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In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.

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domenica, 19 dicembre 2004


categoria:letteratura straniera
 




Robert JamesWaller
I Ponti di Madison County

Frassinelli1997 €7,90








Questo romanzo mi ha cambiato la vita....
Niente a che vedere con il film,bello ma per carità! Ci sono libri che ti restano dentro...questo mi è rimasto dentro....

"Ci sono canzoni che nascono dall'erba punteggiata d'azzurro,dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia..."

E' la storia di un fotografo Robert Kincaid e della moglie di un agricoltore Francesca Johnson che per caso si incontrano e si innamorano... ma vivere la loro storia d'amore è impossibile... lei non abbandona la sua famiglia, lui non prova neanche a chiederglielo tanto è il suo amore per lei... un amore disinteressato .

Nessuno dei due aveva mai cercato qualcosa di diverso dalla propria vita,ma quando si incontrano tra loro si accende una passione che non sapevano neanche di avere dentro... I momenti trascorsi insieme, si tramutano in ricordi rari e preziosi ... di sentimenti così intensi,a cui attingere per il resto delle loro vite...così continuano ad amarsi ....separati dalle vite e dagli amori precedenti.

Una storia appassionante che ricorda l'amore nella sua forma originaria....l'esistenza dei sentimenti,la consapevolezza dell'amore al di là del tempo e dello spazio...
Un finale da brivido...

scritto da sugarlips



























scritto da redazioneparnaso | 09:29 | commenti (1)

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categoria:letteratura italiana
 

INVIDIE E VELENI DI PAESE

NEGLI ANNI SESSANTA



È ancora Bellano, il paesino lacustre, a fare da liquido fondale su cui Andrea Vitali sa dipingere le sue storie di strapaese con abilissima mano. Già lo avevamo letto e recensito, con viva ammirazione, in Una finestra vistalago e ora ritroviamo lo stesso clima di stagnante provincia - che serba nelle sue pieghe molli, imprevedibili angoli di veleni e di mistero – nel suo Un amore di zitella, non nuovo, perché era già uscito nel 1996, ma coerente per l’atmosfera che l’autore sa creare, fatta anche di rimpianto per quel mondo a misura d’uomo che ci stiamo lasciando alle spalle ogni giorno di più. Questo librino è una vera chicca con le sue quinte mobili, collocate in capitoli brevi che guizzano e si ricompongono, regalandoci un affresco della vita di paese anni Sessanta, fra chiacchiere, sospetti e femminili ripicche.

Chi potrebbe mai pensare che l’incolore zitella Iole covi nel suo magro seno un segreto? E chi meglio della sua collega Iride potrebbe stuzzicarla, rosa da un’irrefrenabile e malevola curiosità? Ambedue impiegate comunali, passano i loro monotoni giorni a

L’impianto narrativo è più essenziale ed ingenuo, rispetto ai due romanzi che gli hanno fatto seguito, e – forse anche per questa sua maggior snellezza – Un amore di zitella si fa leggere tutto d’un fiato, in poche ore, stuzzicati dall’ironia benevola dell’autore che sa anche giocare con calembour e che immaginiamo essere divertito dalle sue stesse trovate, mentre le colloca nero su bianco o quando ci descrive la maligna Iride che tenta di sorridere «ma non lo sapeva fare: aveva una bocca stretta, tagliata per dire cattiverie» o quando intinge la sua penna di scrittore nell’inchiostro dell’assurdo che sa mutare in realtà. Protagonista del romanzo è l’equivoco, giocato con una levitas godibilissima, lieve come la brezza che increspa l’acqua del lago, e nel contempo, venato di quel filo di crudeltà che rende credibile la vita, perché i personaggi del nostro medico-scrittore, sono così reali, da apparire appena usciti dall’ufficio dove scorrono i quotidiani sportivi o leggono romanzetti da quattro soldi, rubando tempo al lavoro.

