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venerdì, 08 dicembre 2006 categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura
Recensione di Anfiosso. In questo romanzo, che, come altre cose brevi (per esempio Bestie) non è tanto un romanzo quanto una novella, JCO si discosta dalla scrittura di tipo critico, sociologico, autobiografico tipica delle sue cose più impegnative per accostarsi, più o meno felicemente, a un genere. Come in Un'educazione sentimentale qui investiga la psiche del maschio adolescente, nella cornice del romanzo di formazione. LA TRAMA. La vicenda, narrata linearmente, si svolge tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004. Il sedicenne Darren Phynn abita in una casa modesta in provincia di una cittadina americana anonima e conformista, con il fratello ventenne e i genitori. Nonostante l'estrazione modesta è molto popular, poiché è molto bello e atletio -- ed è un nuotatore dei migliori della sua squadra, in uno di quei licei americani in cui i buoni risultati sportivi fanno la differenza nella carriera scolastica. L'unico insegnante che abbia esplicitamente stabilito di fare eccezione a questa regola è il brillante insegnante di letteratura america prof. Tracy. Il quale tuttavia (dalla mimica e dalla parlantina affettate e teatrali) è un grande sostenitore della squadra femminile ed è assiduo alle gare di nuoto dei ragazzi, alle quali presenza intento, macchina fotografica alla mano. La scoperta di essere sessuato, di provare e soprattutto di suscitare desiderio, turba Darren, involuto e timido con le numerose ragazze che gli fanno la corte. (Pudico e sensibile, ha preso, a detta del padre, da sua madre Edith). Un giorno il prof. Tracy insiste per accompagnarlo a casa in macchina, e Darren accetta a fatica. Nonostante il professore non faccia nulla in sé d'illecito (limitandosi a porgli delle domande circa eventuali altre passioni oltre lo sport, e ad incoraggiarlo ad affrontare la scrittura con più abbandono), Darren non può non accorgersi di quale sia il tipo di interesse che, mescolato ad un sincero desiderio di incoraggiarlo, il professore nutre nei suoi confronti. Darren se ne ritrae sconvolto. Uno sconvolgimento che ha la sua parte nel pestaggio di un gracile leatherman che, poco tempo dopo, durante una sortita con gli amici, tenta di adescarlo nei cessi di un centro commerciale. Questo episodio gli lascia un forte rimorso. Darren non riesce ad accettare nulla dal prof. Tracy; e quando questi gli propone, in camera caritatis, di rifare una tesina pessimamente svolta in modo da ottenere un voto migliore, rifiuta per non commettere un'ingiustizia nei confronti degli altri. Anche altri elementi della squadra di nuoto, Kevin e Drake, svolgono male il compito, ma a loro il prof. Tracy non concede nessuna possibilità in più. Come i risultati sportivi pesano sui voti, così i voti pesano sull'attività sportiva; l'allenatore non può non comminare sospensioni. Da questo momento in poi l'omosessualità di Tracy diventa un problema. Non per Darren: nonostante abbia tenuto le distanze dal professore, è rimasto pieno di sensi di colpa dopo l'episodio dei cessi; inoltre, alla fine ha ottenuto un ottimo voto in letteratura (del tutto immeritato). Ha stima del professore, nonostante tutto. Invece Kevin, Drake e altri architettano uno scherzo pesante ai danni di Tracy. Inviano al pavido preside Newlove un mazzetto di fotografie ritagliate da riviste pornografiche per omosessuali, acclusavi la letterina di un fittizio undicenne che avrebbe subìto violenza da parte di Tracy; e, alla polizia, una lista di nomi di ragazzi della scuola che sarebbero stati dallo stesso molestati. Basta questo perché omofobia, antipatie e gelosie di vecchia data escano di latenza, travolgendo Tracy, che è ovviamente indagato. In capo a qualche giorno, avvilito, si mette in malattia. La polizia interroga diversi ragazzi; e Darren, che sospetta di essere stato inserito nella lista, teme, un giorno o l'altro, di essere convocato. Durante tutto il periodo degli interrogatorii, Tracy cerca di contattare Darren per telefono e mail, pregandolo di andare a testimoniare a suo favore. La sicurezza con cui Tracy ritiene di trovare in Darren un alleato, invece, fa crescere nel ragazzo l'incertezza e l'avversione; la paura fa il resto, e Darren non risponde alle mail e si fa negare al telefono. Alla fine lui stesso è pressantemente interrogato dalla polizia; davanti alla quale nega di essere mai stato abusato dal professore, e persino di essere mai stato accompagnato a casa in macchina, quel giorno; questo nonostante qualcuno debba per forza averli visti. Rompe con gli organizzatori dello scherzo; fa una scenata a Newlove, pretendendo che prenda le parti di Tracy -- ma smettendo di insistere appena si rende conto che il preside è del tutto impotente. Dopo poco tempo Tracy rimane ucciso andandosi a schiantare con la sua auto. A sfavore dell'ipotesi del suicidio depongono le pessime condizioni atmosferiche e il fatto che il professore guidava malissimo: ma anche questa è una di quelle cose che non si sapranno mai. Darren non può fare a meno di ritenere gli autori dello scherzo responsabili della morte del professore. Ma l'unica che pianga sinceramente, o almeno apertamente, il professore è un'amica, ex-compagna di corso di Darren, che prenderà con sé il piccolo spaniel con cui il professore viveva. Durante una festa in casa di Jill, bella ragazza con cui Darren aveva perso i contatti das qualche tempo, il ragazzo è affrontato da Kevin e Drake, che gli rivelano di sapere perfettamente che è stato accompagnato a casa in macchina dal professore, quella mattina, e lo aggrediscono urlandogli insulti. Prima che Jill riesca a buttarli fuori, Darren, che pure si difende, è ridotto a mal partito. Sfollati gli ospiti, Jill lo medica e lo fa dormire da lei. Fanno l'amore. Il romanzo si conclude con Darren che conta, per l'estate, di andare dai suoi zii, in campagna. Memore dell'esortazione di Tracy a coltivare altri interessi a parte lo sport, pensa che sia il posto giusto per ricominciare a sognare. PARERE. I personaggi di JCO sono sempre sgradevoli; il suo realismo si