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martedì, 27 luglio 2004 categoria:letteratura straniera Haruki Murakami:”Dance,dance,dance” Einaudi tascabili « Dì un pò uomo pecora,è così che ci si collega al tuo mondo ?Attraverso una serie infinita di morti? Che altro mi resta da perdere? L’avevi detto che forse non sarei mai stato un uomo felice.Non pretendevo tanto.Ma tutto questo mi sembra al di là di ogni immaginazione.»
Mi sembra giusto incominciare con le parole dell’autore, che ha saputo trascinarmi nel vortice caotico dell’esistenza di un piccolo e mediocre uomo comune di Tokio. Un giornalista free lance che”spala la neve della cultura” scrivendo articoli su ristoranti di pregio per diverse riviste.Un uomo senza grandi pretese dalla vita,senza saldi legami interpersonali.Un uomo felice del suo appartamentino e della sua Subaru usata. Ma qualcosa,una donna,un ricordo,lo porta al Dolphin hotel a Sapporo,da dove comincerà per lui la ricerca della sua identità,del suo passato per vivere il presente.Tutto come in un giallo,dove a ogni morte corrisponde un gradino di coscienza di sé e di conoscenza del mondo. Un percorso in cui un uomo che sembra essere troppo maturo o forse troppo disincantato per sognare ancora si ritrova a vivere in un sogno,in un’atmosfera irreale popolata da figure più grandi di lui,che schiacciano letteralmente le persone comuni che hanno intorno,ma che non riescono a distruggere lo spirito frastornato del protagonista. Splendide descrizioni di un Giappone forse un po’ lontano dal reale,un po’ lontano anche dai nostri stereotipi.Un Giappone dove è ancora possibile prendersi un mese di pausa dal lavoro e cercare sé stessi. Voli pindarici fantastici in atmosfere marine,poi invernali,poi assolutamente occidentali. E’un libro inesprimibile,non tanto per la sua trama,né per lo stile,ma per ciò che trasmette, per il puro e intenso piacere della lettura. Non un libro semplice e nemmeno uno di quelli che si legge tutto d’un fiato.A volte persino difficile e lontano dal modo di pensare comune.Ma forse per questo ancora capace di far sognare… (scritto da Minerva84)
categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti
Anni ’20: sul transatlantico americano Virginian che fa la spola carico di emigranti che viaggiano in cerca di fortuna dall’Europa all’America, un neonato viene abbandonato in una scatola di cartone. Lo trova un macchinista dal buon cuore e il bambino viene adottato da tutto l’equipaggio della nave crescendo all’ombra di uno dei componenti dell’orchestra di bordo.Col passare degli anni, il bambino ribattezzato col nome di “Danny Novecento” comincia a rivelare uno straordinario e raro talento come pianista e trascorre la sua vita sul transatlantico senza mai scenderne quando, di volta in volta, attracca ai porti al di qua e al di là dell’oceano scaricando sulla terraferma i passeggeri e tutti i loro sogni.
Il Virginian diventa così la sua esistenza intera, la sua famiglia, la sua terra, senza mai vedere una città e con la vita fuori al di là delle onde raccontata soltanto attraverso le storie dei viaggiatori ricchi e sfaccendati della prima classe, dei poveri emigranti giù in terza o dell’equipaggio e dei i loro ricordi. Novecento viene a poco a poco in un ideale e perfetto contatto con tutte le esistenze possibili in transito su quel mondo galleggiante e a metà strada fra una vita e l’altra, cosa che lo arricchisce di una profonda e precisa, dettagliata conoscenza del mondo dei viandanti della terraferma. Ogni racconto viene ridipinto e fedelmente tradotto sul suo pianoforte in ritmi ora vivaci, ora malinconici, ora disperati o allegri e con immensa sensibilità; e la tastiera, con cui si esibisce con l’orchestra di bordo ogni sera sulla nave, diventa l’unico suo vero modo di intrecciarsi con il mondo al di là del mare:
Suonavamo perché l'oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov'era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio.
Posto un giorno in disarmo, il vecchio Virginian deve essere mandato in demolizione e fatto esplodere. L’equipaggio sbarca interamente, ma Novecento respinge con forte determinazione l’unica alternativa inevitabile, quella di toccare per la prima volta terra, e sceglie lucidamente di seguire il destino della sua “casa”:
Non si può scendere dal proprio mondo, dai propri sogni, dalla propria arte, né da se stessi.