Precisamente, siamo nel 1962. Sotto i nostri occhi sfrecciano le schedine della Sisal; Villa e Modugno vincono al festival di Sanremo con «Addio, Addio», sconfiggendo la più popolare e gradita dal pubblico «Quando, quando, quando» di Tony Renis, con profonda delusione della zitella gentile, quella mite, che questa canzone sa persino fischiettarla, divenuta piacevole refrain – quasi un controcanto - della narrazione di Vitali. L’happy end lascia un buon sapore in bocca, in un romanzo dal ritmo narrativo così incalzante, quasi una mazurca vorticosa, dove i ballerini danzano un ballo che non è mai scontato, perché l’autore sa creare sempre passi nuovi, lanciando i suoi personaggi dentro una rete di piccoli intrighi, talvolta colorata di giallo..

(g.g.)

Andrea Vitali Un amore di zitella Garzanti pp.116 € 12,50

scritto da Gardenia







scritto da redazioneparnaso | 09:11 | commenti

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categoria:saggistica
 

COLETTE PSICOANALIZZATA

Se non fosse impossibile, ci piacerebbe vedere le maliziose reazioni di Colette, psicoanalizzata, dalla sapiente penna della linguista e semiologa Julia Kristeva, che – confortata dalle sue doti di studiosa di psicoanalisi -, fa idealmente sdraiare la nostra geniale scostumata sul lettino di Freud (lei che era abituata ad abitare ben altri letti!) nel suo laborioso saggio Colette.Vita di una donna, portato per noi in Italia da Donzelli, nell’accurata traduzione di Monica Guerra.

Va di fatto che certe cose si possono scrivere solo quando il soggetto analizzato ha chiuso gli occhi per sempre, poiché propendiamo fortemente per credere che l’eccezionale autrice di trasgressivi romanzi, icona della libertà erotica femminile, non avrebbe gradito una vivisezione così invasiva della sua scioccante personalità.

Con penna sapiente, la Kristeva che già si è occupata di saggi su Hanna Harendt e Melanie Klein, presa com’è dall’intento di sottolineare i valori del genio femminile, crea un polifonico affresco – collocato in oltre quattrocento pagine – in cui si intrecciano meticolose notizie biografiche, valutazione critica di tutto il corpus della produzione letteraria colettiana e soprattutto indagine psicologica della composita personalità di una scrittrice tanto discussa e tanto amata, così fuori dai canoni, da aver meritato – prima donna nella storia della Repubblica francese – i funerali di Stato.

Innanzi tutto, la saggista sottolinea la novità del linguaggio di Colette, il suo «alfabeto solare», il suo «possente arabesco di carne, una cifra di membra mescolate, monogramma simbolico dell’Inesorabile». E altrimenti non avrebbe potuto essere la scrittura di chi ha sempre cercato la «compenetrazione tra la lingua e il mondo, tra lo stile e la carne», dato che improntata a carnalità – nel senso più spinto del termine – non è solo la parola scritta di questa autrice «ermafrodita mentale» aliena da ipocrisie, ma tutta la sua vita, aperta ad ogni tipo di esperienze etero e bi-sessuali.

«Con un vigoroso contrappunto, Colette, impone una parola femminile disinibita che si compiace nel formulare i propri piaceri, senza tuttavia negarne le angosce». Sarà così che il suo «cantico del piacere femminile» può prendersi il lusso di dominare la letteratura della prima metà del Novecento. Eppure, Colette non è femminista nel senso classico del termine, addirittura si dissocia dal femminismo convenzionale, e – pur frequentando gli omosessuali – concepisce una rivoluzione dei costumi tutta sua e molto personale.