limita a questo. Realismo che può essere definito tale solo a patto che non si dimostri il suo schematismo: e un po' di schematismo ci deve essere, altrimenti qualche personaggio simpatico, ogni tanto, lo tirerebbe fuori. La sua particolare visione dell'umanità, tipica di tanta scrittura (sempre un po' militante) di cattolici anglosassoni dimostra vera la metà posteriore della massima di Russell (Perché non sono cristiano) secondo cui i protestanti godono della propria virtù mentre i cattolici godono nel pensare che tutti gli altri sono perversi. Tracy ricorda il professore eccentrico di Marya: anche lì un personaggio eccentrico e troppo debole per inserirsi in un contesto e/o sopravvivere; ma portatore di un messaggio che, in qualche modo postumamente, il protagonista può fare proprio, ben s'intende nel quadro di una personalità del tutto conformista, e sicuramente molto meno fragile. Sennonché la fragilità stessa del 'latore' del messaggio sembra (almeno a me) una forte deminutio per quanto riguarda il messaggio stesso. E questo soprattutto perché non c'è solo debolezza caratteriale, ma anche debolezza morale: Tracy si avvicina a Darren spinto da un sincero desiderio di ajutarlo a trovare la sua strada, o una sua completezza umana; ma non c'è solo questo. C'è anche, con ogni probabilità, attrazione fisica. In più è disposto a commettere una grave scorrettezza per favorirlo. In più, il romanzo -- che come altre cose sue brevi (v. supram) deve in qualche modo accorparsi a qualche genere, si conclude con note stonate, un po' da romanzo rosa, o, appunto, da lettura per adolescenti -- e non è proprio l'idea della vita "che va avanti", alla faccia di tutto e tutti, quanto un non saper bene (sospetto) come concludere una vicenda senza spessore, raccontata da JCO in modo da annojare sé stessa e me. scritto da anfiosso
mercoledì, 01 novembre 2006 categoria:letteratura italiana ![]() Donne in noir Simonetta Santamaria Casa Editrice: Il Foglio Anno Edizione: 2005 Codice ISBN: 8876060405 Pagine: 100 Prezzo: 10€ Genere: Raccolta TRAMA: Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi. da: http://www.latelanera.com/editoria/recensioni/recensione.asp?id=8876060405 ---------------------------------------------------- scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera
Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato. Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva. scritto da Ipanema
lunedì, 30 ottobre 2006 categoria:letteratura italiana, sconsiglidilettura
Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra. Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli, le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla). Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore. Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) . Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica. La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo. Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio. Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio. No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto! (scritto da Anfiosso)venerdì, 06 ottobre 2006 categoria:letteratura italiana
Abbiamo avuto modo di leggere il loro primo libro in catalogo, L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli (I sognatori, pagg. 135, Euro 8,90), un libro ben confezionato, che ricorda il formato Sellerio o i libricini neri di Stampa Alternativa. Interessante anche la copertina, con un disegno che rievoca atmosfere surrealiste alla Magritte o alla Dalì. Curiosi e graditi due elementi che dovrebbero contraddistinguere la casa editrice: la biografia dello scrittore in quarta di copertina (scritta dall’autore stesso) e un’intervista all’autore in coda al romanzo (dove gli viene fornita la possibilità di esprimere le proprie idee letterarie, aprendo al lettore l’officina della propria scrittura). Ma veniamo al romanzo. E’ singolare che Moscatelli affermi nell’intervista di non aver mai letto un noir in vita sua, e abbia deciso di scrivere un noir, o meglio (le etichette stanno sempre strette), un giallo. Genericamente il noir, al di là dell’intreccio, introduce elementi di denuncia sociale, tende a connotare certi ambienti ecc… Il giallo privilegia invece l’aspetto investigativo, la pista che il detective segue, esaminando gli indizi, per arrivare al colpevole. Attualmente c’è molta confusione sui termini: spesso si parla di noir anche solo riferendosi alle atmosfere cupe, alla rappresentazione esplicita di una violenza più o meno crudele ed efferata. L’orologio di cenere è fondamentalmente un romanzo giallo, anche se presenta un climax consono a un certo noir, o meglio, a un certo noir dal gusto un po’ retrò, il cui modello più diretto potrebbe essere il Marlowe di Chandler, o in ambito cinematografico le atmosfere in bianco e nero de L’infernale Quinlan di Orson Welles. Moscatelli sceglie un’ambientazione iconicamente “americana”; la città del romanzo potrebbe essere Chicago o L.A., negli anni ’30 del secolo scorso: solo da alcuni elementi come l’uso dei cellulari, o la musica di Tom Waits, deduciamo di essere ai giorni nostri. L’investigatore privato River Crane lo potete trovare seduto al bancone di un bar, il Blueroom, nei quartieri bassi di una città senza nome, sigaretta nella mano sinistra e bicchiere in quella destra. La ricca Marlene Tourneur, figlia dell’ex senatore Reed, lo assume per indagare sul misterioso omicidio della sorella, per il quale la polizia ha fermato suo fratello Jonathan. L’indagine di Crane parte con l’intenzione di scagionare il rampollo di buona famiglia, ma finisce per rivelarsi alquanto intricata; il nostro investigatore incappa in rivelazioni inaspettate, in strani omicidi e scambi di persona. Crane conta sull’aiuto dei colleghi Jeff e Wolf, suoi compagni di vita e di bevute, per comporre lentamente, sotto gli occhi del lettore, un mosaico inquietante di perversioni latenti. Il romanzo ha una scansione cinematografica dei capitoli e un buon ritmo nello sviluppo dell’intreccio. Il punto di vista del lettore coincide con quello di Crane, e ne segue l’evoluzione investigativa, fino al finale ad effetto, che si