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martedì, 29 giugno 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti "L'Ultima Ceretta" di Anna Berra Ecco un po' di storia: categoria:letteratura straniera
Turista per caso Trad. di M. Biondi TEADUE 101; Sesta edizione Euro 8,00 Da questo romanzo Lawrence Kasdan ha tratto l'omonimo film con William Hurt, Kathleen Turner e Geena Davis. fonte una scrittrice "delicata", invito a scoprirla..(alla voce fonte, sopra, sua bibliografia)(alp) mercoledì, 23 giugno 2004 categoria:letteratura italiana, citazionidaitesti "
"Il cofanetto Einaudi si compone anche di un diario/romanzo dell'attrice, o meglio, il personaggio dell'attrice, vale a dire proprio Sabna Guzz. Sono le pagine degli ultimi tre anni di attività artistica, che si intreccia straordinariamente con le vicende del Cavaliere, tra noto e inaudito, tra scontato e inaspettato, sotto gli occhi stupiti della stessa Sabna Guzz. Tra l'altro, la Guzzanti scrittrice non perde nulla della freschezza attoriale che conosciamo, mantenendo intatto il linguaggio diretto (spesso e volentieri affilato, ma sempre a ragion veduta) e la verve comica che la caratterizza sul palcoscenico."fonte recensione mi piace questo libretto, lo consiglio, non è simile a quelli falsamente comici, stucchevoli. E' un diario umano e professionale, che non racconta piccoli fatti ma riflessioni importanti, scritte come se la persona fosse tua amica, e stesse lì davanti a te, a raccontarti.. ""Sai quante specie di mele c'erano cinquant'anni fa? Quarantacinque.E oggi? Sei. Come mai la gente non se n'è accorta? Perchè è stato un cambiamento graduale" "La ragazza che si è stabilita su un albero secolare e ha vissuto lì per impedire che venisse tagliato, con gli elicotteri che le passavano vicino per farla cadere. Julia Hill: su quella pure bisognerebbe fare un film" martedì, 22 giugno 2004 categoria:poesia
Costantino Kavafis, Settantacinque poesie, Einaudi, 1992, € 13.50
Ho cominciato a conoscere l’intensa poesia di Kavafis soltanto un anno fa. Ne ho scorto dei versi per caso su uno scaffale di una libreria, versi stampati proprio sulla copertina di questo semplice ed elegante volumetto di Einaudi. Non ho faticato molto a voler cercare oltre, a voler sapere di più. Sfogliandone poi le pagine, ho scoperto pensieri originali e di raffinato spessore scritti da un autore che non conoscevo in un linguaggio dotto, ricco ed insieme colloquiale, immediato e senza tempo. Costantino Kavafis, poeta di discendenza greca scomparso più di settant'anni fa, è stato una preziosa scoperta tardiva anche nel vasto e ricco panorama letterario del primo Novecento. Di formazione colta, fu un personaggio molto rappresentativo e spesso al centro di varie polemiche nella scena pubblica del suo tempo, e trascorse gran parte della sua vita lavorando in un ufficio di un ministero di Alessandria d’Egitto al tempo degli inglesi facendo una redditizia carriera. Restò tuttavia sempre legato alla sua Grecia, che in vita pur visitò solo tre volte ma il cui immenso patrimonio di cultura e di esperienza umana non cessò mai di essere per lui una continua fonte di ispirazione. Kavafis era un uomo schivo e cupo che rifiutò ogni piega del suo tempo scegliendo di non imitare la grande poesia europea di quegli anni, ma di tuffarsi invece nella suggestione della storia antica. Miti, leggende e aspetti del mondo ellenico pagano e cristiano – e quindi della civiltà greca dei popoli al di fuori dell'area propria del mondo greco – diedero vita a versi in cui l’avventura umana contemporanea sembrò fondersi perfettamente con l’esperienza degli antichi. Versi che mistificarono e raccontarono emozioni, sensazioni ed esperienze che accomunano gli uomini lungo i secoli e in ogni età. Il romanziere inglese E. M. Foster, suo amico ad Alessandria e a cui si deve il merito di aver colto per primo la bellezza della sua opera tanto da cominciare a diffonderne la fama in Europa, scrisse di lui: “Fu un gentiluomo greco con un cappello di paglia fermo ad un angolo insignificante dell'universo”. Ma la sensazione che si coglie leggendo anche solo una di quelle liriche ferme “ad un angolo insignificante dell’universo” è di una continuità di tempi e luoghi che annulla la distanza di quei millenni e che si materializza con una spontaneità sorprendente quasi echeggiando le parole che T.S. Eliot scrisse nel “Burnt Norton” dei Quattro Quartetti:
Il tempo presente e il tempo passato sono forse presenti entrambi nel tempo futuro, e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. Se dunque tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo è allora irredimibile.