La penna di Sidonie-Gabrielle Colette, nata in Borgogna nel 1873 è dunque in grado di mettere nero su bianco la voce di una vera grande rivoluzione che sotto l’apparenza di facili risultati di cassetta, porta avanti un’altra immagine dell’erotismo femminile, apparendo alla stessa saggista, più monella che perversa, come già era stata definita da Apollinaire. Addirittura la Kristeva, azzarda l’ipotesi psicoanalitica di una madre-versione in luogo di perversione, sottolineando l’afflato edipico del bivalente sentimento madre-figlia che ha legato Colette a Sido, la madre mitica, dura e amorevole, sfuggente e onnipresente nella vita dell’autrice che tanto saprà condizionare anche nella produzione letteraria. L’afflato edipico si farà ancora più contorto ed inquietante quando non legherà solo la madre alla figlia, ma anche Colette al figliastro Bertrand e prima ancora la scrittrice alla figura materna di Missy, la nobile, divenuta sua amante, troppo prodigale, che si suiciderà, economicamente rovinata, dopo il suo abbandono. Seguiamo nel saggio le stazioni salienti di tutto un annoso viaggio: i tre matrimoni di Colette, il primo con Willy (Henry Gauthier-Villars), suo attempato mentore e corruttore con cui scriverà in binomio il celebre ciclo delle Claudine; il secondo con Henry de Jouvenelle, importante politico, padre di Bertrand, il figliastro, divenuto suo amante; il terzo con l’ebreo Maurice Goudeket, il suo ultimo amore, il suo «miglior amico» che, malata e inferma, l’accudì fino alla fine dei suoi giorni. Impossibile concentrare nei brevi spazi di una recensione, il fiume di parole della saggista che ha esaminato l’affascinante originalità di una donna non solo grande scrittrice, ma anche spregiudicata senza limiti, pronta a ballare nuda, in scena, in un’epoca in cui il comune senso del pudore era ancora molto rigoroso.

Nell’ottica della Kristeva, l’autrice delle Claudine e de Il grano in erba sublima la perversione e i suoi egoismi di figlia (mancherà al funerale della madre) e la sua famosa “dismaternità”, mutandole in autoanalisi. Non entriamo nel merito del piano morale e tanto meno di quello psicoanalitico, accodandoci ai francesi che l’hanno saputa comunque amare e che nel 1954, sono corsi a migliaia al suo funerale, inteneriti dalla fine di una scrittrice e donna innovatrice e sui generis. Si sa che gli artisti sono, nietzscheanamente, al di sopra del bene e del male. (g.g.)

Julia Kristeva Colette. Vita di una donna Donzelli pp. 422 € 25

scritto da Gardenia













scritto da redazioneparnaso | 08:58 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Un libro misterioso

Qualche tempo fa mi sono trovato nella cassetta delle lettere un libro, senza busta e indirizzo. Presumo sia stato il suo autore (di persona o per mezzo di un fattorino) a recapitarmene una copia, con l’intento preciso di incuriosirmi. E diamine, devo riconoscere ch’è riuscito nel suo intento! Neanche due righe di accompagnamento, niente in grado di soddisfare l’inevitabile curiosità di esaminare il libro e imbarcarmi al più presto nella sua lettura.
Agorà Factory (per info: edizioni@agorafactory.it) è una piccola realtà editoriale vicentina, che avevo già avuto modo di apprezzare per qualità e professionalità. Mi sto ancora chiedendo chi si cela dietro questo Seicentosessantasei (2004, pagg. 94, Euro 9,50), loro recente pubblicazione a firma Pilgram Marpeck.

Viene naturale pensare a celebri pseudonimi letterari ( recenti i casi di Luther Blisset e Wu Ming). Ho telefonato alla casa editrice per qualche informazione chiarificatrice e mi hanno risposto che l’autore preferisce rimanere nell’anonimato. Pilgram Marpeck (1495-1556) fu ingegnere minerario e predicatore anabattista, attivo a Strasburgo nella prima metà del ‘500. Altre notizie le potete leggere qui.
In effetti la figura perno del testo, oltre all’omonimia, presenta molte analogie col personaggio storico, se non altro per il carisma profetico. Non fatevi trarre in inganno dal titolo: non siamo di fronte a un romanzo horror, a un saggio di demonologia o al trattato di una setta religiosa e/o millenaristica.

