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In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.

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domenica, 27 febbraio 2005


categoria:letteratura italiana
 
 


[Di qua e di là dal cielo - Giampaolo Spinato - ed. Mondadori]

Seguo il "blog-site" di Giampaolo Spinato da ormai quasi un anno, apprezzandone la versatilità non solo linguistica, ma anche grafica. Non so se sia lui il webmaster, ma ad ogni visita, il sito cambia aspetto, non immediatamente, anzi, con una lentezza esasperante, a volte si tratta solo del colore di un ipertesto, o un'aggiunta di frasi o l'inserimento di un javascript... eppure, l'evoluzione del sito, è stata in questo ultimo anno radicale. Dal nero e rosso, del periodo buio della guerra in Iraq e il suo No War World Wide Web, ad oggi, con sfondo bianco e micro-grafica. Lo scrivere di Spinato, sul blog, almeno per quello che è presente nelle varie sezioni (ed è tantissimo, rispetto ai siti/blog di altri suoi colleghi) è intrigante. Duro, difficile, estremamente forbito e a volte aulico. I testi teatrali poi, a volte hanno l'effetto di un grosso ceffone ben assestato, colpiscono, e l'effetto emozionale rimane a lungo, nella mente, a lievitare e a riflettere. Immaginavo, leggendo i suoi libri, di trovare lo stesso scrittore, le stesse parole e gli stessi effetti "speciali". Invece, Spinato mi ha stupito nuovamente. Di qua e di là dal cielo, è il suo terzo libro. Gli altri due, dai quali avrei voluto iniziare, sono difficilmente reperibili nelle librerie, già ho dovuto fare salti mortali, ordinando ben tre volte, a diverse librerie Mondadori questo, più recente, del 2001. Di qua e di là dal cielo è la storia di alcuni ragazzi, di due bande rivali che si fronteggiano in una Milano anni 70, che espongono e che scompongono le loro diversità sociali e dialettali. E' il percorso di vita di ragazzi che stanno per entrare, volenti o nolenti, in una parte di storia che cambierà forse per sempre, l'incedere sonnecchiante e speranzoso di un Italia post boom economico. Ma lo stupore che ha generato in me il leggere questo libro, è che tutta la storia, tutte le azioni e i sentimenti, la caratterizzazione e la descrizione puntuale dei personaggi e dei sentimenti dei personaggi del libro, avviene sotto forma di dialogo, quasi un film scritto, un testo teatrale romanzato. Inizialmente lo stupore è disagio, un senso di ribellione alla proposta inusuale di un testo che esce dai canoni classici del leggere a cui sono e mi sono abituata, ma quasi silenziosamente, lentamente, si trasforma in cattura, attenzione per diventare passione e commozione. E quando un romanzo lascia alla fine il desiderio di tornarvi sopra più volte, quel romanzo ha raggiunto lo scopo: catturare il lettore. Esattamente come il sito del suo autore. Ovviamente, aspetto la fine di gennaio, per leggere il prossimo in uscita.

recensione pubblicata sul mio blog il 20 gennaio 2004. ritengo che sia uno scrittore da tenere d'occhio.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 12:41 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
 

La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani 
Donald A. Norman 

€ 14,50  
256 p.
Anno 1996 
Editore Giunti Editore
Collana Saggi Giunti

A chi non è mai capitato di spingere una porta invece di tirarla o di rinunciare a lavarsi le mani perché non riesce ad azionare il rubinetto? In questi casi la sensazione di incapacità personale è molto forte: eppure, sostiene Norman, la colpa non è dell'utente, bensì di chi ha progettato questi oggetti d'uso comune senza considerare le normali attività mentali la cui conoscenza è essenziale per la progettazione di un ambiente ben organizzato e rispondente alle esigenze della mente. L'autore nel corso del libro passa in rassegna un gran numero di oggetti, accompagnando l'analisi del design con aneddoti e analizzando atti mancati, errori piccoli e grandi, incidenti, dimostrando che il responsabile è il design che induce ad errore.