Nato come monologo teatrale e metafora della precarietà umana e della condizione esistenziale in bilico fra un mondo alle spalle e un mondo immaginato a cui ancora non si appartiene, il libro davvero straordinario e dallo stile fluido e poetico è stato fedelmente riproposto nel 1998/99 in una bellissima versione cinematografica del regista Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, Una Pura Formalità, L’Uomo delle Stelle) con un eccellente Tim Roth nel ruolo di “Novecento” e con la toccante colonna sonora del grande Ennio Morricone a scandirne le pagine più belle. Il libro supera per fascino e stile ancor di più l’intensa trama del suddetto bellissimo film ad esso fedelmente ispirato: La leggenda del pianista sull’oceano.
Un estratto:
Tutta quella città, non se ne vedeva la fine... Non è quel che vidi che mi fermò. E' quello che non vidi.. lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città c'era tutto ma non c'era una fine.. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E' un viaggio troppo lungo. E' una donna troppo bella. E' un profumo troppo forte. E' una musica che non so suonare. Perdonatemi, ma io non scenderò.
(scritto da 319)
categoria:letteratura straniera
Una lettura per l’estate: Alain de Botton “ESERCIZI D’AMORE” Ed. Guanda – Romanzo. Qualche parola per sollecitare la lettura di un piccolo libro, certo non straordinario per i cultori più raffinati – del resto … “il linguaggio inciampa sull’amore, il desiderio difetta di sintassi” … - ma una deliziosa via di mezzo tra un manuale teorico-pratico sull’amore e un intelligente sforzo introspettivo sulla debolezza dell’innamorato. Come dire, buono per gli adolescenti, che potranno fantasticare il proprio futuro, e per i più maturi e disincantati, che avranno l’opportunità di riconoscercisi, a patto di possedere un giusto grado di umiltà. (scritto da stazitta)
mercoledì, 14 luglio 2004 categoria:letteratura italiana
“Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore ad ogni morte di un uomo.” Questo il viatico, questo il prezioso distillato di un romanzo fiume come La miglior vita di Fulvio Tomizza (Oscar Mondadori, 1996, pagg. 310). Tolstoji affermava che per essere universali si doveva parlare del proprio villaggio e questo fa Tomizza, - in un’operazione che forse non ha precedenti nella storia del romanzo italiano di ieri e di oggi e che gli valse il Premio Strega nel 1977 – decidendo di raccontare la storia di un villaggio istriano di confine, Radovani, e della sua comunità, filtrata dal punto di vista del suo sagrestano, Martin Crusich, testimone e cronista lungo tutto l’arco della sua vita dei fatti minuti quanto dei grandi avvenimenti della Storia. Crusich vive in una società arcaica e contadina travolta da due guerre mondiali e lacerata da frequenti mutamenti di organizzazione politica. La vicenda individuale del sagrestano abbraccia tre quarti del Novecento ma attraverso i registri parrocchiali da lui consultati si allarga a ben tre secoli di Storia. La piccola comunità, geograficamente marginale, composta da diverse etnie, è unita dai suoi riti atavici (il romanzo si apre con una benedizione delle messi dai tratti pagani), dalla povertà e dalla fatica del lavoro sui campi, dal tentativo di mantenere una sua coesione e identità anche nell’attraversamento non certo indolore della Storia, passando dall’iniziale dominazione asburgica all’Italia e infine alla Jugoslavia , tra esodi volontari e forzati, dominazioni, religioni, appartenenza a fazioni diverse e contrapposte e giusto perché piove sempre sul bagnato anche a calamità naturali. Il cronista Crusich definisce però la storia del suo paese una “non-storia”: “Continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani ed essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi”. Leggendo il romanzo si comprende come Radovani, malmenata e fiaccata dalla Storia, in realtà non viene radicalmente trasformata dalla sua inesorabile marcia. I suoi contadini, ripiegati sulla propria miseria, sulla roba, sul sesso e la famiglia, sulla loro religione ostinata e declinata in modo singolare, tendono a scivolare in un limbo fuori del