Seicentosessantasei è una sorta di ibrido letterario, scritto in gran parte in forma narrativa ma con inserti di natura saggistica. E’ un prodotto che si rivolge a un lettore smaliziato, memore di svariate frequentazioni: filosofia, storia, teologia, linguistica e altro ancora.
E’ opera dottrinale che non ha la pretesa d’indottrinare; sembra un gioco di parole o una contraddizione ma in realtà lo stesso autore sembra suggerire, tra le righe, una scelta etica: il desiderio di non fare apostolato ma lasciare testimonianza di un percorso, di una pregnante avventura dell’intelletto e dell’animo umano.
Per il lettore attento e ricettivo, in grado di decifrare i segni – di alfabeti e relativi valori numerici si parla in una appendice del lavoro – e istituire rapporti linguistici con la realtà dell’esistenza, sotto molteplici aspetti.

La cornice narrativa ha uno spiccato sapore fantasy.
Il Profeta Marpeck è calato nella dimensione atemporale di un universo parallelo, specchio deformante e terribilmente prossimo alla nostra realtà contemporanea. Marpeck torna al suo enclave al termine di un viaggio (forse solo ed esclusivamente spirituale), con una nuova lettura (propriamente linguistica) del capitolo tredici del libro dell’Apocalisse, L’inequivocabile e definitiva identificazione della Bestia, tramite il suo nome.
Viene perciò radunata una vasta assemblea nell’ambito della comunità religiosa di Grottherdam, alla quale il profeta tiene un suo discorso. “E accadde, nella penombra serale di quel radioso tramonto quasi del tutto concluso, nell’oscurità incipiente di quella densa e nuvolosa sera d’estate, che il vento disperdesse in mille folate frammenti surreali di parole che evocavano l’immagine mostruosa delle bestie apocalittiche e con un fremito si caricavano di improvvisi e cupi presentimenti tutti coloro che dal vento stesso venivano accarezzati.”

Non dirò di più; appare improbabile, anche solo in parte, illustrare ciò che ognuno può evincere per sé dal prosieguo della lettura. Il processo di svelamento procede ancorandosi ai punti cardine del pensiero di Wittgenstein sui limiti insiti nel linguaggio e nel mondo dal quale è stato originato, per affidarsi a rotte eterodosse (Eugenio Corsini, Giorgio Colli, Mircea Eliade, Alexander Hislop, le Sacre Scritture e la Qabbalah sono solo alcune, tra queste), improntate ad un’etica e ad un sincero spirito antiglobalizzazione.

I profeti hanno avuto alterne fortune nel corso della storia; anche da questo punto di vista appare comprensibile l’esigenza dell’autore di sottrarsi ai destinatari del suo messaggio.
In un breve passaggio della Presentazione del libro viene meglio delineato l’intento di conferire esclusivamente alla scrittura il compito di veicolare questa narrazione di natura profetica:
(…) per quanto uno possa avere qualche ragione, tu sai, sempre meglio di me, che il piacere più grande per la gente è linciare i profeti: i falsi perché non veri, e i veri perché sono impertinenti. E sarebbe saggio avanzare in punta di piedi, con dichiarata umiltà, oppure adottare una forma impersonale che scagioni dagli intenti violentatori.”

scritto da cigale









scritto da redazioneparnaso | 07:02 | commenti

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domenica, 05 dicembre 2004


categoria:poesia
 


Chi assiste muto, chi prende la parola

e i suoi goffi intercalari

nel mutevolissimo scenario?

Sono versi di Mario Luzi, nostro sommo poeta, i primi tre versi di una raccolta appena pubblicata da Garzanti: Dottrina dell'estremo principiante

"Questa raccolta, dove l'alba e il tarmonto s'intrecciano e riverberano in ogni istante, rivela una seducente complessità musicale, modulata per temi e melodie che ritornano e s'inseguono, come in una sinfonia." (dal risvolto di copertina)

 

scritto da harmonia






scritto da redazioneparnaso | 09:10 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 


Sono già passati dieci anni dalla morte della prima donna accademico di Francia: il 17 dicembre 1987 si spegneva, infatti, Marguerite Yourcenar. Una scrittrice straordinaria che ha lasciato nella storia della letteratura alcuni tra i romanzi più belli.

