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venerdì, 08 dicembre 2006 categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura
Recensione di Anfiosso. In questo romanzo, che, come altre cose brevi (per esempio Bestie) non è tanto un romanzo quanto una novella, JCO si discosta dalla scrittura di tipo critico, sociologico, autobiografico tipica delle sue cose più impegnative per accostarsi, più o meno felicemente, a un genere. Come in Un'educazione sentimentale qui investiga la psiche del maschio adolescente, nella cornice del romanzo di formazione. LA TRAMA. La vicenda, narrata linearmente, si svolge tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004. Il sedicenne Darren Phynn abita in una casa modesta in provincia di una cittadina americana anonima e conformista, con il fratello ventenne e i genitori. Nonostante l'estrazione modesta è molto popular, poiché è molto bello e atletio -- ed è un nuotatore dei migliori della sua squadra, in uno di quei licei americani in cui i buoni risultati sportivi fanno la differenza nella carriera scolastica. L'unico insegnante che abbia esplicitamente stabilito di fare eccezione a questa regola è il brillante insegnante di letteratura america prof. Tracy. Il quale tuttavia (dalla mimica e dalla parlantina affettate e teatrali) è un grande sostenitore della squadra femminile ed è assiduo alle gare di nuoto dei ragazzi, alle quali presenza intento, macchina fotografica alla mano. La scoperta di essere sessuato, di provare e soprattutto di suscitare desiderio, turba Darren, involuto e timido con le numerose ragazze che gli fanno la corte. (Pudico e sensibile, ha preso, a detta del padre, da sua madre Edith). Un giorno il prof. Tracy insiste per accompagnarlo a casa in macchina, e Darren accetta a fatica. Nonostante il professore non faccia nulla in sé d'illecito (limitandosi a porgli delle domande circa eventuali altre passioni oltre lo sport, e ad incoraggiarlo ad affrontare la scrittura con più abbandono), Darren non può non accorgersi di quale sia il tipo di interesse che, mescolato ad un sincero desiderio di incoraggiarlo, il professore nutre nei suoi confronti. Darren se ne ritrae sconvolto. Uno sconvolgimento che ha la sua parte nel pestaggio di un gracile leatherman che, poco tempo dopo, durante una sortita con gli amici, tenta di adescarlo nei cessi di un centro commerciale. Questo episodio gli lascia un forte rimorso. Darren non riesce ad accettare nulla dal prof. Tracy; e quando questi gli propone, in camera caritatis, di rifare una tesina pessimamente svolta in modo da ottenere un voto migliore, rifiuta per non commettere un'ingiustizia nei confronti degli altri. Anche altri elementi della squadra di nuoto, Kevin e Drake, svolgono male il compito, ma a loro il prof. Tracy non concede nessuna possibilità in più. Come i risultati sportivi pesano sui voti, così i voti pesano sull'attività sportiva; l'allenatore non può non comminare sospensioni. Da questo momento in poi l'omosessualità di Tracy diventa un problema. Non per Darren: nonostante abbia tenuto le distanze dal professore, è rimasto pieno di sensi di colpa dopo l'episodio dei cessi; inoltre, alla fine ha ottenuto un ottimo voto in letteratura (del tutto immeritato). Ha stima del professore, nonostante tutto. Invece Kevin, Drake e altri architettano uno scherzo pesante ai danni di Tracy. Inviano al pavido preside Newlove un mazzetto di fotografie ritagliate da riviste pornografiche per omosessuali, acclusavi la letterina di un fittizio undicenne che avrebbe subìto violenza da parte di Tracy; e, alla polizia, una lista di nomi di ragazzi della scuola che sarebbero stati dallo stesso molestati. Basta questo perché omofobia, antipatie e gelosie di vecchia data escano di latenza, travolgendo Tracy, che è ovviamente indagato. In capo a qualche giorno, avvilito, si mette in malattia. La polizia interroga diversi ragazzi; e Darren, che sospetta di essere stato inserito nella lista, teme, un giorno o l'altro, di essere convocato. Durante