La poesia di Kavafis ebbe il pregio di essere, parallelamente ad un'eco del mondo antico, anche un’intimistica meditazione dell’esperienza umana dell’autore stesso, e fu forse questo autobiografismo raccontato in maniera soffusa che trasformò la storia degli uomini del passato descritti in molte delle sue liriche in un rinnovarsi di emozioni umane vissute in un altro tempo così come in un tempo qualunque. Il profilo dei personaggi che popolarono quelle poesie fu quello non di figure meramente storiche, ma di simboli di valori più ampi e di esseri umani con una vita di dentro raccontata con una sfumata e sottile analisi dei loro sentimenti. La poesia da me fra le più amate e forse più famosa di Kavafis, dal palese titolo che rimanda alla Grecia di Omero – Itaca – , è ad esempio una sapiente e raffinata metafora dell’intera esistenza umana e del viaggio di Odisseo verso l’isola come viaggio verso l’approdo finale e il senso massimo della nostra vita. L’insegnamento che si cela è che resta fondamentale scoprire i segreti di ogni attimo vissuto, senza mai temerne i dolori ma gustandone tutto ciò che ne ha fatto parte e che si è incontrato, per serbarlo come la più preziosa ricchezza. Lo stile delle intense poesie di Kavafis – elevato e ambizioso, eppure così limpido e immediato fin dalla prima lettura – ha diversi livelli di approfondimento e si avvicina ai lettori con un profondo impatto e con il non detto e il non svelato che non cessano mai, lettura dopo lettura, di far emergere le loro mille diverse sfaccettature. L’immensa forza di contenuti, che è stato bello cogliere a poco a poco e in cui è stato bello imparare ad orientarsi, fornisce un efficace spunto di riflessione per chi ama la letteratura non solo per la sua bellezza in sé, ma anche per la sua potente funzione di valida maestra di vita. La poesia di Kavafis fonda a mio avviso il suo più grande fascino nel fatto di essere una straordinaria e spontanea sintesi di stile e temi che si muovono con estrema destrezza fra i secoli e che, pur se estratti dal loro contesto storico, mostrano sempre un incastro perfetto con le più diverse età ed esperienze della vita dell’animo umano. Un quadro che forse solo la prosa avrebbe potuto ugualmente ben spiegare e dipingere, ma che buca il cuore senza sbavature e su cui a volte non ho potuto fare a meno di poggiarmi quasi con l’impressione di viaggiare nel tempo abbattendo ogni era. Delle tracce del poeta resta un’opera omnia piuttosto esigua che tuttavia è finalmente diventata oggi parte del patrimonio della cultura mondiale e tradotta ormai in tutte le lingue: poco più di 150 poesie spesso da lui ridiscusse, respinte o incompiute, e assemblate in una prima edizione soltanto qualche anno dopo la sua morte. Questa edizione di Einaudi, curata e tradotta da Nelo Risi e Margherita Dalmati, fu pubblicata per la prima volta negli anni Sessanta col titolo Cinquantacinque poesie ed è stata poi riproposta a trentanni dalla prima edizione con l’aggiunta di altre venti liriche tratte dal repertorio più meramente storico-antico del poeta. Sulla semplice ed elegante copertina, questa poesia che mi ha condotto durante tutto quest’anno alle altre belle pagine:
E se non puoi la vita che desideri
domenica, 20 giugno 2004 categoria:anticipazioni, saggistica
venerdì, 18 giugno 2004 categoria:letteratura straniera Simone de Beauvoir"Una donna spezzata"
Tante storie,storie di donne,che non si toccano,ma s'incrociano su un piano ideale di comunanza d'esperienze. Donne più e meno giovani che rinunciando alla loro indipendenza per inseguire un uomo o la famiglia,si ritrovano alla fine sole e incapaci di reagire. Travolte da un mondo da cui si sono autoescluse per troppo tempo e che le ha lasciate indietro. Donne ridotte a larve di loro stesse,che non si danno pace,che non sanno trovare una spiegazione a ciò che le stà capitando, sostanzialmente perchè non vogliono. Donne rinchiuse nella loro autoprodotta torre d'avorio,che non sanno più vivere nel mondo reale,che vivono in continua attesa di un'azione risolutiva altrui. Donne che hanno perso ogni desiderio di vivere e di combattere. Tanta amarezza in questi racconti,tanta rabbia per una situazione femminile voluta dalle donne stesse incapaci di vivere la loro vita,quasi immeritevoli agli ochhi della scrittrice. Troppo dura forse nella critica,troppo femminista,ma fotografa comunque una situazione reale,grave,portatrice di profondo malessere. Il tutto su una linea narrativa piacevole pura e semplice come tipico dell'autrice. categoria:letteratura italiana categoria: libricheholetto