tempo, pressoché invisibili. Martin Crusich nell’arco della sua vita serve messa a ben sette parroci le cui figure, accanto a quella del protagonista-narratore, divengono altrettante pietre angolari del romanzo. Don Kuzma, prete polacco che predica in slavo, tenta di costruire un campanile che per varie discordie si arresta a un moncone. Gli succede il sessuofobo Don Michele, personalità conflittuale e motivo di turbamento per l’adolescente Martin. Il pastore d’anime don Stipe occupa invece una buona fetta nella vicenda personale del sagrestano; di estrazione contadina e prossimo alla laurea, don Stipe, orgoglioso delle sue radici slave, vive con spirito partigiano tenuto a freno a stento le divisioni etniche dei suoi parrocchiani che negli anni del suo ministero si inaspriscono per le opposte rivendicazioni dei nazionalisti italiani e croati. Arriva Al termine del secondo conflitto mondiale la parrocchia viene assegnata al Territorio Libero di Trieste per poi essere annessa alla Jugoslavia. Scoppiano risentimenti nazionalistici e la micro-società risente di una brusca svolta comunista; dvisioni all’interno delle stesse famiglie portano all’esodo degli italiani; le case abbandonate sono occupate da nomadi e serbi o da forestieri di altre etnie e credo religioso. Don Nino, fresco di seminario, illuso e inesperto, soggiace all’ostilità dei nuovi potenti per la funzione che rappresenta. Ancora, il croato don Miro, cattolico e nazionalista, partigiano con Tito, straziato nel cuore per un pericoloso coinvolgimento con la maestrina del villaggio, si autodistruggerà lasciandosi morire lentamente di vino e di cancro. In regime socialista non ci sarà più posto per parroci a Radovani. Nella desolata “casa dei preti” prenderà alloggio il solo Martin Crusich, guardiano della memoria. Claudio Magris ha parlato di La miglior vita come “un’epica della frontiera”; il romanzo può essere tranquillamente accostato alle saghe contadine dei romanzieri di area slava. Uno dei punti più alti del romanzo è l’episodio che vede Martin trasportare la salma del suo unico figlio per i boschi fino al paese natio. Il figlio del sagrestano aveva lasciato il seminario e il sacerdozio per andare a battersi da partigiano. Come scrive Paolo Milano in un articolo apparso su L’Espresso del 15 maggio del 1977, “sembra uscito dalle pagine di ‘un romanzo della resistenza’ in lingua slava.” Peccato che Tomizza, morto nel 1999, sia stato spesso accostato a un genere narrativo di area triestina per il solo fatto che viveva a Trieste. Tradotto in dieci lingue, Tomizza è una perla rara nel panorama della recente narrativa italiana e mitteleuropea e dispiace vederlo accantonato da molta critica. La sua scrittura, mai sofisticata ma partecipe, concreta e perfettamente aderente alla materia narrata, ci offre pagine mirabili. Ne sa qualcosa Grazia Giordani, giornalista e commentatrice letteraria de l’Arena, che lo ha conosciuto di persona e gli ha dedicato ampie recensioni e memorie (le potete leggere nel suo sito: www.graziagiordani.it). Conoscevo già Tomizza per alcune mie letture ma voglio ringraziare in questa sede Il dettato sembra stentare, all’inizio, per poi intrecciarsi e procedere dritto verso il suo destino. A ben guardarlo, questo sagrestano giudica le vicende che scorrono sotto i suoi occhi in maniera improbabile per il suo personaggio, ma tant’è, il lettore si mostra disponibile a concedere a Tomizza questa licenza per identificarsi con il sagrestano e vivere con lui la storia in presa diretta. La lingua del romanzo è un italiano che si ammanta di apporti dialettali, con espressioni ora venete, ora friulane/giuliane, ora chiaramente di ceppo slavo in un’amalgama talora posticcio e divertente di suoni e ragioni d’essere. Felice il titolo, che suggerisce allo stesso tempo la nostalgia per la vita di un passato che non tornerà, l’attuale malinconia consapevole di un patrimonio sociale e culturale destinato a scomparire e la timida speranza di un riscatto in un’altra vita, migliore, dopo la morte. Referenze web: www.istrians.com scritto da cigale
categoria:letteratura straniera, citazionidaitesti