tutto il periodo degli interrogatorii, Tracy cerca di contattare Darren per telefono e mail, pregandolo di andare a testimoniare a suo favore. La sicurezza con cui Tracy ritiene di trovare in Darren un alleato, invece, fa crescere nel ragazzo l'incertezza e l'avversione; la paura fa il resto, e Darren non risponde alle mail e si fa negare al telefono. Alla fine lui stesso è pressantemente interrogato dalla polizia; davanti alla quale nega di essere mai stato abusato dal professore, e persino di essere mai stato accompagnato a casa in macchina, quel giorno; questo nonostante qualcuno debba per forza averli visti. Rompe con gli organizzatori dello scherzo; fa una scenata a Newlove, pretendendo che prenda le parti di Tracy -- ma smettendo di insistere appena si rende conto che il preside è del tutto impotente. Dopo poco tempo Tracy rimane ucciso andandosi a schiantare con la sua auto. A sfavore dell'ipotesi del suicidio depongono le pessime condizioni atmosferiche e il fatto che il professore guidava malissimo: ma anche questa è una di quelle cose che non si sapranno mai. Darren non può fare a meno di ritenere gli autori dello scherzo responsabili della morte del professore. Ma l'unica che pianga sinceramente, o almeno apertamente, il professore è un'amica, ex-compagna di corso di Darren, che prenderà con sé il piccolo spaniel con cui il professore viveva. Durante una festa in casa di Jill, bella ragazza con cui Darren aveva perso i contatti das qualche tempo, il ragazzo è affrontato da Kevin e Drake, che gli rivelano di sapere perfettamente che è stato accompagnato a casa in macchina dal professore, quella mattina, e lo aggrediscono urlandogli insulti. Prima che Jill riesca a buttarli fuori, Darren, che pure si difende, è ridotto a mal partito. Sfollati gli ospiti, Jill lo medica e lo fa dormire da lei. Fanno l'amore. Il romanzo si conclude con Darren che conta, per l'estate, di andare dai suoi zii, in campagna. Memore dell'esortazione di Tracy a coltivare altri interessi a parte lo sport, pensa che sia il posto giusto per ricominciare a sognare. PARERE. I personaggi di JCO sono sempre sgradevoli; il suo realismo si limita a questo. Realismo che può essere definito tale solo a patto che non si dimostri il suo schematismo: e un po' di schematismo ci deve essere, altrimenti qualche personaggio simpatico, ogni tanto, lo tirerebbe fuori. La sua particolare visione dell'umanità, tipica di tanta scrittura (sempre un po' militante) di cattolici anglosassoni dimostra vera la metà posteriore della massima di Russell (Perché non sono cristiano) secondo cui i protestanti godono della propria virtù mentre i cattolici godono nel pensare che tutti gli altri sono perversi. Tracy ricorda il professore eccentrico di Marya: anche lì un personaggio eccentrico e troppo debole per inserirsi in un contesto e/o sopravvivere; ma portatore di un messaggio che, in qualche modo postumamente, il protagonista può fare proprio, ben s'intende nel quadro di una personalità del tutto conformista, e sicuramente molto meno fragile. Sennonché la fragilità stessa del 'latore' del messaggio sembra (almeno a me) una forte deminutio per quanto riguarda il messaggio stesso. E questo soprattutto perché non c'è solo debolezza caratteriale, ma anche debolezza morale: Tracy si avvicina a Darren spinto da un sincero desiderio di ajutarlo a trovare la sua strada, o una sua completezza umana; ma non c'è solo questo. C'è anche, con ogni probabilità, attrazione fisica. In più è disposto a commettere una grave scorrettezza per favorirlo. In più, il romanzo -- che come altre cose sue brevi (v. supram) deve in qualche modo accorparsi a qualche genere, si conclude con note stonate, un po' da romanzo rosa, o, appunto, da lettura per adolescenti -- e non è proprio l'idea della vita "che va avanti", alla faccia di tutto e tutti, quanto un non saper bene (sospetto) come concludere una vicenda senza spessore, raccontata da JCO in modo da annojare sé stessa e me. scritto da anfiosso