Non ti muovere-Margaret Mazzantini
La parola chiave di questo libro è l’intensità. Lo stile è intermedio, non è precisamente elevato, ma comunque si distingue dai molti romanzi sviluppati intorno ad espressioni particolarmente comuni grazie anche all’originalità delle immagini che l’autrice propone,a volte anche forti-sempre per creare quell’intensità di cui sopra. Forse la meticolosa precisione con cui l’autrice scandaglia attraverso un’accurata opera d’introspezione l’io del narratore tradisce una sensibilità tipicamente femminile, bilanciata d’altra parte dalla brutale schiettezza più vicina al mondo maschile con cui i pensieri,anche i più terribili, vengono espressi. “Non ti muovere” è la preghiera di un padre alla figlia in bilico fra la vita e la morte, rimasta gravemente ferita in seguito ad un incidente in motorino. Questa circostanza, che Timoteo è costretto ad affrontare nella più profonda solitudine (la moglie infatti è a Londra per lavoro) offre al protagonista l’occasione di riesumare in un lunghissimo monologo un passato drammatico, incentrato su una esasperata passione extra-coniugale nata per caso e conclusasi tragicamente. Italia,la donna che quest’uomo possiede inizialmente con la violenza che poi sfocia in amore (sentimento riconosciuto come tale da Timoteo solo in extremis) in alcuni drammatici momenti, non rientra nella classica figura dell’amante giovane e bellissima. Non è particolarmente attraente, ma addirittura volgare ed i suoi abiti ed il suo comportamento lasciano trapelare la miseria e l’ignoranza a cui la vita l’ha abituata. Assuefatta ai soprusi, questa donna sembra accettare la violenza e lo squallore come compromesso inevitabile, e ciò è confermato dalla sua disarmante rassegnazione al non aspettarsi nulla dal prossimo. Il protagonista, dopo la dolorosa conclusione di questa parentesi amorosa, ricaccia nel segreto della sua coscienza queste memorie, tornando con freddezza alla routine di chirurgo di successo,fino al giorno dell’incidente della figlia quindicenne, in cui la disperazione lo porta a spogliarsi da ogni veste per lasciar spazio ad una sincerità a tratti crudele. La trasposizione cinematografica, seppur portata avanti “in casa” (il regista,Castellitto, è infatti marito della Mazzantini) non rende giustizia al romanzo proprio perché è arduo tradurre in immagini efficaci l’amaro viaggio di autoanalisi che dirige la narrazione. categoria:letteratura italiana, bloggerscrittori
Sulla scia dell’interessante post di Cigale, vorrei segnalare tra le novità editoriali sul fenomeno "blog" anche altri due volumi tutti da scoprire: Diario di una blogger di Francesca Mazzuccato (Marsilio, € 10,00) e Blogout. Tredici diari dalla rete di Alessandro Marzi e Fabrizio Ulisse (Edizioni Novecento, € 14.50). Il Diario porta la firma di una blogger molto nota tra gli addetti ai lavori soprattutto per l’alta qualità letteraria della sua scrittura, e si sviluppa su due piani di lettura curiosi, divertiti e vivaci da leggere: l’indagine profonda del mondo dei blog con l'intreccio di storie personali, cosa che costituisce la vera essenza del mondo dei blog, e una storia d’amore nell’era di Internet. Piani che s’incrociano di continuo in tutte le 135 pagine del libro. Nel mondo dei blog il libro è stato accolto in modo altrettanto duplice. I non estimatori l’hanno tacciato di essere un testo pieno di confusione che ne rovina la trama, peraltro annunciata dall’autrice stessa nella presentazione del suo lavoro (“Questo libro racconta una storia d’amore”): una storia