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venerdì, 08 dicembre 2006


categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura
 

Sexy

 

SEXY
Joyce Carol  Oates



Romanzo [2005]
Mondadori 2006
186 pp.







Descrizione
:
Darren è bello, sportivo, timidissimo. Un giorno accetta un passaggio dal suo insegnante d'inglese, che è estremamente gentile con lui e lo riporta a casa. Quando alcuni studenti, per vendicarsi dei brutti voti, accusano il professor Tracy di essere omosessuale e di averli molestati, Darren, proprio per quel passaggio, viene chiamato a testimoniare. Si trova così suo malgrado trascinato nel fango della vicenda e dovrà scegliere da che parte stare.

Recensione di Anfiosso. In questo romanzo, che, come altre cose brevi (per esempio Bestie) non è tanto un romanzo quanto una novella, JCO si discosta dalla scrittura di tipo critico, sociologico, autobiografico tipica delle sue cose più impegnative per accostarsi, più o meno felicemente, a un genere. Come in Un'educazione sentimentale qui investiga la psiche del maschio adolescente, nella cornice del romanzo di formazione.

LA TRAMA. La vicenda, narrata linearmente, si svolge tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004. Il sedicenne Darren Phynn abita in una casa modesta in provincia di una cittadina americana anonima e conformista, con il fratello ventenne e i genitori. Nonostante l'estrazione modesta è molto popular, poiché è molto bello e atletio -- ed è un nuotatore dei migliori della sua squadra, in uno di quei licei americani in cui i buoni risultati sportivi fanno la differenza nella carriera scolastica. L'unico insegnante che abbia esplicitamente stabilito di fare eccezione a questa regola è il brillante insegnante di letteratura america prof. Tracy. Il quale tuttavia (dalla mimica e dalla parlantina affettate e teatrali) è un grande sostenitore della squadra femminile ed è assiduo alle gare di nuoto dei ragazzi, alle quali presenza intento, macchina fotografica alla mano. La scoperta di essere sessuato, di provare e soprattutto di suscitare desiderio, turba Darren, involuto e timido con le numerose ragazze che gli fanno la corte. (Pudico e sensibile, ha preso, a detta del padre, da sua madre Edith). Un giorno il prof. Tracy insiste per accompagnarlo a casa in macchina, e Darren accetta a fatica. Nonostante il professore non faccia nulla in sé d'illecito (limitandosi a porgli delle domande circa eventuali altre passioni oltre lo sport, e ad incoraggiarlo ad affrontare la scrittura con più abbandono), Darren non può non accorgersi di quale sia il tipo di interesse che, mescolato ad un sincero desiderio di incoraggiarlo, il professore nutre nei suoi confronti. Darren se ne ritrae sconvolto. Uno sconvolgimento che ha la sua parte nel pestaggio di un gracile leatherman che, poco tempo dopo, durante una sortita con gli amici, tenta di adescarlo nei cessi di un centro commerciale. Questo episodio gli lascia un forte rimorso. Darren non riesce ad accettare nulla dal prof. Tracy; e quando questi gli propone, in camera caritatis, di rifare una tesina pessimamente svolta in modo da ottenere un voto migliore, rifiuta per non commettere un'ingiustizia nei confronti degli altri. Anche altri elementi della squadra di nuoto, Kevin e Drake, svolgono male il compito, ma a loro il prof. Tracy non concede nessuna possibilità in più. Come i risultati sportivi pesano sui voti, così i voti pesano sull'attività sportiva; l'allenatore non può non comminare sospensioni. Da questo momento in poi l'omosessualità di Tracy diventa un problema. Non per Darren: nonostante abbia tenuto le distanze dal professore, è rimasto pieno di sensi di colpa dopo l'episodio dei cessi; inoltre, alla fine ha ottenuto un ottimo voto in letteratura (del tutto immeritato). Ha stima del professore, nonostante tutto. Invece Kevin, Drake e altri architettano uno scherzo pesante ai danni di Tracy. Inviano al pavido preside Newlove un mazzetto di fotografie ritagliate da riviste pornografiche per omosessuali, acclusavi la letterina di un fittizio undicenne che avrebbe subìto violenza da parte di Tracy; e, alla polizia, una lista di nomi di ragazzi della scuola che sarebbero stati dallo stesso molestati. Basta questo perché omofobia, antipatie e gelosie di vecchia data escano di latenza, travolgendo Tracy, che è ovviamente indagato. In capo a qualche giorno, avvilito, si mette in malattia. La polizia interroga diversi ragazzi; e Darren, che sospetta di essere stato inserito nella lista, teme, un giorno o l'altro, di essere convocato. Durante tutto il periodo degli interrogatorii, Tracy cerca di contattare Darren per telefono e mail, pregandolo di andare a testimoniare a suo favore. La sicurezza con cui Tracy ritiene di trovare in Darren un alleato, invece, fa crescere nel ragazzo l'incertezza e l'avversione; la paura fa il resto, e Darren non risponde alle mail e si fa negare al telefono. Alla fine lui stesso è pressantemente interrogato dalla polizia; davanti alla quale nega di essere mai stato abusato dal professore, e persino di essere mai stato accompagnato a casa in macchina, quel giorno; questo nonostante qualcuno debba per forza averli visti. Rompe con gli organizzatori dello scherzo; fa una scenata a Newlove, pretendendo che prenda le parti di Tracy -- ma smettendo di insistere appena si rende conto che il preside è del tutto impotente. Dopo poco tempo Tracy rimane ucciso andandosi a schiantare con la sua auto. A sfavore dell'ipotesi del suicidio depongono le pessime condizioni atmosferiche e il fatto che il professore guidava malissimo: ma anche questa è una di quelle cose che non si sapranno mai. Darren non può fare a meno di ritenere gli autori dello scherzo responsabili della morte del professore. Ma l'unica che pianga sinceramente, o almeno apertamente, il professore è un'amica, ex-compagna di corso di Darren, che prenderà con sé il piccolo spaniel con cui il professore viveva. Durante una festa in casa di Jill, bella ragazza con cui Darren aveva perso i contatti das qualche tempo, il ragazzo è affrontato da Kevin e Drake, che gli rivelano di sapere perfettamente che è stato accompagnato a casa in macchina dal professore, quella mattina, e lo aggrediscono urlandogli insulti. Prima che Jill riesca a buttarli fuori, Darren, che pure si difende, è ridotto a mal partito. Sfollati gli ospiti, Jill lo medica e lo fa dormire da lei. Fanno l'amore. Il romanzo si conclude con Darren che conta, per l'estate, di andare dai suoi zii, in campagna. Memore dell'esortazione di Tracy a coltivare altri interessi a parte lo sport, pensa che sia il posto giusto per ricominciare a sognare.

PARERE. I personaggi di JCO sono sempre sgradevoli; il suo realismo si limita a questo. Realismo che può essere definito tale solo a patto che non si dimostri il suo schematismo: e un po' di schematismo ci deve essere, altrimenti qualche personaggio simpatico, ogni tanto, lo tirerebbe fuori. La sua particolare visione dell'umanità, tipica di tanta scrittura (sempre un po' militante) di cattolici anglosassoni dimostra vera la metà posteriore della massima di Russell (Perché non sono cristiano) secondo cui i protestanti godono della propria virtù mentre i cattolici godono nel pensare che tutti gli altri sono perversi. Tracy ricorda il professore eccentrico di Marya: anche lì un personaggio eccentrico e troppo debole per inserirsi in un contesto e/o sopravvivere; ma portatore di un messaggio che, in qualche modo postumamente, il protagonista può fare proprio, ben s'intende nel quadro di una personalità del tutto conformista, e sicuramente molto meno fragile. Sennonché la fragilità stessa del 'latore' del messaggio sembra (almeno a me) una forte deminutio per quanto riguarda il messaggio stesso. E questo soprattutto perché non c'è solo debolezza caratteriale, ma anche debolezza morale: Tracy si avvicina a Darren spinto da un sincero desiderio di ajutarlo a trovare la sua strada, o una sua completezza umana; ma non c'è solo questo. C'è anche, con ogni probabilità, attrazione fisica. In più è disposto a commettere una grave scorrettezza per favorirlo. In più, il romanzo -- che come altre cose sue brevi (v. supram) deve in qualche modo accorparsi a qualche genere, si conclude con note stonate, un po' da romanzo rosa, o, appunto, da lettura per adolescenti -- e non è proprio l'idea della vita "che va avanti", alla faccia di tutto e tutti, quanto un non saper bene (sospetto) come concludere una vicenda senza spessore, raccontata da JCO in modo da annojare sé stessa e me.

scritto da anfiosso
scritto da redazioneparnaso | 07:27 | commenti (1)

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mercoledì, 01 novembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Donne in noir di Simonetta Santamaria
Donne in noir

Simonetta Santamaria




Casa Editrice: Il Foglio
Anno Edizione: 2005
Codice ISBN: 8876060405
Pagine: 100
Prezzo: 10€
Genere: Raccolta









TRAMA:
Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi.  da: http://www.latelanera.com/editoria/recensioni/recensione.asp?id=8876060405

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L'ho detto più volte, non amo l'horror o il noir. Eppure ho letto il libro di Simonetta Santamaria, e l'ho letto d'un fiato. Prima ero mossa dalla curiosità. Una donna che scrive noir? Chissà perché, chissà cosa la spinge, la muove in quella direzione. E avendola incontrata un attimo, a Bologna al Delos Day due anni fa, simpatica e discreta, solare e gentile,  tutto avrei pensato dal suo aspetto, tranne che fosse specializzata in letteratura da brivido. E invece... Ma il suo libro e i suoi racconti mi hanno sconvolta e coinvolta per qualcosa che ha a che fare molto con la sua persona. Il suo modo di scrivere è semplice, asciutto e... naturale. Discreto ma solare. Così come è lei di persona. Schietta e naturale, asciutta e diretta.  E' vero quanto scrivono altri lettori e critici sul suo stile,  il lettore viene accompagnato per mano dentro le sue storie, e le donne che vi sono descritte sono reali, le vedi, senti davvero le voci nella tua testa. E' la normalità, la naturalezza dei loro gesti, dei loro comportamenti che ti soprende, ti coinvolge e alla fine di lascia un'ossessiva inquietudine addosso. Una prosa che convince e che perdura, come dovrebbe, in effetti, una scrittura efficace. Ho amato alcune storie piuttosto che altre, ma tutte hanno lasciato un segno dentro di me. E che non è solo il puro disagio di un testo vincente, ma è anche il messaggio, nascosto  sapientemente tra le righe dall'autrice, della sofferenza e dell'emarginazione a cui hanno accesso molte, troppe donne di oggi e del passato.

Non amo il noir. L'ho detto più volte. Ma Simonetta Santamaria sa renderlo significativo, non banale, non fine a se stesso. Sa introdurre e mostrare il dolore, la rabbia e l'ironica forza distruttiva di un femminile all'eccesso. Una scrittrice che continuerò a seguire, perché merita.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 10:03 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

It




IT
Stephen King



Editore Paperback
Data Pub. 2002
Genere letteratura straniera
Collana Super bestsellers
Traduttore Dobner T.
Pag. 1238

 


IT è un romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato nel 1986. È uno dei più lunghi che abbia scritto, con oltre mille pagine. Considerato uno dei più viscerali e sanguinosi di King, It tratta i temi che in seguito diventeranno il simbolo dell'autore: la forza della memoria, traumi infantili e la violenza nascosta dietro la felicità, l'apparenza di una piccola cittadina.

Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo
(Wikipedia)

Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato.

Mi ha colpito la scrittura complessa e abbondante - un termine che mentre leggevo mi veniva alla mente era "scrittura cremosa" - piena di descrizioni puntigliose e di metafore, di esempi di evocazioni. Mi ha sorpreso la cura nel descrivere e nel caratterizzare i personaggi e le situazioni di normale quotidianità. Ho adorato i bambini che giocano nelle fogne a cielo aperto e mi sono appassionata alle vecchie storie della vecchia Derry, la città dove il romanzo è ambientato, una su tutte: l'incendio al Punto Nero, vero e proprio culmine della storia. Mi hanno entusiasmato meno le descrizioni orrorifiche degli incontri con IT e le scene truculente di varie maciullazioni. In ogni caso, è un gran libro e Stephen King scrive in maniera eccelsa. Leggerlo poi nella lingua madre è ancor più coinvolgente.

Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 08:56 | commenti (1)

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lunedì, 30 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana, sconsiglidilettura
 

Gomorra di Roberto Saviano

Gomorra
Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra

Roberto Saviano




Casa editrice: Mondadori
Collana: Strade blu
Anno pubblicazione: 2006




Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.

Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli,  le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).

Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.

Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming  ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .

Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.

La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.

Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.

Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.

No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto!

