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mercoledì, 29 settembre 2004 categoria:letteratura straniera ![]()
MRS. KIMBLE: TRE DONNE E TRE SOGNI D’AMORE DISTRUTTI Incontrare un‘opera prima di rara qualità come Mrs. Kimble, il coinvolgente romanzo di Jennifer Haigh, che Marco Tropea ci propone nella bella traduzione italiana di Chiara Gabutti, non è fatto comune, anche se il minimalismo americano, in letteratura, a partire da Hemingway – che ne è stato il pregevole maestro – passando attraverso Carver, Ford, Leavitt e Cunningham, ci ha abituato ai grandi romanzieri americani. Questo romanzo d’esordio, ha giustamente fruttato alla giovane autrice bostoniana l’Hemingway/Pen Award, proprio nel 2004. Al di là della trama affascinante, proprio perché abilmente congegnata con sapienti giochi di rimando ed incastro, siamo rimasti incantati dalla capacità di scrittura minuziosa ed elegante, atta a farci entrare spontaneamente nel pieno dell’azione, a fianco di personaggi così vivi e ben descritti. Tre donne, tre modi diversi di amare, tre sogni rovinosamente distrutti. In estrema sintesi questa è la sostanza della narrazione, ovvero il dipanarsi di tre esistenze femminili, perdutamente prese da un camaleontico charmeur, incantatore senza scrupoli, capace di macchiare, come inizio, l’innocenza di Birdie, la diciottenne, sempliciotta ragazza di provincia che, inviata in un collegio del Sud da un severo genitore, indignato per le attenzioni amorose riservatele da un inserviente di colore, cadrà fra le braccia del reverendo Kimble, folgorata dall’irresistibile suo sguardo azzurro e dai suoi modi fluidi e dalle sue mani di velluto. Birdie firmerà così il contratto della sua rovina: presto abbandonata dal capriccioso pastore di anime, con due teneri figli, incapace di cavarsela da sola nella vita, finirà alcolista e disperata. Ken Kimble la lascia per Moira, involontario trait-d’union per fargli incontrare la seconda vittima, l’ ereditiera Joan, afflitta da un male fisico che ha menomato la sua femminilità. Nuovo matrimonio dell’impudente ex pastore che non esita, per i suoi meschini fini a spacciarsi addirittura per ebreo. La terza moglie del vedevo, presto consolato, sarà Dinah, l’ex bambinaia dei suoi abbandonati figli. Tutte e tre molto più giovani dell’irriducibile seduttore, lo ameranno secondo la forza del loro carattere e della loro condizione: con estrema ingenuità, quasi dabbenaggine Birdie, così inesperta del mondo; con iniziale gratitudine Joan che – dopo l’intervento chirurgico – pensava di non poter più essere amata, con abbandono assoluto Dinah che lo vedeva come un essere superiore. Inutile negare che Ken Kimble ci appare (e così, purtroppo inizialemente non è apparso alle sue donne!) come un irresistibile serpente, mutevole nell’aspetto, nell’abbigliamento, nel linguaggio e persino nella religione, pur di ottenere i suoi bassi scopi in tutti i campi, capace di indurre tre figure femminili, lontane per età, estrazione ed ideali, ad essere concordi solo nell’unica aspirazione, quella di diventare Mrs. Kimble. L’indagine continua dell’autrice tra la capacità di ingannatore del suo protagonista e la vulnerabilità delle vittime al femminile, deborda dalla trama stessa del romanzo, spingendoci a una riflessione su cosa spinga una donna tra le braccia di uno sconosciuto, prestandogli fede in maniera così assoluta e fatale. Sono i suoi occhi così splendidamente azzurri? I suoi modi di miele? L’attenzione che sembra mostrare come se fosse del tutto preso? Quale debolezza rende le sue prede complici consenzienti? Questa è certo una grande domanda che la Haig lascia a noi maliziosamente aperta, offrendoci la storia di una fascinazione senza rimedio – sulla falsariga della moira degli antichi greci, di quell’ineluttabile destino cui non è possibile sottrarsi. Romanzo pieno di sorprese, di colpi di scena, un debutto veramente di tutto rispetto che si fa leggere con la velocità dei libri che coinvolgono nel profondo. (g.g.) Jennifer Haig Mrs.Kimble Marco Tropea pp.345 € 15 scritto da Gardenia
