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sabato, 29 gennaio 2005


categoria:letteratura straniera
 
 

La casa degli spiriti

Isabelle Allende

Feltrinelli
Collana Universale Economica I Narratori

Ma quanto vive l'uomo?
Vive mille anni o uno solo?
Vive una settimana o più secoli?
Per quanto tempo muore l'uomo?
Che vuol dire per sempre?
(Pablo Neruda)

Questa domande di Neruda sono l'epigrafe introduttiva del primo romanzo della scrittrice sudamericana Isabel Allende pubblicato nel 1982,
ma che solo da poco ho conosciuto.

L'autrice ha avuto l'idea di scrivere questo suo libro d'esordio dopo una lunga lettera inviata a Tata, il suo nonno, un lungo racconto in cui tanti dei segreti della sua famiglia venivano rivelati, e da qui l'idea di farne un romanzo in cui appunto due sono i narratori: Alba e il nonno Esteban rueba, felicemente fusi nello svolgersi della narrazione.

E' un libro che, come lei stessa dice, è servito a raccontare le cose del passato perchè non andassero disperse.

Infatti La casa degli spiriti è una lunga saga familiare, ambientata in un paese sudamericano mai nominato, ma facilmente identificabile con il Cile e con il suo contesto storico e culturale prima e durante il golpe di Pinochet (avvenuto nel 1973 e che ha portato all'istaurazione della dittatura militare e alla tragica scomparsa del Presidente Salvatore Allende, che tra l'altro era suo zio, cugino di suo padre) in cui la vita di alcuni personaggi si intreccia irrimediabilmente con la vita politica del paese a cui sono profondamente legati.
(Sullo sfondo sono riconoscibili inoltre altre vicende del Cile: il terremoto del 1939, le ricorrenti crisi economiche, la condizione di sfruttamento dei contadini e le lente trasformazioni della società, l'esperimento socialista…)

Si tratta della saga della famiglia Del Valle-Trueba inseparabilmente legata al destino di un'intera nazione disgregata dalle ingiustizie sociali e privata della sua stessa identità, in cui si susseguono diverse generazioni grandi donne che portano tutte nomi che evocano purezza, candore, luce e calore, perché sono proprio le donne le protagoniste indiscusse di questo romanzo. Con la loro forza, la loro passionalità, la loro importanza nella storia e nella vita quotidiana, il loro coraggio ci guidano attraverso un epoca tumultuosa e drammatica: tre generazioni coinvolte nello stesso dramma e legate allo stesso uomo, Esteban Trueba genero, marito, padre e nonno …

Questo libro, che mi ha visto tutta immersa nell'atmosfera del racconto, tutta "presa" dai personaggi che descrive come fossero delle persone conosciute da tempo, è scritto con uno stile duro e diretto , ma anche dolce e fiabesco, che si dilunga nelle descrizioni in modo minuzioso e appassionato, mai noioso, perlomeno per me, innamorata della sua capacità di mescolare la storia con la leggenda, la fantasia con la realtà, i fatti con la poesia.

.
E la penna di Isabel Allende scorre leggera e veloce…

"La saga familiare ha inizio con Nivea, la capostipite, quella che rappresenta la generazione passata, con una grande devozione al marito, e un punto di riferimento per le figlie. Il centro di tutto però è Clara, la figlia un pò stramba di Nivea, la fanciulla bollata di stregoneria dal parroco, Clara che anima la casa e la vita dei suoi congiunti, Clara che parla con gli spiriti, Clara che predice il futuro.... Una vita caratterizzata dall´amore con Esteban che in realtà non riuscì mai completamente a conquistare il suo cuore. Infatti mai persone furono più lontane in corpo e in spirito come Esteban e Clara. Il primo rabbioso, conservatore, violento, passionale, terreno e crudo, fa quasi tenerezza nei suoi tentativi di trovare l'amore della moglie, eterea, quasi impalpabile, completamente disinteressata agli affari di questo mondo,ed in continuo dialogo con i suoi spiriti guida,ma anche concreta,dolcissima e umana nel momento del bisogno. Per Clara l'amore ha un carattere più universale e, in un certo senso, diventa lo spirito guida del marito, pur rimanendo evidente che hanno 2 modi molto diversi di intendere l'amore e che, probabilmente non esiste un unico modo, il modo giusto, di amare.

