto essere una scrittrice più prolifica?
K: No. Non mi piacciono gli scrittori che pubblicano troppo e mi infastidisce la gente che trova tutto interessante.
P: Per quale motivo si alza la mattina?
K: Così, per bere un caffè.
(...)
P: Sta per subire un’operazione pericolosa, e il prossimo 30 ottobre compirà 70 anni. Le capita di fare bilanci?
K: Il mio bilancio è che 70 anni sono sufficienti, ho vissuto abbastanza.
(Pubblicato da Giuseppe Genna, il 17/03/2005. L’intervista completa qui).
 
Le storie che compongono La vendetta sono, nelle stesse parole della loro autrice, storie “disperatamente nichiliste” e, mi si creda, non è certo una posa. Vi si parla di solitudini, di alienazione, di fratture e perdita. Non posso che essere di parte nel caso di Kristof: il rigore formale della sua scrittura, tagliente e affilata come un bisturi, spoglia e desolata come una città fantasma sotto un cielo livido, mi ha rapito fin da subito. Più che racconti sarebbe più opportuno definirli schegge narrative; alcuni episodi sono dei veri e propri capolavori, come ad esempio Un treno per il Nord, dove uno scultore avvelena il suo cane perché gli impedisce di partire. Sulla sua tomba lo scultore scolpisce una statua di cane; quando bacia la statua un’ultima volta si impietrisce sul suo collo, scultura fra le sculture, in attesa di un treno che non passerà mai. L’impossibilità di recidere certi legami-archetipi. Ne I professori un ragazzo uccide il suo amato professore, per salvarlo dalla crudeltà degli alunni che gli avevano assassinato una poesia. Anche il ricorrere a soluzioni estreme o aberranti, per alcuni personaggi, non si risolve in un atto esemplare, dalla vocazione estetica, ma si espleta in una dimensione di assoluta noncuranza ed estraneità, quasi fosse il corso naturale delle cose, come se l’imperativo dell’esistenza fosse quello di non perdonare le menzogne. Come se la radicalità fosse l’unica scelta possibile, quando altre soluzioni non arriverebbero mai o si darebbero troppo tardi.
 
Si ha l’impressione che alcuni dei racconti siano rimasti fissati sulla carta solo in modo embrionale, come frammenti o annotazioni di un incubo, di una visione surrealista, restituita in un codice cifrato. Il disagio è palpabile, in bilico perpetuo tra realtà e fantasia, dimensioni permeate da un senso implacabile di disperazione, restituite con un registro grottesco che invece di respingerci ci catapulta dentro l’anima lacerata del mondo.
Agota Kristof non scrive più. Lunga vita ad Agota Kristof.
 
 
scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 10:15 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Larsson Björn

Il porto dei sogni incrociati

Prezzo di copertina € 15,00
Dati 2 ed., 312 p.
Anno 2001
Editore Iperborea


In una piccola cittadina della Galizia, la giovane Rosa Moreno studia le stelle e sogna di poter vivere una vita reale. In Bretagna, Madame Le Grand raccoglie i racconti di tutti i marinai che fanno scalo nella sua città. Nella verde Irlanda, Peter Sympson, un gioielliere, spera che entri nel suo negozio una donna in grado di riconoscere l'incomparabile bellezza delle due pietre che costituiscono la sua unica ragione di vita. Un ingegnere danese tenta di lasciare una traccia di sé su tutti i computer della terra. Cosa hanno in comune persone tanto distanti? Solo l'intensità dei sogni e il caso che ha voluto mettere sulla loro strada l'inafferrabile capitano Marcel. E lui segnerà una svolta nel loro destino.