scioglierà in una serie di riscontri autoptici incrociati che fanno pensare agli episodi di CSI Scena del crimine. La scrittura dell’autore è funzionale al giallo; essenziale e scarna, diretta e abilmente costruita per catalizzare l’attenzione e puntare allo scioglimento dell’enigma. Talvolta presenta qualche sbavatura e incertezza: è improbabile, per esempio, che Crane dica rimembrando il mio passato. Rimembrare è verbo poetico, ma Leopardi è una delle letture preferite di Moscatelli. Così il verbo preambolare nelle didascalie, ch’è davvero di uso raro e ricercato. Avremmo preferito una più approfondita caratterizzazione psicologica per i personaggi. A parte Crane, del quale leggiamo i sogni, le meditazioni e la sua visione del mondo, gli altri personaggi sembrano poco più che dei “caratteri”, dei “tipi”: la cliente sensuale, gli amici di sbronze, i poliziotti, il medico legale ecc… E’ Crane a farla da padrone: personaggio delineato a tutto tondo, forte di contrasti luce/ombra: cinico e disilluso, ma ancora capace di slanci di eroica umanità; ombroso e dolente, con qualche scheletro nell’armadio, ma limpido e perspicuo nell’andare a fondo di un problema, sia professionale che esistenziale. Questo esordio di Moscatelli e della casa dei Sognatori è all’insegna di un cielo plumbeo, di una terra cosparsa di cenere e vuoti di bottiglia, più affine all’incubo che al sogno, dove aleggia un Male che si annida, proteiforme e onnipresente, nei risvolti più imprevedibili della realtà contemporanea. Una proposta interessante, anche per la sua sincerità e determinazione, in un panorama culturale che ha bisogno di voci nuove, di un pluralismo soprattutto indipendente dai grandi e talvolta univoci canali di diffusione. Lunga vita e prosperità ai sognatori di oggi e a quelli di domani, perciò. Non mollate. Continuate a sognare.
scritto da cigale
categoria:letteratura italiana
Titolo: Mondo Fico Autore: Daniele Dell’Agnola (Losa) Genere: Teatral-fiabesco, con testi, disegni e musiche su un CD incluso, tutto prodotto dall’autore Editore: Edizioni Ulivo – Collana Cat’s, ottobre 2005, Balerna (Svizzera) Prezzo: 24.- franchi / 16 euro Info: www.daniteatro.ch (scritto da mmazzi )
venerdì, 29 settembre 2006 categoria:letteratura italiana Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello - “Ma vedi un po’ che cosa mi devo sentir dire. D’accordo. Ti sarai pure divertita spassosamente e ti sarà sembrato di aver compreso gran parte delle riflessioni introspettive contenute in questo romanzo. Ma non crederai davvero di poterti sentire autorizzata a sparare sentenze…: che tra l’altro non è neppure da te. Ma lo sai che il libro di cui stai parlando è parte integrante della letteratura italiana che conta? È ovvio che, perciò, debba essere difficile da capire… Basta considerare il fatto che quasi metà del volume, che hai letto, è stato riservato all’introduzione… che tu, ovviamente, non ti sei neppure degnata di leggere… Ma dimmi: che cosa pensi d’aver capito, cosa? Che pensi?, di fare la diversa? Credi di essere unica e di bastarti, senza metterti a confronto con le altre opinioni?”. - “Senti chi parla! Io non sarò “una”, ma tu non sei “nessuno” per dirmi quello che devo pensare. E poi… saremo pure in “centomila”, ma oggi mi va di essere Manuela. Ti saluto…!, anzi, no. Ancora una cosa: preferisco le postfazioni alle prefazioni…”. Un omaggio personalizzato a un libro straordinariamente profondo, ma divertente, tanto ironico quanto serio: d’altronde, come si dice, essere seri non significa mancare di umorismo. E per non svelare il contenuto che ai più sarà comunque già noto, aggiungo come conclusione solo questo modo di dire in voga ai nostri tempi: “La parola manicomio è scritta al di fuori delle mura!”. Ma non posso omettere la seguente nota finale che vuol essere, più che altro, uno spunto di riflessione sulla possibile origine e anche sull’originalità del neonato linguaggio “sms” (anche se personalmente non amo!); a sottolineare questa nota una citazione tratta da “Uno, nessuno, centomila”, scritto nel primo quarto del ventesimo secolo, esattamente come leggo sul libro: «Le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra (…)». Troppo avanti con i tempi… scritto da mmazzi
sabato, 01 luglio 2006 categoria:letteratura straniera CASA HÜRLIMANN - UNA STORIA LUINESE DI LILI E NILLA SIX
Questo articolo, rivisitato,
scritto da mmazzi
venerdì, 12 maggio 2006 categoria:letteratura italiana
![]() Geraldina Colotti, Certificato di esistenza in vita Tascabili Bompiani 2005 pp. 178, € 7,50. Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto. Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili. Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia. Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo. (di Daniela Bandini) scritto da linodigianni
giovedì, 13 aprile 2006 categoria:letteratura italiana
Manuela Mazzi PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. scritto da mmazzi
lunedì, 10 aprile 2006 categoria:letteratura italiana
Ma.Ma. PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. scritto da mmazzi
categoria:letteratura italiana
--------------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono rimasta attaccata alle storie personali. L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino. Un bel libro, davvero. scritto da Ipanema
categoria:letteratura italiana
Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico. Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”. E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione. PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata. mercoledì, 22 marzo 2006 categoria:letteratura italiana L’idea di scrivere questo romanzo ci è venuta leggendo un’inchiesta di El Pais, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che nel 2005 ha dedicato alcune pagine a "La Generación de los Mil Euros": «Quelli che vivono con 1.000 euro al mese». Una generazione che esiste anche in Italia. Ma non basta: per far arrivare questo libro nelle mani di questa generazione bisogna regalarlo. Ecco il perché di questo sito, che offre gratuitamente il romanzo a tutti coloro che lo vogliono leggere, a video o stampandolo.
GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata. GENERAZIONE 1.000 EURO è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive. Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto. domenica, 05 marzo 2006 categoria:letteratura straniera Amado JorgeLa bottega dei miracoli Gli Elefanti Narrativa € 8.50 (Lire 16458) ISBN 881166871-9 Pedro Archanjo, gran casanova, scrittore e poeta, eterno e scalpitante adolescente, irresistibile conversatore, litigioso capopopolo, cuore tenero e leale, povero diavolo ma gran signore, vecchio saggio, indovino e stregone, stramazza e muore su un fangoso marciapiede del suo miserabile quartiere di Bahia. Al funerale accorre una folla innumerevole e composita. La città inconsolabile si ferma al passaggio di un corteo di professori e vagabondi, puttane e bottegai: lì, dietro al feretro, stanno i compagni (e le compagne) di vita di Pedro Archanjo. Saranno loro ad affollare le pagine di questo libro in cui si racconta dell’esistenza del più straordinario figlio di Bahia. -------------------------------------------------------------------- Chi racconta è Fausto Pena, poeta fallito che ottiene dal Premio Nobel americano l'incarico di raccogliere storie sulla vita di Pedro Arcanjo intervistando le poche persone ancora in vita che lo hanno conosciuto realmente e da vicino. Ed ecco aprirsi così un mondo di profumi, colori, magia e superstizione, lotta per l'uguaglianza dei diritti delle persone di colore in una Bahia di inizio '900 dove le teorie razziali della lontana Germania nazista sembrano aver invece attecchito con forza, poiché suffragate da tesi pseudo-scientifiche elaborate da alcuni professori e scienziati brasiliani della Facoltà di Medicina di Bahia. Lieve e struggente la storia d'amore di Arcanjo e Kirsi, eterea apparizione finlandese scesa da una nave un momeriggio di Carnevale, sulla quale risalirà solo sei mesi dopo brandendo in seno il frutto dell'amore e il profumo e i colori della terra del Candomblé; magica e inquietante la storida della iaba, divinità demoniaca che viene per ridurre il casanova Pedro Arcanjo in schiavitù d'amore, per umiliarlo e deriderlo e che invece dallo stesso Arcanjo verrà sconfitta e si trasformerà tra esplosioni e fumi di zolfo, nella negra Doroteia, madre di Tadeu, figlio di Pedro. Tadeu non saprà mai di esser figlio di Pedro, ma verrà da Doroteia affitato al "padrino" il giorno in cui ella misteriosamente scomparirà. Malinconica la storia del grande amore di Pedro per Tadeu, che alleverà e con ogni sorta di sacrificio da parte di tutta Bahia, porterà a studiare e a laurearsi in ingegneria. Grande orgoglio per un mulatto il diventare un illustre tecnico, sposerà però poi la figlia di un fazendero e si allontanerà da quel popolo che pur gli ha dato i mezzi per arrivare a tanto e da Pedro Arcanjo, suo mentore e insegnante. La tristezza della descrizione del loro ultimo incontro è poesia purissima. Ma mille altre sono le storie narrate in questo libro con tale dovizia di particolari e una capacità quasi pittorica di rappresentare luoghi e personaggi. Un libro non facile, questo di Jorge Amado ma intenso e bellissimo. Le descrizioni sfuggenti che sembrano pennellate di acquarello, hanno la capacità al tempo stesso di evocare profumi e sapori che si mescolano con la musica ritmata degli abatuques, vita vera e anima di un popolo forte e combattivo. Il mare, quel mare che costeggia Bahia e il mondo oltre l'oceano, è soltanto appena accennato. Un libro per chi ha voglia di fermarsi a riflettere e non soltanto su un argomento. E' un libro sul razzismo, un razzismo subdolo e imperante ancora oggi. Un libro sull'identità culturale e religiosa, sulla lotta per l'affermazione del diritto alla libertà di espressione di tale identità. Un libro sull'amore, libero e intenso. Naturale come lo è Madre Natura. Quella natura imponente e rigogliosa e indipendente del Brasile. scritto da Ipanema
domenica, 29 gennaio 2006 categoria:letteratura per ragazzi Mio figlio incontrerà questa scrittrice alla fine di Aprile a scuola, quest'anno. E per quell'incontro dovrà aver letto almeno tre dei suoi libri E poiché tutto quello che legge mio figlio, finisco sempre per leggerlo prima io, non mi sono smentita nemmeno stavolta. Ho preso prima il libro Pasta di Drago. E l'ho divorato in un giorno. Poi ieri mi sono dedicata in maniera forse meno forsennata a La Memoria dell'Acqua, che mi ha restituito un sorriso e un profondo buonumore durato tutto il giorno. Niente bacchette magiche, pozioni o incantesimi nei libri di Silvana Gandolfi. Ma questo non significa che i suoi romanzi non siano pieni, intrisi di magia. La "magia" che la Gandolfi racconta è il mistero che lega popoli sconosciuti e dimenticati attraverso la cultura, le usanze alle loro tradizioni e leggende. In Pasta di Drago Andrew è un uomo maturo e depresso, succube di una moglie arcigna e oppressiva, che cerca un proprio spazio e una propria identificazione attraverso strani corsi per corrispondenza. Trovandosi in viaggio per lavoro in Nepal, una sera incontra un vecchio guru per le strade di Kathmandu che gli affida un preziosissimo unguento, pregandolo di consegnarlo alla nipote, che nient'altro è se non la Kumari, la Bambina Dea, la persona più innavicinabile, inguardabile e irraggiungibile di tutto il Nepal. Andrew non andrà in cerca della Kumari ma mangerà lui lo strano unguento. E al ritorno si ritroverà inspiegabilmente