(scritto da Anfiosso)
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti (5)

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venerdì, 06 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana
 

L'orologio di cenere

Bisogna essere dei sognatori, di questi tempi, per aprire una casa editrice. E I sognatori è, per l’appunto, una recentissima realtà editoriale, targata Lecce, situata perciò in quel meridione d’Italia che ha sfornato e sfornerà grandi talenti letterari. Se andate a leggere il programma d’intenti nel loro sito, I sognatori si prefiggono di dare voce a quanti credono nei sogni come se fossero l’unica realtà (…), perché per loro ogni scrittore (…) è fondamentalmente un sognatore. Come dargli torto? Lodevole – pur essendo una piccola casa editrice – l’obiettivo di non richiedere contributi di sorta all’autore, più o meno misconosciuto, che mettono sotto contratto, e di puntare sulla qualità della proposta.

 

Abbiamo avuto modo di leggere il loro primo libro in catalogo, L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli (I sognatori, pagg. 135, Euro 8,90), un libro ben confezionato, che ricorda il formato Sellerio o i libricini neri di Stampa Alternativa. Interessante anche la copertina, con un disegno che rievoca atmosfere surrealiste alla Magritte o alla Dalì. Curiosi e graditi due elementi che dovrebbero contraddistinguere la casa editrice: la biografia dello scrittore in quarta di copertina (scritta dall’autore stesso) e un’intervista all’autore in coda al romanzo (dove gli viene fornita la possibilità di esprimere le proprie idee letterarie, aprendo al lettore l’officina della propria scrittura).

 

Ma veniamo al romanzo. E’ singolare che Moscatelli affermi nell’intervista di non aver mai letto un noir in vita sua, e abbia deciso di scrivere un noir, o meglio (le etichette stanno sempre strette), un giallo. Genericamente il noir, al di là dell’intreccio, introduce elementi di denuncia sociale, tende a connotare certi ambienti ecc… Il giallo privilegia invece l’aspetto investigativo, la pista che il detective segue, esaminando gli indizi, per arrivare al colpevole. Attualmente c’è molta confusione sui termini: spesso si parla di noir anche solo riferendosi alle atmosfere cupe, alla rappresentazione esplicita di una violenza più o meno crudele ed efferata. L’orologio di cenere è fondamentalmente un romanzo giallo, anche se presenta un climax consono a un certo noir, o meglio, a un certo noir dal gusto un po’ retrò, il cui modello più diretto potrebbe essere il Marlowe di Chandler, o in ambito cinematografico le atmosfere in bianco e nero de L’infernale Quinlan di Orson Welles. Moscatelli sceglie un’ambientazione iconicamente “americana”; la città del romanzo potrebbe essere Chicago o L.A., negli anni ’30 del secolo scorso: solo da alcuni elementi come l’uso dei cellulari, o la musica di Tom Waits, deduciamo di essere ai giorni nostri. L’investigatore privato River Crane lo potete trovare seduto al bancone di un bar, il Blueroom, nei quartieri bassi di una città senza nome, sigaretta nella mano sinistra e bicchiere in quella destra. La ricca Marlene Tourneur, figlia dell’ex senatore Reed, lo assume per indagare sul misterioso omicidio della sorella, per il quale la polizia ha fermato suo fratello Jonathan. L’indagine di Crane parte con l’intenzione di scagionare il rampollo di buona famiglia, ma finisce per rivelarsi alquanto intricata; il nostro investigatore incappa in rivelazioni inaspettate, in strani omicidi e scambi di persona. Crane conta sull’aiuto dei colleghi Jeff e Wolf, suoi compagni di vita e di bevute, per comporre lentamente, sotto gli occhi del lettore, un mosaico inquietante di perversioni latenti. Il romanzo ha una scansione cinematografica dei capitoli e un buon ritmo nello sviluppo dell’intreccio. Il punto di vista del lettore coincide con quello di Crane, e ne segue l’evoluzione investigativa, fino al finale ad effetto, che si scioglierà in una serie di riscontri autoptici incrociati che fanno pensare agli episodi di CSI Scena del crimine.

 

La scrittura dell’autore è funzionale al giallo; essenziale e scarna, diretta e abilmente costruita per catalizzare l’attenzione e puntare allo scioglimento dell’enigma. Talvolta presenta qualche sbavatura e incertezza: è improbabile, per esempio, che Crane dica rimembrando il mio passato. Rimembrare è verbo poetico, ma Leopardi è una delle letture preferite di Moscatelli. Così il verbo preambolare nelle didascalie, ch’è davvero di uso raro e ricercato.

 

Avremmo preferito una più approfondita caratterizzazione psicologica per i personaggi. A parte Crane, del quale leggiamo i sogni, le meditazioni e la sua visione del mondo, gli altri personaggi sembrano poco più che dei “caratteri”, dei “tipi”: la cliente sensuale, gli amici di sbronze, i poliziotti, il medico legale ecc… E’ Crane a farla da padrone: personaggio delineato a tutto tondo, forte di contrasti luce/ombra: cinico e disilluso, ma ancora capace di slanci di eroica umanità; ombroso e dolente, con qualche scheletro nell’armadio, ma limpido e perspicuo nell’andare a fondo di un problema, sia professionale che esistenziale. Questo esordio di Moscatelli e della casa dei Sognatori è all’insegna di un cielo plumbeo, di una terra cosparsa di cenere e vuoti di bottiglia, più affine all’incubo che al sogno, dove aleggia un Male che si annida, proteiforme e onnipresente, nei risvolti più imprevedibili della realtà contemporanea. Una proposta interessante, anche per la sua sincerità e determinazione, in un panorama culturale che ha bisogno di voci nuove, di un pluralismo soprattutto indipendente dai grandi e talvolta univoci canali di diffusione. Lunga vita e prosperità ai sognatori di oggi e a quelli di domani, perciò. Non mollate. Continuate a sognare.

info: www.casadeisognatori.com


scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

Mondo fico di Daniele Dell'Agnola
La trama di “Mondo fico”? Diciamo che la definirei: “intrecciata”. Un groviglio di fili che ben si innestano tra loro: come è giusto che sia per una… trama che si rispetti. Anzi, è anche di più: come se fosse l’insieme di molti righi musicali con tanto di strofe e ritornelli, laddove l’intreccio è dato dal susseguirsi delle “note protagoniste” inserite in “accordi” azzeccati. Il tutto chiaramente in “chiave” teatral-fiabesca.
Proprio così. Quando vidi che allegato al libro era persino un CD, non riuscii a giustificarne la presenza: mi sembrava un surplus. Poi iniziai a leggere le prime pagine rimanendo parecchio “spaesata” in quell’ambiente dell’estremo nord scozzese dove si svolge la fiaba in un periodo d’altri tempi, di quelli che mutano e maturano. Solo a questo punto (anche se l’autore invita a farlo più avanti) decisi di ascoltare la musica allegata… e come per magia l’ambiente attorno a me prese a mutare, tingendosi dei colori di un’antica storia appena nata. A un tratto compresi appieno lo scopo del CD, ma accadde solo verso la fine di quel centinaio di pagine intrise di melodia che mi si svelò la trama del libro: un vero e proprio spartito letterario; “Mondo fico!” (quest’ultima è una mia imprecazione, per la meraviglia che mi suscitò la scoperta).
In un gergo talvolta letterale, altrettante volte molto giovanile, lo scrittore ticinese Daniele Dell’Agnola, docente cantonale con laurea in letteratura italiana, filologia romanza e musicologia, ha dato vita con un testo narrativo - composto da monologhi e racconti, con tanto di disegni, schizzi, ma anche righi musicali veri e propri (riportate nelle ultime pagine) - a una storia che muta, si trasforma, ma soprattutto che dialoga con il lettore-ascoltatore. Tra giullari, Dèi, personaggi-metafora e caricature, infatti, la Pennadaniele fa interagire anche il pubblico parlandogli direttamente, e non mancano neppure “note-autoreferenziali”. Il tutto ben condito in una sorta di narrazione corale, in quanto non vi è davvero una nota-protagonista emergente. Una scelta che permette a più lettori di identificarsi in uno dei tanti personaggi che si raccontano o che vengono raccontati. Ma non solo: “Mondo fico” è stato materializzato con uno spettacolo; in scena l’autore stesso!, che ha proposto un percorso pedagogico-didattico agli allievi di Lostallo, dapprima per facilitare la comprensione ai testi tratti dal libro, in seguito per coinvolgerli a tal punto da renderli protagonisti dell’evento in una sorta di laboratorio musicale e teatrale.
Insomma, “Mondo fico” ha tutte le caratteristiche di un’opera a 360°, che vede trasformarsi una storia in un libro non solo da leggere, ma anche da ascoltare e guardare…

 

Titolo:          Mondo Fico

Autore:        Daniele Dell’Agnola (Losa)

Genere:       Teatral-fiabesco, con testi, disegni e musiche su un CD incluso, tutto prodotto dall’autore

Editore:        Edizioni Ulivo – Collana Cat’s, ottobre 2005, Balerna (Svizzera)

Prezzo:        24.- franchi / 16 euro

Info:             www.daniteatro.ch

(scritto da mmazzi )
scritto da redazioneparnaso | 11:08 | commenti (2)

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venerdì, 29 settembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello- “Carissima MIA. Permettimi di consigliarti questo libro che trovo semplicemente geniale, ironico e fluttuante nella profondità di ogni IO. È proprio una strepitosa opera d’arte. Espressione d’arte, in quanto l’autore è stato un artista nel tentativo riuscito di snocciolare un frutto che, all’epoca – inizi del Novecento – si mostrava ai più, persino ancora un po’ acerbo”.

- “Ma vedi un po’ che cosa mi devo sentir dire. D’accordo. Ti sarai pure divertita spassosamente e ti sarà sembrato di aver compreso gran parte delle riflessioni introspettive contenute in questo romanzo. Ma non crederai davvero di poterti sentire autorizzata a sparare sentenze…: che tra l’altro non è neppure da te. Ma lo sai che il libro di cui stai parlando è parte integrante della letteratura italiana che conta? È ovvio che, perciò, debba essere difficile da capire… Basta considerare il fatto che quasi metà del volume, che hai letto, è stato riservato all’introduzione… che tu, ovviamente, non ti sei neppure degnata di leggere… Ma dimmi: che cosa pensi d’aver capito, cosa? Che pensi?, di fare la diversa? Credi di essere unica e di bastarti, senza metterti a confronto con le altre opinioni?”.

- “Senti chi parla! Io non sarò “una”, ma tu non sei “nessuno” per dirmi quello che devo pensare. E poi… saremo pure in “centomila”, ma oggi mi va di essere Manuela. Ti saluto…!, anzi, no. Ancora una cosa: preferisco le postfazioni alle prefazioni…”.

Un omaggio personalizzato a un libro straordinariamente profondo, ma divertente, tanto ironico quanto serio: d’altronde, come si dice, essere seri non significa mancare di umorismo.

E per non svelare il contenuto che ai più sarà comunque già noto, aggiungo come conclusione solo questo modo di dire in voga ai nostri tempi: “La parola manicomio è scritta al di fuori  delle mura!”.

 

Ma non posso omettere la seguente nota finale che vuol essere, più che altro, uno spunto di riflessione sulla possibile origine e anche sull’originalità del neonato linguaggio “sms” (anche se personalmente non amo!); a sottolineare questa nota una citazione tratta da “Uno, nessuno, centomila”, scritto nel primo quarto del ventesimo secolo, esattamente come leggo sul libro: «Le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra (…)». Troppo avanti con i tempi…

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:03 | commenti

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sabato, 01 luglio 2006


categoria:letteratura straniera
 

 CASA HÜRLIMANN - UNA STORIA LUINESE DI LILI E NILLA SIX

Storie di famiglia. Ecco in tre parole ciò che viene narrato nel libro di Lili Six. Proprio così: storie di famiaglia, ma soprattutto di vicende che hanno segnato un tempo nella storia, mutamenti sociali e culturali, soprattutto i cambiamenti di un territorio che potremmo definire “svizero-luinese”.
Da questo libro, infatti, “ne esce – come scrive Pierangelo Frigerio nella prefazione – ricreato nel tempo, e sempre avvolgente, il clima d’una famiglia, d’una casa, d’un paese”, dove “in felice connubio, il comune culto delle memorie familiari, proprio dei paesi transalpini, la fresca fantasia latina della scrittrice, il taglio nordico incisivo e tagliente delle immagini, fanno di questo libro una testimonianza di primo ordine su società, costume, mentalità e cultura del primo secolo XX, a Luino e non solo…”

Prima Parte

Nella prima parte del libro Lili Six e la sorella Nilla cedono il piacere di raccontare molte avventure direttamente alla zia Nini e alla nonna Dina.
Una lunga – ma mai noiosa, anzi – serie di storielle, di fine Ottocento e inizio Novecento, narrate più volte dalla zia Nini e dalla nonna Dina, che tengono inchiodata l’attenzione dell’autrice Lili e sua sorella Nilla, allora bambine, come “piante che mettono le radici”.
Sempre affrontate in chiave ironica gli aneddoti, riportati con minuziose descrizioni, riescono a catturare l’attenzione del lettore portandolo attraverso ambientazioni caratterizzate da paesini ospitali e curiosi personaggi. Una scenografia che arricchisce, di fatto, la descrizione dei componenti di una famiglia intera: da generazione in generazione; dai bisnonni ai prozii, dai cugini ai fratelli fino alle autrici, la Lilli e la Nilla.
Così ci si troverà a rivivere la belle époque, rievocata dai componenti di una famiglia che ha avuto  modo di partecipare alla vita mondada di quel periodo – in quanto era in vista nella vita pubblica dell’alto Varesotto – per arrivare poi agli anni di crisi, di sacrifici e sofferenze.
Dalla storia di spedizioni in cerca di fortuna, alla conquista di mondi sconosciuti, dall’operato di un sarto a quello di un artista, dalle diligenze ai treni fino alle auto, ma senza dimenticare gli esordi del femminismo, la prima guerra mondiale e…tant’altro.