Romanzo più intimista e romantico dei precedenti, pur senza perdere momenti di vera avventura, quest'ultimo libro di Björn Larsson riconferma il valore dello scrittore svedese famoso per i suoi racconti marinareschi. Dopo La vera storia del pirata Long John Silver e Il Cerchio Celtico, Il porto dei sogni incrociati approda nel territorio dei desideri e dei sentimenti, narrando le vicende di quattro personaggi i cui destini si intrecciano grazie a un enigmatico lupo di mare. Le vite di Rosa Montero, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen scorrono sui binari della solitudine e della monotonia, accomunate solo dall'insofferenza per la propria condizione e l'intensità dei loro sogni, fino all'incontro con Marcel. Capitano di lungo corso, Marcel ama definirsi "un venditore ambulante di sogni" e in effetti fa rotta tra gli incontri della vita con la stessa elegante noncuranza con cui manovra la sua nave tra flutti e tempeste. Sarà lui a dare ai quattro la spinta "per alzare le vele e prendere i venti del destino". Su suo invito tutti si ritrovano a Kingsale su una barca a vela: la convivenza delle loro diversità, il luogo chiuso eppure aperto a scenari di vita incontaminati, il passare tempo indeterminato a raccontarsi rappresenterà per le due donne e i due uomini un'esperienza unica sulla via del cambiamento. Ambientato nel presente ma costruito come una fiaba, con i ritmi da ballata delle leggende dei marinai, Il porto dei sogni incrociati celebra il mare e la sua libertà ma anche i porti come luoghi del possibile e dell'incontro tra sogno e realtà.

Dopo il Cerchio Celtico, è il secondo che leggo di questo autore.
Questo secondo libro è piu schematico del primo, tuttavia mi è piaciuto
perchè leggerlo mi ha fatto capire che non bastano le buone intenzioni per scrivere un libro che " funzioni".
Lettura piacevole e leggera.

scritto da redazioneparnaso | 09:59 | commenti

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giovedì, 02 giugno 2005


categoria:letteratura italiana
 

Machiavelli Il Principe


Natura, Fortuna e Virtù.

 
Se c’è un personaggio della banda Disney che mi sta proprio antipatico, quello è il cugino Gastone. Creato da Carl Barks nel 1948, Gastone Paperone doveva presentarsi all’inizio come un rivale di Paperino in fatto di fanfaronate. Gastone ha una fortuna sfacciata. Se cercate di liberarvi di lui gettandolo in un pozzo, state pur certi che scavando nel fondo è capace di scovare un giacimento petrolifero che gli frutterà fantastiliardi. Ciò che ce lo rende maggiormente irritante è che si tratta di un papero senza qualità e senza meriti: è azzimato, infido ed egoista, veste come un dandy e ha la sfrontatezza di colui che si fa strada nella vita consapevole di ottenere un sicuro successo.
 
Gastone è abbastanza simile, per certi aspetti, ad Astolfo, il paladino incaricato di andare a recuperare sulla luna il senno perduto di Orlando, impazzito d’amore per la pagana Angelica nell’ Orlando Furioso di Ariosto. Astolfo è un personaggio incongruo: bello e vanesio, bravo a parole ma di poco valore; come guerriero è un millantatore (usa infatti armi fatate che i paladini disdegnano perché l’usarle non rende nobile il cavaliere).
Come recita un saggio detto popolare, sembra che la Fortuna sia cieca – a dispetto della sfiga, che dall’ottico risulta sempre avere una vista di undici decimi. Nella novella di Cisti Fornaio del Decameron (VI, 2) Boccaccio mette in bocca al personaggio di Pampinea l’opinione che Natura e Fortuna sono le due ministre del mondo, e in sostanza “Che si potrà dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien più degni di guardar porci che d’avere soprauomini signoria?” (Decameron, X, 10).
 
Se per Dante, legato a una concezione medievale del cosmo, la Fortuna è il prodotto dell’intervento di un’intelligenza divina, ovvero l’esito – in tempi posteriori – della divina provvidenza di matrice manzoniana, per Boccaccio Natura e Fortuna sembrano essere gli effetti del caso, che senza costrutto e logica dispensa e toglie. L’universo del Decameron è preda del caos e all’ingegno umano risulta arduo contrastare le forze immani delle due Ministre.
 
Ma allora, come conciliare un’altra espressione piuttosto in voga che vede l’uomo come artefice del proprio destino? Vale la pena di darsi tanto da fare, organizzarci la vita, elaborare progetti, intraprendere imprese il cui esito è in mano alla provvidenza o al capriccio del caso?
Buon per noi che ci viene in soccorso l’intelligenza luciferina di Machiavelli, arguto e lungimirante intellettuale il cui pensiero non è stato minimamente intaccato dal trascorrere dei secoli. Il Principe, oltre ad essere quel controverso trattato che rivendica per la prima volta nella Storia la decisiva autonomia della politica come scienza, è un compendio intrigante e ricco di immagini, di vivide metafore sulle forze che regolano la realtà concreta e i fenomeni che concorrono a determinarla.
 