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IL COLORE DELL'ANIMA E' IL GRIGIO "Carogne, santi, non ne ho mi visti. Niente è tutto nero o tutto bianco, è il grigio che la vince. Idem gli uomini e le loro anime... Sei un’anima grigia, graziosamente grigia, come noi tutti... “ Questa affermazione, messa in bocca a Joséphine, una vecchia in odore di stregoneria, uno dei personaggi minori del nuovo romanzo di Philippe Claudel – Le anime grigie (“Les âmes grises”) – che Ponte alle Grazie porta in Italia nella frizzante traduzione di Francesco Bruno, sembra contenere in nuce tutto l’assunto filosofico che lo scrittore intende dimostrare. Siamo di fronte a un originalissimo thriller metafisico, scritto con rara maestria, da un autore che ha saputo guadagnare traguardi letterari importanti come i premi Goncourt e Renaudot e che ha visto questa sua ultima opera tradotta in ben sedici lingue. Teatro dell’ azione è un villaggio del nord-est della Francia. Siamo nel 1917 e infuria la prima guerra mondiale. A fare da controcanto agli avvenimenti è il continuo rombare del cannone, il lamento dei feriti, lo scorrere del sangue, la desolazione di un clima di frontiera acutamente sofferto. Voce narrante e scrivente – poiché sta, vent’anni dopo, mettendo nero su bianco le vicende nelle pagine di un diario – è quella di un poliziotto che ricostruisce i fatti, inframmezzando quelli esterni e fondendoli addirittura, con i suoi personali. Quindi, ci troviamo di fronte a un mosaico a tessere mobili che guizzano sotto i nostri occhi, inducendoci a un viaggio serpentino, sinuoso com’è l’animo umano, pieno di contraddizioni, di ombre e zone grigie che l’autore sa così sapientemente esplorare. Una deliziosa bambina di dieci anni – detta Bella di giorno – viene trovata morta in un canale (“La terra schioccava sotto i tacchi e il rumore echeggiava fin dentro la nuca. Ricordo la grande coperta che avevano gettato sul corpo della piccina che si è subito inzuppata”). Il romanzo si apre con un’indagine poliziesca a tinte fosche, in un clima sempre più macabro, ma non tardiamo ad accorgerci che man mano che l’indagine procede, l’intenzione dell’autore è quello di farci entrare dentro un affresco di più vasta fattura, un quadro della vita di provincia di quel periodo bellico, popolato da personaggi umili, frequentatori di osterie, dominati da figure padronali aride, quando non addirittura “fetenti”, per dirla con Claudel. E così incontriamo Pierre-Ange Destinat, personaggio chiave della narrazione, procuratore per oltre trent’anni a V. che “esercitò il suo mestiere come un orologio meccanico”, solitario e triste abitante del Castello, rimasto vedovo, in età giovanile, di un’amatissima moglie. È chiaro che il poliziotto lo sospetta, trovando impedimenti ed ostacoli alle sue indagini nell’ostilità di un giudice e un colonnello, decisi a proteggere il procuratore. La colpa cadrà sulle spalle di un giovane bretone, con conseguente condanna a morte. L’abilità dell’autore sta nel mantenere irrisolto il delitto fino in fondo. Chi è stato veramente il colpevole? Il giovane bretone che sapremo, in seguito, accusato di crimini simili o il tenebroso procuratore che collezionava foto di giovani somiglianti alla sua rimpianta consorte? La vicenda noir è comunque poca cosa, solo un pretesto perché Claudel possa farci navigare dentro il mare addolorato delle miserie umane, della solitudine, del nero sconforto che solo la pietà e la consapevolezza di un destino comune riesce ad alleviare. Lo stesso poliziotto, che vent’anni dopo gli avvenimenti, confortato da qualche bottiglia di troppo, sta scrivendo e ripercorrendo i terribili fatti, all’epoca del delitto, colpito da un dolore senza consolazione, ha visto morire l’amatissima moglie, proprio dando alla luce il loro primo figlio. E qui, giallo nel giallo, il romanzo si chiude con un finale a sorpresa: Philippe Claudel è veramente uno scrittore da non perdere assolutamente di vista. (g.g.) Philippe Claudel Le anime grigie Ponte alle Grazie pp.217 € 13 scritto da Gardenia
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Tra le pagine di uno dei tanti libri presenti nella vasta biblioteca di casa, nella sezione che tratta gli orrori amplificati e gli orrori dimenticati della guerra e del dopoguerra del ‘45, mia madre conserva una lettera scritta per lei con una calligrafia elegante ed antica. A inviargliela, un’anziana, minuta e distinta signora austriaca che fino a ieri è vissuta a pochi chilometri dalla nostra città e che per tantissimi anni ha percorso in lungo e in largo l’Italia nelle sale e nell’aula magna di ogni scuola di ordine e grado e gremite fino all’inverosimile col suo racconto semplice e drammatico di compagna di prigionia di Anna Frank e di ebrea sopravvissuta nel lager di Auschwitz. Elisa Springer, spentasi la notte scorsa, era nata a Vienna nel
“Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l'unico modo per sperare che quell'indicibile orrore non si ripeta, è l'unico modo per farci uscire dall'oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch'io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Le vicende e la dolcezza di Elisa Springer continueranno a colpirmi non soltanto per la sua instancabile opera di memoria della barbarie raccontata oltre che nei suoi due libri soprattutto nelle scuole, ma anche per l’universalità e la totale empatia della natura del dramma contro la dignità dell’uomo al di là di ogni fede e bandiera. La scrittrice viennese conobbe una signora di nome Helga Schneider nel corso di una conferenza. La madre l’aveva abbandonata all’età di cinque anni per farsi carnefice al servizio di Hitler e arruolarsi nelle SS, diventando prima ausiliaria e poi guardiana nei campi femminile di Ravensbruck e Auschwitz-Bierkenau. Sua zia invece era stata collaboratrice di Goebbles, braccio destro di Hitler. Le frequenti telefonate ricevute da Helga Schneider, che vive in Italia dal 1963 e autrice fra l’altro di due intensi memoriali editi da Adelphi (Il rogo di Berlino e il toccante Lasciami andare, madre), furono da lei sempre ben accolte. Così la lettera breve di mia madre, figlia di un deportato nelle foibe di cui non si è più saputo nulla: la risposta puntuale e immediata della Springer ci lasciò senza fiato e pieni di commozione, perché non fu mero racconto delle follie naziste contro gli ebrei, ma un’intensa comprensione di un dramma privato terribile quanto il suo, lei che viveva a pochi passi da noi e che aveva conosciuto orrori non diversi. Elisa Springer è stata autrice di un altro intenso libro di memorie: a Il silenzio dei vivi è seguita una sorta di naturale appendice dal titolo L’eco del silenzio: la Schoah raccontata ai giovani, pubblicato l’anno scorso sempre dalla casa editrice Marsilio e diventato un punto di riferimento prezioso nelle scuole per spiegare cosa fu l’Olocausto e per instillare nei figli del domani il coraggio e la forza di essere contro la violenza e la sopraffazione della cieca follia umana che distrugge l’uomo e che ne fa a pezzi la sua dignità. Entrambi i libri sono inni alla forza della vita, con parole scandite che non lasciano alcun spazio all'indifferenza. Due lucidissimi ricordi di una vita dominata dal silenzio, il proprio silenzio. E due libri toccanti e profondi che sono testimonianza di un passato da far conoscere, da non rimuovere mai, e che suona come una dolorosa eco delle follie del presente intriso di una cultura dell'odio non diversa raccontata in diretta mentre increduli e inorriditi accendiamo la nostra tv.
L’inizio:
“1° novembre 1995: sono tornata ad Auschwitz.
scritto da 319
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"Vorrei raccomandarvi un libro davvero straordinario: il breve libro di Ulla Berkéwicz Forse stiamo diventando pazzi è una delle opere più originali e profonde sulla crisi del mondo contemporaneo che io abbia letto da molto tempo a questa parte. Non si tratta né di un saggio accademico né di un appello puramente emotivo, ma di una rara combinazione tra un punto di vista straordinariamente lucido, una voce che racconta le proprie esperienze in modo molto personale, e una precisa, coraggiosa descrizione dell'attuale confusione religiosa e ideologica in Europa, in Medio Oriente e altrove". Il sottotitolo Lineamenti di fanatismo comparato la dice lunga sui temi affrontati dall'autrice. Agsicono fondamentalismi vari sulla scena tragica del mondo contemporaneo, non solo quello islamico. Ulla Berkéwicz riesce a guardare le cose da diversi punti di vista, approfondendo e scoprendo comportamenti che fanno pensare appunto che "forse stiamo diventando pazzi, come ha detto Jaron Lanier, inventore del termine virtual reality. Panico e delirio d'onnipotenza uniti in un'unica vertigine".