mercoledì, 01 novembre 2006 categoria:letteratura italiana ![]() Donne in noir Simonetta Santamaria Casa Editrice: Il Foglio Anno Edizione: 2005 Codice ISBN: 8876060405 Pagine: 100 Prezzo: 10€ Genere: Raccolta TRAMA: Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi. da: http://www.latelanera.com/editoria/recensioni/recensione.asp?id=8876060405 ---------------------------------------------------- scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato. Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva. scritto da Ipanema
lunedì, 30 ottobre 2006 categoria:letteratura italiana, sconsiglidilettura
Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra. Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli, le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla). Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore. Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) . Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica. La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo. Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio. Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio. No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto! (scritto da Anfiosso)venerdì, 06 ottobre 2006 categoria:letteratura italiana
Abbiamo avuto modo di leggere il loro primo libro in catalogo, L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli (I sognatori, pagg. 135, Euro 8,90), un libro ben confezionato, che ricorda il formato Sellerio o i libricini neri di Stampa Alternativa. Interessante anche la copertina, con un disegno che rievoca atmosfere surrealiste alla Magritte o alla Dalì. Curiosi e graditi due elementi che dovrebbero contraddistinguere la casa editrice: la biografia dello scrittore in quarta di copertina (scritta dall’autore stesso) e un’intervista all’autore in coda al romanzo (dove gli viene fornita la possibilità di esprimere le proprie idee letterarie, aprendo al lettore l’officina della propria scrittura). Ma veniamo al romanzo. E’ singolare che Moscatelli affermi nell’intervista di non aver mai letto un noir in vita sua, e abbia deciso di scrivere un noir, o meglio (le etichette stanno sempre strette), un giallo. Genericamente il noir, al di là dell’intreccio, introduce elementi di denuncia sociale, tende a connotare certi ambienti ecc… Il giallo privilegia invece l’aspetto investigativo, la pista che il detective segue, esaminando gli indizi, per arrivare al colpevole. Attualmente c’è molta confusione sui termini: spesso si parla di noir anche solo riferendosi alle atmosfere cupe, alla rappresentazione esplicita di una violenza più o meno crudele ed efferata. L’orologio di cenere è fondamentalmente un romanzo giallo, anche se presenta un climax consono a un certo noir, o meglio, a un certo noir dal gusto un po’ retrò, il cui modello più diretto potrebbe essere il Marlowe di Chandler, o in ambito cinematografico le atmosfere in bianco e nero de L’infernale Quinlan di Orson Welles. Moscatelli sceglie un’ambientazione iconicamente “americana”; la città del romanzo potrebbe essere Chicago o L.A., negli anni ’30 del secolo scorso: solo da alcuni elementi come l’uso dei cellulari, o la musica di Tom Waits, deduciamo di essere ai giorni nostri. L’investigatore privato River Crane lo potete trovare seduto al bancone di un bar, il Blueroom, nei quartieri bassi di una città senza nome, sigaretta nella mano sinistra e bicchiere in quella destra. La ricca Marlene Tourneur, figlia dell’ex senatore Reed, lo assume per indagare sul misterioso omicidio della sorella, per il quale la polizia ha fermato suo fratello Jonathan. L’indagine di Crane parte con l’intenzione di scagionare il rampollo di buona famiglia, ma finisce per rivelarsi alquanto intricata; il nostro investigatore incappa in rivelazioni inaspettate, in strani omicidi e scambi di persona. Crane conta sull’aiuto dei colleghi Jeff e Wolf, suoi compagni di vita e di bevute, per comporre lentamente, sotto gli occhi del lettore, un mosaico inquietante di perversioni latenti. Il romanzo ha una scansione