Nel capitolo VI del Principe Machiavelli analizza l’operato di personaggi illustri: Mosé, Ciro e Teseo conseguirono grandi risultati grazie alla loro Virtù. La Fortuna si era limitata ad offrire loro l’occasione favorevole, che fu loro merito aver saputo riconoscere e sfruttare. Un ingegno e un’abilità di questa portata non si improvvisa; è il prodotto di un affinamento e di una pratica che può durare una vita. La Virtù per Machiavelli non ci mette comunque al riparo dalla Fortuna (intesa anche qui come caso favorevole o no). Anche un principe come Cesare Borgia, baciato dalla Fortuna nella sua iniziale carriera politica, abile e spregiudicato nel manipolare e piegare a proprio vantaggio gli avvenimenti sulla ribalta della Storia, soccombe precocemente alla malignità della Fortuna che ne determina la disfatta.
 
Nel Principe Machiavelli dedica alla Fortuna un intero capitolo, il XXV, chiedendosi se la Virtù sia in grado di resistere al suo potere. In generale sembra a Machiavelli che la Fortuna sia arbitra a metà delle azioni umane. Ne conseguirebbe che l’umanità abbia la possibilità di determinare in parte il proprio destino. La Fortuna  è come un fiume rovinoso; i tempi e le circostanze mutano in continuazione e solo con la Virtù siamo in grado di costruire argini e ripari. Certo è che la Natura umana è immodificabile. Siamo ciò che siamo, con le nostre peculiarità e inclinazioni, ma disponiamoci a pensare con Machiavelli che ottiene esito positivo chi, col suo operato, si accorda all’opportunità del momento. Esito negativo otterrà invece chi agisce in disaccordo con i tempi.
 
Mi sembra un invito ad ottenere una maggiore consapevolezza di noi stessi, attraverso la continua curiosità, attraverso il fine della conoscenza. Inutile affidarsi a un’entità esterna, alla volubilità dell’intervento divino, alla manna che precipita dal cielo. Stringiamo il nostro destino tra le mani, più prosaicamente, come diceva Sharon Stone qualche tempo fa (mutuando forse l’opinione di Hugh Hefner, il miliardario creatore di Playboy) quando osservava che le donne sembrano non essere del tutto consapevoli di essere sedute sulla loro Fortuna.
Rimbocchiamoci le maniche e smettiamo di farci venire il sangue cattivo per Gastone che, comunque sia, antipatico era e antipatico resta.

 P.s. Se siete intenzionati a leggere Il Principe di Niccolò Machiavelli vi consiglio caldamente la Nuova edizione a cura di Giorgio Inglese per Einaudi Tascabili (Euro 8,80), con una appendice di Federico Chabod.
 
scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 11:19 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Note di Copertina

Un quartiere anonimo di una desolata provincia sudafricana. Un ragazzino che cerca una via di fuga da un padre ordinario che non riesce a rispettare, da una madre che ama di un amore viscerale ma che non gli da certezze, dagli umilianti riti di una scuola dove le regole non sono uguali per tutti, dai turbamenti di un'infanzia già "guasta", dagli angusti orizzonti nazionalistici del Sudafrica nel secondo dopoguerra.
I temi di J. M. Coetzee vanno ricercati là dove convergono gli aspetti politici, spirituali, psicologici e fisici dell'esistenza: l'incubo della violenza burocratica, la nostra desolata estraniazione dalla terra, un'ansia shakespeariana per la natura strappata al suo ordine naturale e gli insistenti bisogni del corpo.