L’incipit Il libro Già dalle folgoranti prime pagine siamo trascinati nella storia d’amore tra il più grande pittore olandese del XVII secolo e la sua giovane serva. La Chevalier immagina che Griet vada a servizio da lui dopo che il padre, il migliore decoratore di piastrelle della città, è diventato cieco in un incidente di lavoro. Giorno dopo giorno, il rapporto tra la giovane serva e il grande pittore si trasforma. Vermeer si fida soltanto di Griet e le affida compiti sempre più delicati, colpito da questa ragazza che persino nel modo di disporre le verdure per la minestra rivela una spiccata e imprevedibile sensibilità artistica. Griet è pronta a qualsiasi sacrificio per quell’uomo, sente confusamente che egli ha in sé la grandezza del genio. E Vermeer è irresistibilmente attratto dalla giovinezza e dall’innocenza della ragazza, ma ubbidisce prima di tutto agli imperativi dell’arte: "I suoi occhi valgono una stanza piena d’oro - le spiega l’inventore Leeuwenhoek, amico del pittore - ma qualche volta lui vede il mondo come vorrebbe che fosse, non come è. Non si rende conto delle conseguenze sugli altri del suo punto di vista. Lui pensa solo a se stesso e al suo lavoro, non a te." Ma, nonostante gli avvertimenti, la complicità tra Griet e Vermeer diventa amore, e la passione, a lungo trattenuta, divampa. La Chevalier, con penna sensibilissima, ritrae la nascita di questi sentimenti, le chiacchiere, i pettegolezzi della gente, la separazione finale. E nello stesso tempo traccia una magistrale descrizione della vita quotidiana nella cittadina olandese di Delft nella seconda metà del Seicento: attraverso lo sguardo di Griet ce ne descrive i colori e gli odori, la vita nei mercati, le divisioni tra i quartieri cattolici e protestanti, la tragedia della peste. Alla fine della lettura ci rendiamo conto che La ragazza con l’orecchino di perla è riuscito a parlarci nello stesso tempo del significato dell’arte e della natura dell’amore. La giovane scrittrice si è scrupolosamente documentata sull’epoca e sui luoghi che fanno da sfondo al racconto, ma il fatto che non si sappia nulla della giovane donna ritratta nel quadro e la mancanza di particolari sulla vita del pittore, le hanno dato una grande libertà nell’approfondimento dei caratteri. Il maggiore aiuto - rivela - le è venuto dai 35 dipinti di Vermeer, davanti ai quali ha passato ore ed ore per entrare nella particolare atmosfera che si respira nel romanzo. E forse, d’ora in poi, davanti al ritratto di Vermeer, al mistero di questa giovane donna che ruota lievemente il capo per avvolgere di uno sguardo amoroso il pittore che la ritrae, sarà difficile non pensare a Griet e a questo romanzo sulla straordinaria magia che può nascere tra un artista e la sua modella, quando l’arte e l’amore si fondono in un’unica passione. Hanno scritto di questo romanzo: "Questo è un romanzo straordinario, misterioso, impregnato d’atmosfera ma tuttavia fermamente radicato nella dura vita di una serva. È meglio scritto e ci rivela di più sul procedimento della pittura di un volume su Vermeer aperto davanti a voi." "Ms. Chevalier non compie un solo passo falso in questa sua opera trionfante, l’ultimo di alcuni recenti romanzi basati sulla pittura di Vermeer. È una storia magnificamente scritta che riflette l’eleganza del quadro che l’ha ispirata." "La capacità di scrivere della Chevalier e la sua conoscenza della vita a Delft nel XVII secolo sono tali da permetterle di creare un mondo che ricorda l’interno di un quadro di Vermeer: sospeso in un particolare momento, ma capace di trascendere quell’epoca e quel luogo." L’autrice La qualità di scrittura e l'intreccio del libro, a mio parere, non sono esaltanti. La lettura pero' è scorrevole e le notizie su Vermeer attraggono. venerdì, 09 luglio 2004 categoria:letteratura straniera
Stephen King, Misery, con “Repubblica” da giovedì 8 luglio, € 5,90.
Con la spigliatezza elegante e i brividi di un Maestro degli effetti straordinari del repertorio letterario moderno del noir, Stephen King pubblicava nel 1987 un libro sugli scrittori e dedicato agli scrittori stanchi di essere prigionieri dei propri ruoli standardizzati.