Basti citare le celeberrime Memorie di Adriano, l'Opera al Nero, Colpo di Grazia, Alexis. Una donna, Marguerite, che ha avuto tre passioni nella sua vita: la scrittura, l'amore, il viaggio. Non necessariamente, e sempre, in quest'ordine.

Un'altra donna ha raccontato la vita di Marguerite: è Josyane Savigneau. Caporedattore culturale nel quotidiano francese Le Monde, Josyane ha 46 anni. Ha conosciuto Yourcenar e ne ha scritto una biografia appassionata, amorosa, puntuale: L'invenzione di una vita: Marguerite Yourcenar, pubblicato in Italia da Einaudi.

Josyane porta sempre con sé una foto di Marguerite: gliel'ha regalata la scrittrice. La mostra e sorride. Come innamorata.
La vita di Marguerite Yourcenar è lei stessa un romanzo, già da quando, bambina, decide che sarebbe diventata scrittrice. Aiutata da suo padre pubblica nel 1921, a 18 anni, Jardin des Chimères. Poi via via tutti gli altri, più o meno conosciuti. Ma quello che l'ha contraddistinta, è stata la riscrittura dei propri libri. Un continuo ritornare sui propri passi.

«Yourcenar aveva tutto il suo mondo immaginario in testa già a 20 anni: quello che lei chiamava "i progetti del mio ventennio". Da ragazza sapeva chi erano i personaggi che le interessavano: Adriano era già presente, Zenone, dell'Opera al Nero, pure. Ha vissuto tutta la sua vita con questo universo parallelo, sul quale ha continuamente voluto ritornare. In realtà, lei ha riscritto un solo libro: Moneta di sogno. Gli altri li ha solamente un po' corretti, o abbandonati per periodi più o meno lunghi, per poi terminarli successivamente. Adriano era stato, sì, già scritto una volta, ma in forma di dialogo, cosa che non la convinceva affatto. Riprendendo la storia, ne ha cambiato il modo di narrazione per arrivare a quella versione finale che tutti noi conosciamo».

I suoi due libri più affascinanti, appunto, Adriano e l'Opera al Nero: due spiriti indipendenti, simili ma così diversi. Che cosa rende a tutt'oggi così lucidi Adriano e Zenone?
«Una riflessione molto coraggiosa, perché fatta da una donna, su quello che è il potere. Ossia: cos'è un uomo collocato in una situazione di potere, come è la sua vita privata inquinata dal potere, come funziona il potere. E', in sostanza, un ragionamento sulla libertà. In Adriano, visto che è stato scritto nel periodo della ricostruzione e della speranza dopo la seconda guerra mondiale, c'è più ottimismo. Zenone, invece, è molto più attuale e contemporaneo. Figlio degli Anni '60, epoca nella quale le illusioni cominciavano a svanire, percepisce in pieno il ritorno della barbarie e dei capovolgimenti politici. E' profeta: la salita dell'estrema destra era assolutamente impensabile solo qualche anno fa e, invece, eccola che ci soffia sul collo. Oggi sono scandalizzata quando vedo dei politici "democratici" accettare di stringere la mano a Le Pen. Insomma: Zenone è un personaggio alle prese con il totalitarismo. Qual è lo spazio di libertà individuale e fin dove si può andare quando si ha a che fare con la dittatura? Si può giocare con la propria vita fino a interromperla volontariamente per non essere vinti? Sono queste le domande che pone la lettura dell'Opera al Nero».

fonte: http://yourcenar.org/

scritto da alp











scritto da redazioneparnaso | 08:45 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

C'è un libro che mi è rimasto dentro, che ogni tanto ritorno a leggere...