scritto da harmonia
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(Einaudi, pp. 300, € 14,00; traduzione di Luca Conti) C’è un limite massimo oltre il quale Tom Sawyer e Huck Finn non riescono a far presa più di tanto sui lettori. Il limite è quello dei tredici anni, poi il bisogno di tuffarsi in altre letture diventa più che naturale. Con rare eccezioni (al momento mi viene in mente solo Salinger), gli scrittori che - talora con la scusa della svolta stilistica - si intestardiscono a sfornare romanzi incentrati sulle scoperte fondamentali di un ragazzino, puzzano di ultima spiaggia già al secondo tentativo. Lansdale, per esempio. Immenso ne La Notte del Drive-In, nell’eccellente prova noir di Fiamma fredda e nella raccolta di racconti Maneggiare con cura, perversamente soporifero in cose come In fondo alla palude (recentemente ristampato da Fanucci) e quest’ultimo A Fine dark line, tomo di 300 pagine intriso di malinconiche rievocazioni della provincia texana anni Cinquanta tutta brillantina, primi rock’n’roll e Cadillac rombanti. Stanley Mitchell jr., voce narrante del romanzo, è un tredicenne tontolone davanti al quale Harry Potter farebbe di sicuro la figura del playboy navigato. Stanley ha appena smesso di credere a Babbo Natale e per lui è dura aprirsi un varco nella mente per farci entrare i misteri del sesso. Il suo migliore amico è un coetaneo che non si lava mai i capelli e ha la disgrazia di essere figlio di un predicatore violento. Stanley si ingozza di hamburger, patatine, limonata, poi corre da qualche parte in bicicletta con il fido Nub (povero cane, rischia ripetutamente la vita per colpa dell’imbecillità del padrone). Le strade sono quelle della sonnacchiosa Dewmont, l’anno è il 1958 e per la popolazione di colore c’è la solita scodella di merda razzista da mandare giù. Stanley legge Adventure Comics, Challenger of the Unknown, Superman’s Girlfriend Lois Lane e i romanzi di Edgar Rice Burroughs. Quando il padre fa un macello dopo aver trovato un preservativo usato nella stanza della figlia maggiore, lui fatica di brutto a capire come possa un adulto perdere le staffe per via di un palloncino. Scenetta divertente, d’accordo. Il problema è il resto (l’episodio accade a pagina 19). Troppo debole e convenzionale l’impianto. Troppo stereotipato questo protagonista che si imbatte in cattivi di carton gesso (il nero Bubba Joe) e gioca al giovane detective ficcando il naso in storie di fantasmi da filmetti disneyani genere La Maledizione della prima luna. È il Lansdale migliore? No. Se la qualità della scrittura è alta, l’ispirazione langue nella secca di un trend editoriale che si rivolge tanto ad un target giovanile quanto a quella porzione di pubblico adulto che riesce ad accostarsi ad autori come Niccolò Ammaniti o Stephen King solo in presenza di lavori ‘leggeri’ (Io non ho paura, per il primo; Stand by me e Il Miglio verde per il secondo). L’uscita parallela del lungo racconto Bubba Ho-Tep (Addictions, traduzione di Seba Pezzani) è sicuramente preferibile: 89 pagine di genuina follia ‘uncensored’ che in America ha ispirato un film indipendente di Don Coscarelli (Phantasm) con Bruce Campbell (Evil dead 1,2,3). Se volete Lansdale, il texano fuori di testa maestro dell’intrattenimento, cercatelo lì e lasciate pure questo libro alle signore di mezza età che hanno amato alla follia Io non ho paura e sono inorridite leggendo Fango. (N.G.D’A) scritto da alp
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da Edoardo Galeano, Le labbra del tempo , Sperling&Kupfler Editori Una serie di storie che narrano un'unica storia toccando i temi cari allo scrittore uruguayano: l'infanzia, l'amore, la terra, la parola, l'immagine, il potere e la paura. Quarta di copertina Alp: lo sto leggendo, mi piace, e molto, una pagina una storia, poche parole e molte evocazioni..bellissima questa capacità di cogliere, e conservare, e tramandare briciole di senso..laddove i ciechi vedrebbero solo fatti. scritto da alp
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Mi ci sono avvicinata con determinazione, quel giorno sapevo che sfiorarlo, comprarlo e leggerlo sarebbe stato un tutt'uno. Per quella magia che a volte hanno i libri quando ti chiamano senza un motivo, sirene nelle librerie, specchi del proprio stato d'animo. Erano i giorni di Beslan, dell'orrore in diretta e della violazione dell'infanzia, e io avevo bisogno di qualcosa che fosse senza fronzoli, ammiccamenti, contorcimenti o ingarbugliamenti, senza divertissment intellettuali. Anche solo il girare fra i libri mi dava la nausea. Però Il corpo sa tutto di Banana Yoshimoto, quel pomeriggio da Feltrinelli l'avrei comprato. Infatti, dai ricordi di vecchie letture emergeva la semplicità di una scrittura diretta e dolce, un tepore di sentimenti, non per forza buonismi, ma vissuti, anima, corpo. Sì, l'anima e il corpo, e quel titolo, Il corpo sa tutto, mi era piaciuto subito. Di questo ho bisogno, mi dicevo alla cassa, mentre sapevo che sarei fuggita per qualche ora dai telegiornali, dalle telefonate, dal conto delle vittime e da "hai saputo...". scritto da VictoriaLewis
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The London Scene, Londra, 1931-32, racconto inedito.
