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In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.

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martedì, 31 agosto 2004


categoria:letteratura straniera
 
 

  Don DeLillo, Cosmopolis (Einaudi,2003, pagg.180, Euro 16,00)

   Mi ha sempre colpito in DeLillo la capacità – quasi una sorta di chiaroveggenza – di restituirci con la sua opera una radiografia dettagliata della situazione attuale della società “cosiddetta” postmoderna -  e nella fattispecie quella che ne è l’emblema, cioè la società statunitense – nei suoi molteplici aspetti: politico, sociale, religioso, antropologico, artistico. La diagnosi, attenendoci alla metafora medica, è sempre azzeccata e nella maggior parte dei casi è infausta (sic!).

   In questo romanzo breve non siamo certo all’altezza di quello che è finora ritenuto il suo capolavoro, Underworld; siamo distanti da quel grande affresco della recente storia americana; siamo lontani da quel complesso intreccio, da quella partecipazione emotiva e dalle vette di lirismo raggiunte colà, riguardassero anche la prosaica questione dello smaltimento dei rifiuti (dove la gestione del problema assurgeva a scala di valutazione del grado di civiltà delle odierne società occidentali!). In Cosmopolis DeLillo sceglie di parlare del declino della new-economy e di fatto, in questo ultimo gelido inno a New York (il romanzo è significativamente dedicato a Paul Auster), sferra un violento attacco al mostruoso mondo del capitalismo americano e ai suoi riti tecnologici.

  La storia è piuttosto esile ma come accade negli ultimi DeLillo, vedi Libra e Body Art, la situazione di partenza diviene un pretesto per scattare un’istantanea, quasi il dettaglio di una fotografia d’insieme di vaste proporzioni. Il ventottenne miliardario Erick Packer esce dal suo lussuoso attico a tre piani e sale sulla sua limousine con un capriccio: attraversare la città per andare a Hell’s Kitchen e farsi un taglio di capelli dal vecchio barbiere di fiducia del padre. La macchina è un vero e proprio ufficio su quattro ruote; dispone di una serie di monitor collegati con le borse, permettendo a Packer e ai suoi tecnici di tenere d’occhio gli alti e bassi dei mercati. Packer si rivela ben presto ossessionato dalla tecnologia che il suo status gli mette a disposizione; l’ansia di conoscere in tempo reale le fluttuazioni dei suoi titoli, una partita senza esclusione di colpi ingaggiata contro lo yen e la sua inarrestabile ascesa e non da ultimo una vaga minaccia che attende alla sua incolumità lo faranno precipitare per gradi in una spirale di follia autodistruttiva. 

  L’incedere della limousine viene interrotto più volte dai meeting di Packer: ora un esperto di computer, poi un matematico, il medico personale che vigila costantemente sul suo stato di salute e gli pratica, mentre è intento a conversare di economia con una collaboratrice, un’esplorazione rettale. Altri ostacoli si frappongono tra lui e il suo obiettivo, aprendo squarci su scenari metropolitani convulsi e perturbanti, non del tutto inediti ma con uno sguardo obliquo, calati in una dimensione al limite del surreale:il passaggio del corteo presidenziale e le sommosse violente dei manifestanti estremisti no-global, il set di un film dove sosta per interpretare un ruolo di comparsa, un rave-party o il funerale un rapper prematuramente scomparso. Di tanto in tanto incontra la moglie, bella e ricchissima, sposata per procura, figura senza arte né parte che Eric cerca di interpretare come se si trattasse di un enigma. 

  Il romanzo ha subito le stroncature di una parte della critica letteraria anglo-americana vicina agli ambienti dell’establishment e anche da noi non ha riscosso l’attenzione che meritava. Alcuni commentatori hanno parlato di una certa piattezza, di una lettura poco coinvolgente. Certo è difficile provare simpatia per uno come Erick Packer. I suoi dialoghi sembrano più dei lunghi soliloqui; incontra un sacco di gente, con le donne che ha intorno consuma anche del sesso frettoloso e nevrotico ma in ogni caso non c’è mai un reale contatto. Il pathos, se c’è, è rintracciabile nella chiacchierata col vecchio barbiere che lo conosceva da ragazzino o nel confronto finale con un suo ex-impiegato, Benno Levin doppio negativo di Packer e sua nemesi. Del resto cosa potremmo aspettarci da una gelida e brillante intelligenza come quella di Packer, fine conoscitore di scienza, poesia, arte; sacerdote della tecnocrazia, muscoloso e ricchissimo, persino bello; cosa potremmo aspettarci da uno che si trastulla con un bombardiere nucleare in disarmo? 