di sentimenti mescolata ad un saggio sui blog e sui risvolti psicologici e sociali di questo fenomeno di scrittura in rete. Un percorso appunto considerato “confuso” che si arena senza che la sostanza degli intenti ne venga mai veramente in superficie. Anzi, o peggio, una storia costruita ad arte per far da sfondo alle dissertazioni dell’autrice sulla sua esperienza di blogger. Ogni passo è raccontato nei più minuscoli dettagli, cosa che l’è valsa una seconda critica di eccessiva pedanteria e inconsistenza. Tra gli estimatori invece, il libro non è stato affatto considerato banale, ma con una trama dal ritmo e dal senso unitario ben definito. Nonché un’operazione editoriale di rara astuzia: indirizzata ad un target ben definito e in voga, di cui ormai parlano tutti i giornali e che ne hanno perfino adottato il nuovo metodo di comunicazione (vedasi i numerosi blog dei giornalisti di Repubblica sulla homepage del giornale), ben costruita anche la copertina, e buona la scrittura che risulta agile, immediata e scorrevole. Il romanzo, alla fine, risulta un bell'intreccio d’impatto scritto in forma diaristica che s’immerge nel mondo dei blog perché non è altro che il libro stesso ad essere un blog in forma cartacea. L’autrice racconta di nomi e indirizzi citando i blogger con cui lei stessa è in contatto, e imbastisce in fondo una trama che la immerge in ciò che è un blog in realtà completamente e visibilmente (vista anche la scansione temporale di ogni “post” scritto nel libro). Questa la linea da seguire per leggerlo senza riscontrare alcun tipo di forzatura o di stonature fra le due apparentemente inconciliabili sezioni criticate da chi ha cestinato il libro come solo un'abile mossa editoriale. In una recensione di Stefano Porro per il sito BlogOltre, infine, è stato scritto che
Il libro è tuttaltro che un semplice volume sull’analisi del complesso fenomeno dei blog e piuttosto un tentativo di studiare l'effetto dato dalla trasmigrazione di una nuova forma di scrittura verso un'altra come appunto quella dal web alla carta stampata. "I blog", ricorda infine Biccio, “sono come i fuochi di segnalazione che si usavano anticamente dalla cima delle collline per diffondere le notizie di paese in paese, disse una volta il software designer Jorn Barger per spiegare il funzionamento di quei siti da lui stesso definiti nel 1997 web logs. Ora sono divenuti un codice condiviso, tanto rigido e semplice nell’impostazione, quanto flessibile ed elastico nella sua interpretazione; nessuno li ha inventati, ma moltissimi li hanno raffinati e chiunque può ancora farlo. E’ un approccio immediato e diretto alla comunicazione, e soprattutto fa circolare idee e pensieri più rapidamente di qualunque altro mezzo. Non era forse per questo che fu inventato il web?”. Sottoscrivo. Un estratto dal primo: Questo sono i blog. Angoli disgustosi o meravigliosi mondi inverosimili dove il pensiero trova strade impreviste, riflette, si allarga, si distoglie, si allontana verso orizzonti impensati e impensabili. (…) La rete democratica e a disposizione, basta allungare una mano. (…) La dimensione a lungo sognata dove esprimere la propria personalità, dove ottenere visibilità e confronto con altri. Conoscere senza conoscere veramente, entrare in contatto evitando il vero contatto con persone dai desideri simili, con gli stessi gusti (…). Ritagli, tracce, confidenze. Tasselli personali e professionali che compongono strani agglomerati. Scorie espulse senza filtro, satira, gossip. Voyeurismo, confidenze visionarie a un audience senza volto (non esiste blog, come non esiste scritto, che possa fare a meno dei lettori), vomiti e vaneggiamenti, interessanti informazioni, tutto. Un tutto contraddittorio, attraente, insidioso, offerto a un universo conosciuto (?) attraverso piccoli contatti, timidi avvicinamenti, provocazioni, una riga aggiunta con rabbia o con leziosa attenzione, una rapida lettura, un passaggio incuriosito, un indugiare furioso, un clic. …e un paio dal secondo: Il blog è servito, serve sempre, come un diario. categoria: categoria: bloggerscrittori