Un desolato centro residenziale di una città di provincia a soli centosessanta chilometri da Città del Capo, Worcester ("un purgatorio dal quale bisogna passare per forza"). Un ragazzino di dieci anni, l'io-narrante, che, chiuso in una solitudine sempre più grande, cerca a tutti i costi di andare oltre l'infanzia ("un periodo in cui bisogna stringere i denti"), oltre le mura di quel suo "buco di casa" perso in un mucchio di costruzioni identiche, oltre i confini sempre più angusti di un Sudafrica in balia dei nazionalisti, oltre l'esistenza ordinaria, "imbarazzante", e infine fallimentare del padre, oltre l'"amore assoluto" della madre, la "cosa più salda della sua vita", e la più indecifrabile. Il sentirsi profondamente inadeguato nei confronti delle "prove" della vita di tutti i giorni diventa un'ossessione che il protagonista maschererà trincerandosi dietro le apparenze di studente modello, dietro il mito di sé (diviso tra le origini afrikaner e il suo desiderio di essere un vero eroe, come sono ai suoi occhi gli inglesi), covando però nell'intimo passioni "inconfessabili", predilezioni scomode, sbagliate, e il cupo senso di colpa che ad esse si accompagna.
Con lo stile asciutto e spietato che lo caratterizza, con una lucidità capace di toccare il cuore segreto delle cose, in questo ultimo libro - il più intimo dei suoi romanzi - Coetzee fruga nel labirintico sentimento del mondo di un ragazzino che cerca di costruirsi un'identità nel coacervo di etnie, lingue, religioni del Sudafrica a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, al di là di ogni pregiudizio.
Infanzia è la storia della solitaria ricerca di un destino diverso, radicato nella terra, nelle fattorie del veld, "luoghi di libertà e di vita

 

una scrittura secca, asciutta, che mi ha ricordato il primo libro della trilogia della città di K

cercherò altri libri di questo autore

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 10:55 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 

 

Titolo     Fiona
Autore   Covacich Mauro


Prezzo € 17,00
Anno 2005
Editore Einaudi
Collana Supercoralli

 

 

 

 

Mauro Covacich è uno che corre, non per niente il suo ultimo libro titolava 'a perdifiato' e parlava di maratone.
Si sente anche in questo libro che il ragazzo corre.

Se fosse un film, sarebbe una specie di action movie, con tinte di noir, una cosa in cui la tensione monta come un'onda, lentamente, mentre tu leggi sempre più avidamente e dici 'no, dai, non può farlo davvero'.
E quello a cui ti riferisci è il piano sotterraneo del protagonista che, visto dall'esterno, è il caposquadra degli autori del grandefratello (qui si chiama Habitat), affermato, rampantino, benestante.
Con la moglie anoressizzata da una specie di rabbia interiore, ha adottato questa bambina di colore che non parla, non comunica, è chiusa in una sorta di autismo, e cela un segreto.
(Il segreto è il filo che lega questi tre personaggi a una misteriosa donna rossa, la dea dei platani, inquietante figura che appare e scompare e spia le loro vite da molto, troppo vicino).

Leggi questo libro e sei contemporaneamente dentro e fuori la realtà di questi tempi, dentro e fuori la televisione, dentro e fuori la cronaca.

Una radiografia dei tempi: la guardi in controluce e vedi che:
a) veramente son bruttini e poco luminosi
b) se questo scrittore ci ha preso, sono anche peggio di così.

(ps: in verità è un libro che ho quasi letto perchè mi mancano ormai solo poche pagine, però lui lui mi ha anticipato, in un dialogo telefonico privato, che il finale vero della storia (chi lo leggerà, mi ha detto,  scoprirà che la narrazione si ferma un attimo prima) è un XXXXXX
(censura suspance a cura della Redazione)

scritto da Paola Roli

 

scritto da redazioneparnaso | 10:40 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 

 

Titolo    Libera i miei nemici
Autore  Carbone Rocco


Prezzo € 16,50
Anno 2005
Editore Mondadori
Collana Scrittori italiani e stranieri

 

 

Il protagonista, Lorenzo, insegna letteratura in un carcere femminile.
Si adoprerà in tutti i modi perché Lucia, ex terrorista e detenuta in un braccio di massima sicurezza, entri a far parte della sua classe e la convince a partecipare alle sue lezioni e a chiedere un permesso per uscire dal carcere
Sarà proprio lui ad accompagnarla in una gita al mare che per lei rappresenterà il primo giorno all'aria aperta dopo vent'anni.
Intrigante il rapporto che nasce fra i due.
Forse è amore, forse è altro.
Forse è quella capacità insondabile che ha la vita di chiudere prima o poi tutti i cerchi.
Di destini, oltre a questi due, se ne intrecciano altri.
E le ultime due pagine del libro svelano i nodi, i legami.
E tutto torna al suo posto, esattamente come quando apri gli occhi e trovi gli oggetti della tua stanza nel loro ordine giusto, nella luce.