  Il gioco mortale dei vertici della Finanzia Mondiale che DeLillo svela e immortala in immagini di rara efficacia non ha nulla di intrigante. La sua asetticità sentimentale è resa magistralmente da un’asciuttezza formale, dalla cifra raffinata alla quale ci ha abituati, ammirevole impasto di prosa e poesia che pur senza venire meno al proprio rigore si ammanta a volte di connotazioni metafisiche, di improvvise ricognizioni in scenari dove presente e futuro si confondono nella stretta interdipendenza tra denaro, tecnologia e civiltà: "In effetti i dati, in sé, emettevano una concentrazione spirituale e irradiavano scintillii luminosi, un aspetto dinamico del processo vitale. Era questa l'eloquenza degli alfabeti e dei sistemi numerici, ora pienamente realizzata in forme elettroniche, nella riduzione del mondo alla binarietà di 0 e 1, l'imperativo digitale che definiva ogni respiro dei billioni di esseri viventi sul pianeta".

  Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx, da una famiglia di origine italiana. Vive lontano dalle mondanità della società letteraria, ma pubblica sulle riviste più importanti degli States, dal “New Yorker” all’”Harper’s”, e lavora molto per il teatro. E’ considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Ha esordito nel ’71 con Americana. Altre opere: Rumore bianco, Libra, Underworld, Body Art, Mao II e due commedie: Valparaiso e la stanza bianca.

scritto da cigale | 22:11 | commenti (2) Torna sopra



scritto da LaSirenetta | 07:15 | commenti

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sabato, 21 agosto 2004


categoria:letteratura italiana
 



Il dolore perfetto - Ugo Riccarelli
(Editore: Mondadori)

Ugo Riccarelli è nato nel 1954 a Cirié (Torino), da famiglia toscana. Vive e lavora a Pisa. Ha pubblicato: Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli 1995, premio Chianti), Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme 1998, Selezione premio Campiello, Prix Wizo Européen), Stramonio (Piemme 2000, premio Pisa), L'angelo di Coppi (Mondadori 2001) e Il dolore perfetto (Mondadori, premio Strega 2004).

E' un libro dalle tante sfaccettature... forse anche troppe: tanti personaggi, tante storie che si intrecciano, tanti sogni (per esempio da quello socialista a quello della macchina per il moto perpetuo), ...innumerevoli spunti di riflessione...
Un bel libro che senz'altro avrei dovuto leggere più lentamente... se non fosse per il giovane parnaso che mi invoglia continuamente con nuovi titoli.

E' una saga familiare, di quelle che a me piaccono tanto, perche intreccia atmo§fere quotidiane, microcosmi ricostruiti in ogni particolare e descritti molto bene, in una prospettiva sensibile ma mai "sdolcinata" ambientate però in un periodo storico reale, raccontato attraverso personaggi inventati, ma indimenticabili, accomunati spesso anche dalla percezione di un dolore assoluto, compiuto, rotondo, in un certo senso perfetto, causato dagli eventi della vita.
La descrizione di questo "dolore perfetto", questo quasi ossimro che visita ogni personaggio del libro, non mi è sembrata "pesante" perchè, in qualche modo, è rappresentata come una condizione umana e naturale che l' Uomo spesso deve conoscere, e quindi deve imparare ad accettare, come una parte che forse si rivelerà fondamentale e vera della sua vita.
(Non è facile accettarlo ... ma leggere questi libri aiuta, soprattutto se si alternnano a storie di altro genere, per riequilibrare l'atmo§fera)

Quella di questo libro è la storia parallele di due famiglie: quella del Maestro, un giovane anarchico che arriva da Sapri, da un sud remoto ancora fresco delle utopie e delle ferite del risorgimento. Arriva, alla fine dell'Ottocento a Colle, un paesino della toscana, per insegnare.
Qui conoscerà la vedova Bartoli e dal loro amore nasceranno Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero: figli dai nomi carichi di speranza che dal padre, erediteranno i sogni e la fede nell’utopia.