Poi c´è Blanca, figlia di Clara, che sfida tutto e tutti per seguire il cuore che la fa innamorare di un Del Valle, una famiglia di umili radici. Un amore che attraverserà la vita dei protagonisti e che si concretizza con la nascita di Alba. Anche lei, per un destino beffardo, seguirà le orme della madre condividendo la sua vita con Pedro Terzo Garcìa, un militante che sacrificherà l´amore per la lotta politica. Un amore forte ed intenso che supererà gli orrori delle torture militari che la povera Alba è costretta a subire per il solo fatto di essere legata sentimentalmente ad un sovversivo."



Vi capita mai, dopo aver letto l'ultima pagina di un bel libro, di restare per lungo tempo in silenzio, a pensare a tante cose, guardando un punto fisso? A me l'ultima volta è capitato con la casa degli spiriti.
Dal romanzo è stato tratto il noto film di Bille August, un'icompleta riduzione cinematografica che, nonostante i bravi attori, non riesce assolutamente, a mio giudizio,ad eguagliare il libro.


notizie dell'autrice

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1975 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha inoltre pubblicato: D'amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), La città delle bestie (2002), Il mio paese inventato (2003) e Il regno del drago d'oro (2004). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, e La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001).

scritto da .....ella
scritto da redazioneparnaso | 09:03 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
 

C'è un librino minuscolo e prezioso, che non troverà - come del resto non è accaduto sinora - lo spazio che merita nelle rubriche preposte all'interno delle riviste specialistiche o degli inserti dei quotidiani.

Anche io mi ci sono imbattuto per puro miracolo, come spesso peraltro mi accade, e proprio coi libri che - dopo - riconosco più miei, indelebilmente.

Giocavo all'ala  è di Stefano Simoncelli, poeta romagnolo che, negli anni '70, aveva dato vita - insieme a Ferruccio Benzoni - alla rivista "Sul porto", ottenendo attenzione e partecipazione di scrittori come Fortini, Raboni e altri.

Ho perso la testa, per questo gioiellino di singolare compostezza e tenuta dalla prima pagina all'ultima. Giocavo all'ala risponde totalmente alla mia idea di poesia, così felicemente nel solco mai interrotto della tradizione alta (o del cosiddetto "grande stile") e, contemporaneamente, così difficilmente semplice, diretto come una folgorazione o un pugno nello stomaco, mite e solido.

Mi accade coi libri che mi feriscono dentro di più, di non trovare commenti ulteriori oltre la perfetta rotondità dei versi: poi, in Italia, vanno di moda le ascendenze, i possibili accostamenti stilistici, la lista dei nomi che dovrebbero - chissà perché - sancire automaticamente il valore di un'opera. E con essi, le quattro righe buone, spesso, per tutte le occasioni.

Potremmo farlo anche qui, ma giova a qualcosa puntualizzare, nei versi di Stefano, certo rigore metrico efficacemente dissimulato, un'elegia che non è mai retorica, quanto piuttosto mirabile ricognizione dall'esserci all'essere, nelle deboli e costanti luci della memoria e del sentimento più raffinato e puntuto, incarnato nei volti e negli affetti della più nuda quotidianità? Giovi, semmai, nel tenace battage per dimostrare (come è sempre più opportuno e lecito fare) che nessun filo s'è mai rotto, nel fiume della nostra poesia. Che nessuna generazione può vantare una supremazia. Che piuttosto l'oblio taglia verticalmente il Secondo Novecento, tenendo a debita distanza coloro che continuavano a parlare, dimostrando - ma in uno specchio inclinato ad arte - un abbassamento che in realtà non esisteva, se non in certi circuiti: quelli, guarda caso, dove pagine come quelle di Simoncelli (e di molti altri) non sono mai arrivate.

scritto da FilippoDavoli

scritto da redazioneparnaso | 08:52 | commenti (3)

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categoria:letteratura straniera
 

Jean-Claude Izzo

Il sole dei morenti

Editrice E/O Collana "Dal mondo", 239 pp., 2000, € 14,50

Il romanzo è la storia di un uomo sfortunato, un giovane sereno, innamorato della moglie, felice di avere un bambino, un lavoro, una casa. Poi la moglie lo lascia, lui perde il lavoro, la casa, finisce sulla strada, diventa quello che chiamiamo un barbone. Ma dietro continua a vivere un uomo. E questo uomo, questo barbone, prova, in un ultimo slancio vitale, a lasciare la Parigi del freddo, dei metrò, dell'alcolismo, della solitudine, per raggiungere Marsiglia, il sole, il mare, la città dove aveva scoperto l'amore. "Il sole dei morenti" è la storia di un viaggio e di una vita.  