Seconda Parte

Dalle storielle alla vita, ovvero dalla prima parte del libro alla seconda, laddove la zia Nini e la nonna Dina passano di mano lo scettro di narratrici di casa Hürlimann alle due nipote, ora anziane: la Lili e la Nilla. Splendidi ricordi, alcuni molto divertenti, altri malinconici, ma sempre descritti con tanti dettagli, senza lasciare nulla al caso, come quando la Nili rivede davanti ai propri occhi scorrere i panorami incontrati lungo il tragitto Ober-Aegeri/Gottardo/Bellinzona fino a Luino, uno dei tanti viaggi in treno: «Uscendo dalla galleria ad Airolo – si legge – abbagliata dalla calda luce ticinese, esultavo e mi commuovevo sino alle lagrime. Faido… Giornico (con lo splendido San Nicolò romanico)… Bellinzona e i suoi castelli… Giubiasco… Cadenazzo…Magadino e le Bolle… Gerra… La vaporiera, con i vagoni dai brillanti sedili di legno
chiaro, procedeva lentamente. Schiacciato il naso contro il vetro del finestrino, non perdevo il minimo dettaglio. Sull’altra sponda del lago con il calare della sera, una dopo l’altra s’accendevano come le stelle nel cielo le luci di Locarno, Ascona, Brissago e Cannobio. Cominciava la regione del mondo che conserva le miei radici…». Ed è proprio per mezzo di queste trasferte che il racconto narra delle differenze tra la mentalità di regioni diverse, tra il nord e il sud. E via di nuovo con un dentro e fuori da casa Hürlimann, anche chiamata la “casa grande”. Già!, un andirivieni di filastrocche, ricette, dolorosi avvenimenti, storie di malattie, convinzioni religiose, ma anche il capodanno, il mercato, le botteghe, poi ancora la seconda guerra mondiale,…: frammenti di una lunga storia tutta da leggere. E poi?, poi Casa Hürlimann farà spazio alle nuove generazioni.
Manuela Mazzi

Informazioni: 
 «Casa Hürlimann una storia luinese» di Lili e Nilla Six, è stato pubblicato da Francesco Nastro Editore, di Germignaga, in 500 volumi, tutti firmati e numerati. Il libro è in vendita a 37.- franchi presso le seguenti librerie:alla Melisa e al Segnalibro a Lugano, alla Casagrande a Bellinzona e alla Locarnese di Locarno. 

Questo articolo, rivisitato,
è già apparso sul settimanale ticinese

 

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:22 | commenti

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venerdì, 12 maggio 2006


categoria:letteratura italiana
 

Certificatodiesistenza.jpg


Geraldina Colotti,
Certificato di esistenza in vita


Tascabili Bompiani
2005
pp. 178, € 7,50.



Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto.

Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili.

Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia.

Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo.
Per motivi anagrafici ho sfiorato e vissuto negli altri scelte di vita analoghe a quelle della scrittrice, e vi posso assicurare che niente è più intollerabile del vedere la miseria e l’abiezione a cui si sono ridotti alcuni dei nostri ex leader, rinnegando come un escamotage giovanilistico anni di lotte, come se gli anni di piombo non fossero stati in qualche modo una risposta alla violenza di un’Italia dove gli uomini di punta delle forze dell’ordine, della polizia, della magistratura, venivano scelti tra elementi di estrema destra con aspirazioni golpiste che non avevano nulla da invidiare al Cile di Pinochet. E niente è più umiliante dal riconoscere nelle voci di chi allora è stato protagonista questa negazione della storia, e neanche un barlume di pietà verso se stessi e i molti che ci hanno creduto, e l’abisso nel quale siamo caduti senza che nessun paracadute ideologico ci proteggesse dalle ferite.
Certo, nell’intimo della scrittrice tutto questo sarà stato ampiamente elaborato, ma la delicatezza con cui affronta le tematiche della quotidianità carceraria, ma anche della quotidianità dell’ex comunista che si ritrova in un mondo che non ha scelto, sono esemplari. Malgrado tutti i mea culpa di chi non doveva pentirsi di niente, affiorano nei cinquantenni di oggi quei valori che saltano fuori quando meno te l’aspetti, quasi a tradimento, valori difficili da sostenere in un contesto che tu non hai minimamente contribuito a rendere migliore.
C’è la storia dell’ex ufficiale dell’esercito, in visita al figlio nel carcere di Cuneo, accusato di terrorismo, che parla dei suoi compagni “Li hanno torturati, pà!” “prima Cinzia e poi Luca! Come me, li hanno appesi per i piedi e gli hanno strappato le unghie! E prima di … violentare Cinzia a turno, le hanno estirpato i peli del pube! Come facevo a lasciarli fare?”
Questo vecchio annientato dalla violenza verso suo figlio e dalla violenza che la storia aveva impresso alla sua vita, chiede alla moglie, anch’essa deceduta: “Moglie mia, dove abbiamo sbagliato, perché ci è cresciuto tanto odio intorno?” Questo vecchio, che stramazzerà sul marciapiede, distrutto dall’indifferenza di un mondo che non gli appartiene, se ne andrà proprio come un angelo, in una voluta di pulviscolo argentato, verso il suo personalissimo paradiso.
C’è la storia di uno zingaro anoressico, in un centro di accoglienza dove arrivavano a depositarsi, proprio come bagagli, gli ultimi relitti della società, c’è la storia di un omicidio misterioso con il colpevole preconfezionato, la storia di un transessuale ucciso, amori gay, molta coca, molta infinita umanità con i propri sogni, le proprie speranze e quell’insopportabile pretesa di avere comunque diritto a un’esistenza priva di ulteriori umiliazioni. “Scusate, ma secondo voi è la luna quella?”, chiedono due detenute ai secondini, colpite dalla vista inaspettata di una luna gigantesca. Sembrano infrangersi tutte le barriere, ma esistono, eccome. “Un agente armato sbadiglia sul muro di cinta. Grossi topi passeggiano lungo la scanalatura sottostante. Sono le ventuno e trenta. Il vocio che giunge dalle case s’infrange su quello del carcere. I fari illuminano un vialone che sembra infinito. Nina mi guarda. Fra poco dormiremo nella stessa cella… Né io né lei ci eravamo scelte, fuori, Ma in carcere non si possiedono spazi e non si scelgono convivenze”.
Finisco con una citazione di Oscar Wilde, tratta sempre dal libro: “La società perdona i criminali, ma non i sognatori”.

(di Daniela Bandini)

scritto da linodigianni
scritto da redazioneparnaso | 11:24 | commenti

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giovedì, 13 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

"I Promessi Sposi"... No, dico, ma vi rendete conto di quanto bello sia questo romanzo? No! Non sorridete. So bene che - in teoria - non ho scoperto l’acqua calda. O almeno non è una scoperta per chi ama i classici. Ma, diciamocelo francamente: il 90% della popolazione, in particolare le ultime generazioni, odiano questo libro. Un volume di poco più di 600 paginette che sempre più viene, di fatto, definito un “mattone”. E un po’, forse, va pure capita questa tendenza. La mia fortuna, infatti, è stata quella di non essere incappata in un maestro ostinato nel volerlo propinare a scuola. Proprio così: non ho mai studiato il Manzoni. E oggi mi sento di dire, per fortuna! Chissà  magari se l’avessi “sperimentato” ai tempi della scuola media non sarei riuscita ad apprezzarlo così tanto, anzi. Spero solo che altri, come me, abbiano il coraggio di prendere, o riprendere, in mano questo capolavoro della letteratura italiana. Io l’ho fatto. L’ho fatto con una copia vecchia e ingiallita appartenente a mia nonna. Una splendida copia che aveva persino il pregio di non avere neppure una nota di rimando. L’ho fatto prima rilegare: era semi-distrutto. Poi l’ho preso in mano e ho cominciato a leggere. A leggere. A leggere: e chi ci riusciva più a distaccarsi?
Ho trovato fantastico il linguaggio utilizzato, dal gusto così rétro, che mi ha permesso di sentire e inalare l’odore dell’aria di quei tempi. Ma soprattutto ho adorato ogni qualvolta l’autore prendeva per un attimo le distanze dal racconto per interagire con il lettore. Infine ho vissuto l’ansia dei protagonisti – Renzo, Lucia, Agnese ma anche Don Abbondio, Don Rodrigo, padre Cristoforo, il Griso, la Monaca di Monza e tanti altri ancora - coinvolti in una serie di faccende che, seppure di stampo antico, ancora oggi hanno agganci con l’attualità  nella rappresentazione di sentimenti insormontabili come l’amore, la gelosia, l’avidità, la paura, la disperazione, la codardia… e via enumerando. Devo ammetterlo: alcuni libri mi hanno impaurito, altri mi hanno fatto sorridere, ma credo che la storia de “I Promessi Sposi” sia stata la primissima - e fino ad oggi l’unica - ad avermi fatto piangere, non una, non due, ma parecchie volte. Tuttavia, una nota negativa l’ho individuata. Ed è forse quella su cui i professori probabilmente puntano maggiormente durante le loro lezioni. Ebbene parlo di un capitolo che fa sbadigliare. Un intero capitolo, che pare essere stato aggiunto in un secondo tempo. Certo, da un punto di vista didattico, posso capire che sia importante in quanto descrive personaggi e scene politiche che caratterizzavano quel periodo storico, ma - per quanto mi riguarda – si è trattato solo di un dosso posto sul bagnasciuga di uno splendido mare di emozioni in subbuglio. Una faticaccia a oltrepassarlo, che non vi dico. Ma poi si rientra nel vivo della storia che, purtroppo - come capita con ogni libro che si vorrebbe non finisse mai - delude un po’ verso la fine, la quale - senza svelare nulla - mi è parsa fin troppo sbrigativa…
Eppure, dico davvero: ne vale la pena!

Manuela Mazzi 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 07:42 | commenti (1)

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lunedì, 10 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