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 12:29 | commenti (2)

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categoria:letteratura straniera
 
 

Il cerchio celtico, di Björn Larsson

Il cerchio celtico (Den Keltiska Ringen, 1992)
Traduzione dallo svedese di Katia De Marco - Postfazione di Paolo Lodigiani
I ed.: Maggio 2000
pp. 416 – € 18,50 - Lire 36.000 - ISBN 88-7091-087-3

Una storia dei giorni nostri, un thriller marinaro ambientato negli anni Novanta che ci porta al Nord, in epiche traversate di mari in tempesta, dalla Danimarca alla Scozia, tra venti scatenati e onde che si ergono come muri d’acqua, in inseguimenti e fughe a vela, in compagnia di Ulf e Torben e il loro Rustica, sulle tracce di MacDuff e Mary e del misterioso Cerchio Celtico, quell’organizzazione segreta che in Irlanda, Scozia, Paesi Baschi e Bretagna persegue con ogni mezzo il sogno di liberazione del popolo celtico.

alcune pagine: http://web.infinito.it/utenti/t/tecalibri/L/LARSSON-B_cerchio.htm

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 12:16 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

Avevo sentito parlare di un libro che, udite udite, era letto e preferito dai ragazzi 16/18enni.
Potevo evitare di leggerlo, sentendone parlare nel programma di radio3, guardando il libro, pensando, ecco, cosa ci sarà dentro, come avrà fatto
a farsi leggere dagli adolescenti, che magari tutto fanno, meno che passare il tempo a covarsi il piacere della lettura?

Allora mi sono deciso, l'ho comprato, l'ho quasi letto tutto, con estrema sofferenza, a cominciare dalle prime pagine, andando avanti, quasi finito.
No, io salvo tutto, se si legge, ma questo libro è per disarticolati mentali, questo libro è scritto per chi vuole fare una sceneggiatura di un film dei fratelli Vanzina..eh veramente, anche se lo leggessero, gli adolescenti, questo libro, non farebbe venire loro la voglia e il piacere della lettura.

Solo quello di comprarsi una vespa, una maglietta, un gelato..di vedersi una trasmissione tv,ascoltarsi un mp3..ma leggere,leggere è altro.( ps. per la prima volta ho rischiato il coma da lettura irritante, ho bisogno di un antidoto efficace, rileggero' Pavese)

Federico  Moccia

Tre metri sopra il cielo

Feltrinelli, Collana Super Universale Economica
Pagine: 320
Prezzo: Euro 10


 Premio Torre di Castruccio, sezione Narrativa e Saggistica 2004
 Premio Insula Romana - Sezione giovani adulti 2004
 
 

In breve
Un libro di culto che è circolato in versione fotocopiata fra i giovani romani. Una grande storia d’amore. Da una parte i giovani, la vita di gruppo, le moto, le sfide, dall’altra i vuoti e i silenzi di famiglie infelici. Giulietta e Romeo, Gioventù bruciata, Love story. Un microcosmo di vite arrabbiate che cerca di staccarsi da terra. Un libro che è diventato un film (distribuzione Warner Bros). 
 
Il libro
Le ragazze vestono Onyx, o qualunque sia l’ultima marca in fatto di body, parlano di Avant, di Marsan e delle mode dell’ultimo minuto. I ragazzi invece girano con il loro "Vitarino" o meglio con la Bmw lunga, magari fregata al papà. Le ragazze si preparano a incontrare il ragazzo della loro vita. I ragazzi si sfidano in prove di resistenza fisica, di velocità, di rischio. Fino all’ultimo respiro. Sullo sfondo di una frenetica vita di clan, di banda (il mitico gruppo dei budokani: Schello, Pollo, Lucone), Step e Babi si incontrano. Babi è un’ottima studentessa, Step (Stefano) è un violento, un picchiatore, uno che passa i pomeriggi in piazza davanti al bar con gli amici o in palestra e la sera sulla moto o nella bisca dove si gioca a biliardo. Appartengono a due mondi diversi, ma finiscono per innamorarsi. Non è un rapporto facile perché nessuno dei due cede facilmente. Eppure si trasformano. Babi sembra irriconoscibile agli occhi dei genitori. Step rivela aspetti che ben poco collimano con la sua immagine – faticosamente costruita – da superduro. E in effetti muscoli palestra e violenza nascondono un trauma, un nodo irrisolto che getta un’ombra scura sulla vita familiare di Step e sulla tormentata love story con Baby.
Tre metri sopra il cielo è un romanzo di vite quotidiane. C’è la noia, la fatica, la banalità dell’esistenza metropolitana. C’è l’adrenalina, la drammaticità dello scontro fisico, della prova di forza maschile. C’è un universo che da una parte guarda alle commedie romantiche adolescenziali e dall’altra al ritratto di giovinezze allo sbando così come le racconterebbe un Paolo Crepet. 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 12:06 | commenti (1)