Nel marzo scorso ho partecipato a un convegno a Belluno (VI) sul tema Scrivere da grandi, tenuto da scrittori come Mozzi, Covacich, Avoledo. In quell’occasione ho avuto modo di ascoltare un intervento di Eloisa di Rocco (Blog: la scrittura a puntate sul web). Dopo una laurea in Lettere La Di Rocco si è dedicata alla grafica pubblicitaria e al Web, collaborando come designer freelance con diverse società italiane e americane. E’ stata una delle prime blogger in Italia. E’ meglio conosciuta come La Pizia e dopo aver aperto il suo blog, www.lapizia.net la sua vita non è stata più la stessa. Ha infatti conosciuto di persona più della metà dei suoi amici bloggers. Lei stessa ha confidato all’uditorio che il suo blog festeggiava i tre anni di vita proprio in quel periodo e ha cercato di tracciare un suo personale bilancio che fosse utile alla riflessione. La storia del suo blog ha attraversato diverse fasi. Su sua stessa ammissione gli inizi sono stati piuttosto facili. Era oltreoceano e il blog diventava un ponte da gettare verso casa. Una volta tornata in Italia ha voluto proseguire l’esperienza – c’erano allora qualche centinaia di blog nella rete – e questa fase ha coinciso con alcuni fatti importanti della sua vita. Aveva molto materiale di cui parlare ma i temi la toccavano così da vicino che ha cominciato ad adottare dei filtri. “Più le cose si facevano personali maggiore era il mio mascheramento. La scrittura si staccava sempre più da me, da una forma fresca e spontanea, per farsi solido segno.” Negli ultimi tempi sostiene di essere passata da una forma colloquiale, molto vicina al diario, a uno stile più narrativo. Lo spostamento dell’obiettivo è cambiato da sé al mondo esterno. Sono seguiti alcuni aneddoti più o meno interessanti. Nel rileggerli, i suoi post, - anche quelli che non ha pubblicato e negli anni ha salvato in una directory personale del suo pc -, le hanno restituito un’immagine di sé nella quale non si ritrovava.“E ho scoperto che nonostante le fasi attraversate, col blog, non ho fatto altro che guardarmi la punta del naso.” Congegnare un testo con l’obiettivo di pubblicarlo e cimentarsi periodicamente con i post per il blog sono modalità molto difformi tra loro. Diverso è anche l’habitus mentale col quale ci si dispone a questo genere di scritture. Per quanto riguarda il blog la Di Rocco vede incentrata la sua scrittura sull’affermazione della propria identità e sulla ricerca di un senso. La scrittura intrattiene il lettore nella ricerca comune di questo senso. Autore e lettore si incontrano in un mondo neutro che appartiene a entrambi. Diversamente, la scrittura dell’autore di un libro stampato è un mondo che l’autore ci regala, scritto e congegnato per noi, e in questo senso carico di generoso affetto. Nella blogosfera l’autore ospita il suo lettore concedendogli il permesso di spiare. Il senso di disagio della Di Rocco è dovuto, parole sue, alla sensazione di un party chiuso, di un gioco segreto ed esclusivo incentrato sulla ricerca e affermazione di sé. Alcuni blog sebbene aperti a tutti restano inconfutabilmente dei monologhi allo specchio. Mi chiedo se ad alcuni lettori magari non vada bene così. Non è infatti necessario o consequenziale che per forza il blogger si debba evolvere nel senso della scrittura ‘narrativa’. Il blog sembra possedere queste caratteristiche, coi suoi pregi e difetti, in questo rapporto quasi voyeuristico coi suoi lettori. Mi sa tanto, perciò, che la questione rimane aperta. Eloisa “La Pizia” Di Rocco, Mondo Blog, storie vere di gente in rete, pagg. 176, Hops Libri, Euro 11.90 www.hopslibri.com
categoria:letteratura italiana categoria: sullalettura