La Neve Blu: non ho parole. Mi piace la struttura che viene utilizzata in questo romanzo. Esso, infatti, è stato scritto in forma epistolare, inframmezzata da intervalli riflessivi. Ebbene, sì. Ho letto La Neve Blu di Rita Girola, pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni Progetto Cultura di Roma. L'ho letto tutto, e non è da me. Non è da me leggere storie “tristi” anche se sono felice d’essere arrivata fino all’ultima pagina: il finale è adorabile... Ma si tratta, ovviamente, di un mio problema: sono una persona molto sensibile, troppo! Non posso, non voglio, vedere/leggere film/libri con il “bollino rosso”, ed evito molti di quelli che raccontano le tragedie della quotidiana follia dell’uomo. Storie come quella descritta dall'esordiente Rita Girola. Odio la droga. Odio ogni forma di dipendenza. Odio le storie complicate. Odio la sofferenza dell’amore. Odio sentire qualcuno disperarsi. Odio apprendere di quanti vogliono togliersi la vita. Odio guardare il telegiornale. Odio non capire certi comportamenti. Odio i compromessi. Odio le scuse che giustificano la debolezza. Odio dover appartenere a questa realtà tempestata di dolore, di autolesionismo, di prove non superate. Odio tutto questo e tanto altro solo perché – forse – in un modo o nell’altro hanno fatto parte anche della mia vita, seppure di striscio. Odio sentirne parlare, perché odio rivivere certe emozioni, odio interiorizzare e somatizzare le sofferenze del mondo. Ma amo la speranza che la vince sulla morte. Amo l’amore sublime. Amo la lotta per la sopravvivenza. Amo pensare che una via, una soluzione c’è. Amo l’idea che esistano tante forme di passioni. Amo l’idea che le passioni possano e debbano alimentare la fiamma della vita.
Ecco perché sono felice che Rita Girola abbia avuto la forza di intraprendere un viaggio “letterario” all’interno di quel mondo, che è riuscita a descrivere con così minuziosa cura: mi piacerebbe solo scoprire fino a che punto La Neve Blu rappresenta la vita di tanti, chissà, magari per capire fino a che punto abbiamo tutti qualcosa in comune, fino a che punto è possibile condividere certe riflessioni…
La Neve Blu pare essere il compimento di un viaggio intrapreso dall’autrice attraverso la disperazione. Questo libro, di fatto, è stato scritto in memoria di due persone; un uomo e una donna che non avevano niente in comune, se non il fatto di, a un certo punto, percepire la vita come se fosse insopportabile, decidendo quindi di andarsene insieme. Harry e Laura sono i due protagonisti, i quali casualmente si incontrano in Svizzera, paese straniero per entrambi, luogo "neutrale", simbolo di una dimensione sospesa, sorta di time-out esistenziale in cui i due si "riconoscono" nel loro difficile rapporto con la realtà.
In un pentagramma che si srotola nelle viscere di una storia sofferta, in sintonia con note musicale che si incontrano in tutte le pagine del libro, l’autrice a opera pubblicata ha ammesso di essersi immedesimata nelle storie di Harry e Laura al punto da stare male fisicamente con loro e per loro. “C'è stato un momento – mi ha scritto parlando de La Neve Blu- in cui sentivo che Harry stava per non farcela, non aveva più nulla a cui aggrapparsi, sapevo che solo Laura avrebbe potuto aiutarlo ma sentivo che lei era troppo chiusa, irrigidita nella sua posizione di paura della vita…”
Nel libro di Rita Girola c'è tanto dolore, ma non gratuito. “Ho voluto che fosse un dolore rigenerante – ha affermato l’autrice - un dolore che, se non può ridare la vita può almeno trasformarsi in comprensione, compassione, pietà. C'è tanta sofferenza inascoltata e incompresa, in giro. Non pretendo di essere in grado di risolvere i problemi dell'umanità, ma se solo la superficialità si trasformasse in comprensione, se la voglia di giudicare si trasformasse in semplice pietà, io credo che davvero tanti problemi troverebbero una soluzione quasi automatica”.

Ma.Ma. 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:33 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

 CLAUDIO MARTINI




DIECIMILA E CENTO GIORNI
Pagine 228

ISBN 88-497-0324-4

euro 13,00


Cosa lega l’Italia attuale con il Perù della fine degli anni ’70, con il Nicaragua degli anni ’80, con il Messico dei primi anni ’90, con la tragedia del Kosovo nel ’99?
Cosa lega la vicenda di Riccardo, impiegato cinquantenne affetto da bulimia, solitudine e attacchi di panico con l’esistenza di Fatima, profuga kossovara, sfuggita alla «pulizia etnica» della sua terra e approdata in Italia dove conduce una vita marginale e senza speranza?
Cosa lega il percorso di Consuelo, giovane donna dell’alta borghesia di Lima innamorata della vita e della poesia con quello di uno studente che milita nel movimento del ’77 a Bologna e decide di abbandonare l'Europa per dirigersi in America Latina?
La ricerca di un significato, la speranza di una vita più vicina ai propri desideri, la ribellione a un destino di povertà spirituale e materiale?
Il romanzo dipana queste storie in un arco di tempo ampio, i ventisette anni compresi tra il 1977 e il 2004, i diecimila e cento giorni del titolo, con una scrittura fluida e coinvolgente, intersecando vicende private con eventi collettivi di portata epocale.
Un atto di amore nei confronti di coloro che resistono all’indifferenza «che cinge l’Italia e il mondo intero come una gigantesca cappa di afa».

CLAUDIO MARTINI nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina.
Dal 1993 è dirigente psicologo nella ASL N°3 di Torino, presso l’Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. È attualmente in servizio nel Centro di Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze.
Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, nonché numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi (2004).  www.besaeditrice.it/collane/lunenuove/ln119.htm

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Ho conosciuto Claudio Martini/Writer su un forum, molto prima che pubblicasse il suo romanzo. Mi aveva colpito la sua scrittura rapida e concreta e ho continuato a seguirne il percorso professionale che lo ha poi portato al traguardo della pubblicazione. Ero molto curiosa di leggere questo libro, un po' per la storia che in esso è contenuta, un po' per seguire insieme al suo autore un percorso che mi incuriosiva: scrivere un romanzo e vederlo poi pubblicare. E' un'emozione non da poco. Questo libro mi ha soddisfatto pienamente.

Sono rimasta attaccata alle storie personali.  L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino.
La storia di Riccardo e di Fatima mi ha coinvolto di meno. Forse perché Fatima risalta nel libro esattamente come si muove nelle varie scene: in punta di piedi, eterea, silenziosa, una presenza discreta che viene calpestata forse proprio perché non irrompe, non pretende, non si fa notare. Riccardo è forse più vivido, nella sua bulimia, nel suo dolore per la perdita dell'amore di Simona consumato a suon di cibo e di ansia. Stranamente Simona, a cui è dedicato non molto spazio, mi è risultata più presente, più irruente con il suo egoismo e la sua vanità poi devastati dall'incidente e dal suo qualunquismo.
Mi ha strappato una lacrima il loro incontro a casa di Riccardo, quando lui desolato ma inesorabile le conferma che sono cambiati, che hanno preso altre strade. Stupenda la scelta di non dare il nome al protagonista narrante, ma di suggerirlo solo alla fine, quasi la risposta a tutte le domande che comunque da lettore mi sono fatta fino alla fine.

E' il romanzo di uno scrittore - psicologo di professine - che sa scrutare nell'animo delle persone e descriverne le pesonalità in maniera accurata, dettagliata. Le piccole abitudini, le manie, i gesti quotidiani di ognuno fanno uscire ogni personaggio dalle pagine e sembra quasi di poter stringere loro la mano e salutandoli riceverne in cambio una risposta.

Sono pagine di scrittura asciutta e senza ridondanza, ma con una carica poetica in ogni descrizione di posti, senzazioni, gesti così forte da lasciare lievemente turbati a pensare, a ricordare e a mandare a mente. Anche l'uso di certe parole forti, e certe descrizioni si diluiscono nella poetica sicurezza di uno scrivere sicuro, rapido ma puntuale

Un bel libro, davvero.


scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 09:21 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

Oceano Mare,
romanzo di Alessandro Baricco

 

Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico. 

Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”.

E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione. 
 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi

scritto da redazioneparnaso | 09:01 | commenti (1)

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mercoledì, 22 marzo 2006


categoria:letteratura italiana
 

L’idea di scrivere questo romanzo ci è venuta leggendo un’inchiesta di El Pais, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che nel 2005 ha dedicato alcune pagine a "La Generación de los Mil Euros": «Quelli che vivono con 1.000 euro al mese». Una generazione che esiste anche in Italia.

Ma non basta: per far arrivare questo libro nelle mani di questa generazione bisogna regalarlo. Ecco il perché di questo sito, che offre gratuitamente il romanzo a tutti coloro che lo vogliono leggere, a video o stampandolo.






Generazione 1000 euro

 

 

 

 

GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata.

GENERAZIONE 1.000 EURO è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive.

Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto.

scritto da redazioneparnaso | 09:45 | commenti

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domenica, 05 marzo 2006


categoria:letteratura straniera
 
Amado Jorge
La bottega dei miracoli

Gli Elefanti Narrativa

€ 8.50 (Lire 16458)
ISBN 881166871-9

 Pedro Archanjo, gran casanova, scrittore e poeta, eterno e scalpitante adolescente, irresistibile conversatore, litigioso capopopolo, cuore tenero e leale, povero diavolo ma gran signore, vecchio saggio, indovino e stregone, stramazza e muore su un fangoso marciapiede del suo miserabile quartiere di Bahia. Al funerale accorre una folla innumerevole e composita. La città inconsolabile si ferma al passaggio di un corteo di professori e vagabondi, puttane e bottegai: lì, dietro al feretro, stanno i compagni (e le compagne) di vita di Pedro Archanjo. Saranno loro ad affollare le pagine di questo libro in cui si racconta dell’esistenza del più straordinario figlio di Bahia.
Sulla linea dei romanzi solari di Jorge Amado, questo libro è l’ideale continuazione di Dona Flor e i suoi due mariti. Condotta su un ritmo galoppante, da samba frenetica e nostalgica, la storia procede in un vortice sempre più veloce, in un capogiro di accadimenti ilari e struggenti.  (quarta di copertina)

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Pedro Arcanjo è un figlio di Bahia. Mulatto figlio di un muratore reclutato a forza e morto nelle paludi del Paraguay, orfano di madre viene cresciuto, allevato dal Pelourinho, quartiere popolare e popoloso di Bahia,  e protetto dai santi del Candomblé. Casanova, scrittore e poeta, capopopolo, indovino ma soprattutto uomo del popolo, del suo popolo. Amato dalla gente di Bahia sale alla ribalta e ne viene esaltata la grande intelligenza e ingegno solo dopo molti anni dalla sua morte, avvenuta nelle strade della città e celebrata con tutti gli onori da tutta la gente del Pelourinho, quando un Premio Nobel americano in visita in Brasile per una serie di conferenze, accenna ai libri di Arcanjo e li definisce come "usciti da una delle menti più eccelse e geniali del suo tempo" Il libro infatti si apre su quella conferenza che porterà tutti gli intellettuali e gli scienziati brasiliani a una frenetica ricerca di informazioni su questo genio sconosciuto e dimenticato.

Chi racconta è Fausto Pena, poeta fallito che ottiene dal Premio Nobel americano l'incarico di raccogliere storie sulla vita di Pedro Arcanjo intervistando le poche persone ancora in vita che lo hanno conosciuto realmente e da vicino. Ed ecco aprirsi così un mondo di profumi, colori, magia e superstizione, lotta per l'uguaglianza dei diritti delle persone di colore in una Bahia di inizio '900 dove le teorie razziali della lontana Germania nazista sembrano aver invece attecchito con forza, poiché suffragate da tesi pseudo-scientifiche elaborate da alcuni professori e scienziati brasiliani della Facoltà di Medicina di Bahia.

Lieve e struggente la storia d'amore di Arcanjo e Kirsi, eterea apparizione finlandese scesa da una nave un momeriggio di Carnevale, sulla quale risalirà solo sei mesi dopo brandendo in seno il frutto dell'amore e il profumo e i colori della terra del Candomblé; magica  e inquietante la storida della iaba, divinità demoniaca che viene per ridurre il casanova Pedro Arcanjo in schiavitù d'amore, per umiliarlo e deriderlo e che invece dallo stesso Arcanjo verrà sconfitta e si trasformerà tra esplosioni e fumi di zolfo, nella negra Doroteia, madre di Tadeu, figlio di Pedro. Tadeu non saprà mai di esser figlio di Pedro, ma verrà da Doroteia affitato al "padrino" il giorno in cui ella misteriosamente scomparirà.

Malinconica la storia del grande amore di Pedro per Tadeu, che alleverà e con ogni sorta di sacrificio da parte di tutta Bahia, porterà a studiare e a laurearsi in ingegneria. Grande orgoglio per un mulatto il diventare un illustre tecnico, sposerà però poi la figlia di un fazendero e si allontanerà da quel popolo che pur gli ha dato i mezzi per arrivare a tanto e da Pedro Arcanjo, suo mentore e insegnante. La tristezza della descrizione del loro ultimo incontro è poesia purissima.

Ma mille altre sono le storie narrate in questo libro con tale dovizia di particolari e una capacità quasi pittorica di rappresentare luoghi e personaggi. Un libro non facile, questo di Jorge Amado ma intenso e bellissimo. Le descrizioni sfuggenti che sembrano pennellate di acquarello, hanno la capacità al tempo stesso di evocare profumi e sapori che si mescolano con la musica ritmata degli abatuques, vita vera e anima di un popolo forte e combattivo. Il mare, quel mare che costeggia Bahia e il mondo oltre l'oceano, è soltanto appena accennato. Un libro per chi ha voglia di fermarsi a riflettere e non soltanto su un argomento. E' un libro sul razzismo, un razzismo subdolo e imperante ancora oggi. Un libro sull'identità culturale e religiosa, sulla lotta per l'affermazione del diritto alla libertà di espressione di tale identità. Un libro sull'amore, libero e intenso. Naturale come lo è Madre Natura. Quella natura imponente e rigogliosa e indipendente del Brasile.  

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 08:52 | commenti (1)

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domenica, 29 gennaio 2006


categoria:letteratura per ragazzi
 

Mio figlio incontrerà questa scrittrice alla fine di Aprile a scuola, quest'anno. E per quell'incontro dovrà aver letto almeno tre dei suoi libri. Quindi la prima cosa che abbiamo fatto è stato acquistarne due. Non immaginavo che si trattasse di una scrittrice così prolifica. Ha al suo attivo un numero ampio di titoli di romanzi scritti per i ragazzi, ognuno tra l'altro con titoli che attirano in maniera particolare.