Rieditato per i lettori del Parnaso Ambulante
Giorni fa si sono incrociate due piccole pagine di storia. Quattro atlete afghane hanno per la prima volta orgogliosamente sfilato davanti a 4 miliardi di persone, collegate per la Cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atene, accanto ai loro colleghi uomini e accolte con un boato dal pubblico sugli spalti. L’applauso più grande, poi, è stato riservato alla giovane Ala Hikmat, velocista 19enne unica presenza femminile nella squadra irachena. In parallelo, al di là della Manica, l’editrice inglese Emma Cahill ha ritrovato dopo più di 70 anni un racconto inedito di Virginia Woolf, una delle più grandi scrittrici mondiali d'avanguardia che segnò letterariamente un passo importante nel Novecento a favore dell’emancipazione femminile e delle donne estraniate dalla millenaria esclusione sociale maschile e annientate dal potere patriarcale. Londinese di nascita e autodidatta, la Woolf non andò mai al college, ma studiò da sola nella grande libreria del padre crescendo in un ambiente coltissimo e frequentato da artisti, pensatori, storici e intellettuali come Bertrand Russell, Ludwig Wittgenstein, Desmond McCarthy, Lytton Strachey e E.M. Forster. Alternando per tutta la vita momenti di inattività dovuti alle forti crisi depressive, mosse i suoi primi passi da scrittrice nel celebre Bloomsbury Group (dal quartiere londinese omonimo in cui andò ad abitare) dove ogni giovedì si riunì con i suoi amici dell'esclusivo Trinity College di Cambridge per discutere di filosofia, estetica e politica in un ambiente anticonformista e brillante destinato poi a dominare per quasi un trentennio l’intera vita intellettuale londinese e diventando un celeberrimo movimento artistico. Durante la I Guerra Mondiale, fondò la casa editoriale Hogarth Press che pubblicò The waste Land di T.S.Eliot, le opere di Katherine Mansfield, ed alcuni volumi decisivi di Freud, Rilke, Svevo, Gorki, Cecov, Tolstoj e Dostoevskij, lanciando peraltro molti nuovi talenti. Poi, come lei stessa disse, decise di scrivere “sopraffatta dalla poesia della vita”, prediligendo sia lo stile formale del monologo interiore per fluidificare le rigide forme scandite del romanzo realistico ed umanizzare così i suoi personaggi penetrandone l’interiorità, sia il flusso di coscienza per esplorarne i ricordi, i sogni e i desideri scansandone però stilisticamente tutta la parte più sperimentale e d’avanguardia in cui in quegli anni portavano all’estremo le scelte letterarie di James Joyce. Fra i suoi capolavori, spiccano in modo preponderante nella prospettiva del suo fermo e deciso cammino verso i temi della parità sociale, questi tre recentemente oggetto anche di versioni cinematografiche molto ben riuscite: La signora Dalloway (scritto nel 1925 e portato sullo schermo da Vanessa Redgrave nel film omonimo del 1997), un mirabile resoconto della vita di una donna, dei suoi pensieri, dei suoi incontri e dei suoi ricordi, lungo una sola giornata; il curioso e affascinante Orlando (1928 e presentato in un’interessante edizione cinematografica del 1992), biografia immaginaria di un personaggio ora uomo ora donna che viaggia fra mille peripezie attraversando 400 anni di storia e cultura inglese, e protagonista di un romanzo a difesa dell'androginia degli esseri umani e degli aspetti maschili e femminili conviventi in ognuno di noi, e infine il saggio “Una stanza tutta per sé” (1929), resoconto di due conferenze sul tema “Le donne e la narrativa” tenute l’anno prima alle studentesse di Cambridge nelle quali aveva rivisto tutte le proprie certezze giovanili, esortandole a procurarsi un’indipendenza economica e una camera tutta per sé al fine di scrivere con lontane dai limiti imposti dalla società di allora alla creatività femminile. In questo saggio, al quale darà più tardi una dimensione più politica nello splendido Le tre Ghinee (1938), cronistoria della quasi totale assenza delle donne sulla scena letteraria, sottolinedò la marginalizzazione di cui furono vittime le poche donne scrittrici del tempo, vittime di una repressione secolare della scrittura e della parola della donna.