cinematografica dei capitoli e un buon ritmo nello sviluppo dell’intreccio. Il punto di vista del lettore coincide con quello di Crane, e ne segue l’evoluzione investigativa, fino al finale ad effetto, che si scioglierà in una serie di riscontri autoptici incrociati che fanno pensare agli episodi di CSI Scena del crimine. La scrittura dell’autore è funzionale al giallo; essenziale e scarna, diretta e abilmente costruita per catalizzare l’attenzione e puntare allo scioglimento dell’enigma. Talvolta presenta qualche sbavatura e incertezza: è improbabile, per esempio, che Crane dica rimembrando il mio passato. Rimembrare è verbo poetico, ma Leopardi è una delle letture preferite di Moscatelli. Così il verbo preambolare nelle didascalie, ch’è davvero di uso raro e ricercato. Avremmo preferito una più approfondita caratterizzazione psicologica per i personaggi. A parte Crane, del quale leggiamo i sogni, le meditazioni e la sua visione del mondo, gli altri personaggi sembrano poco più che dei “caratteri”, dei “tipi”: la cliente sensuale, gli amici di sbronze, i poliziotti, il medico legale ecc… E’ Crane a farla da padrone: personaggio delineato a tutto tondo, forte di contrasti luce/ombra: cinico e disilluso, ma ancora capace di slanci di eroica umanità; ombroso e dolente, con qualche scheletro nell’armadio, ma limpido e perspicuo nell’andare a fondo di un problema, sia professionale che esistenziale. Questo esordio di Moscatelli e della casa dei Sognatori è all’insegna di un cielo plumbeo, di una terra cosparsa di cenere e vuoti di bottiglia, più affine all’incubo che al sogno, dove aleggia un Male che si annida, proteiforme e onnipresente, nei risvolti più imprevedibili della realtà contemporanea. Una proposta interessante, anche per la sua sincerità e determinazione, in un panorama culturale che ha bisogno di voci nuove, di un pluralismo soprattutto indipendente dai grandi e talvolta univoci canali di diffusione. Lunga vita e prosperità ai sognatori di oggi e a quelli di domani, perciò. Non mollate. Continuate a sognare.
scritto da cigale
categoria:letteratura italiana
Titolo: Mondo Fico Autore: Daniele Dell’Agnola (Losa) Genere: Teatral-fiabesco, con testi, disegni e musiche su un CD incluso, tutto prodotto dall’autore Editore: Edizioni Ulivo – Collana Cat’s, ottobre 2005, Balerna (Svizzera) Prezzo: 24.- franchi / 16 euro Info: www.daniteatro.ch (scritto da mmazzi )
venerdì, 29 settembre 2006 categoria:letteratura italiana Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello - “Ma vedi un po’ che cosa mi devo sentir dire. D’accordo. Ti sarai pure divertita spassosamente e ti sarà sembrato di aver compreso gran parte delle riflessioni introspettive contenute in questo romanzo. Ma non crederai davvero di poterti sentire autorizzata a sparare sentenze…: che tra l’altro non è neppure da te. Ma lo sai che il libro di cui stai parlando è parte integrante della letteratura italiana che conta? È ovvio che, perciò, debba essere difficile da capire… Basta considerare il fatto che quasi metà del volume, che hai letto, è stato riservato all’introduzione… che tu, ovviamente, non ti sei neppure degnata di leggere… Ma dimmi: che cosa pensi d’aver capito, cosa? Che pensi?, di fare la diversa? Credi di essere unica e di bastarti, senza metterti a confronto con le altre opinioni?”. - “Senti chi parla! Io non sarò “una”, ma tu non sei “nessuno” per dirmi quello che devo pensare. E poi… saremo pure in “centomila”, ma oggi mi va di essere Manuela. Ti saluto…!, anzi, no. Ancora una cosa: preferisco le postfazioni alle prefazioni…”. Un omaggio personalizzato a un libro straordinariamente profondo, ma divertente, tanto ironico quanto serio: d’altronde, come si dice, essere seri non significa mancare di umorismo. E per non svelare il contenuto che ai più sarà comunque già noto, aggiungo come conclusione solo questo modo di dire in voga ai nostri tempi: “La parola manicomio è scritta al di fuori delle mura!”. Ma non posso omettere la seguente nota finale che vuol essere, più che altro, uno spunto di riflessione sulla possibile origine e anche sull’originalità del neonato linguaggio “sms” (anche se personalmente non amo!); a sottolineare questa nota una citazione tratta da “Uno, nessuno, centomila”, scritto nel primo quarto del ventesimo secolo, esattamente come leggo sul libro: «Le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra (…)». Troppo avanti con i tempi… scritto da mmazzi