E poiché tutto quello che legge mio figlio, finisco sempre per leggerlo prima io, non mi sono smentita nemmeno stavolta. Ho preso prima il libro Pasta di Drago. E l'ho divorato in un giorno. Poi ieri mi sono dedicata in maniera forse meno forsennata a La Memoria dell'Acqua, che mi ha restituito un sorriso e un profondo buonumore durato tutto il giorno.

Niente bacchette magiche, pozioni o incantesimi nei libri di Silvana Gandolfi. Ma questo non significa che i suoi romanzi non siano pieni, intrisi di magia. La "magia" che la Gandolfi racconta è il mistero che lega  popoli sconosciuti e dimenticati attraverso la cultura, le usanze  alle loro tradizioni e leggende.

In Pasta di Drago Andrew è un uomo maturo e depresso, succube di una moglie arcigna e oppressiva, che cerca un proprio spazio e una propria identificazione attraverso strani corsi per corrispondenza. Trovandosi in viaggio per lavoro in Nepal, una sera incontra un vecchio guru per le strade di Kathmandu che gli affida un preziosissimo unguento,  pregandolo di consegnarlo alla nipote, che nient'altro è se non la Kumari, la Bambina Dea, la persona più innavicinabile, inguardabile e irraggiungibile di tutto il Nepal. Andrew non andrà in cerca della Kumari ma mangerà lui lo strano unguento. E al ritorno si ritroverà inspiegabilmente ringiovanito e rinvigorito nelle forse e nello spirito. Fino a quando non si renderà conto che questo processo di regressione nell'età fisica è irreversibile e dovrà ritornare in Nepal per ritrovare l'anziano guru e ottenere da lui un antidoto che gli impedisca di scomparire dalla terra tornando a essere un embrione umano. Sarà in quest'occasione che incontrerà la Kumari e che con lei si avventurerà nel cuore del Nepal e vivrà ogni sorta di avventura per raggiungere il lago dal quale il nonno della Kumari aveva raccolto la Pasta di Drago che mantiene sempre giovani.

Ne La Memoria dell'Acqua, il protagonista invece è Nando, un ragazzino di 11 anni con un difetto corporeo che da sempre lo affligge: ha sei dita ai piedi. E di questo si vergogna al punto da chiudersi in se stesso e non uscir di casa. Fino a quando dal lontano Messico viene a far visita alla famiglia uno strano zio acquisito, Pepe, un discendente della stirpe dei Maya che lo invita a soggiornare con lui in Messico. Insieme a Zio Pepe, Nando scoprirà una piramide Maya nascosta nella giungla nella quale scenderà alla scoperta di tesori nascosti e scoprirà che le sue sei dita dei piedi sono la chiave per aprire un passaggio segreto all'interno della piramide. Ma il passaggio segreto che si aprirà a Nando sarà quello della caverna dove scorre una sorgente che non è stata mai inquinata dalla vita umana e che per questo motivo è stata in grado di conservare la forza di ricordare. Dalla memoria dell'acqua, Nando farà la conoscenza con le ombre dei Bambini Blu, i Bambini Antenati, tutti con sei dita alle mani e ai piedi che venivano sacrificati consegnandoli appunto alla memoria dell'acqua. E conoscerà anche il Popolo della Nebbia, una tribù di diretti discendenti dei Maya non estinti, con usi, costumi e strani rituali.

"La mia vita non è una linea retta: ho cominciato a dedicarmi ai libri per bambini tardi, dopo aver vagato seguendo altri sentieri: psicoanalisi, buddismo, viaggi. Di tanto in tanto sfornavo novelle per adulti, racconti radiofonici e brevi sceneggiature. Fino a ora ho scritto sempre in prima persona, identificandomi con i protagonisti, abitatori di un infanzia introversa e fantasiosa, non sempre felice. Vivo in un piccolissimo appartamento del centro storico di Roma: angolo cottura, niente gatti e libri chiusi in scatoloni per mancanza di spazio. Qui scrivo e conduco una vita tranquilla e isolata. Ma poi qualcosa scatta all'improvviso dentro di me: è l'istinto della fuga. E' anche la nostalgia dei miti romantici di Conrad, di Stevenson. Così devo partire, da sola, per uno dei miei lunghi vagabondaggi, spinta dal bisogno di inseguire la grande avventura, l'estremo limite. Ciò che trovo a conclusione di questi viaggi mi serve per ricominciare a scrivere. Silvana Gandolfi"

si legge come prefazione a Pasta di Drago, scritto a firma dell'autrice. E per me è stato come entrare nella mia anima stessa. Il bisogno di isolamento, la fuga istintiva e improvvisa... continuerò a leggere i suoi libri. Forse riuscirò a capire anche me stessa, attraverso di lei.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 11:05 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 
A Gabriele Romagnoli non è piaciuto l’ultimo Lansdale pubblicato da Fanucci, Il lato oscuro dell’anima (2005, pagg. 287 , Euro 13,00), come è possibile leggere qui. Ma del resto, da quel poco che ho letto di Lansdale, sembra che ogni libro del prolifico scrittore texano, il quale ha esplorato praticamente tutti i generi, susciti sempre pareri controversi.
Ho avuto il piacere di curiosare ad una presentazione del libro presso una libreria vicentina (effetto a cerchi concentrici del Festival di Letteratura di Mantova), presenti l’autore e l’arguto e lungimirante editore Fanucci. Joe R. Lansdale è un omone brizzolato, dagli occhi vivaci e intelligenti. Ha un gran sense of humor e io vado decisamente d’accordo con chi non si prende troppo sul serio. Quando gli chiedono come abbia fatto a scrivere un tale mare di cose, lui si schermisce e dice che ha sempre bisogno di soldi. Sua figlia Kasey, che l’ha accompagnato in questo tour italiano, si stava votando a uno shopping frenetico e anche per questo lo scrittore si augurava che i presenti acquistassero tante copie del libro.

In Il lato oscuro dell’anima non aspettatevi il consueto, tagliente umorismo di Lansdale. Il registro ironico è qui abbandonato per esplorare gli aspetti più oscuri della mente umana. In realtà non è una cosa fresca; si tratta di un lavoro del 1987, tradotto per il pubblico italiano con gusto e perizia da Umberto Rossi. Il titolo inglese rende decisamente di più: The nightrunners. Il romanzo inizia infatti con una Impala nera del ’66 (che riecheggia un po’ Christine, la macchina infernale di King). Questa cosa la perdoni a Lansdale, se ti snocciola un incipit come questo:
Mezzanotte. Nera come il cuore di Satana. Uscirono dall’oscurità in una Chevrolet Impala nera del ’66, divorando verso nord la statale 59 come tanta succosa caramella mou grigia. Nella notte fonda l’automobile, tutta sola lì fuori, sembrava una macchina del tempo venuta da un futuro malvagio. I fari erano bisturi d’oro che squarciavano il grembo delicato della notte, si spingevano nelle sue viscere ma consentendo loro di rimarginarsi per bene dopo il passaggio della vettura. Il motore, perfettamente a punto e pesantemente truccato, gemeva di piacere sadico.

L’intreccio è congegnato con i meccanismi del classico thriller psicologico: il rapporto tra Becky e Monty sta vivendo un periodo di profonda crisi. A dividerli, l'incapacità dell'uomo di affrontare la terribile violenza subita dalla moglie qualche tempo prima. I due decidono di trascorrere l'inverno in una baita nel nord del Texas per tentare di ricucire la loro relazione, ma il passato riaffiora prepotentemente con la notizia che uno degli assalitori di Becky, Clyde, si è suicidato in carcere. Una morte di cui proprio la donna è ritenuta colpevole, e per la quale il branco, capeggiato da Brian, esige vendetta. E’ un’America senza speranza, che vive ai margini, quella descritta da Lansdale, e se è vero che – come scrive una parte della critica – il Texas dello scrittore è un osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche profonde della società americana, c’è poco da stare tranquilli.

Lansdale intinge la penna nell’acido, condensando nelle pagine che scorrono con la velocità della sua Chevrolet infernale, scene di panico ingestibile, di sesso e violenza efferati. Qualche commentatore ha parlato di violenza e di sesso gratuiti, ma nello specifico non è forse l’interpretazione più adeguata. Sesso e violenza, nel libro, sono gratuiti solo se rapportati ad un mondo esterno al romanzo, che con il mondo immaginario dello scrittore ha stretti rapporti di parentela. Ma nell’estetica Lansdaliana l’eccesso di alcune situazioni è una cifra dello stile e in Il lato oscuro dell’anima più che la storia in sé ha rilevanza come Lansdale intende raccontarla, ovvero catapultandoci in un ibrido multimediatico (non per niente Lansdale scrive anche per il cinema e il fumetto), in una sorta di drive-in maledetto, nero e vischioso come la pece.

Una seconda faccia del suo stile è la visionarietà; non a caso le pagine migliori del romanzo sono quelle dove lo spirito di Clyde riappare in sogno a Brian, per il tramite del Dio del rasoio. L’amico suicida invita Brian a seguirlo nel Lato oscuro e vendicarsi della professoressa Becky. Horror e fantastico si mescolano in una miscela esplosiva. Questo è Lansdale: le sue storie ci divertono come fossimo in un luna park, ma attraverso la lente deformante della sua scrittura scorgiamo guizzi di realtà che ci inquietano sottilmente. Lansdale padroneggia con maestria questo aspetto ludico della narrativa; l’utilizzo di alcune immagini, la costruzione della metafora, anche nelle situazioni più ovvie e risapute, nei luoghi comuni di generi ampiamente frequentati, lo confermano come un narratore eclettico, uno scrittore di razza che sa come inchiodare alla pagina i suoi lettori.

Joe R. Lansdale è autore di narrativa noir, horror, western, mainstream, di avventura, con oltre venti romanzi e piú di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti, tra cui il premio Edgar con In fondo alla palude, l'American Mistery Award e il Bram Stoker Award (sei volte). Nelle edizioni Einaudi sono usciti La notte del drive-in, Il mambo degli orsi e Bad Chili. Nella collana AvantPop Fanucci ha pubblicato la raccolta di racconti Maneggiare con cura: il meglio di Joe R. Lansdale, e nella Collezione Immaginario Dark i romanzi Freddo a luglio e Atto d'amore.
Joe Lansdale vive a Nacogdoches con sua moglie Karen, anch'essa scrittrice, i suoi figli Keith e Kasey. I suoi hobby sono: Arti marziali, scrivere, leggere, guardare i film, leggere qualche fumetto, collezionare alcune cose, viaggiare.

scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 09:52 | commenti

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categoria:letteratura italiana
 

Nordest
Massimo Carlotto e Marco Videtta
Prezzo di copertina € 15,00
Dati 201 p., brossura
Anno 2005
Editore E/O
Collana Noir mediterraneo

Un libro da comprare, per capire cosa c'è dietro un pezzo d'Italia,
il Nordest, dove alla terra si sono sostituiti i capannoni prima,
la de-localizzazione in Romania e Cina ,poi.
Sullo sfondo le famiglie che contano, i valori dominanti, le rapine del senso di dignità.

Bello questo modo di parlare di fatti veri attraverso un noir, con anni di documentazione alle spalle.
Seguo da molto tempo, questo scrittore, Massimo Carlotto, e segnalo un altro dei suoi migliori libri "Le irregolari"

Un mercoledì come tanti


Era stato un mercoledì come tanti. Un mercoledì d’invernodel Nordest. Nel corso della giornata le strade si erano riempite di pendolari e Tir. Lunghe file avevano intasato autostrade,statali e provinciali. A Padova e Vicenza, per l’ennesima volta, l’inquinamento aveva superato i limiti di legge. Il cavalcavia di Mestre, in piena notte, era ancora un serpentone di mezzi pesanti che avanzavano lentamente nei due sensi di marcia. Merci legali e illegali che andavano e venivano dai paesi dell’est. Quel giorno avevano chiuso i battenti altre quattro aziende, la più grossa aveva cinquantuno dipendenti. Altri quattro capannoni vuoti con la scritta affittasi, tradotta anche in cinese. Di capannoni aveva parlato nella mattina un docente di urbanistica della Facoltà di architettura di Venezia. Ai suoi studenti aveva spiegato che, a forza di costruire 2.500
capannoni l’anno, erano stati sottratti al paesaggio agrario ben 3.500 chilometri quadrati e che nella sola provincia di Treviso c’erano 279 aree industriali, una media di quattro per comune.


Il docente era preoccupato, aveva affermato che la devastazione del territorio era ampia e profonda. Forse irreparabile. Ormai nel Nordest i capannoni avevano cancellato memoria alla terra e identità agli abitanti. E di identità locale si era parlato in un’altra università. Tre persone su quattro continuavano a usare il dialetto, anche in ambito professionale. Un dato confortante, lo avevano definito: il dialetto rappresentava un elemento di grande importanza per la coesione della comunità.
E numerose espressioni dialettali erano state usate nel corso di un convegno svoltosi al Museo dello Scarpone di Montebelluna dove era stata annunciata la delocalizzazione di 44 aziende del settore calzaturiero. Colpa dei cinesi, era stato detto. L’import delle calzature in pelle dal paese asiatico era aumentato del 700% nell’ultimo anno.