Una relazione intima
di Zeruya Shalev

(narrativa frassinelli paperback - €8,80 )



L'autrice è israeliana, nata in un kibbutz nel 1959, adesso vive a Gerusalemme.
Per questo romanzo ha ricevuto il Golden Book Prize e L'Ashman Prize...
Una storia erotica, forte, carnale, che ruota attornoa Yara, la protagonista e alla sua morbosa passione per un amico del padre, molto più vecchio di lei,un tizio oscuro e ambiguo.
Eppure Yara ne è attratta in maniera ossessiva, è una donna sposata con una passione fortissima che la trascina in un turbinio di emozioni, che la distruggeranno...
Finisce con il corrodere il suo mondo: la carriera si infossa, il matrimonio va in pezzi, la sua famiglia la emargina... eppure questa spiacevole parentesi della sua vita la lascerà sola ,ma libera, una persona nuova, che non vuolepiù vivere la sua vita in maniera stereotipata.
Un romanzo affascinante... una scrittura fluida, quasi torrenziale... che espone in modo magistrale il dramma umano e reale di una donna in piena crisi...

scritto da sugarlips

















scritto da redazioneparnaso | 08:39 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 




Il tunnel
di Ernesto Sabato

Titolo originale: El túnel
Traduzione di Paolo Collo e Paola Tomasinelli
Con uno scritto di Cesare Segre
140 pag., Euro 14,46 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)





E’ il romanzo d'esordio del grande scrittore argentino, nato a Rojas, provincia di Buenos Aires nel 1911 da genitori calabresi. Fu un grande successo, pubblicato per la prima volta nel 1948 e ripubblicato poi da Einaudi in una nuova traduzione.

“Sarà sufficiente dire che sono Juan Pablo Castel, il pittore che ha ucciso María Iribarne; suppongo che il processo sia rimasto nel ricordo di tutti e che non occorrano ulteriori spiegazioni sulla mia persona”

E' questo l’incipit del libro
che racconta la storia di un pittore, Juan Pablo Castel, assassino della donna che ama, della donna più importante della sua vita. In tutto il mondo ispanico, è divenuto un classico, un pezzo che i bambini studiano a memoria come se si trattasse di una poesia di Borges.

La storia è raccontata in prima persona dal protagonista che ucciderà alla fine la donna che ama; anche se sappiamo fin dall’inizio il tragico epilogo, la lettura è coinvolgente perché, con una prosa asciutta e incisiva e in un crescendo di continua tensione, ricostruisce nei dettagli le motivazioni e i modi della sua drammatica vicenda.

Juan Pablo Castel è un noto pittore che si ritrova ossessionato e soffocato da un sentimento fortissimo per Maria Iridarne, una donna vista per la prima volta in occasione di una sua esposizione, una visitatrice attenta che rimane colpita da un particolare di un suo quadro che tutti sembrano non notare, tranne lei, e che anche per l’artista era molto importante.
Da quel momento la donna diventa il centro assoluto dei suoi pensieri e il lento avvicinamento alla donna è descritto giorno per giorno in un alternarsi di sensazioni.

Alla fine la passione prende il sopravvento su qualsiasi altro sentimento e Castel abbandona la logica, non riesce più a pensare con lucidità, sospetta, accusa la donna di tradirlo, dubita di lei perché è capace di ingannare il marito e dunque potrebbe fare altrettanto con lui, teme che abbia altri amanti.
Lo scrittore coglie esattamente il momento in cui l'amore non è più sentimento rivolto verso una persona, ma diventa lucida ossessione e si trasforma in odio e l’assassinio, il culmine della vicenda, è anche la fine, quasi una liberazione da tanta sofferenza

.

La metafora del tunnel allude alla solitudine e all’incomunicabilità di Castel:
"c'era un solo tunnel, buio e solitario: il mio, il tunnel in cui avevo trascorso l'infanzia, la giovinezza, tutta la mia vita".
Col crescere della passione, pensa che il tunnel nel quale si sente rinchiuso possa, in qualche modo, deviare e confluire con quello che ospita la ragazza. Ma via via che su Maria si addensano tanti suoi sospetti, più o meno giustificati non importa, l'illusione inappagata di un rapporto profondo si trasforma in odio e sfocia nell'omicidio.

La storia è ambientata in una Buenos Aires degli anni ’20 e Sábato descrive questa città, fatta di tavolini, pittori, artisti, quartieri, angoli, oltre che intellettuali colti e raffinati. Ci trasmette l’atmosfera del quartiere Palermo, (il quartiere italiano) e della grande pianura che circonda Buenos Aires.