Capitata in questi giorni sul sito di Stampa Alternativa e aderendo alla simpatica di idea di “riverinciare” con una rinnovata edizione gratuita online quei vecchi libretti tascabili della collana Millelire, una delle prime interessanti rivoluzioni editoriali che 15 anni fa comincio a produrre centinaia di piccoli interessanti libri a basso costo, mi sono imbattuta in un libello davvero mirabilmente scritto. Un grido al lettore dalla sferzante ironia alla Psicopatologia del lettore quotidiano di Stefano Benni (postato in questa sezione dal sempre attento Alp nel mese scorso) e dalla non meno interessante e acuta eleganza del Pennac di Come un romanzo (anch’esso presente qui sul Parnaso). Il testo che intendevo digitalizzare era il Millelire in possesso di cui parlavo nel post su Emily Dickinson, la collezione di poesie dal titolo Dietro la porta. Quello che parallelamente mi sono trovata a divorare in poco più di due ore e qualcosa di lettura, è stato un altro di diversa fattezza. Il gentile e cordiale Mauro Pedretti con cui sono ora in contatto per la digitalizzazione dell'opera della Dickinson, fautore dell’iniziativa di trasformare i libretti di quella bella collana in e-book gratuiti scaricabili dal sito e autore fra l’altro proprio di uno dei Millelire degli anni ‘90, mi ha aperto il campo di osservazione sull’archivio completo dei libri già digitalizzati (Kerouac, Seneca, Vian, Bukowski, Borroughs, Garcia Lorca, Stevenson) non solo per accertarci insieme che Luca Ferrieri, oggi direttore della ricca e ben organizzata Biblioteca Civica di Cologno Monzese e, fra l’altro, fautore della campagna di protesta contro le biblioteche a pagamento, “Non pago di leggere”, (ben diffusa da Stepa in un precedente post di questa sezione), collabora con riviste, associazioni culturali, gruppi di bibliotecari e lettori con immensa vivacità di idee, promuovendo la lettura in scuole e biblioteche. Questo suo piccolo libro, pubblicato da Stampa Alternativa col sottotitolo “Vademecum di autodifesa”, si presenta da sé con brevi e semplici incisive parole: Il lettore di oggi è disarmato, smarrito in libreria tra banchi sgargianti di copertine e vuoti di idee, frastornato dal bombardamento multimediale e dalla giostra del best-seller. Colpito nel portafoglio e nella dignità. Questo libello è un grido al lettore perché sappia difendersi e armarsi (di intelligenza e di radicalità). Una dichiarazione d’amore alla lettura e ai suoi adepti. E anche un avviso di garanzia.
Scritte con ritmo e immediatezza, le pagine mostrano fin dalle prime battute una competenza farcita di citazioni di classe e indovinate (fra tutte, quella esilarante di Elias Canetti tratta da Il cuore segreto dell’orologio: "I libri che recensiva li leggeva solo in seguito. Così sapeva già quello che ne pensava"). In poco più di 25 brevissimi capitoli che occupano una sessantina di piccole pagine, si ha un panorama veritiero e dettagliato sul mondo dell’editoria e della lettura, sulle strane manovre decisionali che stanno a monte del lancio di un best-seller, su come difendersi dalle abili mosse commerciali per insegnare al lettore come distinguere pagine brillanti da pagine più simile a un fondo di bottiglia, su come rivendicare i più basilari diritti del leggere, e sul profilo del lettore in sé: disturbato perché è pronto il pranzo mentre è rapito da una lettura, confuso e spaesato sul luogo idoneo da scegliere per leggere un libro, arrabbiato e disobbediente per la lettura arida e forzata dal tono secco dell’insegnante sui banchi di scuola, smarrito e deluso per l’esoso costo del volume o per la difficoltà di reperimento presso una biblioteca. Per chi è un lettore appassionato o uno scrittore agli albori o un lettore casuale e basta, queste pagine faranno sorridere e pensare. La divertente e incisiva postfazione di Goffredo Fofi, una delle personalità più attive e combattive della cultura italiana, è a mio avviso davvero un libro nel libro:
Sono anch’io un lettore, della sottospecie più disordinata e vorace ma anche più esigente. (…) Ma individuo il vero lettore fratello da una sola spia: è quello che con la stessa mia foga consiglia un libro che ha “scoperto”, di cui si è innamorato, e con la stessa foga – magari non esagerando come io sono portato talvolta a fare – sconsiglia un libro che non gli è piaciuto, e con tanta maggiore passione quanto maggiore è il successo del libro presso i lettori comuni o la critica.