Ha una musica dolente, si legge d'un fiato, e dovete conoscere Izzo.. io ho tutti i suoi libri..

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 08:43 | commenti (2)

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domenica, 16 gennaio 2005


categoria:letteratura straniera
 
   Uno dei videoclip musicali più belli che ho visto negli ultimi anni è sicuramente quello di The scientist dei Coldplay (tratto dall’album A Rush of Blood to the Head, 2004). Il pezzo è decisamente pregevole e le immagini ne sono l’ideale completamento. Molti di voi sapranno già di cosa sto parlando. All’inizio del video si ha un primo piano di Chris Martin, il cantante del gruppo; il campo si allarga e scopriamo ch’è steso su una stuoia. Quando comincia a muoversi ci rendiamo conto che c’è qualcosa di strano: lo vediamo scavalcare un muro all’indietro, per poi allontanarsi camminando a ritroso, come un granchio. La vicenda ci viene infatti raccontata all’indietro, come se riavvolgessimo il nastro di una VHS. Il cantante continua la sua passeggiata di spalle e si infila in un bosco, per poi uscirne e risalire su un’auto accartocciata, immobile in mezzo al prato. A terra c’è un corpo esanime. Le foglie tremolano attorno al corpo fino a che questi si solleva in aria, quasi per magia. E’ il corpo della compagna del cantante. Attraverso una fitta pioggia di vetri che si rinsaldano a formare il cristallo frontale, la donna passa dall’esterno all’interno dell’auto, per riprendere posto accanto a Chris Martin. Poi l’auto risale un pendio, capovolgendosi più volte su se stessa; nel suo passaggio rimette in ordine una staccionata, devia la sua traiettoria per non scontrarsi frontalmente con un camion e riprende la sua corsa all’indietro sulla carreggiata. Il video termina con i due che scherzano tranquilli sulle note di chiusura del brano, mentre Martin dice: I’m going back to the start.

  Non c’è niente di retorico o di ovvio nei pensieri che ci affollano la mente, dopo aver visto il video. L’effetto drammatico è forte e colpisce nel segno; di fronte a un evento tanto improvviso quanto inevitabile, chi di noi, qualora disponga ancora di consapevolezza – e nel video l’uomo sopravvive alla presumibile morte della compagna – non desidererebbe gli fosse offerta una seconda possibilità? Tornare all’inizio, applicare un metodo scientifico per contrastare l’incontrovertibilità di eventi che sfuggono ai nostri piani e ai nostri calcoli più complessi ed elaborati.

  Dal video al libro. La costruzione narrativa di The scientist deve molto alla tecnica adottata da Martin Amis in La freccia del tempo (Mondadori 1993, pagg. 171). Il romanzo ci racconta la storia di una intera vita, quella di Tod Friendly, procedendo a ritroso dal letto di morte – e perciò dal passaggio dalla morte all vita – fino al momento del suo concepimento. Non so se mi sento di consigliarvi “caldamente” una lettura di questo genere; prima di tutto è un’esperienza spiazzante (per quanto coinvolgente) e di primo acchito ci si impiglia sull’esercizio di stile. Il nastro si riavvolge e si vedono gli spazzini ridistribuire i sacchi della spazzatura nei giardini delle abitazioni o negli angoli delle strade, e il protagonista raccogliere i capelli dal lavandino per ripettinarseli in testa. Le pagine scorrono e il senso di inquietudine diventa più marcato, superando l’iniziale meraviglia di quel mondo capovolto. Una vita che scorre a ritroso non è meno grondante di sofferenza e scopriamo che ringiovanendo, il nostro americano Tod Friendly ritorna in Europa, e precisamente in Germania, – allora aveva un nome fittizio! – dove lo ritroviamo nei panni di un medico di Auschwitz. Tutto è filtrato dal suo punto di vista; l’umbratile stato d’animo della vecchiaia si tramuta nella fiera consapevolezza di azioni che cambieranno le sorti della storia. La vicenda raggiunge il suo culmine con l’irrompere della violenza nazista, ma anche la prospettiva morale appare stravolta. La distruzione vista al contrario è creazione: dal fumo dei forni i corpi vivi degli ebrei vengono rispediti a casa per ripopolare la Germania. Il senso di spaesamento avvinghia il lettore, che prova un senso di sottile angoscia e di repulsione. Abbiamo partecipato alle traversie di Tod Friendly; con lui abbiamo risalito la corrente fino alle origini e ci siamo resi conto – non senza qualche brivido – che anche all’indietro, il flusso della storia non ci sembra certo meno ineluttabile. Anzi. Come cantava Chris Martin? Nobody said it was easy/ No-one ever said it would be so hard. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato così duro.

scritto da cigale

scritto da redazioneparnaso | 06:47 | commenti

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categoria:poesia, letteratura italiana
 
 

Il signor G.