A Colle vivono anche i Bertorelli, commercianti di maiali, che da generazioni portano i nomi degli eroi omerici. Due famiglie che si uniscono quando la loro figlia, la dolce Annina si innamora di Cafiero, figlio di Ideale.

Dall'intreccio di vicende pubbliche e private, realistiche e fantastiche, si dipana un epopea di drammi e di ideali, di personaggi che vivono il loro tempo.

Citazioni dai testi

scritto da .....ella | 11:51 | commenti (2)















scritto da redazioneparnaso | 06:44 | commenti

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categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura
 

Il Codice da Vinci .Dan Brown. Mondadori 2003.pp 523. £ 18,60 xxv ristampa

Parigi, Museo del Louvre. Nella Grande Galleria, il vecchio curatore Saunière, ferito a morte, si aggrappa con un ultimo gesto disperato a un dipinto del Caravaggio, fa scattare l'allarme e le grate di ferro all'entrata della sala immediatamente scendono, chiudendo fuori il suo inseguitore. L'assassino, rabbioso, non ha ottenuto quello che voleva. A Saunière restano pochi minuti di vita. Si toglie i vestiti e, disteso sul pavimento, si dispone come l'uomo di Vitruvio, il celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci. La scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori è agghiacciante: il vecchio disteso sul marmo è riuscito, prima di morire, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome: Robert Langdon.

Entro da Feltrinelli, per le vie deserte di Ferragosto, e sento che ne parlano.Avevo visto che era da tempo primo nelle classifiche dei libri stranieri.

Avevo letto qualcosa sugli argomenti di cui tratta.Mmm..Non spendo certo tutti quei soldi per un libro di quel genere,al massimo aspetto il tascabile, o l'usato..se proprio sono curioso.
Uno di quei mattonazzi che la globalizzazione impone nella provincia dell'Impero.Vabbeh..lascio perdere.
Esco, ne parlo con la mia compagna, e lei mi dice che l'estate scorsa ha visto un' insegnante di storia dell'arte turca che lo leggeva su quella spiaggia della Turchia.
Ma si, va, è ferragosto...al posto della trattoria o dei panini, visto che ci facciamo il tour dei musei con la tessera di ingresso annuale..

Allora,il libro: come trhriller l'ho trovato deboluccio,e visto che l'intreccio è tutto, in questo genere di libri..
I punti di interesse sono le notizie su Da Vinci, sui codici, sul Sacro Graal, sul femminino nella religione e nella storia dell'arte.

Mi è sembrato il libro di Eco"Il Pendolo di Foucault "in versione per ragazzi..meno farraginoso e più semplificato.

Lo consiglio?No, dai..al massimo,compratelo usato, aspettate il tascabile, fatevelo prestare( per i fortunati membri della redazione di Parnaso ambulante sarà a disposizione nei libri erranti..tra un po')

Sarebbe interessante ricostruire le operazioni di lancio della merce"libro" che hanno fatto in questo caso,le case editrici americane e quelle dei mercati dipendenti, come l'Italia

Se avete tempo, comunque,leggetelo..Mi piacerebbe conoscere qualche altra opinione.(Ps. Secondo me, piacerà molto ad Ella:-)

L'aspetto positivo è che induce curiosità sugli argomenti di cui tratta..leggete per esempio questo articolo (alp)

scritto da redazioneparnaso | 17:26 | commenti Torna sopra
 




scritto da redazioneparnaso | 06:42 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 
Ho letto molto, quest'estate, come sempre d'estate, e più del solito a causa della forzata lontananza dal web.