Paul Sheldon, scrittore frustrato di best sellers ed esausto di occuparsi di una letteratura unicamente destinata al consumo di massa, decide di dedicarsi al primo romanzo impegnato di tutta la sua vita per porre fine all’indifferenza con cui è sempre stato trattato dalla critica. Per farlo, deve chiudere il ciclo dei romanzi che lo hanno reso famoso, le vicende rosa e a sfondo erotico di una donna di nome Misery Chastain. L’eroina viene soppressa e cancellata, le dita sono pronte a digitare frenetiche una nuova trama che grida voce da dentro, ma al desiderio del riscatto di Sheldon e della sua realizzazione piena, nel tentativo di aprire finalmente gli occhi ad un pubblico più alto e diverso, si oppone però un giorno con forza demoniaca una delle creature più terrificanti e intense che sia mai stata inventata da King: Annie Wilkies. Fervente ammiratrice di quei romanzetti rosa e affetta da gravissima psicosi, Annie non gli ha perdonato di avere soppresso il suo personaggio e, trascinando lo scrittore nella sua casa maledetta per ridurlo gradualmente ad uno stato di totale prigionia, decide che ad ogni costo Sheldon dovrà far resuscitare Misery solo per lei. Fra torture, violenze e coercizioni di ogni tipo, segregato in una stanza di una casa dispersa fra le montagne, ora calda e accogliente, ora opprimente ed ostile, e sempre in linea con la follia danzante della sua inquietante proprietaria, Sheldon viene immobilizzato a lungo in un letto e forzato a bruciare il suo nuovo romanzo per sopravvivere come ostaggio di una vecchia macchina da scrivere dove partorire ancora una volta un capitolo di quel ciclo rinnegato e di determinare quindi il ritorno in vita dell’eroina soppressa.
Il romanzo gioca su ciò che a volte è la sciagura più totale per una mente creativa: il ribaltamento dei ruoli nel rapporto scrittore/lettore sul potere di chi legge e non di chi scrive, e sull’effimera e insensata crescita delle vendite di tanti volumetti inutili dalle interminabili trame ripetute e intrisi di copioni-fotocopie di se stessi, a discapito di quelle tante nascoste pagine di diamante dei grandi scrittori dimenticati o di voci inascoltate che hanno da dire finalmente cose diverse.
Annie incarna il consumatore letterario medio legato allo standard, col suo forte potere di decidere quello che si deve vendere e quello che non deve essere invece venduto, come le perle preziose di tanti scrittori costretti a servire il pubblico e le cui pagine non capìte dai lettori distratti e diretti verso le facili letture che non fanno pensare, finiscono per andare al macero determinando spesso i loro immeritati insuccessi oppure la loro eclissi. Annie subordina Sheldon fasciandolo ben stretto ad un letto e parlandogli sempre col tono di una madre protettiva e autoritaria, che accudisce suo figlio con attenzione ma che anche gli promette la medicina per alleviare la sofferenza delle torture solo a patto che lui “faccia il bravo”. Tutto il romanzo è imperniato sulla lotta fra l’improbabilità di un genitore ed il suo mostro generato o da continuare a generare, e fra la coercizione di una scrittura forzata entro confini stabiliti e la voglia dello scrittore di emanciparsi e liberarsi dal giogo di una forma standardizzata per cominciare ad essere, e non a sforzarsi ancora di essere secondo i dettami degli altri. Un romanzo che contesta il rischio comune di restare servi del potere di chi legge e ascolta costringendo chi scrive e parla a danzare sempre la stessa danza come una bestiolina ammaestrata.
Con Misery, King si allontana dai cliché che lo avevano innalzato a incontrastato “Re del Brivido e dell’Orrore” che ambientava le sue trame nel Maine da me visitato anni fa e che pulsava per intero delle sue storie: i poteri telecinetici spinti oltre i limiti umani e incontrollabili dell’inquietante Carrie (Bompiani 1974, versione cinematografica di Brian De Palma), la casa gotica e abbandonata di Le notte di Salem (Bompiani, 1975) che incombe con la sua autortità infernale sulle casette stanche e anonime d’intorno, l'Overlook Hotel che domina i viandanti con le sue apparizioni maligne di Shining (Sonzogno 1977, rifacimento cinematografico di Stanley Kubrick), o ancora l’inquietante pagliaccio di It (Sperling & Kupfer, 1986) che inganna e tradisce l’innocenza dei bambini della piccola città di Derry. Da Misery in poi – ambientato nel Colorado, attraversato in ogni sua pagina da un’autobiografismo palese e soprattutto privato delle impalcature scenografiche di terrore e fantasmi che aveva caratterizzato la sua precedente produzione – King genera trame sempre più belle e dallo stile sempre più profondo, tutte portate a film di successo da registi di fama. “La redenzione di Shawshank” (Le ali della libertà con Tim Robbins e Morgan Freeman), Dolores Claibone (L’ultima eclissi con Kathy Bates) e Il miglio verde (con Tom Hanks) lo consacreranno infatti non a solo Re del Brivido, ma a scrittore di indubbio spessore e di sorprendente analisi dei dettagli più inenarrabili della mente umana.