 

Ricordando Giorgio Gaber

 

 

Il 1° gennaio di due anni fa ci lasciava Giorgio Gaber, personaggio eclettico del panorama musicale italiano, colto e raffinatissimo poeta, sensibile e acuto interprete di tanti aspetti della realtà. Il suo riuscito incontro col teatro, la musica e, agli inizi della sua carriera, anche con la televisione, trova tracce godibili e piacevoli da scoprire o riscoprire in due ottime pubblicazioni curate da Gaber per Einaudi. Il cofanetto (Parole e canzoni, Einaudi, 2002, € 20) raccoglie un libro contenente un’ampia scelta di canzoni e monologhi teatrali comici, surreali, realistici e drammatici scritti da Gaber con Sandro Luporini, coautore di tanti testi, e una videocassetta con preziosi contributi curati da Vincenzo Mollica che

approfondiscono la vicenda umana e musicale di questo artista controverso che ha attraversato, non sempre indenne, 40 anni della storia musicale italiana. Imperdibile il duetto del 1972 con Mina a “Teatro 10”, bellissima pagina della nostra televisione di cui potete godere un brevissimo frammento qui.

approfondiscono la vicenda umana e musicale di questo artista controverso che ha attraversato, non sempre indenne, 40 anni della storia musicale italiana. Imperdibile il duetto del 1972 con Mina a “Teatro 10”, bellissima pagina della nostra televisione di cui potete godere un brevissimo frammento qui.

 

Secondo testo, il volume Questi assurdi spostamenti del cuore. Monologhi in forma di racconto, Einaudi, 2004, € 12. Quattro lunghi scritti densi di emozioni e di piccoli preziosi particolari che aiutano a ricostruire l’intero cammino di una figura che ha saputo riprodurre davvero la realtà del nostro tempo e dei nostri piccoli e privati microcosmi. Una lucida analisi di noi stessi espressa sul registro di una grande verve narrativa.

 

La nota bellissima canzone che dà titolo al libro contenuto nel cofanetto:

 

La libertà non è star sopra un albero

non è neanche avere un’opinione

la libertà non è uno spazio libero

libertà è partecipazione”.

 

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 06:23 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
 
   Persuasione, l’ultimo romanzo finito di Jane Austen, venne pubblicato postumo nel 1818. Ci sono state varie discussioni sul fatto che il romanzo fosse davvero ultimato; la scrittrice era ormai molto malata e ci lavorava quando le forze glielo permettevano. Benché lo considerasse concluso, nel luglio del 1816, non si riteneva soddisfatta del finale; infatti, cambiò un intero capitolo con altri due, dove il presumibile happy ending risulta più gradevole e dinamico.

 

   Persuasione non ha la vivacità di Orgoglio e pregiudizio, e neppure la verve scoppiettante di Emma, ma è probabilmente l’unico dei romanzi della celebre scrittrice – innumerevoli le trasposizioni televisive e cinematografiche dei suoi libri – in cui traspare una sua diversa e più problematica visione del mondo. Abbiamo una certa familiarità coi personaggi di Jane Austen: le sue eroine sono delle gentili donzelle in età da marito, appartenenti alla piccola nobiltà terriera. L’intreccio amoroso, sempre avvincente e ben connotato, si staglia su un fondale senza tempo, dimentico della Storia, la quale sembra decisamente preferire altre vie che non la placida campagna inglese.

    Le novità, in Persuasione, non sono poche. Innanzitutto, la storia d’amore c’è già stata e al lettore viene presentata Anne Elliot otto anni dopo, ventisettenne nubile, sensibile e intelligente ma sfiorita e immalinconita, che diverrà il nostro punto di vista lungo l’evolversi vicenda. A diciannove anni Anne, allora graziosa e nel pieno rigoglio della giovinezza, era stata persuasa dall’amica di famiglia a rifiutare il giovane di cui era innamorata, il capitano di fregata Frederick Wentworth, bello e appassionato ma senza proprietà. Avrebbe forse potuto ribellarsi al parere del padre, l’ottuso e vanitoso sir Walter, ma come contrastare la volontà di una persona che si ama e rispetta come l’amica Lady Russel? Il romanzo prende l’avvio nell’estate del 1814, quando gli ufficiali della Marina Britannica tornano a casa col loro bottino di guerra. Wentworth, manco a dirlo, sbarca arricchito e più che mai intenzionato a prender moglie. Essendo egli il fratello della moglie dell’ammiraglio Croft, nuovo inquilino di Kellynch-hall, – la proprietà che gli Elliot hanno dovuto controvoglia affittare per problemi di denaro – il capitano tornerà a gravitare nella piccola società in cui vive Anne, con la quale non può che dimostrarsi risentito e ferito nell’orgoglio.