Il libretto, distribuito gratuitamente in rete perché ormai fuori catalogo e difficile da trovare in commercio, può essere letto direttamente dall’archivio di Millelire o in formato html dal sito Liber Liber. Per chi desidera come me conservarlo nella propria biblioteca di E-books nel formato *.lit di Microsoft Reader, basta cliccare qui.
Una frase: categoria:
AMNESIA MOON Minimum Fax, 2003 pp. 256 € 13,00 Jonathan Lethem (New York, 1964) appartiene a quella nuova generazione di scrittori americani dotata di un talento innovatore veramente unico, almeno per chi scrive. E’ Autore di cinque romanzi, di cui Amnesia Moon è il secondo, nonché di raccolte di racconti, tra cui segnaliamo l’imprescindibile “L’inferno comincia nel giardino” (Minimum Fax, 2001). L’aspetto più innovativo dell’écriture di Lethem è che non è possibile catalogarla in nessun “genere” letterario particolare: di qualsiasi cosa egli scriva, il “soggetto” diventa solo un pretesto per l’”invenzione”, invenzione si potrebbe dire, allo stato puro, oppure ricerca dell’inventio in quanto tale. Infatti si potrebbe liquidare molto facilmente la sua poetica come “surrealismo”, dal momento che Lethem è tranquillamente capace di far dialogare un gangster di Boston con una pecora mutante, vestita in doppio petto grigio, il tutto disciolto nei fumi di una periferia metallica e sgangherata, nonché proiettato in un futuro di cui non sono chiari i contorni temporali. Non si tratta di fantascienza, di horror, di mistery, bensì Lethem si colloca sempre in una sorta di scarto stilistico sui generis che lo individua come unicum, sia nell’intreccio che nello stile di scrittura. Il romanzo che segnaliamo, ad esempio è la storia di un viaggio alla ricerca delle origini, da parte di un personaggio, Caos, che ha perduto la memoria di sé. Certo, è il tema del “viaggio interiore”, dell’”on the road”,ma questo archetipo si frantuma subito in mille direzioni diffusive e bizzarre, autodemistificandosi nel momento in cui ti si propone: basti dire che Caos inizia il suo viaggio, in automobile, naturalmente, accompagnato da un Virgilio insolitissimo, cioè una ragazza tredicenne, Melinda, “vestita di stracci e coperta da capo a piedi di una delicata peluria setosa” (Pag. 20). Ma Caos/Lethem possiede un’altra peculiarità che proietta fin da subito l’architettura del romanzo in un altrove continuamente cangiante: egli è in grado di modificare la realtà, attraverso i suoi sogni, ai quali tutti i personaggi che incontrerà sulla sua strada ricorreranno, quasi misticamente. Come se tutti, enigmaticamente lo conoscessero da sempre, pur nel momento in cui lo incontrano per la prima volta. categoria: (Tento di offrirvi un assemblaggio di tutte le mie recensioni delle opere di M.Cunningham) Le ore di Michael Cunningham, Bompiani SOTTILI GEOMETRIE DI VITE PERICOLOSE NELLO SPECCHIO DELLA LETTERATURA
M.Cunningham Le ore Bompiani Pp.169 Lire 26.000 Carne e sangue di Michael Cunningham, Bompiani UNA SAGA FAMILIARE ALLA RICERCA DEL SOGNO AMERICANO Dove la terra finisce di Michael Cunningham, Bompiani PROVINCETOWN: LA CITTÀ DEGLI AMORI “TECNICAMENTE IMPOSSIBILI” Grazia Giordani Torna all'indice delle Recensioni categoria:letteratura straniera Grazie per l'invito, anche se ho risposto con un certo ritardo. Allora io racconterò di un libro che non è letteratura, non è storia, non è cronaca è un po' di tutto questo. Aria sottile, si intitola. Jon Krakauer l'autore. Ha due o tre controlibri, libri scritti contro quello che lui dice, di cui uno non è male quello di Bukreev, ma Aria sottile è aria sottile. La storia Jon Krakauer faveva il giornalista per la più importante rivista per il tempo libero degli States, quando il suo capo gli chiese se ci voleva andare lui fino al compo base dell'Everest a raccontare di queste spedizioni commerciali alla vetta del mondo che se stai un po' bene fisicamente ti fanno andare fino in cima. Krakauer è stato un vero alpinista da giovane, e aveva in quegli anni anche snobbato l'Everest, montagna