Ispirato ad un interessante racconto dello scrittore inglese Evelyn Waugh (“L'uomo che amava Dickens", in Compassione, Adelphi, 2002) e immortalato dalla splendida e fedelissima versione cinematografica senza sbavature di Rob Reiner (1990) con la ricchezza di una magistrale interpretazione di James Caan e Kathy Bates (Oscar come Miglior Attrice), Misery è una ballata epica fra potere e liberazione e fra stati possibili d’alterazione mentale di dolore e paura che lottano contro l’irragionevole e la follia. Una storia intensa di fuga verso la libertà creativa e di pensiero dalle prigioni delle menti da costruire a tavolino. Pagine di grandissimo fascino, ossessive, ricorsive; di sensazioni forti e dalla scrittura discorsiva e immediata. Pagine da leggere tutte d’un fiato e che resteranno forse care a tutti gli aspiranti scrittori che, fra le righe e i fogli accartocciati, cercano per tutta la vita su una pagina bianca una via d’uscita per andare incontro a sé senza servire nessun’altra mente all’infuori della loro stessa.
categoria:letteratura italiana, bloggerscrittori ![]() La prima domanda che mi sono posto nell’accingermi a scrivere queste righe è: ma Giulio Mozzi è uno scrittore-blogger o un blogger-scrittore? Ci ho pensato un po’ sopra e nell’incapacità di pervenire a un’ipotesi probante ho concluso che verosimilmente è sia l’uno che l’altro. O né l’uno né l’altro. O questo e altro. Mi pare evidente che ho un po’ le idee confuse, perciò cerchiamo di fare ordine. Prima di tutto è sicuramente un personaggio. Cominciamo da qualcosa di oggettivo. Mozzi, classe 1960, abita a Padova e possiamo dire tranquillamente che è un self-made man, uno che si è fatto da sé insomma. "Ho scritto il mio primo racconto il 17 febbraio 1991, all’età di 31 anni: si trattava di una lettera alla mia migliore amica, vittima di un furto, nella quale fingevo di essere il ladro e di voler restituire alcuni oggetti cari. La migliore amica mi scrisse (lei era a Londra, all’epoca). «Carino, quel racconto che mi hai mandato». Così realizzai di aver scritto un racconto. La mia unica intenzione era stata di consolare la mia migliore amica della perdita subita e di divertirla un po’. Provai a scrivere altri racconti e vidi che la cosa mi veniva bene. Se una cosa mi viene bene è inevitabile decidere di dedicarci un po’ di tempo." Ha lavorato per sette anni come dattilografo nell’ufficio stampa di un’associazione di artigiani. I giornalisti che vi lavoravano gli hanno trasmesso a loro modo le tecniche e la pratica della scrittura. Poi ha lavorato altri sette anni (la ricorrenza numerologica evoca un non so che di magico-cabalistico!) come fattorino in una libreria scientifica prima di approdare alla pubblicazione. La produzione narrativa di Mozzi è imperniata sulla forma racconto. La sua scrittura muove i primi passi sulla scia di Carver e dei minimalisti, di cui è stato precoce divulgatore, per approdare a uno stile decisamente personale, una scrittura che per quanto riguarda i primi libri non esiterei a definire straniata e straniante, limpida e quasi disarmante per la sua schiettezza e comunicatività. Mi riferisco in particolare ai racconti di Questo è il giardino (Theoria, 1993; Mondadori, 1998), La felicità terrena (Einaudi, 1996) e Il male naturale (Einaudi, 1998), probabilmente le sue cose migliori. Poi, ad un certo punto, ha fatto della scrittura un mestiere. Ha fondato la Piccola scuola di scrittura creativa (www.lanternamagica.org) ma sarebbe difficile rintracciare tutte le collaborazioni con addetti ai lavori più o meno noti, le riviste, le webzines e via discorrendo. “Quindi dico: mi pare fuor di dubbio che si possa insegnare a scrivere decentemente o magari pregevolmente o addirittura brillantemente. Mi pare fuor di dubbio che si possa insegnare a semplificare