Il ministro delle attività produttive aveva auspicato l’introduzione di dazi antidumping per arginare il fenomeno. E la Coldiretti, in un comunicato, aveva espresso la sua preoccupazione per l’importazione selvaggia dalla Cina di fagioli secchi e ortaggi in salamoia, produzioni importanti in alcune zone del Nordest. Anche quel giorno i cinesi avevano comprato un paio di locali pubblici e diversi esercizi commerciali. Pagavano sempre in contanti, senza discutere il prezzo. Di soldi si era discusso in altri incontri dove esponenti del mondo bancario avevano sottolineato un positivo aumento degli utili trimestrali. E degli utili di 262 evasori totali si era parlato durante una conferenza stampa della guardia di finanza. Nel corso dell’indagine erano stati scoperti 1.200 lavoratori in nero e 776 irregolari.

Molti di loro erano stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. E stranieri clandestini erano la maggior parte delle persone arrestate quel mercoledì dalle forze dell’ordine nel Nordest. Da anni culture criminali provenienti dall’est e dal sud del mondo si erano insediate nel territorio, la criminalità organizzata italiana era solo un ricordo dei cronisti di nera. Le prostitute, nonostante il freddo e la nebbia, avevano iniziato a battere fin dalla tarda mattina sulle provinciali. A quell’ora della notte avevano invaso paesi e città. Il settore tirava. Come quello della droga, del resto. In crisi invece la prostituzione nei night e nei locali di lap dance. I gestori dei locali notturni erano stati i primi a cogliere i sintomi della recessione economica. Industriali e professionisti che prima affollavano quei locali, spendendo qualche migliaio di euro a sera in champagne e donnine, si facevano vedere meno. Migliore dell’anno precedente solo la produzione vinicola le cui esportazioni erano aumentate.
Anche quel mercoledì centinaia di casse di Marzemino, Prosecco, Sauvignon e di altri vini erano state spedite in ogni parte del mondo. A livello politico il futuro era piuttosto incerto, nonostante le elezioni avessero riconfermato il precedente governo regionale. Anche quel giorno c’erano state riunioni e incontri confidenziali nella maggioranza e nell’opposizione nel tentativo di ricucire le divisioni interne e gli scontri di potere. Sembrava che nessuno fosse più in grado di governare il futuro. Era stato un mercoledì come tanti. Trascorsa la ventiquattresima ora, la nebbia, spessa e lattiginosa,dominava ovunque. Il cuore del Nordest pulsava più lento approfittando della tregua della notte.

Massimo Carlotto

© 2005 edizioni e/o Roma.

 

 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 09:35 | commenti

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mercoledì, 25 gennaio 2006


categoria:letteratura italiana
 
Cristina Comencini
" La bestia nel cuore"
Universale Economica Feltrinelli Euro 7


Prima ho visto il film, e poi letto il libro.
Uno dei pochi casi in cui regista e scrittrice sono la stessa persona.
Uno dei pochi casi in cui si parla degli abusi in famiglie culturalmente elevate.
Film da vedere, attrice protagonista molto brava, insieme a Luigi Lo Cascio e Angela Finocchiaro.
Film non didascalico, per avvicinamenti progressivi, appararentemente ondivago, finale con happy end.
Libro piu articolato, scrittura media, con alcuni spunti interessanti, da leggere.


In che modo ha adattato il romanzo, che ricordiamo, è stato scritto sempre da lei?
Cristina Comencini: Diciamo che il Cinema dev'essere più sintetico. Però parti in un certo senso avvantaggiato, perché se il libro si ferma alla parola, o anche a più parole insieme, il Cinema si basa sulle immagini, e in un immagine puoi imprimere tantissimi elementi. Insomma, come si dice: un'immagine vale più di mille parole. Poi è chiaro che dal libro è stato tagliato qualcosa..

Come mai la censura voleva far uscire questo film col V.M 14? Sarà per l'omosessualità? La pedofilia? L'adulterio? O Cosa?
Cristina Comencini: Per la Chiesa Cattolica.

Ahah, davvero?
Cristina Comencini: Ahah, no dai.. però la censura è davvero fascista. Insomma, per un po' mi sono vergognata di essere un'italiana.. poi per fortuna han capito il vero senso del film e hanno levato il V.M 14..

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato durante la lavorazione?
Cristina Comencini: La scena dell'incubo con la bambina. Innanzitutto avevo la responsabilità verso i suoi genitori, poi, doveva essere un incubo forte, spietato, ma anche lasciare un senso di confusione. E si, abbiamo veramente messo la bambina in una situazione realmente di incubo.

Che cosa è la "Bestia" nel cuore: La colpa o la vergogna?
Cristina Comencini: E' la pulsione che dà la vita. Non ci sarebbe amore senza la bestia. E' un qualcosa che c'è da sempre..

scritto da alp
scritto da .....ella | 11:08 | commenti

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categoria:letteratura straniera
 

Julio Cortazar

Bestiario

Einaudi, Torino, 1965
120 pp. 19,5 x 11,5



 

Che la letteratura argentina contemporanea abbia dato nuovo spazio vitale a un glorioso genere narrativo quale il “racconto fantastico” è cosa nota: basterebbe il nome di Borges a provarlo. Ma la prima caratteristica di Julio Cortazar, capofila della generazione che segue a quella di Borges, più ancora che la capacità d’astrazione è la precisione realistica in cui la trasfigurazione visionaria affonda le radici: i vari quartieri di Buenos Aires, gli ambienti altoborghesi o piccoloborghesi o popolari, le atmosfere familiari, i locali dove si balia il tango... Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. È in questa pregnanza ambientale che salti nel tempo, scambi di destini, apparizioni, stregonerie arcaiche prendono forma e senso: la vita segreta di una società si popola di tensioni misteriose e inquietanti.
Sugli scenari reali si stacca il “bestiario” metafisico: animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, o descritti con tanta dolorosa precisione da finire per immedesimarsi in essi.

Bestiario
è il libro che nel 1951 ha rivelato Cortzar, e resta una delle sue opere più intense e felici, la migliore “introduzione” all’arte di questo scrittore capace di pagine folgoranti, assolute.

fonte

 

scritto da .....ella | 10:45 | commenti

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domenica, 23 ottobre 2005


categoria:fumetti
 
Andy Riley

Il libro dei coniglietti suicidi
“Piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita”

Biblioteca Umoristica Mondadori, ill., € 10


Sarà perché ho un coniglietto nano in casa e che perciò quelle orecchie in copertina, scrutate in libreria, mi hanno subito divertito... ma questo libretto una segnalazione davvero la merita.
Un esilarante quanto comico e originale concentrato fumettistico di humor nero da regalare e da regalarsi, 84 pagine a fumetti, più di 80 vignette in bianco e nero di coniglietti piccoli, morbidi e teneri che si inventano i suicidi più bizzarri, assurdi e divertenti che si possano immaginare.

Il coniglietto suicida ha sprezzo del pericolo, e prende il sole mentre gli altri animali salgono sull'arca di Noè, o accoglie gli extraterrestri con un calcio ...lì. Ha grandi capacità mimetiche, e si confonde fra i militari dello sbarco in Normandia, o fra gli alieni di Space Invaders. Ha pazienza, e aspetta sotto una stalattite che prima o poi si staccherà, o sotto una lente di ingrandimento colpita dal sole. Ha ingegno da vendere, il coniglietto, come quando si fa centrare in pieno da una palla da bowling. Creativi e determinati come Wile E. Coyote, ma più imperturbabili e sicuri di sé, i coniglietti affrontano il suicidio con un'espressione impassibile e sempre uguale che esalta la comicità surreale di ogni pagina di questo libretto tradotto in tutto il mondo.

La serie, pubblicata settimanalmente sull'Observer Magazine, nacque per scherzo quando il sig. Andy Riley, sceneggiatore televisivo, durante un pranzo di lavoro disegnò delle orecchie da coniglio che spuntavano da un tostapane. Da quel giorno storie politicamente scorrette di buffi coniglietti imperversano sul settimanale inglese con strisce e vignette mute lette da tutto il Paese, in cui possiamo assistere alla loro spontanea dipartita. Surreali, ingegnose, le storie raccolte in questo volume ci fanno sorridere su un argomento un po' triste ma anche un po' comicamente improbabile. Qualche critico ha trovato un che di zen in questo libricino spassoso, messo in risalto dall’inevitabile paragone tra la divertente follia suicida dei coniglietti e la tristemente reale vocazione del genere umano all’auto distruzione. Per me non ha tutti i torti.
I soavi e spietati coniglietti suicidi del trentacinquenne inglese Andy Riley, ha scritto la stampa, fanno piazza pulita di tutta la retorica dolciastra dei cartoon disneyani, e derivano semmai dal buffo catastrofismo dei personaggi della Warner, i Looney Tunes, anche loro sempre in bilico sugli strapiombi e sempre polverizzati dalla dinamite. Spesso sono i disegni e non le parole, dicono, a raccontare le storie più belle e a trafiggere la contemporaneità. Il miglior romanzo su Auschwitz si dice che sia a fumetti: Maus di Art Spiegelman. Il miglior reportage da Gaza e dalla Cisgiordania, ancora a fumetti: Palestina di Joe Sacco. E a fumetti si esprimeva uno dei più profondi conoscitori e osservatori della sensibilità degli esseri umani: Schultz coi suoi indimenticabili Peanuts

Un gioiellino di umorismo gaiamente surreale e politicamente scorretto, dunque, questi coniglietti. Con molta fantasia ed un buon tratto grafico, Riley vi farà passare un quarto d'ora esilarante a metà strada tra il gusto per il noir e il senso dell'illogico. Una risata ci seppellirà, scrisse qualcuno, e una risata esorcizza in fondo questo mondo truculento.
Peccato che le pagine siano così poche.. ma pare che sia in cantiere a ritmi frenetici già la pubblicazione italiana del suo attesissimo
seguito.

A lato un assaggio in tema di video e dvd (cliccarci su per ingrandirlo)...
  

scritto da 319
scritto da redazioneparnaso | 12:07 | commenti (1)

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categoria:letteratura italiana
 


Torino è casa mia

 
Giuseppe  Culicchia
   

Casa editrice: Laterza 
 
Collana: Contromano 
 
Anno pubblicazione: 2005   Prezzo: 9,00 
 
Genere: turismo,viaggi -  Pagg: 163 
 

"Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie. Aprire questo libro è un po' come entrare in casa nostra. Mia. Vostra."
 
Conoscendo Torino, e volendolo regalare, ho letto questo libro che consiglio per il suo spirito leggero ma non superficiale, scritto da uno scrittore, Culicchia, che conosce la città, anche nelle barriere operaie e nei nuovi cittadini migranti che la animano.Bello l'integrare notizie storiche e sociali con il vissuto della città. 

scritto da alp
scritto da redazioneparnaso | 11:42 | commenti (1)

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categoria:letteratura straniera
 

Arthur Golden, Memorie di una Geisha, ed. Tea.


Il mondo delle geishe da sempre rappresenta un universo sconosciuto a molti, quasi parallelo a quello vissuto quotidianamente dalle persone comuni.

Un piccolo mondo dove la tradizione regna sovrana e la forma è l’essenza stessa delle cose.

Spesso gli occidentali faticano a comprendere a pieno questa figura femminile così distante dai canoni e dalle categorie fissate per le donne da secoli di storia.

L’autore, con un’approfondita analisi, è riuscito ad inquadrare quello che è il nocciolo più nascosto di questa “Professione-esistenziale” .

Scritto sotto forma di romanzo il libro ha richiesto un ampio periodo di studio delle usanze, della formazione di queste donne, della storia stessa del Giappone.

Tutto questo traspare. Non si tratta di una semplice storia biografica, ma neppure di un saggio. Si legge con la passione e la facilità di un romanzo, si apprendono cose come da un accurato libro a tema.

Seguendo le orme di una giovane ragazzina di un povero paese del Giappone anteguerra approdiamo a Gion, quartiere delle Geishe di Kyoto, le più raffinate di tutto lo stato.

Viviamo la formazione, la sofferenza, la determinazione, i problemi, la passione che una vita del genere porta ad incontrare.

Senza accorgercene abbandoniamo la nostra stanza e approdiamo in oriente, percorriamo un lungo periodo buio della storia mondiale, affrontiamo la guerra e la vita nel lusso che l’ha preceduta, la sofferenza e il risollevarsi della popolazione.