ringiovanito e rinvigorito nelle forse e nello spirito. Fino a quando non si renderà conto che questo processo di regressione nell'età fisica è irreversibile e dovrà ritornare in Nepal per ritrovare l'anziano guru e ottenere da lui un antidoto che gli impedisca di scomparire dalla terra tornando a essere un embrione umano. Sarà in quest'occasione che incontrerà la Kumari e che con lei si avventurerà nel cuore del Nepal e vivrà ogni sorta di avventura per raggiungere il lago dal quale il nonno della Kumari aveva raccolto la Pasta di Drago che mantiene sempre giovani. Ne La Memoria dell'Acqua, il protagonista invece è Nando, un ragazzino di 11 anni con un difetto corporeo che da sempre lo affligge: ha sei dita ai piedi. E di questo si vergogna al punto da chiudersi in se stesso e non uscir di casa. Fino a quando dal lontano Messico viene a far visita alla famiglia uno strano zio acquisito, Pepe, un discendente della stirpe dei Maya che lo invita a soggiornare con lui in Messico. Insieme a Zio Pepe, Nando scoprirà una piramide Maya nascosta nella giungla nella quale scenderà alla scoperta di tesori nascosti e scoprirà che le sue sei dita dei piedi sono la chiave per aprire un passaggio segreto all'interno della piramide. Ma il passaggio segreto che si aprirà a Nando sarà quello della caverna dove scorre una sorgente che non è stata mai inquinata dalla vita umana e che per questo motivo è stata in grado di conservare la forza di ricordare. Dalla memoria dell'acqua, Nando farà la conoscenza con le ombre dei Bambini Blu, i Bambini Antenati, tutti con sei dita alle mani e ai piedi che venivano sacrificati consegnandoli appunto alla memoria dell'acqua. E conoscerà anche il Popolo della Nebbia, una tribù di diretti discendenti dei Maya non estinti, con usi, costumi e strani rituali. "La mia vita non è una linea retta: ho cominciato a dedicarmi ai libri per bambini tardi, dopo aver vagato seguendo altri sentieri: psicoanalisi, buddismo, viaggi. Di tanto in tanto sfornavo novelle per adulti, racconti radiofonici e brevi sceneggiature. Fino a ora ho scritto sempre in prima persona, identificandomi con i protagonisti, abitatori di un infanzia introversa e fantasiosa, non sempre felice. Vivo in un piccolissimo appartamento del centro storico di Roma: angolo cottura, niente gatti e libri chiusi in scatoloni per mancanza di spazio. Qui scrivo e conduco una vita tranquilla e isolata. Ma poi qualcosa scatta all'improvviso dentro di me: è l'istinto della fuga. E' anche la nostalgia dei miti romantici di Conrad, di Stevenson. Così devo partire, da sola, per uno dei miei lunghi vagabondaggi, spinta dal bisogno di inseguire la grande avventura, l'estremo limite. Ciò che trovo a conclusione di questi viaggi mi serve per ricominciare a scrivere. Silvana Gandolfi" si legge come prefazione a Pasta di Drago, scritto a firma dell'autrice. E per me è stato come entrare nella mia anima stessa. Il bisogno di isolamento, la fuga istintiva e improvvisa... continuerò a leggere i suoi libri. Forse riuscirò a capire anche me stessa, attraverso di lei. scritto da Ipanema
categoria:letteratura straniera A Gabriele Romagnoli non è piaciuto l’ultimo Lansdale pubblicato da Fanucci, Il lato oscuro dell’anima (2005, pagg. 287 , Euro 13,00), come è possibile leggere qui. Ma del resto, da quel poco che ho letto di Lansdale, sembra che ogni libro del prolifico scrittore texano, il quale ha esplorato praticamente tutti i generi, susciti sempre pareri controversi. Ho avuto il piacere di curiosare ad una presentazione del libro presso una libreria vicentina (effetto a cerchi concentrici del Festival di Letteratura di Mantova), presenti l’autore e l’arguto e lungimirante editore Fanucci. Joe R. Lansdale è un omone brizzolato, dagli occhi vivaci e intelligenti. Ha un gran sense of humor e io vado decisamente d’accordo con chi non si prende troppo sul serio. Quando gli chiedono come abbia fatto a scrivere un tale mare di cose, lui si schermisce e dice che ha sempre bisogno di soldi. Sua figlia Kasey, che l’ha accompagnato in questo tour italiano, si stava votando a uno shopping frenetico e anche per questo lo scrittore si augurava che i presenti acquistassero tante copie del libro. In Il lato oscuro dell’anima non aspettatevi il consueto, tagliente umorismo di Lansdale. Il registro ironico è qui abbandonato per esplorare gli aspetti più oscuri della mente umana. In realtà non è una cosa fresca; si tratta di un lavoro del 1987, tradotto per il pubblico italiano con gusto e perizia da Umberto Rossi. Il titolo inglese rende decisamente di più: The nightrunners. Il romanzo inizia infatti con una Impala nera del ’66 (che riecheggia un po’ Christine, la macchina infernale di King). Questa cosa la perdoni a Lansdale, se ti snocciola un incipit come questo: Mezzanotte. Nera come il cuore di Satana. Uscirono dall’oscurità in una Chevrolet Impala nera del ’66, divorando verso nord la statale 59 come tanta succosa caramella mou grigia. Nella notte fonda l’automobile, tutta sola lì fuori, sembrava una macchina del tempo venuta da un futuro malvagio. I fari erano bisturi d’oro che squarciavano il grembo delicato della notte, si spingevano nelle sue viscere ma consentendo loro di rimarginarsi per bene dopo il passaggio della vettura. Il motore, perfettamente a punto e pesantemente truccato, gemeva di piacere sadico. L’intreccio è congegnato con i meccanismi del classico thriller