o arricchire lo stile, secondo le esigenze. Mi pare fuor di dubbio che si possa insegnare a disporre le materie, gli argomenti e le narrazioni. Mi pare fuor di dubbio che si possano insegnare le forme della novella, del racconto, del romanzo, della memoria, dell'autobiografia, della lode, del biasimo… Mi pare fuor di dubbio perfino - anche se su questo, immagino, qualcuno avrà da ridire - che si possa addestrare ad aumentare le proprie capacità di invenzione.” Con Stefano Brugnolo ha scritto un curioso Ricettario di scrittura creativa (Theoria, 1997; nuova edizione aumentata Zanichelli 2000) rifacendosi allo spirito di una tradizione retorica capace di scomodare Cicerone e Quintiliano o la Crestomazia di Leopardi. Mi sa che dimentico qualcosa. Ah, già. Da qualche anno Mozzi fa il talent-scout per Sironi editore. E’ l’editor di almeno un caso letterario, L’elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo (Sironi, 2003; Einaudi tascabili 2004), uno dei libri (abbiate pazienza) peggiori che io abbia letto negli ultimi tempi. Ma sentiamo cosa dice in proposito: “Un caso letterario può nascere per pura fortuna. Quello che è successo, è successo solo perché un giornalista (Onofrio D’Orrico, n.d.r.), con il quale non avevo mai parlato in vita mia e che, tra parentesi, non ha alcuna stima di me come scrittore, ha letto il libro, si è entusiasmato, e ha deciso di fare quattro pagine sul Sette, il magazine del Corriere della sera. Tutti gli altri si sono accodati. Punto. Ha aperto anche un blog che fino al 2003 è stato ospitato sulla piattaforma di clarence.com per poi divenire un sito a tutti gli effetti: www.giuliomozzi.com. Anche ora ch’è un sito ha comunque mantenuto l’impostazione di un blog: i post a cadenza quasi giornaliera, poche o quasi nulle le foto, una marea di link a blog e siti di amici scrittori. La lettura dei suoi post è interessante; fin dall’inizio Mozzi ha intuito le potenzialità espressive dei weblog e ha aderito alla filosofia del blogger adottandone lo stile. I suoi post sono per lo più brevi riflessioni confidenziali, piccole narrazioni su aneddoti quotidiani, appunti di viaggi lungo la penisola per i suoi seminari di scrittura, riferimenti e link a libri letti, a musica ascoltata, a film visti… Ho omesso qualcosa, certo, ma ho comunque offerto una (ahimé non certo breve) panoramica di un protagonista controverso ed emblematico della scrittura in Italia. Peccato che non mi abbia chiarito molto le idee su chi è questo proteiforme personaggio (ma è proprio necessario trovare una risposta?) che apprezzo più per il talento narrativo che per la miriade di progetti collaterali che intraprende. Ho comunque annotato qualcosa e se vi può essere di una qualche utilità ben venga. lunedì, 05 luglio 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti Per andare nella pagina Accoglienza toccami il cappello!
gruppo di lettura --> stiamo leggendo insieme:
Edizioni Associate(con testi delle sue canzoni) "Credo che Fabrizio fosse, da solo, un'intera isola sospesa tra i mari della dolcezza e della rabbia.Un porto di navi e di lingue diverse, di marinai e di donne misteriose, dove sbarcavano le sonorità di terre lontane e le parole degli chansonniers francesi che tanto amava, un'isola percorsa da burrasche irose e da grandi calme.E dall'isola lui sapeva ascoltare il rumore del mare profondo e delle sue creature, dalle più dolci alle più feroci, dalle più umili alle più grandi, vittime e avventurieri, nani e gorilla, prostitute e fate"(Stefano Benni, in op.cit.) PRINCESASono la pecora sono la vacca Sotto le ciglia di questi alberi "che Fernandino è come una figlia e io davanti allo specchio grande nel dormiveglia della corriera nella cucina della pensione perché Fernanda è proprio una figlia e allora il bisturi per seni e fianchi |