Scelgo tre libri che parlano dell'uomo che cerca sè stesso (è un filone molto battuto, a quanto vedo, sarà che viviamo in un'epoca di smarrimento?) indagando sulle proprie radici, siano esse religiose, geografiche o storiche.

L'uomo autografo di Zadie Smith è stato una bella sorpresa. Della stessa autrice avevo letto già "denti bianchi" che mi è piaciuto, ma non mi è rimasto dentro. Invece questo romanzo, un po' più scanzonato, un po' più ironico, un po' più ben costruito... non me lo aspettavo così coinvolgente, visto l'argomento principale, per me così poco interessante come il collezionismo, e per di più, il collezionismo di autografi e di oggetti appartenuti a vecchie stelle del cinema. Eppure, nonostante un filo conduttore così poco affine al mio spartano modo di affrontare la vita (niente fronzoli, niente cianfrusaglie ammonticchiate, taglio netto - quello che è passato è passato e ciò che resta è già dentro di me!) questo libro è un travolgente caos, una baraonda di personaggi strampalati e vivissimi, di situazioni esasperate ma reali, in un percorso alla ricerca delle proprie radici, della propria identità più vera, che affronta con leggerezza ed ironia l'angoscia di vivere in una contemporaneità priva di attrative.
Avviso ai naviganti, di E. Annie Proulx racconta di un uomo, Quoyle, che, per una serie di circostanze sfortunate, dopo una vita "sbagliata" (corpo sbagliato, moglie sbagliata, lavoro sbagliato), quasi trascinato dagli eventi e coinvolto dalla forza e determinazione della vecchia zia, portando con sè le sue due vivacissime figlie, decide di affrontare un viaggio verso i freddi luoghi delle sue origini nordeuropee, e si riscopre "uomo nuovo", superando le proprie paure e ritrovando, in un contesto difficile e in un ambiente poco confortevole, con la gioia di una vita normale e avventurosa, o avventurosamente normale, la propria dignità di persona inserita nella comunità in cui vive. Carina, appropriata e ben congegnata l'idea di iniziare ogni capitolo con un brano del "libro dei nodi".
De il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani devo ancora capire cosa pensare. Forse avrebbe potuto essere un bel libro, ma per raggiungere l'obiettivo, a mio avviso, avrebbe avuto bisogno di uno studio più approfondito... o meglio, di maggiore semplicità di esposizione: vi si legge la fatica dell'autore per renderlo scorrevole, non so se mi spiego, è come se una nuotatrice di syncron invece di sorridere facesse delle smorfie di tensione. Contiene troppe idee, troppe concatenazioni che risultano, sempre a mio avviso, sgradevolmente slegate. Un po' scontata l'idea di scrivere un libro su un uomo che scrive un libro e che vorrebbe scriverne un altro, anche se la struttura è bene inventata. Ne risulta un romanzo unico ma che dà l'impressione di essere costituito da tre libri. Io li chiamerei: il libro dell'inquietudine, il libro della follia e il libro della pazienza. Peccato, Maggiani ha perso un'occasione per scrivere un capolavoro!

scritto da LaSirenetta | 06:58 | commenti (5) Torna sopra
 




scritto da redazioneparnaso | 06:41 | commenti

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mercoledì, 18 agosto 2004


categoria:letteratura straniera
 

Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori, 1976.

 

In questi giorni la cronaca torna a parlare di clonazione umana.

Gli scienziati dell'International Center for Life di Newcastle, coinvolgendo gli esperti dell'Istituto di Genetica Umana dell'Università e del Centro di Fecondazione della cittadina inglese – ed in quella stessa Gran Bretagna in cui nel 1997 lo scienziato Ian Wilmut dell’Istituto Roslin di Edimburgo clonò la pecora Dolly presentando ufficialmente per primo alle autorità la richiesta di poter fare sperimentazione anche sugli uomini – hanno ricevuto il via libera alla clonazione di embrioni umani a fini terapeutici.