psicologico: il rapporto tra Becky e Monty sta vivendo un periodo di profonda crisi. A dividerli, l'incapacità dell'uomo di affrontare la terribile violenza subita dalla moglie qualche tempo prima. I due decidono di trascorrere l'inverno in una baita nel nord del Texas per tentare di ricucire la loro relazione, ma il passato riaffiora prepotentemente con la notizia che uno degli assalitori di Becky, Clyde, si è suicidato in carcere. Una morte di cui proprio la donna è ritenuta colpevole, e per la quale il branco, capeggiato da Brian, esige vendetta. E’ un’America senza speranza, che vive ai margini, quella descritta da Lansdale, e se è vero che – come scrive una parte della critica – il Texas dello scrittore è un osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche profonde della società americana, c’è poco da stare tranquilli. Lansdale intinge la penna nell’acido, condensando nelle pagine che scorrono con la velocità della sua Chevrolet infernale, scene di panico ingestibile, di sesso e violenza efferati. Qualche commentatore ha parlato di violenza e di sesso gratuiti, ma nello specifico non è forse l’interpretazione più adeguata. Sesso e violenza, nel libro, sono gratuiti solo se rapportati ad un mondo esterno al romanzo, che con il mondo immaginario dello scrittore ha stretti rapporti di parentela. Ma nell’estetica Lansdaliana l’eccesso di alcune situazioni è una cifra dello stile e in Il lato oscuro dell’anima più che la storia in sé ha rilevanza come Lansdale intende raccontarla, ovvero catapultandoci in un ibrido multimediatico (non per niente Lansdale scrive anche per il cinema e il fumetto), in una sorta di drive-in maledetto, nero e vischioso come la pece. Una seconda faccia del suo stile è la visionarietà; non a caso le pagine migliori del romanzo sono quelle dove lo spirito di Clyde riappare in sogno a Brian, per il tramite del Dio del rasoio. L’amico suicida invita Brian a seguirlo nel Lato oscuro e vendicarsi della professoressa Becky. Horror e fantastico si mescolano in una miscela esplosiva. Questo è Lansdale: le sue storie ci divertono come fossimo in un luna park, ma attraverso la lente deformante della sua scrittura scorgiamo guizzi di realtà che ci inquietano sottilmente. Lansdale padroneggia con maestria questo aspetto ludico della narrativa; l’utilizzo di alcune immagini, la costruzione della metafora, anche nelle situazioni più ovvie e risapute, nei luoghi comuni di generi ampiamente frequentati, lo confermano come un narratore eclettico, uno scrittore di razza che sa come inchiodare alla pagina i suoi lettori. Joe R. Lansdale è autore di narrativa noir, horror, western, mainstream, di avventura, con oltre venti romanzi e piú di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti, tra cui il premio Edgar con In fondo alla palude, l'American Mistery Award e il Bram Stoker Award (sei volte). Nelle edizioni Einaudi sono usciti La notte del drive-in, Il mambo degli orsi e Bad Chili. Nella collana AvantPop Fanucci ha pubblicato la raccolta di racconti Maneggiare con cura: il meglio di Joe R. Lansdale, e nella Collezione Immaginario Dark i romanzi Freddo a luglio e Atto d'amore. Joe Lansdale vive a Nacogdoches con sua moglie Karen, anch'essa scrittrice, i suoi figli Keith e Kasey. I suoi hobby sono: Arti marziali, scrivere, leggere, guardare i film, leggere qualche fumetto, collezionare alcune cose, viaggiare. scritto da cigale
categoria:letteratura italiana Nordest Un libro da comprare, per capire cosa c'è dietro un pezzo d'Italia, Un mercoledì come tanti Il ministro delle attività produttive aveva auspicato l’introduzione di dazi antidumping per arginare il fenomeno. E la Coldiretti, in un comunicato, aveva espresso la sua preoccupazione per l’importazione selvaggia dalla Cina di fagioli secchi e ortaggi in salamoia, produzioni importanti in alcune zone del Nordest. Anche quel giorno i cinesi avevano comprato un paio di locali pubblici e diversi esercizi commerciali. Pagavano sempre in contanti, senza discutere il prezzo. Di soldi si era discusso in altri incontri dove esponenti del mondo bancario avevano sottolineato un positivo aumento degli utili trimestrali. E degli utili di 262 evasori totali si era parlato durante una conferenza stampa della guardia di finanza. Nel corso dell’indagine erano stati scoperti 1.200 lavoratori in nero e 776 irregolari. Molti di loro erano stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. E stranieri clandestini erano la maggior parte delle persone arrestate quel mercoledì dalle forze dell’ordine nel Nordest. Da anni culture criminali provenienti dall’est e dal sud del mondo si erano insediate nel territorio, la criminalità organizzata italiana era solo un ricordo dei cronisti di nera. Le prostitute, nonostante il freddo e la nebbia, avevano iniziato a battere fin dalla tarda mattina sulle provinciali. A quell’ora della notte avevano invaso paesi e città. Il settore tirava. Come quello della droga, del resto. In crisi invece la prostituzione nei night e nei locali di lap dance. I gestori dei locali notturni erano stati i primi a cogliere i sintomi della recessione economica. Industriali e professionisti che prima affollavano quei locali, spendendo qualche migliaio di euro a sera in champagne e donnine, si facevano vedere meno. Migliore dell’anno precedente solo la produzione vinicola le cui esportazioni erano aumentate. Massimo Carlotto © 2005 edizioni e/o Roma.