    Nonostante una certa prevedibilità – secondo certi canoni dei romanzi dell’epoca – è interessante seguire le variazioni e complicazioni della storia che la Austen ha in serbo per noi. Nella prima parte del romanzo facciamo conoscenza con la famiglia della protagonista; oltre a sir Walter, la povera Anne si dovrà guardare le spalle dalle sorelle, la vanesia Elizabeth e l’ipocondriaca e perfida Mary, sposata al mediocre Charles Musgrove. C’è anche qui il raffinato catalogo dei riti e dei formalismi della piccola nobiltà inglese, coi suoi titoli, i suoi possedimenti, le relazioni d’interesse, volte esclusivamente al mantenimento del proprio rango. Le giovani sorelle Musgrove, spiritose e alla moda, si contenderanno per un po’ il bel marinaio; nella seconda parte del romanzo sarà invece Anne a difendersi dalle insidie del presunto erede di casa Elliot, Mr. William, prima che la situazione prenda una piega inaspettata per tutti i personaggi, tranne che per noi lettori. Lo scioglimento della vicenda avrà luogo a Bath, elegante città termale che ad Anne dà un senso di claustrofobia, ma che è ben delineata nella stratificazione sociale dei suoi quartieri alti e bassi e nella descrizione delle vie, dei suoi locali, sale da concerto e hall degli alberghi.

    La nudità della scrittura non toglie acutezza allo sguardo della Austen; i dialoghi sono fitti, di impianto teatrale e di godibile lettura. L’attenzione al dettaglio, anche naturalistico – splendida ed evocativa la descrizione di una passeggiata novembrina per la campagna inglese di un gruppetto di personaggi – e il tratteggio di una serie complessa e raffinata di caratteri di costume che non sfigurerebbero a fianco di Molière, permette alla scrittrice l’uso del registro graffiante dell’ironia, con una oggettività e precisione che rivelano tutto il suo talento.

    La novità del romanzo risiede anche nel contesto; la scelta di ambientarlo al termine delle guerre napoleoniche non è casuale: i combattenti sono guardati con molta attenzione dalla protagonista, che li contrappone ai riti e alla mentalità del suo del suo piccolo commonwealth. La gente di mare dimostra, a dispetto dell’opportunismo e dell’attaccamento al denaro e alla proprietà della gente di terra, uno stile di vita molto solidale, improntato all’amicizia, all’intimità, all’aiuto reciproco. La Austen sembra auspicare una piccola utopia sociale: ora, dopo la guerra, ci potrebbe essere un ricambio sociale e potrebbero essere proprio quegli ufficiali a occupare i posti di responsabilità e potere, con un nuovo codice etico e morale. A rendere interessante il personaggio di Anne è anche la sua estrema lucidità e consapevolezza, l’amore per la verità, il rifiuto dell’ipocrisia e dell’autoinganno. E’ una Anne matura quella che, con una sconcertante amarezza di fondo, non ripudia la decisione presa in giovinezza (se avesse agito diversamente avrebbe sofferto, nella sua coscienza) ma accoglie l’istanza di una dolorosa formazione che ne rafforza le convinzioni e la rende sicura nella scelta di abbracciare ciò che la vita ha in serbo per lei, la possibilità di rivivere una seconda giovinezza e un rinnovato amore per il suo capitano, che non esiterà a seguire in battaglia – il finale non lo spiega ma la vicenda si chiude nel febbraio del 1815, alle soglie della ripresa delle ostilità dopo che Napoleone è fuggito da Sant’Elena. Possiamo perciò immaginare che Wentworth sia stato richiamato alle armi e che Anne, com’era abitudine all’epoca, ne abbia seguito il destino a bordo di una di quelle navi che abbiamo visto solcare le onde in pellicole come Master & Commander. 

 Jane Austen, Persuasione (i grandi libri Garzanti, pagg.262, Euro 7,50) 
 sul web: www.janeausten.co.uk 
scritto da cigale

scritto da redazioneparnaso | 06:12 | commenti

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