Nell’eco dei consensi, dei dissensi, delle polemiche e dei lunghi dibattiti che stanno seguendo a questa svolta scientifica europea senza precedenti, e che sicuramente continueranno nei prossimi giorni, mi è tornato in mente un libro di fantapolitica, ben scritto e intenso quanto inquietante, dello scrittore ebreo Ira Levin, forse noto a qualcuno per i suoi celebri thriller e per le numerosissime versioni cinematografiche fedelmente tratte dai suoi libri: Rosemary’s baby di Roman Polanski, 1968, con Mia Farrow, o La fabbrica delle mogli tratto da La donna perfetta, film del 1975 proprio quest’anno riproposto in un (più fiacco e macchiettistico) remake di Frank Oz interpretato da Nicole Kidman.

Anche I ragazzi venuti dal Brasile ha conosciuto fama grazie ad una fortunata versione cinematografica davvero mirabile a due anni dalla pubblicazione del libro di Levin (e disponibile ora anche in dvd): quella di Franklin J. Schaffner (Il pianeta delle scimmie, 1968) con la splendida e intensa interpretazione di Laurence Olivier e Gregory Peck,.

Il romanzo, terribilmente attuale e in qualche modo tristemente profetico, è stimato come uno dei migliori thriller mai pubblicati sull’orrore del nazismo e sui pericoli della sperimentazione scientifica, e racconta la storia di Ezra Liebermann, un anziano cacciatore di nazisti che, su segnalazione di un giovane attivista della sua organizzazione, viene a conoscenza di un gruppo di SS che in Paraguay avrebbe continuato, nonostante il crollo del regime, a incontrare in Paraguay il terribile e carnefice medico dei lager del Terzo Reich, Joseph Mengele. Liebermann scopre così una realtà allucinante: non pago degli esperimenti feroci compiuti nei campi di concentramento, Mengele avrebbe proseguito durante la sua latitanza in Brasile l’operazione di “pulizia” ed esaltazione della razza ariana, riuscendo a creare tramite manipolazione genetica ben 94 cloni di Hitler, ora ancora bambini, sparsi in varie parti del mondo e adottati da famiglie di ex-nazisti scelte per essere il più simile possibile al clima familiare del Führer. Esperimento con un fine preciso: uccidere i 65 superstiti dei più accaniti oppositori dell’antico regime e, soprattutto, creare almeno una possibilità, fra 94, di replicare esattamente una nuova razza hitleriana.

Il libro, dalla scrittura limpida e dal passo sempre più intenso, segue le vicissitudini di Liebermann impegnato a scovare Mengele e i suoi folli seguaci per salvare il mondo dall’inquietante riuscita dell’esperimento genetico.

Da leggere.. o da vedere in dvd.

 

scritto da 319





scritto da redazioneparnaso | 07:09 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 


Bret Easton Ellis, Le regole dell’attrazione,
Einaudi tascabili

Uno scorcio accurato e un po’ voyerista,ma non morboso della vita di alcuni studenti dell’università di Cadmen in America.

Un mondo vario, popolato da figure che vanno dal grottesco al patetico, dal surreale al concerato più infimo. Un popolo che non ha valori, ma ne sente il bisogno, un popolo che è spinto ad avere sentimenti ed emozioni vere ma che alla fine risolve tutte le problematiche delle realzioni umane con un ”arrangiati” o soluzioni terribilmente pragmatiche.

Figure private di uno spessore psicologico, che in realtà dimostrano la loro tragica grandezza in un susseguirsi di azioni lasciate a metà, di indecisioni,di relazioni troncate sulla base di nulla e iniziate per ancor meno.

Forte la presenza del sesso e della droga. Direi inevitabile,scontata e inevitabile. Una società che stà per scoppiare sotto il peso della sua stessa grandezza, scivola lentamente verso gli abissi dell’inutile trascinarsi quotidiano di un’esistenza indefinita.

La volontà di fare qualcosa,di reagire all’inedia viene costantemente soffocata da un menefreghismo dilagante. Nulla ha importanza, ancor meno ciò che non è quantificabile o classificabile, come l’amore, l’amicizia, la cultura, la comprensione.

Un finale non finito, come volevasi dimostrare, come doveva essere.