scritto da alp
mercoledì, 25 gennaio 2006 categoria:letteratura italiana Cristina Comencini" La bestia nel cuore" Universale Economica Feltrinelli Euro 7 Prima ho visto il film, e poi letto il libro. Uno dei pochi casi in cui regista e scrittrice sono la stessa persona. Uno dei pochi casi in cui si parla degli abusi in famiglie culturalmente elevate. Film da vedere, attrice protagonista molto brava, insieme a Luigi Lo Cascio e Angela Finocchiaro. Film non didascalico, per avvicinamenti progressivi, appararentemente ondivago, finale con happy end. Libro piu articolato, scrittura media, con alcuni spunti interessanti, da leggere. In che modo ha adattato il romanzo, che ricordiamo, è stato scritto sempre da lei? Cristina Comencini: Diciamo che il Cinema dev'essere più sintetico. Però parti in un certo senso avvantaggiato, perché se il libro si ferma alla parola, o anche a più parole insieme, il Cinema si basa sulle immagini, e in un immagine puoi imprimere tantissimi elementi. Insomma, come si dice: un'immagine vale più di mille parole. Poi è chiaro che dal libro è stato tagliato qualcosa.. Come mai la censura voleva far uscire questo film col V.M 14? Sarà per l'omosessualità? La pedofilia? L'adulterio? O Cosa? Cristina Comencini: Per la Chiesa Cattolica. Ahah, davvero? Cristina Comencini: Ahah, no dai.. però la censura è davvero fascista. Insomma, per un po' mi sono vergognata di essere un'italiana.. poi per fortuna han capito il vero senso del film e hanno levato il V.M 14.. Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato durante la lavorazione? Cristina Comencini: La scena dell'incubo con la bambina. Innanzitutto avevo la responsabilità verso i suoi genitori, poi, doveva essere un incubo forte, spietato, ma anche lasciare un senso di confusione. E si, abbiamo veramente messo la bambina in una situazione realmente di incubo. Che cosa è la "Bestia" nel cuore: La colpa o la vergogna? Cristina Comencini: E' la pulsione che dà la vita. Non ci sarebbe amore senza la bestia. E' un qualcosa che c'è da sempre.. scritto da alp
categoria:letteratura straniera
Che la letteratura argentina contemporanea abbia dato nuovo spazio vitale a un glorioso genere narrativo quale il “racconto fantastico” è cosa nota: basterebbe il nome di Borges a provarlo. Ma la prima caratteristica di Julio Cortazar, capofila della generazione che segue a quella di Borges, più ancora che la capacità d’astrazione è la precisione realistica in cui la trasfigurazione visionaria affonda le radici: i vari quartieri di Buenos Aires, gli ambienti altoborghesi o piccoloborghesi o popolari, le atmosfere familiari, i locali dove si balia il tango... Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. È in questa pregnanza ambientale che salti nel tempo, scambi di destini, apparizioni, stregonerie arcaiche prendono forma e senso: la vita segreta di una società si popola di tensioni misteriose e inquietanti.
domenica, 23 ottobre 2005 categoria:fumetti ![]() Andy Riley
Il libro dei coniglietti suicidi “Piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita” Biblioteca Umoristica Mondadori, ill., € 10
La serie, pubblicata settimanalmente sull'Observer Magazine, nacque per scherzo quando il sig. Andy Riley, sceneggiatore televisivo, durante un pranzo di lavoro disegnò delle orecchie da coniglio che spuntavano da un tostapane. Da quel giorno storie politicamente scorrette di buffi coniglietti imperversano sul settimanale inglese con strisce e vignette mute lette da tutto il Paese, in cui possiamo assistere alla loro spontanea dipartita. Surreali, ingegnose, le storie raccolte in questo volume ci fanno sorridere su un argomento un po' triste ma anche un po' comicamente improbabile. Qualche critico ha trovato un che di zen in questo libricino spassoso, messo in risalto dall’inevitabile paragone tra la divertente follia suicida dei coniglietti e la tristemente reale vocazione del genere umano all’auto distruzione. Per me non ha tutti i torti. Un gioiellino di umorismo gaiamente surreale e politicamente scorretto, dunque, questi coniglietti. Con molta fantasia ed un buon tratto grafico, Riley vi farà passare un quarto d'ora esilarante a metà strada tra il gusto per il noir e il senso dell'illogico. Una risata ci seppellirà, scrisse qualcuno, e una risata esorcizza in fondo questo mondo truculento. scritto da 319
categoria:letteratura italiana
"Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie. Aprire questo libro è un po' come entrare in casa nostra. Mia. Vostra." scritto da alp
categoria:letteratura straniera
Arthur Golden, Memorie di una Geisha, ed. Tea. Il mondo delle geishe da sempre rappresenta un universo sconosciuto a molti, quasi parallelo a quello vissuto quotidianamente dalle persone comuni. Un piccolo mondo dove la tradizione regna sovrana e la forma è l’essenza stessa delle cose. Spesso gli occidentali faticano a comprendere a pieno questa figura femminile così distante dai canoni e dalle categorie fissate per le donne da secoli di storia. L’autore, con un’approfondita analisi, è riuscito ad inquadrare quello che è il nocciolo più nascosto di questa “Professione-esistenziale” . Scritto sotto forma di romanzo il libro ha richiesto un ampio periodo di studio delle usanze, della formazione di queste donne, della storia stessa del Giappone. Tutto questo traspare. Non si tratta di una semplice storia biografica, ma neppure di un saggio. Si legge con la passione e la facilità di un romanzo, si apprendono cose come da un accurato libro a tema. Seguendo le orme di una giovane ragazzina di un povero paese del Giappone anteguerra approdiamo a Gion, quartiere delle Geishe di Kyoto, le più raffinate di tutto lo stato. Viviamo la formazione, la sofferenza, la determinazione, i problemi, la passione che una vita del genere porta ad incontrare. Senza accorgercene abbandoniamo la nostra stanza e approdiamo in oriente, percorriamo un lungo periodo buio della storia mondiale, affrontiamo la guerra e la vita nel lusso che l’ha preceduta, la sofferenza e il risollevarsi della popolazione. Pochi libri scritti da autori occidentali hanno saputo trasmettere in modo così puro ed essenziale le sensazioni date dall’incontro con una civiltà così differente e al contempo così vicina a noi sul piano culturale. Interessante per chi vuole leggere un bel romanzo, scritto bene, avvincente. Per chi ama il Giappone e quest’estate vuole visitarlo con la fantasia senza partire da casa, per chi vuole conoscere meglio quel mondo onirico e affascinante che è racchiuso fra le oikia e le sale da tè.