(ps: Lorenzo è l'alter ego di Rocco Carbone: anche lui è professore di italiano nel carcere di Rebibbia.
(Rocco carbone - insegnare a Rebibbia)
Ha proprio scelto questo mestiere, lo ha fatto per dare una svolta alla sua vita e questo implica un sacco di cose. Chi leggerà il romanzo, capirà perché.)


scritto da Paola Roli

scritto da redazioneparnaso | 10:21 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

La scomparsa di un gigante

Saul Bellow

Lo scrittore Saul Bellow è morto all'età di 89 anni. Premio Nobel della letteratura nel 1976 “per la comprensione dell'umano e la sottile analisi della cultura contemporanea che e' stato capace di combinare nel suo lavoro”, come scritto nelle motivazioni dell'Accademia di Svezia, Bellow aveva vinto anche il Premio Pulitzer e tre National Book Awards.

Scrittore di infinite risorse stilistiche, capace di dare voce a ogni fluttuazione di pensiero dei suoi personaggi e di evocare in tutta la sua corposità la realtà materiale che li circonda, Bellow è ritenuto il maggiore narratore nordamericano dopo Hemingway e Faulkner.

E' stato acuto interprete dei mutamenti antropologici del Novecento e, cittadino canadese figlio di immigrati ebrei russi, era cresciuto a Chicago negli anni Venti e Trenta. Era considerato uno dei grandi esponenti della scuola di romanzieri ebrei americani dall'umorismo corrosivo.

Tra i suoi libri più famosi, ci sono L'uomo in bilico del 1944, in cui definì lo stato d'animo di impotenza e di alienazione diffuso tra i giovani nordamericani negli ultimi anni della guerra; La vittima (1947) in cui analizzò gli effetti delle tensioni cui la moderna realtà urbana sottopone la coscienza del singolo, riducendolo alla paranoia e a non distinguere più in se stesso il perseguitato dal persecutore; Le avventure di Augie March (1953), romanzo a struttura aperta e di modi picareschi, e ancora La resa dei conti e soprattutto il grande Herzog, pubblicato nel 1964. Protagonista è un intellettuale ebreo che si salva dalla follia propria e altrui attraverso la scrittura, e instaurando un grandioso, ironico dialogo mentale con se stesso e con i protagonisti, vivi o morti, della cultura occidentale. Un carteggio sterminato, lettere mai spedite che sono una mappa del suo inconscio. I suoi interlocutori sono redattori di giornali e case editrici, amici, filosofi, politici, Dio e infine se stesso. In lotta contro un mondo polimorfo, Herzog si appiglia a destinatari inesistenti per spiegare, riflettere, colpevolizzarsi o accettare.

Di Bellow si era tornato a parlare all'inizio del 2000, quando oltre a diventare papà per la quarta volta all'età veneranda di 84 anni, pubblicò dopo anni di silenzio il suo Ravelstein, ispirato alla vita dell'amico e collega all'Università di Chicago Allan Bloom, un ideologo conservatore morto di Aids, autore nel 1988 del controverso saggio best-seller "La chiusura della mente americana". Una delle caratteristiche di Bellow, frutto della tradizione ebraica ashkenazi, attraverso la conoscenza di una lingua descrittiva come lo yiddish, erano i lunghi monologhi interiori dei suoi intellettuali ebrei, con un mix di umorismo, nonsense e situazioni assurde. Un tipo di situazioni, di ironia e di comicità intelligente che ha reso popolare al cinema un regista ed attore come Woody Allen, l'archetipo per eccellenza dell'ebreo newyorkese di oggi, con le sue insicurezze e le sue contraddizioni e con la sua un po’ assurda e affascinante follia.

Qui un gustoso ritratto dello scrittore ad opera di Fernanda Pivano. Qui invece un suo interessante profilo.

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 09:50 | commenti

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