Un delizioso incrocio proprio fra la parola femminile e la sua Londra con la personalissima percezione che di essa ne avevano le donne del tempo corre lungo tutto il filo della raccolta The London Scene, pubblicata per la rivista dall’ironico titolo Good Housekeeping (“Le buone faccende di casa”) fra il 1931 e il ’32. Fu proprio nella forma letteraria del “racconto” che la Woolf, londinese, si sentì libera di sperimentare le forme più innovative e originali della sua creatività. “E’ più facile scrivere di slancio una cosa breve che non un romanzo", confessò lei stessa. Di stile inconfondibile ed elegante, piacevolissimi da leggere, i racconti si rivelarono come lo specchio più intimo della vita della scrittrice: un documento letterario e umano di raro valore. Così quelli ispirati alla scena londinese e riuniti poi in volume nel 1970, pubblicato in Italia col titolo Per le strade di Londra, Garzanti, 1974. Dei sei racconti sulla vita londinese degli anni ’30 alla quale la Woolf fece riferimento nei suoi saggi e nelle sue corrispondenze – delicate descrizioni di un viaggio lungo il Tamigi, di una passeggiata in Oxford Street o una visita a Westminster – ne era scomparso uno, ormai introvabile. Lo ha ritrovato l’altro giorno un’editrice londinese, Emma Cahill, dopo un’attenta e minuziosa ricerca fra gli archivi del Sussex, contea dove in seguito la Woolf andò a vivere. Per la prima volta dopo più di 70 anni, la raccolta sarà pubblicata per intero, dunque. Una importante pagina mancante finalmente ritrovata per tutti i lettori, i critici, gli studiosi e gli educatori, come me, di Letteratura inglese, e per chiunque altro, al di là di ogni specificità di gusti e letture, abbia voglia ad essa di accostarsi. Il delizioso racconto mancante è infatti un delizioso quadretto denso di dettagli interamente dedicato al profilo ironico e divertente della signora Crowe, matriarca della borghesia londinese e regina dei salotti. Le brevi pagine sono state immediatamente pubblicate online l’11 agosto scorso, all’indomani della scoperta dell’inedito, dal sito del quotidiano londinese The Guardian e su numerosi siti di stampa mondiale, e sarà disponibile a partire dal prossimo settembre in versione cartacea per i lettori inglesi in una bellissima ed elegante edizione curata dalla Snowbooks (nella “Signature Collection”, raffinata collana dai volumi in bianco e nero con in copertina una litografia e la firma dell’autore). Per noi italiani dèditi alla Letteratura inglese, un grazie infinito a Giuseppe Bernardi che negli stessi giorni ne ha pubblicato per primo una splendida traduzione sulle pagine de “Il Giornale”. Per i lettori del Parnaso Ambulante, eccone qui una copia da me rieditata in formato Acrobat Reader che dedico, soprattutto, a tutti i miei collaboratori di questa splendida Redazione. Importanti segnalibri per accostarsi alla Woolf la completa recensione di Grazia Giordani di varie opere della scrittrice ed il bellissimo sito dedicato al recente film The hours (di Stephen Daldry, con una irriconoscibile Nicole Kidman, la bravissima Julianne Moore e una straordinaria Meryl Streep), che ripercorre l’incantevole e struggente intreccio tra la vita della scrittrice, la più celebre protagonista della sue opere letterarie – Mrs Dalloway – e una donna contemporanea come può esserlo, fra noi, chiunque.
“Quante piccole storie mi si affacciano alla mente! Tali momenti evanescenti – la vita efficacemente compressa nei suoi attimi più intensi – determinano il carattere e soprattutto la struttura dei racconti. Rivelano ciò che resta quando l'avvizzita scorza del giorno è gettata.. nella siepe. La vita è come la raccolta di schizzi di un artista, o un album di fotografie. Ogni attimo guizza verso l'altro.” dal diario di Virginia Woolf, 1927 scritto da 319
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