Pochi libri scritti da autori occidentali hanno saputo trasmettere in modo così puro ed essenziale le sensazioni date dall’incontro con una civiltà così differente e al contempo così vicina a noi sul piano culturale.

Interessante per chi vuole leggere un bel romanzo, scritto bene, avvincente. Per chi ama il Giappone e quest’estate vuole visitarlo con la fantasia senza partire da casa, per chi vuole conoscere meglio quel mondo onirico e affascinante che è racchiuso fra le oikia e le sale da tè.

 

 

 Arthur Golden è nato e cresciuto a Chattanooga, nel Tennessee. Laureato in Storia dell’arte ad Harvard nel 1978, si è specializzato in arte giapponese e ha conseguito un Master in Storia del Giappone alla Columbia University, dove si è anche dedicato allo studio del cinese mandarino. Dopo qualche tempo a Pechino, si è trasferito a Tokyo dove ha lavorato in campo editoriale. Sposato e padre di un figlio, vive attualmente a Brookline, nel Massachusetts.
 

scritto da Minerva84
scritto da redazioneparnaso | 08:36 | commenti (1)

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domenica, 28 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 

 

Gente senza storia
– titolo orginale Ordinary people
di Judith Guest

  

 

Judith Guest, l’autrice del libro, era, a quel tempo, nel 1976, una quarantenne, sposata, madre di tre figli… e lei stessa si definisce, in quel tempo, una donna senza storia. 

 

Un giorno, anzi probabilmente in tanti giorni, decide di scrivere un libro, che intitolerà appunto Ordinary people,  che parla di una famiglia media: i genitori, un figlio studente…


Essi abitano nell’Illinois, ma potrebbero abitare ovunque. Ovunque esistano famiglie normali che si trovano all’improvviso ad affrontare circostanze straordinarie. I loro discorsi, i loro problemi sono quelli di ogni giorno, le consuete battute di una commedia quotidiana. Ma la commedia per loro è stata tragedia col  tentativo di suicidio del ragazzo. Entrati per breve tempo nella Cronaca, se non nella Storia, eccoli impegnati ad uscirne, a ritrovare l’anonimato delle famiglie felici: loro che sanno oramai quali realtà possa celare l’anonimato delle famiglie felici, quali storie racconta  la vita della gente senza storia. La strada è lunga. I timori del futuro, la difficoltà di capirsi, il ruolo della donna nella coppia…

Una storia di gente senza storia perché fanno fatica a ritrovare nel passato qualcosa che li aiuti ad affrontare la nuova situazione del presente…

 

La cosa sorprendente, secondo me, di questo libro è che l’autrice dopo averlo scritto, e poi dattiloscritto, lo ha inviato, almeno credo che sia andata così, a varie società editrici americane fino a che l’ultima, la Viking Press, lo ha pubblicato.
Infatti un bel giorno proprio  alla Viking Press è arrivato questo dattiloscritto, senza nessuna autorevole presentazione, senza nessun appoggio, un  semplice e puro dattiloscritto anonimo che non soltanto è stato il primo a venir accettato e pubblicato in più di venti anni dalla codesta casa editrice , ma che avrà poi anche un enorme successo di critica e di pubblico e che verrà in seguito   tradotto in 16 paesi.
(quali siano stati, oltre l’italia, non lo so… cmq sia … è stato un bel risultato)

scritto da .....ella | 12:36 | commenti (1)

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lunedì, 08 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 

Il profumo è la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi.
Infatti l’inizio è il più puzzolente che abbia mai letto:

”Al tempo di cui parliamo nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aereate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro dei vasi da notte. Dai camini veniva un puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo dei solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati¸dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra…”


La madre di Jean Baptiste il giorno in cui partorì, sotto il suo banco di pescivendola accanto al Cimetière des Innocents, in  un giorno di grande calura in cui il puzzo dei pesci che stava sventrando sovrastava persino quello dei cadaveri del vicino cimitero, dopo aver troncato con il suo coltellaccio da lavoro il cordone ombelicale alla cosa appena nata, intendeva abbandonarla lì,  fra interiora e teste di pesci troncate, sotto uno sciame di mosche, come aveva fatto già in precedenza per altre cose nate da lei. 
Solo che, questa volta, la cosa appena nata cominciò  ad urlare così  accorse la  gente e il neonato venne salvato, la madre venne  arrestata e, rea confessa di infanticidi plurimi, verrà  poi processata e condannata al taglio della testa.   
E qui comincia la storia di Jean-Baptiste Grenuille: orfano, brutto, apparentemente insensibile ma  ha una caratteristica inquietante, in una società non ancora asettica come quella contemporanea e impregnata di mille effluvi e miasmi: non emana alcun odore. È però dotato di un olfatto finissimo,  unico al mondo, una prodigiosa capacità di percepire, distinguere e catalogare tutti gli odori del mondo.  
Egli  deciderà di mettere a frutto questa qualità nel campo dei profumi, usati massicciamente in quell'epoca per coprire il lezzo che emanava da cose e persone intendendo diventare il più grande profumiere del mondo.  
I due profumi, fili conduttori del racconto, sono  "odore di uomo" che lui crea per se, in varie tonalità per imprimersi un’identità olfattiva,  e "profumo di angelo" un profumo capace di suscitare  l'amore in chiunque lo fiuti. Per realizzarlo non si ferma nemmeno di fronte all'omicidio delle donne in cui trova traccia del sublime profumo dell'amore, che lui, con le sue tecniche di profumiere, è capace di catturare.  
Mescolati tutti i profumi arriva finalmente al più perfetto di tutti  col quale riuscirà  a governare il cuore degli uomini.  Ma solo e deluso,  alla fine si fa uccidere in un modo del tutto stupefacente

Secondo me  il profumo è veramente un geniale o originalissimo romanzo, come è scritto anche nella copertina da Pietro Citati, e  fiabesco, accattivante e olfattivo, aggiungo io.
Infatti in questo libro si possono percepire, oltre alle puzze iniziali,  gli odori e i profumi anche se, senz'altro, in modo molto soggettivo.
Profumo di ambra, zibetto, patchouli, sandalo bergamotto, vetiver, opoponaco, benzoino, fior di luppolo castoro…
Aromi di olii di fiori, di estratti, di tinture, di secrezioni, di balsami, di resine…
  in forma fluida o cerosa, sottoforma  di pomate, di paste, ciprie, saponi, creme, sachets, bandoline, brillantine, creme da barba, di gocce antiverruca, di acque da bagno, lozioni, sali profumati, aceti da toilette e da una serie infinita di profumi veri e propri.

Un giorno, era il primo settembre 1753, festa dell’anniversario dell’avvento al trono del re, nella città in festa e negli odori dei fuochi d’artificio egli sentì, portato dal vento, un frammento, un atomo di odore – perché lui era capace di percepire sottili fili di aroma – così straordinariamente delicato che non riusciva a trattenerlo perché di continuo esso si sottraeva alla sua percezione, sovrastato dal fumo polveroso dei petardi, bloccato dalle esalazioni della folla, smembrato e annientato da altri mille odori della città.
Ma poi d’un tratto eccolo di nuovo, una lieve esalazione soltanto, da annusare per un breve secondo come una splendida traccia…
Doveva rintracciare a tutti i costi quell’odore che gli ricordava la freschezza dei limoncelli o delle arance amare, non la freschezza della mirra o della scorza di cannella o della menta verde o delle betulle o della canfora o degli aghi di pino, non quella della pioggia di maggio o del vento gelido o dell’acqua di fonte… e nello stesso tempo aveva un calore: ma non come il bergamotto, il cipresso, il muschio, non come il gelsomino o il narciso, non come il legno di rosa e non come l’iris.
“Quell’odore era un miscuglio fugace e intenso, no, non un miscuglio, un tutto unico, e inoltre era debole e lieve e tuttavia forte e deciso, come una pezza di sottile seta cangiante… come un latte dolcissimo in cui il biscotto si scioglie…”
E quest’odore, l’odore sprigionato da una giovane donna, che poi catturerà, era per lui l’essenza base del perfetto di tutti i profumi che intende creare e  col quale riuscirà  a governare il cuore degli uomini.  

Volendo si possono trovare varie chiavi di lettura, ne il profumo:
Ci si può trovare una facile morale: non importa quanto tu sia cattivo, se hai un buon profumo tutti ti amano comunque.
Ci si può ricercare il Bene e il  Male: però Grenouillle è un essere al di là del bene e del male perché come non ha odore non  ha  neanche amore dentro di sé e per questo che forse fallisce la sua ricerca.
Si può andare alla ricerca di un’identità infatti il protagonista, non avendo un odore, vuole  creare il "profumo assoluto", per ritrovare se stesso. Il tema dell'identità viene affrontato durante tutto il romanzo; anche quando, per esempio, il protagonista si ritira in solitudine su di una montagna, in una grotta nella quale vive in completo isolamento dal mondo e dai suoi odori per 7 anni  … durante i quali giunge alla consapevolezza del suo obbiettivo: la realizzazione di un profumo in grado di arrivare al cuore degli uomini, permettendo al suo creatore di soggiogarli completamente ai propri voleri.
 C’è l’odio e l’amore: l'odio per gli Uomini e l'adorazione verso gli odori.
Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e la distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini."
C’è l’immortalità: La scelta di concludere il romanzo con la morte del protagonista nel medesimo luogo della sua nascita , dà all'intera vicenda un senso di ciclicità ed immortalità. 
C’è l’inquietudine che fa capire quanto la mente umana sia perversa e contorta...
e poi  c’è  il senso dell’olfatto, quello che mi ha affascinato più di tutti del libro, quello che forse trascuro un po' , ed è quello con il quale è possibile passare, affinandolo,  dalla puzza ai profumi attraverso un’infinita gamma di odori, per vedere il mondo attraverso un altro punto di vista: annusandolo, appunto.

scritto da .....ella | 06:24 | commenti

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lunedì, 01 agosto 2005


categoria:letteratura straniera
 
Amin Maalouf
Gli scali del Levante

"L'avvenire non abita tra le mura del passato"

Colui che racconta la sua storia, l'immagine dell'uomo che l'autore aveva visto su un suo libro di scuola e che ritrova in carne ed ossa in un incontro casuale, rappresenta fin dall'inizio l'incontro con una cultura che non ha confini geografici. Al matrimonio del padre, un principe, nipote di un sovrano, ad esempio, sono presenti turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, le varie comunità dell'Impero Ottomano. In quell'epoca uomini "di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli scali del Levante e mescolavano le loro lingue" quasi a prefigurare un futuro di cui Maalouf è portavoce e protagonista, e questo è in effetti il valore e il significato che questo libro vuole avere.
Il padre del narratore lo educa a diventare "un grande dirigente rivoluzionario", ed essendo un vero despota illuminato, rappresenta una specie di incubo per il figlio che già nel nome Ossyan (Rivolta, Ribellione), appariva predestinato a questa scelta paterna.
Invece il giovane Ossyan aveva in mente studi di psichiatria e di medicina e riesce ad accedervi grazie alla sorella che sa convincere il padre che questa strada in realtà gli renderà più facile l'altra, quella di rivoluzionario e così può imbarcarsi, destinazione Marsiglia, per frequentare in Francia l'università.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale, le dichiarazioni di Pétain, le leggi razziali promulgate a Vichy, non sembrano provocare in lui grandi turbamenti fino, almeno, a una discussione in birreria. Da quel momento la sua vita cambia: inizia la sua collaborazione con la Resistenza. La storia d'amore che il protagonista-narratore vivrà sarà poi con una donna che si batte per un'altra ingiustizia, quella contro gli arabi, e, nonostante le difficoltà, la ragazza, Clara, riuscirà a diventare sua moglie. A Parigi prima e a Haifa poi si festeggeranno le nozze: ma durante la festa in Libano già si sentono i primi spari: un "tornado stava per abbattersi sul Levante".
Ossyan parte, proprio quando Clara sta per dargli un figlio, per correre al capezzale del padre, e così si trova a Beirut, separato da una frontiera invalicabile. Il padre muore, una insolazione lo costringe a letto per più di un mese e lo lascia in una situazione di alienazione mentale. Ricoverato in una clinica per malattie mentali, vi resta chiuso quattro anni, finché il fratello, diventato un potente uomo d'affari, non lo fa uscire per un pranzo ufficiale a cui partecipava Bertrand, ora ministro francese, un tempo compagno di Ossyan nella Resistenza. L'intorpidimento provocato dai sedativi impediscono però al narratore di lanciare all'amico un grido di aiuto.
Passano gli anni, sempre in manicomio, e l'unico elemento che lo tiene in vita è la mancanza di energia per darsi la morte, mentre il fratello, personaggio sempre più ambiguo, diventa ministro.
Ma ecco riappare la speranza nella persona della figlia ormai ventenne, Nadia, che, andata in Francia a studiare, incontra Bertrand, il vecchio amico del padre, ex eroe della Resistenza che le riaccende nel cuore la figura lontana del padre. Si precipita subito a Beirut, ottiene dai medici la possibilità di incontrarlo e gli consegna una lettera, nascondendola in un libro. Ossyan resterà per anni in attesa di un ritorno della figlia e cercherà giorno dopo giorno di recuperare un po' di normalità.
Anni Settanta, violenza nelle strade che si avverte anche all'interno dell'ospedale. E poi la guerra vera e propria, la fuga del direttore, le porte aperte del manicomio, la fuga e infine l'ambasciata francese, la salvezza. Questa tragica vicenda di vita è intervallata da brevi intrusioni dello scrittore che ci descrive il luogo o il momento del colloquio col narratore, con molto pudore e grande rispetto, ma l'elemento che più resta impresso nel lettore è questa ricchezza di culture così diverse tra loro e nello stesso tempo così intrecciate da rappresentare una nuova più ricca cultura: quella dell'umanità.