troppo facile per un grande alpinista o per chi sperava di esserlo o diventarlo. Ma quando il suo capo gli chiese così, e la parola Everest iniziò ha risuonare in lui, e l'idea dell'Everest nella sua testa, capì che gli sarebbe risultato insopportabile andare al campo base senza poterci provare ad andare in cima. E allora disse: "ci vado se mi paghi il biglietto fino in cima". Fu così, il biglietto fu comperato. A venderlo fu Rob Hall un neozelandese che gestiva una di queste spedizioni commerciali. Dietro promessa di pubblicità. Perchè sennò era roba da averci 100 mila dollari. E perchè la storia è diventata famosa. Ci morirono su in tanti quell'anno sull'Everest quell'anno che era il 1996. Ci morì il forte Scott Fischer, capo di Mountain Madness, ci morì Rob Hall, per non essersela sentita di dire a Doug Hansen, l'unica persona normale della spedizione che il biglietto glielo avevano preso anche i ragazzi del paese con una colletta, per la seconda volta in due anni: "dobbiamo tornare indietro" a 100 metri dalla cima. Morì Rob Hall, sì e prima di morire, grazie ad un dolce e terribile ponte tra radio e satellitare, potè parlare quando già sapeva di morire con la moglie incinta in Nuova Zelanda. E ne morirono altri. Ma poi non c'è solo questo. C'è la magia della montagna, che ti viene voglia di esserci su anche se puoi morire lì, sempre, che ti entra dentro nelle continue ascese su verso i vari campi e poi giù per permettere al tuo corpo di abituarsi. C'è il tentativo di riscotruire, in un piccolo laboratorio di storia, le ultime ore, e cosa sia accaduto alle più di 20 persone che erano sopra il campo 4 quel giorno, che doveva diventare tragico, del 10 maggio 1996. Chi fosse e con chi. E perchè. E poi c'è l'inizio del libro, che è la vetta dell'Everest che senza ossigeno non capisci neanche tanto bene solo sai che il Tibet è i tuoi piedi e con il Tibet ... il mondo. categoria:letteratura italiana I briganti di Guccini di Riccardo Cardellicchio Non fa concerti, d’estate. Si rintana sugli Appennini, al confine tra Toscana ed Emilia Romagna, a Pà vana, chiama l’amico del cuore Loriano Macchiavelli e, con lui, diventa scrittore. Scrittore di romanzi gialli d’un certo impegno e d’un certo successo. Francesco Guccini, oltre a essere cantautore affermato da anni, poeta, è anche un narratore che merita un posto non secondario nell’attenzione dei lettori curiosi e con qualche esigenza. Il Guccini narratore muove i passi più importanti nel 1989, quando con Feltrinelli pubblica “Croniche Epafà nicheâ€. Sempre con Feltrinelli, nel 1993, pubblica “Vacca d’un caneâ€. Nel 1994, con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi dà vita a â€Racconti d’inverno†(Mondatori). Nel 1996 e nel 1998, due libri diversi, diciamo di carattere più locale. Il primo, edito da Comix, è “La legge del bar e altre comicheâ€; il secondo, edito da Nuèter, è il “Vocabolario del dialetto pavaneseâ€. L’incontro con il bolognese Loriano Macchiavelli, creatore di Antonio Sarti, uno dei più popolari poliziotti italiani, produce “Macaronìâ€, pubblicato da Mondatori nel 1997. “Un disco dei Plattersâ€, sempre Mondatori, nel 1998. Nel 2001, “Questo sangue che impasta la terraâ€. Poi “Lo Spirito e altri Brigantiâ€, Mondadori. E’ l’ultimo libro – dichiarazione di Loriano Macchiavelli – con Benedetto Santovito, il maresciallo dei carabinieri che, originario del Cilento, patisce – ma non odia – il freddo dell’Appennino. Sono storie di banditi, di briganti che Santovito racconta in prima persona o ascolta interessato. Storie dei “bei tempi antichiâ€, intriganti, che non possono lasciare indifferente uno come Santovito. Sono storie di una terra, di una terra che Santovito vuole difendere, in qualche maniera, dal degrado, dall’abbandono. E’ la montagna, con i suoi personaggi, che Santovito non si sente – nonostante la rigidità dell’inverno - di lasciare definitivamente. E in lui viene fatto di sentire tanto Guccini, uno che ama vivere a Pà vana, che quella terra ama profondamente.. |