sabato, 01 luglio 2006 categoria:letteratura straniera CASA HÜRLIMANN - UNA STORIA LUINESE DI LILI E NILLA SIX
Questo articolo, rivisitato,
scritto da mmazzi
venerdì, 12 maggio 2006 categoria:letteratura italiana
![]() Geraldina Colotti, Certificato di esistenza in vita Tascabili Bompiani 2005 pp. 178, € 7,50. Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto. Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili. Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia. Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo. (di Daniela Bandini) scritto da linodigianni
giovedì, 13 aprile 2006 categoria:letteratura italiana
Manuela Mazzi PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. scritto da mmazzi
lunedì, 10 aprile 2006 categoria:letteratura italiana
Ma.Ma. PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. scritto da mmazzi
categoria:letteratura italiana
--------------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono rimasta attaccata alle storie personali. L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino. Un bel libro, davvero. scritto da Ipanema
categoria:letteratura italiana
Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico. Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”. E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione. PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. mercoledì, 22 marzo 2006 categoria:letteratura italiana L’idea di scrivere questo romanzo ci è venuta leggendo un’inchiesta di El Pais, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che nel 2005 ha dedicato alcune pagine a "La Generación de los Mil Euros": «Quelli che vivono con 1.000 euro al mese». Una generazione che esiste anche in Italia. Ma non basta: per far arrivare questo libro nelle mani di questa generazione bisogna regalarlo. Ecco il perché di questo sito, che offre gratuitamente il romanzo a tutti coloro che lo vogliono leggere, a video o stampandolo.
GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata. GENERAZIONE 1.000 EURO è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive. Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto. domenica, 05 marzo 2006 categoria:letteratura straniera Amado JorgeLa bottega dei miracoli Gli Elefanti Narrativa € 8.50 (Lire 16458) ISBN 881166871-9 Pedro Archanjo, gran casanova, scrittore e poeta, eterno e scalpitante adolescente, irresistibile conversatore, litigioso capopopolo, cuore tenero e leale, povero diavolo ma gran signore, vecchio saggio, indovino e stregone, stramazza e muore su un fangoso marciapiede del suo miserabile quartiere di Bahia. Al funerale accorre una folla innumerevole e composita. La città inconsolabile si ferma al passaggio di un corteo di professori e vagabondi, puttane e bottegai: lì, dietro al feretro, stanno i compagni (e le compagne) di vita di Pedro Archanjo. Saranno loro ad affollare le pagine di questo libro in cui si racconta dell’esistenza del più straordinario figlio di Bahia. -------------------------------------------------------------------- Chi racconta è Fausto Pena, poeta fallito che ottiene dal Premio Nobel americano l'incarico di raccogliere storie sulla vita di Pedro Arcanjo intervistando le poche persone ancora in vita che lo hanno conosciuto realmente e da vicino. Ed ecco aprirsi così un mondo di profumi, colori, magia e superstizione, lotta per l'uguaglianza dei diritti delle persone di colore in una Bahia di inizio '900 dove le teorie razziali della lontana Germania nazista sembrano aver invece attecchito con forza, poiché suffragate da tesi pseudo-scientifiche elaborate da alcuni pr |