Dicono che forse proprio per questo in italia non sia piaciuto molto questo libro “perché per noi l’Argentina è la terra dei nostri emigranti, la terra che ha accolto i nostri poveri e che ci ricorda che anche noi siamo stati poveri” e questa descrizione della sua essenza sembra stonare con il nostro immaginario.

L’autore
Ernesto Sabato (Roja, Buenos Aires, 1911) si laurea in fisica all'università di La Plata nel 1937 e dal 1939 lavora presso i Laboratori Curie, ma nel '43 abbandona l'incarico per dedicarsi alla letteratura e nel '48 pubblica, presso la casa editrice Sur, Il tunnel. Poi sarà la volta di Sopra eroi e tombe (1961) e, nel '74, dell'Angelo dell'abisso. Nel 1983, in seguito alla caduta della dittatura argentina, Sabato viene nominato presidente della Comisión Nazional sobre la Desaparición de las Personas, e l'anno successivo edita Nuca más, terribile atto di accusa sulle atrocità commesse dalla giunta militare.
I suoi ultimi libri sono Prima della fine (1998) e La resistencia (2000).


scritto da .....ella
scritto da redazioneparnaso | 08:18 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
Propongo un libro che non ho ancora letto, ma che ritengo fondamentale per la comprensione delle vicende storiche in cui donne e uomini possono essere straziati per tempi lunghi, i lunghi tempi della storia rispetto alla brevità della vita umana.


SENZA PACE
di David Hirst

Un secolo di conflitti in Medio Oriente





"Una storia epica... una straordinaria e incalzante narrazione... un serio resoconto del costo del sionismo e una sobria analisi
del nuovo ruolo di Israele come conquistatore e occupante" - Christopher Hitchens

"Lascia ben pochi scheletri inviolati nell'armadio di Israele. Essendo documentatissimo, questo libro non sara' una piacevole lettura per molti di coloro che faranno tutto il possibile per screditarlo. Troveranno difficile sfidare l'ineludibile realta' degli interrogativi che pone e la sua caustica analisi" - Financial Times

"Un libro di prim'ordine, ottimamente scritto" - The Nation

"Una brillante mente analitica" - Robert Fisk

"Un classico" - Edward Said

Con "Senza Pace" il giornalista inglese David Hirst infrange tutti i miti sul conflitto israelo-palestinese.

Hirst, ex corrispondente del prestigioso quotidiano inglese The Guardian per il Medioriente, percorre gli avvenimenti occorsi dal 1880 ad oggi, per dimostrare come la violenza araba, sebbene spesso crudele e fanatica, sia una risposta alla continua provocazione di una reiterata aggressione.

Descritto dal New Statesman come uno dei "piu' grandi corrispondenti di lingua inglese dei nostri tempi", "l'impareggiabile analisi di Hirst gli e' valsa anatemi, espulsioni e rispetto in ogni paese della regione" (The Guardian). Bandito da 6 paesi arabi, rapito due volte, David Hirst e' il cronista perfetto di questo terribile e apparentemente irrisolvibile conflitto. La nuova edizione di questo "studio definitivo" (The Irish Times) attualizza la storia.

Tra i tanti temi sottoposti alla profonda analisi di Hirst vi sono: il processo di Pace di Oslo, l'occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, l'effetto destabilizzante degli insediamenti ebraici nei territori, la seconda Intifada e l'aumento spaventoso di attacchi sucidi, il crescente potere della lobby di Israele - fondamentalisti ebraici e cristiani - negli Stati Uniti, l'aumento del dissenso interno a Israele e tra la popolazione israelo-americana, la partita tra Sharon e Arafat e lo spettro della catastrofe nucleare che minaccia di distruggere l'intera regione.

"David Hirst, da sempre partecipe alla tragedia palestinese, e' un giornalista di primissimo livello che ha dedicato la sua esistenza a vivere all'interno del mondo arabo e a scrivere di esso" - Edward Said


scritto da harmonia













scritto da redazioneparnaso | 08:03 | commenti (1)

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