Gli scali del Levante di Amin Maalouf
Titolo originale dell'opera: Les échelles du Levant

Traduzione di Egi Volterrani Pag. 192, Lit.26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre)

Le prime righe
Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede.
È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo.

L'autore
Amin Maalouf è nato in Libano nel 1949 da una famiglia per generazioni illustre di letterati e giornalisti. Dopo gli studi universitari nel campo dell'economia e della sociologia, si è trasferito a Parigi nel 1976. Il suo primo libro, Les Croisades vues par les Arabes (1983) è ormai un classico tradotto in moltissime lingue. Ha successivamente pubblicato cinque romanzi: Lèon l'Africain (1986), Sarabande (1988, Prix des Maison de la presse), Le Jardin de Lumière (1991), Le I siècle après Béatrice (1992), Le Rocher de Tonios (1993, Prix Goncourt), edito in Italia nel 1994 da Bompiani col titolo Col fucile del Console d'Inghilterra.


venerdì, 22 luglio 2005


categoria:letteratura italiana, letteratura straniera
 

1)VENTO LARGO romanzo di Biamonti : parole usate come la calce per tirare su i muretti a secco, luce, vento e un uomo ritroso, che cerca..

2)Éric-Emmanuel Schmitt
La parte dell'altro

pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca

ho visto il libro, l'ho comprato, e non sono riuscito a smettere di leggerlo.


3)Patrick Süskind, Il profumo, Longanesi & C., 1985, 259 p- tea

"Colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini". La storia, magnificamente raccontata da un bravissimo scrittore, di un profumiere del Settecento dal cuore di tenebra, che non esiterà a compiere i crimini più odiosi per, appunto, dominare il cuore degli uomini, grazie alla sua straordinaria capacità di percepire e distinguere tutti gli odori. Jean Baptiste Grenouille, nato nel 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, da una madre subito morta nel darlo alla luce, è segnato fin dall'infanzia dalla ricerca del bello e dell'assoluto. Vittima della società, diventerà un vendicatore, perseguendo l'obiettivo con tenacia ed ambizione, ma senza un filo del sentimento che riesce a suscitare negli altri con le sue essenze. Un personaggio indimenticabile, artista e maledetto, che anticipa una Rivoluzione già nell'aria, criminale e prigioniero della sua stessa natura, ma anche salvatore, taumaturgo per folle osannanti. Un romanzo geniale e fuori dal comune, che chiunque ha naso leggerà di un fiato. 

 

L'ho regalato..

 4) 1980  Uomini, boschi e api, Einaudi Tascabili, 1998, pp.194

 I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare. (Mario Rigoni Stern)

Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall'autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai cigliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente e inesorabilmente stanno scomparendo. Almeno qui, nel mondo occidentale.
Nella prima parte leggerete ricordi di tempi assai tristi quando, da giovani ci trovammo coinvolti in quella che dalla storia viene definita "Seconda guerra mondiale". Leggendo piú avanti troverete anche storie di animali selvatici e di uomini che vivevano e qualcuno ancora vive in un ambiente sempre piú difficile da conservare. (Mario Rigoni Stern)


me l'hanno regalato

 



giovedì, 21 luglio 2005


categoria:letteratura italiana
 

"La provincia italiana del dopoguerra",
dice  Severini; "è quella in cui ho cominciato a guardarmi intorno, trovando tutto straordinario.
Volendo potrei farti un elenco dei motivi per non essere troppo allegri, ma, malgrado tutto, ero un bambino felice.
E ho molto amato quel mondo così più povero di quello di adesso; ma persino più quotidianamente creativo degli anni della "liberazione della creatività".
Forse tutte le infanzie sono incantate, magiche. Ma c'è davvero una differenza abissale tra un mondo scandito dal succedersi delle stagioni in un paese di collina, e il mondo in cui il tempo è misurato dal mutare dei consigli per gli acquisti, che forse sono persino la parte più guardabile della televisione, e si aspettano le svendite e le vacanze e il weekend tutti in fila…”


E’ questa l’atmo§fera che desideravo trovare nel libro… ed è quella che ho trovato scegliendolo per caso, tra tanti altri, nella sezione scrittori delle marche della biblioteca.
L’intento era appunto quello di leggere un libro con atmo§fere familiari, antiche o attuali non importava, basta che ci avrei trovato un sorta  di aggancio con le mie radici.

Premetto che solo poi, dopo aver letto questo libro di Gilberto Severini ho saputo che lui continua a rappresentare un caso strano nel mondo editoriale italiano: è elogiatissimo dai critici, adorato da molti colleghi scrittori e amato da un manipolo fedelissimo di lettori, ma in qualche modo è sempre lontano dal successo letterario.

Ho saputo anche  che si augurano in molti che  il grande pubblico si renda conto del suo grande talento di narratore :pare infatti che sia un interprete eccezionale della vita di provincia, dei suoi misteri e delle sue meschinità.
In questo, per ora unico, libro che ho letto, la sartoria, appunto, credo che ci sia molta della mia provincia, o meglio della provincia in genere,  del dopoguerra italiano, di quando lo stile di vita, e un po’ mi ricordo persino, era molto diverso da oggi.
 
Il libro comincia così:

Per più di un anno, tutti i giorni tranne la domenica, ho vissuto nella sartoria di mio zio. Sembrava la soluzione più ragionevole per occupare il tempo senza affaticarsi. Il dottore aveva detto che per un po' non dovevo fare niente. Non ero proprio malato. Ero un figlio della guerra, anemico e stanco.”
Parla un ragazzino alle soglie dell'adolescenza che, costretto a un lungo periodo di riposo prescrittogli dal medico, passa un anno circa della sua vita nella frequentatissima sartoria dello zio Guglielmo a "studiare l'umanità".
E mentre si interroga su quale sia la vera nobiltà: se quella di nascita e quella d'animo, assiste - quieto e guardingo - a prove d'abiti dietro una pesante tenda rossa che ha "il fascino di un sipario teatrale e il potere dei divieti". 
Da questo suo osservatorio privilegiato, seguirà inoltre le vicende del signor Aldino, un "vero nobile", ospite assiduo della sartoria che preferisce la compagnia dei ragazzi a quella dei notabili del luogo….
 
La trama qui si infittisce e non mi sembra giusto raccontarla…
 
Dico solo che il tutto ha il profumo seducente che hanno le tranquille abitudini di un mondo ormai scomparso… tra rancori e indulgenze… con una malcelata voglia di mettersi in mostra e confabulare dei fatti altrui, tra fuochi d'artificio che fanno pensare ai bombardamenti e  fiere con fachiri e pappagalli, processioni e feste patronali e onorevoli in transito, tra canti stonati e pranzi di matrimonio allegri e rurali… disegnando i contorni inconfondibili di una cauta ma irresistibile voglia di vivere, a un passo dall'immanente modernità.
 

Gilberto Severini, originario di Osimo nelle Marche, autore di racconti e romanzi tra cui Congedo ordinario (Pequod 1996) e Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Rizzoli 1999), è maestro del racconto lungo o romanzo breve, che sembra essere il genere a lui più congeniale. Ha pubblicato tra l'altro: Consumazioni al tavolo, Sentiamoci qualche volta, Feste perdute, Fuoco magico, Un breve autunno, Congedo ordinario e la raccolta di versi Nelle aranciate amare e altri refrain. Il suo ultimo libro Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Premio Arturo Loria) è uscito presso Rizzoli.

scritto da .....ella | 10:38 | commenti (3)

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categoria:letteratura straniera
 
La parte dell'altro

 


Il LIBRO
Diario autunno 2000-2001. Così sottotitola Schmitt questo libro che in apertura avverte il lettore: dopo la luce, l’ombra. Ancora una volta, armato di spregiudicata e acuminata intelligenza, caustica ironia e una sovversiva chiaroveggenza Schmitt getta luci inquietanti e rivelatrici su quello che può definirsi l’archetipo del Male dei tempi moderni.
Reinventare la storia è uno dei privilegi insindacabili dello scrittore, sia per farne lo sfondo di un romanzo che per esplorare l’idea stessa di destino. La scelta di Schmitt in La parte dell’altro è proprio quest’ultima, tentare di sciogliere l’enigma, la chiave della natura umana e del suo destino e farne lo strumento di meditazione sulla parte in ombra che abita ognuno di noi.
Quale sarebbe stato il corso della storia se l’8 ottobre del 1918 Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti? Lungi dal ricostruire la storia del Terzo Reich, Schmitt duplica la figura del triste Cancelliere e gioca sull’artificio di due vite distinte che corrono in parallelo in trenta scene che gettano una luce straniante e violenta sul retroscena affettivo, sessuale e caratteriale di un eccezionale egolatra che cerca di incarnare l’eroe nietzchiano. Sull’altro binario scorre la opaca vita del pittore Adolf H. dotato di mediocre talento, disilluso dalla Grande Guerra, che trasferitosi a Parigi, frequenta gli artisti di avanguardia di Montparnasse, sposa un’ebrea americana e muore poi nel pacifico oblio di Santa Monica il giorno stesso in cui un astronauta tedesco mette piede sulla Luna…
In questa prodigiosa macchina scenica dal geniale ingranaggio costruito su un paradosso, Schmitt riesce ancora una volta a gettare nel lettore il seme del dubbio. Se fosse vissuto soltanto lo scialbo pittore Adolf H. e non il suo mostruoso doppio seminatore di odio e distruzione, che cosa saremmo noi oggi? E, soprattutto chi sarebbero, oggi, i nostri “altri”?

 

L’AUTORE
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a St. Foy Les Layons nel 1960 e vive tra la Francia e l’Irlanda. Ha studiato musica e letteratura e si è laureato in filosofia presso la École Normale Supérieure nel 1983. Dopo aver ottenuto un dottorato nel 1987 è diventato “maître de conférences” all’Università di Chambéry. E’ autore di racconti, romanzi e di opere teatrali tradotte e rappresentate in tutto il mondo ed è considerato uno degli autori di maggior successo nel panorama della drammaturgia francese contemporanea. Presso le Edizioni E/O sono usciti “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, “Piccoli crimini coniugali”, e "Milarepa".
Ulteriori informazioni sull’autore: http://www.eric-emmanuel-schmitt.com

Éric-Emmanuel Schmitt
La parte dell'altro

pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca - Scheda di G. Bentivoglio



mercoledì, 06 luglio 2005


categoria:letteratura per ragazzi
 
 


Si vabbe, un libro per bambini, ecchepalle..
* No, guarda, parla di un ragazzino difficle, una bambina, e un gufo
- ma dai, magari lo leggi tu che hai passato 20 anni con i bambini..ma io
beh, perdi qualcosa, è ben scritto, molto fluido e indirettamente parla del bambino che sopravvive in noi.
e puoi sempre regalarlo, ad un bambino o a un adulto.
Io ne cerchero' altri, di questa scrittrice. Toh, ti metto pure il link a una sua intervista

Link

il libro: Torey L. Hayden. La cosa veramente peggiore. Corbaccio. 2003. euro 9.50

Torey L. Hayden

Ha pubblicato in Italia, per le edizioni Corbaccio, un romanzo che è una sfida impegnativa: la storia di un ragazzino difficile, apparentemente ritardato, che lentamente ritrova il proprio equilibrio grazie a una "nonna" adottiva e due amici, una bambina più piccola e un gufo. Il titolo di questo romanzo è La cosa veramente peggiore, e sta a indicare un metodo di "sopravvivenza" psicologica instaurato dal bambino, una sorta di gioco che dà vita a una classifica delle cose veramente peggiori della vita: andare dal dentista, essere picchiato o non amato. Oggi nell'elenco di queste cose troveremmo sicuramente la guerra. Ma come affrontare con i propri figli questo tragico argomento? Quali possono essere le letture più adatte in un periodo angosciante anche per i bambini, che percepiscono il clima di tensione che li circonda? Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Torey L. Hayden e le abbiamo rivolto anche questa domanda, sperando che le sue parole aiutino i genitori in questo difficile momento.