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categoria:letteratura italiana
 
 

"Un ragazzo con un mondo interiore ipertrofico parte dalla sua minuscola isola per approdare in una industre città che spera adeguata alle proprie aspettative. Scoprirà a sue spese l'inconsistenza di molti facili miraggi per rifugiarsi in un suo originalissimo mondo costituito da poche solide certezze: un vero amico, una casa-bosco, la barca-memoria del padre pescatore e della sua isola fuori dal tempo.” (Dacia Maraini)

                                  

Paola Mastrocola

Una barca nel bosco

Edizioni Guanda, € 14.50 

Una barca nel bosco è un’espressione piemontese per indicare chi si sente sempre un pesce fuor d’acqua o un po’ fuori ruolo. Come Gaspare Torrente, figlio di pescatore e aspirante latinista, approdato a Torino da una piccola isola del Sud Italia per studiare in città, “dove le scuole sono migliori” e dove un ragazzo come lui, che a 13 anni traduce Orazio e legge Verlaine, potrà essere aiutato a volare alto e a dimenticare il piccolo mondo senza tempo della sua isola sperduta e senza orizzonti migliori e diversi. Al liceo, però, i suoi valori verranno a poco a poco stravolti.

Il racconto, narrato in prima persona con comicità e malinconia dalla arguta penna di Paola Mastrocola, illustra dieci anni della sua vita e del suo processo di contro-formazione e di progressivo adattamento alla reale scuola odierna, dove non c’è posto per il progresso intellettuale e sociale, ma solo un livellamento delle conoscenze superficiali della scuola dedita al recupero e non più, come una volta, alla formazione. Al posto dei grandi maestri trova insegnanti impegnati a imbastire compresenze; al posto di compagni capaci con cui confrontarsi trova estranei che lo chiamano Extraterrestre e che lo scansano per le sue scarpe fuori moda e la felpa senza il cappuccio. Il suo talento e il suo essere il primo della classe lo trasformano lentamente in un disadattato in una scuola dove l’ipocrisia dei buoni sentimenti e il nozionismo inutile schiacciano piano piano il suo esser brillante e fantasioso.

Lo scontro dei sogni fra ciò che si eleva sulla mediocrità e uno stuolo di compagni interessati all’apparenza e di insegnanti mediocri che non insegnano, non educano, non vigilano, arrivano in ritardo, seguono meccanicamente i programmi ministeriali e trattano tutti gli alunni, bravi e non, con la stessa vuota indifferenza, conduce Gaspare alla trappola sociale della omologazione, portandolo a rinunciare non solo a se stesso e alla propria natura, ma anche al suo nome, che decide di cambiare a favore di un nomignolo più moderno. Come in una specie di mondo alla rovescia, Gaspare deve giocare alla Play Station, deve imparare il lessico del branco, deve scrollarsi di dosso quei dieci in latino che arrivano puntuali come lo scherno della classe. E se la scuola tradisce le sue aspettative, qualche anno dopo l'università gli appare come un teatrino ancora più grottesco, inadeguato anch’esso a coltivare un talento.

Ma proprio quando tutto sembrerebbe perduto, la vita regala al genio di Gaspare una svolta imprevedibile..

Il romanzo, scritto in modo scorrevole e vivace, ci offre uno spaccato drammatico e divertente del mondo dei giovani e della società contemporanea. E soprattutto, una critica ad un sistema scolastico assolutamente inutile e ad una scuola che, secondo l’autrice, non aiuta più i ragazzi a crescere, né a sviluppare al massimo le capacità individuali, ma che è diventata un’istituzione all’inseguimento del mito della facilità, della velocità e che per questo finisce per scoraggiare e demotivare tutti coloro che sono “assetati di autentico sapere”, o che semplicemente avrebbero voglia di studiare.

Vincitore del Premio Campiello 2004 e del Premio Selezione Bancarella, il libro è dunque un autentico spaccato di vita sociale e del posto che la scuola e la società del nostro tempo purtroppo finisce con l’offrire a chi non sceglie l’omologazione e non si adegua alla massa. Una storia surreale eppure verosimile di solitudine, di imitazione e poi di riscatto che ho subito riconosciuto come una preziosa guida ai lettori, formatori e non, che hanno quotidianamente a che fare con i giovani e con loro delicato processo di crescita.