Francamente dopo la grandezza di “American Psycho”, ”Le regole dell’attrazione” si rivela un po' ”stiracchiato, non all’altezza delle aspettative. E’un libro, un bel libro, piacevole a leggersi e distensivo, ma nulla di più.

Lo consiglio a chi non ha letto “American Psycho” o a chi l’ha letto ed è pronto a qualcosa in sordina. Una lettura estiva, meglio di altre ,ma una lettura estiva.

scritto da Minerva84











scritto da redazioneparnaso | 06:59 | commenti

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categoria:letteratura straniera, citazionidaitesti
 

Cecità, Josè Saramago
Einaudi (Tascabili Letteratura), 1996, 315 p.

Il romanzo

Dal retro della copertina:

"In una città qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All’inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è così. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l’inizio di un’epidemia che progressivamente colpisce tutta la città, e l’intero paese. I ciechi vengono rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel più totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato. Scoppia la violenza fra i disperati, violenza per sopraffare o soltanto per sopravvivere, in un'oscurità che sembra coprire ogni regola morale e ogni progetto di vita. Ma una donna che è miracolosamente rimasta immune dalla malattia si finge cieca per farsi internare e poter star vicina al marito. Un gesto d'amore diventa così la possibilità di restituire agli uomini una speranza collettiva, e toccherà a lei inventare un itinerario di salvazione, recuperare le ragioni di una solidale pietà. Saramago denuncia con intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell’etica in cui siamo sprofondati. E paradossalmente, è proprio il mondo delle ombre a rivelare molte cose sul mondo che credevamo di vedere".

"Pagina 292
Quella sera ci furono di nuovo lettura e audizione, non avevano altra maniera di distrarsi, peccato che il medico non fosse, per esempio, un violinista dilettante, che dolci serenate si sarebbero allora potute sentire in questo quinto piano, i vicini invidiosi avrebbero detto, Quelli, o gli va bene la vita o sono degli incoscienti e credono di poter sfuggire alla sventura ridendosela della sventura degli altri. Adesso non c'è altra musica all'infuori di quella delle parole, e le parole, soprattutto quelle dei libri, sono discrete, anche se la curiosità spingesse qualcuno del palazzo a mettersi in ascolto dietro la porta, costui non sentirebbe altro che questo mormorio solitario, questo lungo filo di un suono che potrebbe prolungarsi all'infinito perché i libri del mondo, tutti insieme, sono come dicono sia l'universo, infiniti. ...

... continua su citazioni dai testi

bello, straniante, non didascalico, tiene il ritmo come un giallo, e fa riflettere.
Da leggere, e rileggere.

(scritto da alp)




scritto da redazioneparnaso | 05:47 | commenti

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categoria:letteratura straniera, saggistica, citazionidaitesti
 
 
Franz Kafka è uno dei miei scrittori preferiti e una delle voci più grandi del ‘900 letterario. Rabbrividisco al solo pensiero che romanzi come Il Processo (1924), Il Castello (1926), America (1927), pubblicati postumi, avrebbero potuto andare perduti. Lo scrittore boemo, in punto di morte, pregò il suo intimo amico Max Brod di distruggere tutte le sue opere. Brod, scrittore anch’esso, contravvenne alle ultime volontà dell’amico ma la sua non fu tutta infamia; egli era perfettamente consapevole della grandezza della sua opera. Potete leggere questa storia in I testamenti traditi di Milan Kundera (Adelphi, 1993).

Kundera sottolinea che nella storia del romanzo è racchiuso il più grande tesoro della sapienza esistenziale e considera la più alta evoluzione estetica della forma-romanzo quel mescolare la realtà alla fantasia che vede Kafka anticipatore e innovatore. In un altro suo libro, L’arte del romanzo (Adelphi, 1987) fa un’acuta analisi della poetica dell’autore de La metamorfosi e spiega al lettore l’attualità della sua scrittura, come la sua angoscia e visione del mondo siano uno specchio fedele della contemporaneità. Personalmente apprezzo molto la capacità di sintesi e la chiarezza espositiva di Kundera; il suo intromettersi come autore in alcuni suoi romanzi, mescolando i generi del saggio e della narrativa, ha fatto storcere il naso a molti commentatori ma è innegabile la sua abilità di rendere semplici e comprensibili complesse questioni estetiche e filosofiche o dipanare l’intricata matassa dei sentimenti che albergano nell’animo dei suoi personaggi. Queste qualità rimangono inalterate anche nella sua produzione squisitamente saggistica ed entrambi i testi che ho citato sono letture affascinanti.