Per salvare le barche dal bosco, per aiutarle a spingerle verso il loro mare.  

Dalle note di copertina: “Questa è la storia di un talento sprecato, ...ma non del tutto”.

...grazie per avermi suggerito di leggerlo, Alp.

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 11:31 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
 
the lady and the unicornBisogna riconoscere che Tracy Chevalier è una bella furbastra. Nata a Washington nel 1962, si è poi trasferita in Inghilterra nel 1984, dove ha lavorato a lungo come editor. Questo lavoro le deve aver insegnato molto su come si confeziona un best seller adatto al vasto pubblico.
 
Da qualche anno a questa parte, infatti, Tracy Chevalier sta sfornando dei romanzi che sono delle variazioni sullo stesso tema. Da The Virgin Blue del 1997, (tradotto di recente in italiano per Neri Pozza col titolo La vergine azzurra) a La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza, 2000), l’espediente è sempre quello di utilizzare un controverso e poco approfondito risvolto della storia dell’Arte (nella maggioranza dei casi per via della mancanza oggettiva di documentazione storica) e trasformarlo in un’idea narrativa. I suoi libri sono sempre seguiti da un buon battage pubblicitario, con folgoranti ed entusiastici giudizi critici: “Chevalier dona il soffio della vita al romanzo storico!” Già. Peccato che il romanzo storico sia un’altra cosa.
 
Non sto dicendo che la Chevalier non sappia scrivere o sia sprovvista di talento. Un master in Creative Writing nel 1993 all’Università dell’East Anglia deve averle pure insegnato qualcosa e a ben vedere non manca neanche d’immaginazione. Prendiamo per esempio questo La dama e l’unicorno (Neri Pozza, 2003, pagg. 285, Euro 15,50) che ho da poco finito di leggere. L’intuizione, come nel caso della ragazza con l’orecchino di perla del dipinto di Vermeer, è quanto mai felice. Nel 1882 il Governo francese acquistò per il Musée de Cluny (Oggi Musée National du Moyen Âge) di Parigi un ciclo di 6 arazzi di grandi dimensioni di cui si sa poco o nulla. E’ probabile che siano stati commissionati da una nobile famiglia parigina del tardo 400, i Le Viste, per un motivo sconosciuto. La loro fattura, l’utilizzo dei fondali Millefleurs e la tecnica di tessitura palesano un’abilità e caratteristiche tipiche del Nord Europa, specialmente Bruxelles e le Fiandre, dove operavano diverse botteghe specializzate in queste produzioni raffinate e ricche di dettagli. Vi invito a deliziarvi gli occhi andando a sbirciare la sezione relativa agli arazzi nel sito della scrittrice: www.tchevalier.com.
 
La concezione simbolica che presiede la realizzazione di questi arazzi ha di fatto impegnato a lungo gli studiosi, che hanno avanzato le ipotesi più disparate. Si tratta, ad un primo livello, di un’allegoria dei 5 sensi che presenta molti elementi ancora oscuri o di significato ambivalente. L’attrazione che suscita questa tradizione figurativa non lascia indifferenti nemmeno noi lettori, più o meno profani, ed è su questo immaginario che ha fatto leva la Chevalier nell’imbastire il suo plot. Parigi, un giorno di Quaresima del 1490. Jean Le Viste, il signore dagli occhi come lame di coltello, commissiona a Nicolas des Innocents, miniaturista e pittore d’insegne à la page, il disegno preparatorio per la realizzazione di alcuni arazzi immensi che raffigurino la battaglia di Nancy, per celebrare il suo rango nella Gran Salle della sua abitazione al di là della Senna. Allettato dal compenso, il pittore non esita ad accettare, come non tentenna a lungo di fronte alla proposta di Geneviève de Nanterre, la moglie di Jean e signora della casa, di convincere il marito a rinunciare al sangue, ai cavalli e agli elmi per raffigurare una dama che seduce l’unicorno, animale leggendario il cui corno ha delle magiche facoltà, presente in Giobbe e nel Deuteronomio, a simboleggiare la seduzione, la giovinezza e l’amore... con ampie variazioni sul tema che scopriamo proseguendo la lettura. Nicolas è un amante delle delizie della vita, gran puttaniere e a suo modo - e per il suo tempo - estimatore della bellezza femminile. Incantato dalle grazie della giovane figlia dei Le Viste, Claude, dall’incarnato pallido e i capelli color miele, sbriglierà la sua fantasia creativa e il suo talento per concepire un ciclo di arazzi dal significato denso e sfaccettato nel quale diverse e inaspettate sono le chiavi di lettura. Il destino del pittore si intreccia indissolubilmente con la famiglia De la Chapelle, tessitori di Bruxelles, proprietari della bottega che realizzerà materialmente le opere.
 
Il romanzo è scritto in prima persona e affidato alla voce diretta dei singoli protagonisti, che si alternano a comporre i vari quadri della vicenda. Il testo scorre veloce e non manca di attrattiva in certi passaggi. Non siamo però all’altezza della suggestione esercitata da La ragazza con l’orecchino di perla. Del precedente romanzo era pregevole la cornice del ‘600 fiammingo, ben documentata e resa sulla pagina. In La dama e l’unicorno la cornice storica è solo un motivo di fondo, un pretesto. Il ciclo di arazzi è il protagonista assoluto del romanzo, ma è purtroppo un protagonista latitante, che si affida alla magia di quelle immagini conosciute attraverso le riproduzioni. Ci sono un paio di ipotesi evocative ed intriganti ma in tutta sincerità è un po’ poco per sostenere un’impalcatura di 280 pagine. L’intreccio è poco più di una telenovela e i personaggi non riescono a staccarsi dalla pagina. Sarebbe stato auspicabile contestualizzare meglio il periodo con un maggiore approfondimento storico che andasse al di là delle notizie sugli affreschi. Le tecniche di realizzazione sono appena accennate, e anzi se la cosa vi incuriosisce vi invito a curiosare in www.metmuseum.org , sito del Metropolitan Museum dove c’è un interessante apparato didascalico e un corredo fotografico che documenta la riproduzione delle tecniche di realizzazione degli arazzi in quello scorcio del medioevo.
 
Alla Chevalier consiglierei di sviluppare meglio da un punto di vista psicologico i suoi personaggi. E’ piuttosto inverosimile che una ragazzina del Quattrocento si esprima come Melissa P. nel famigerato 100 colpi di spazzola... I desideri non invecchiano neanche con l’età del mondo, ma allora eravamo ben distanti dalle sfrontatezze delle moderne lolite. Claude non è sfiorata neanche da un accenno di pentimento o di conflitto interiore. La condizione psicologica, la repressione e il controllo del pensiero e dello spirito, la temperie culturale medievale erano cose ben lontane dalla contemporaneità. Forse Chevalier non ha letto Le Goff, o forse l’ha accantonato per vendere qualche copia in più.
scritto da cigale

scritto da redazioneparnaso | 11:07 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

Questo libro è consigliato per Barone, ma magari non lo saprà mai, chè lui- raramente ci passa per di qui.
L'ho appena finito, non è dei suoi migliori, ma poichè Domenico Starnone è uno scrittore (che leggo sempre, e ho letto quasi tutti i suoi libri)
che fa il suo mestiere con sincerità e passione, anche qui si trovano piste interessanti, per sempio sullo scrivere, sugli scrittori, sulla coppia, sui fantasmi da cui siamo abitati.

ps..perchè è consigliato a Barone? Chiedetelo a lui, dopo che  (e se) l'avrà letto

Domenico Starnone

Labilità

Feltrinelli, Collana "I narratori", 16 euro
 
Uno scrittore maturo sta avviando la stesura del suo nuovo romanzo. È incerto, insicuro dei propri mezzi. Lo diventa ancora di più quando incontra Gamurra, un ambizioso giovanotto che gli affida la sua opera prima sperando di essere aiutato. Il piccolo mondo della letteratura ronza, spettegola: è un rumore di fondo che mal si concilia con il lavoro. Eppure è dentro quel mondo che Gamurra riappare ormai coronato dal successo, ed è in quel mondo che il protagonista corteggia, ricambiato, una "collega" colta e affascinante, tanto da minare il suo rapporto con la moglie. Da bambini si gioca con l'imperfetto (io ero, tu eri) e si evocano mondi immaginari. Da adulti un artista continua il gioco. Ma quanto è pericoloso abitare una realtà parallela?


scritto da alp

scritto da redazioneparnaso | 10:51 | commenti (1)

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