Il lettore che ancora non ha frequentato abbastanza Kafka troverà in libreria o in biblioteca di tutto e di più. Conservo alcune edizioni BUR e Garzanti delle sue opere con un buon apparato critico ma anche Mondadori ha pubblicato e ripubblicato in varie collane quelli che sono diventati classici della letteratura moderna. Volete un titolo? Franz Kafka, Lettere a Milena (Mondadori, 1988 e seguenti). E a proposito di Milena Jesenská, la donna che Kafka amò di un amore struggente e disperato, sto leggendo un interessante libro di Margarete Buber-Neumann, Milena, l’amica di Kafka (Adelphi,1999): ovvero la sua vita raccontata dall’amica che la conobbe nel campo di concentramento di Ravensbruck. Si tratta di un saggio che coinvolge emotivamente il lettore nelle vicende delle due donne che condivisero la medesima terribile sorte nei lager nazisti e non solo. Attraverso la storia di Milena, che fu anche giornalista e scrittrice lungimirante e di una sensibilità e talento straordinari, ci viene offerto un panorama della vita intellettuale a Praga dagli anni ’20 del secolo scorso fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale e un punto di vista privilegiato e imprescindibile sull’uomo e sullo scrittore Kafka. Su Kafka si sono vergati fiumi di parole, saggi ponderosi dalle firme prestigiose, interpretazioni svariate e bizzarre se non forzate e strumentali a proposito delle potenti e incisive metafore che contraddistinguono la sua opera. Eppure difficilmente troveremo in questi libri l’immagine limpida e adamantina che ci offre Milena dell’amato, dell’uomo-scrittore Kafka. La sua visione ci restituisce a pieno il rapporto di Kafka con il suo mondo, la genesi della sua angoscia esistenziale, il connubio per lui inscindibile tra vita e arte che lo condusse, prima di una morte precoce in sanatorio, a istigare – benché la curasse –, a coltivare “spiritualmente” la sua malattia. In una lettera a Max Brod scriveva: “Lei chiede come mai Frank abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita. Io penso invece che non sia così. La vita è per lui qualcosa di totalmente diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la Borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche (e lo sono realmente, tranne che per noialtri), insomma sono enigmi stranissimi di fronte ai quali lui non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse il comune assolvimento di un dovere? Per lui l’ufficio – anche il suo ufficio – è una cosa enigmatica e ammirevole come la locomotiva per un bambino piccolo. Non riesce a capire le cose più semplici di questo mondo.”

Milena scrisse anche un necrologio (Notizia del giorno, in ‘Narodni Listy’, 6 giugno 1924, apparso nella rivista ‘Forum’, Wien IX/97) del quale riporto un brano nella traduzione italiana: “(…) Il male gli conferì una sensibilità che sfiora il miracoloso e un rigore spirituale terrificante, tanto era alieno da qualsiasi compromesso; eppure, viceversa, fu anche un uomo che fece ricadere sulla malattia tutto il peso della propria angoscia di vivere. Era timido, timoroso, dolce e buono, ma scrisse libri crudeli e dolorosi. Vedeva il mondo popolato di demoni invisibili che lottano contro l’uomo indifeso e lo annientano. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per combattere: ma la sua debolezza era quella degli uomini nobili e belli che non sanno misurarsi con la paura, i malintesi, la mancanza di amore e le menzogne intellettuali; degli uomini che consapevoli fin dall’inizio della propria impotenza, si lasciano soggiogare, ma coprono il vincitore di ignominia.”
Cos’altro aggiungere?

scritto da cigale

scritto da redazioneparnaso | 05:34 | commenti

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