Arthur Golden è nato e cresciuto a Chattanooga, nel Tennessee. Laureato in Storia dell’arte ad Harvard nel 1978, si è specializzato in arte giapponese e ha conseguito un Master in Storia del Giappone alla Columbia University, dove si è anche dedicato allo studio del cinese mandarino. Dopo qualche tempo a Pechino, si è trasferito a Tokyo dove ha lavorato in campo editoriale. Sposato e padre di un figlio, vive attualmente a Brookline, nel Massachusetts. scritto da Minerva84
domenica, 28 agosto 2005 categoria:letteratura straniera
Gente senza storia
Judith Guest, l’autrice del libro, era, a quel tempo, nel 1976, una quarantenne, sposata, madre di tre figli… e lei stessa si definisce, in quel tempo, una donna senza storia.
Un giorno, anzi probabilmente in tanti giorni, decide di scrivere un libro, che intitolerà appunto Ordinary people, che parla di una famiglia media: i genitori, un figlio studente…
Una storia di gente senza storia perché fanno fatica a ritrovare nel passato qualcosa che li aiuti ad affrontare la nuova situazione del presente…
La cosa sorprendente, secondo me, di questo libro è che l’autrice dopo averlo scritto, e poi dattiloscritto, lo ha inviato, almeno credo che sia andata così, a varie società editrici americane fino a che l’ultima, la Viking Press, lo ha pubblicato.
lunedì, 08 agosto 2005 categoria:letteratura straniera Il profumo è la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi. ”Al tempo di cui parliamo nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aereate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro dei vasi da notte. Dai camini veniva un puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo dei solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati¸dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra…”
La madre di Jean Baptiste il giorno in cui partorì, sotto il suo banco di pescivendola accanto al Cimetière des Innocents, in un giorno di grande calura in cui il puzzo dei pesci che stava sventrando sovrastava persino quello dei cadaveri del vicino cimitero, dopo aver troncato con il suo coltellaccio da lavoro il cordone ombelicale alla cosa appena nata, intendeva abbandonarla lì, fra interiora e teste di pesci troncate, sotto uno sciame di mosche, come aveva fatto già in precedenza per altre cose nate da lei. Secondo me il profumo è veramente un geniale o originalissimo romanzo, come è scritto anche nella copertina da Pietro Citati, e fiabesco, accattivante e olfattivo, aggiungo io. Volendo si possono trovare varie chiavi di lettura, ne il profumo: lunedì, 01 agosto 2005 categoria:letteratura straniera Amin Maalouf
Gli scali del Levante "L'avvenire non abita tra le mura del passato"Colui che racconta la sua storia, l'immagine dell'uomo che l'autore aveva visto su un suo libro di scuola e che ritrova in carne ed ossa in un incontro casuale, rappresenta fin dall'inizio l'incontro con una cultura che non ha confini geografici. Al matrimonio del padre, un principe, nipote di un sovrano, ad esempio, sono presenti turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, le varie comunità dell'Impero Ottomano. In quell'epoca uomini "di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli scali del Levante e mescolavano le loro lingue" quasi a prefigurare un futuro di cui Maalouf è portavoce e protagonista, e questo è in effetti il valore e il significato che questo libro vuole avere. Il padre del narratore lo educa a diventare "un grande dirigente rivoluzionario", ed essendo un vero despota illuminato, rappresenta una specie di incubo per il figlio che già nel nome Ossyan (Rivolta, Ribellione), appariva predestinato a questa scelta paterna. Invece il giovane Ossyan aveva in mente studi di psichiatria e di medicina e riesce ad accedervi grazie alla sorella che sa convincere il padre che questa strada in realtà gli renderà più facile l'altra, quella di rivoluzionario e così può imbarcarsi, destinazione Marsiglia, per frequentare in Francia l'università. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, le dichiarazioni di Pétain, le leggi razziali promulgate a Vichy, non sembrano provocare in lui grandi turbamenti fino, almeno, a una discussione in birreria. Da quel momento la sua vita cambia: inizia la sua collaborazione con la Resistenza. La storia d'amore che il protagonista-narratore vivrà sarà poi con una donna che si batte per un'altra ingiustizia, quella contro gli arabi, e, nonostante le difficoltà, la ragazza, Clara, riuscirà a diventare sua moglie. A Parigi prima e a Haifa poi si festeggeranno le nozze: ma durante la festa in Libano già si sentono i primi spari: un "tornado stava per abbattersi sul Levante". Ossyan parte, proprio quando Clara sta per dargli un figlio, per correre al capezzale del padre, e così si trova a Beirut, separato da una frontiera invalicabile. Il padre muore, una insolazione lo costringe a letto per più di un mese e lo lascia in una situazione di alienazione mentale. Ricoverato in una clinica per malattie mentali, vi resta chiuso quattro anni, finché il fratello, diventato un potente uomo d'affari, non lo fa uscire per un pranzo ufficiale a cui partecipava Bertrand, ora ministro francese, un tempo compagno di Ossyan nella Resistenza. L'intorpidimento provocato dai sedativi impediscono però al narratore di lanciare all'amico un grido di aiuto. Passano gli anni, sempre in manicomio, e l'unico elemento che lo tiene in vita è la mancanza di energia per darsi la morte, mentre il fratello, personaggio sempre più ambiguo, diventa ministro. Ma ecco riappare la speranza nella persona della figlia ormai ventenne, Nadia, che, andata in Francia a studiare, incontra Bertrand, il vecchio amico del padre, ex eroe della Resistenza che le riaccende nel cuore la figura lontana del padre. Si precipita subito a Beirut, ottiene dai medici la possibilità di incontrarlo e gli consegna una lettera, nascondendola in un libro. Ossyan resterà per anni in attesa di un ritorno della figlia e cercherà giorno dopo giorno di recuperare un po' di normalità. Anni Settanta, violenza nelle strade che si avverte anche all'interno dell'ospedale. E poi la guerra vera e propria, la fuga del direttore, le porte aperte del manicomio, la fuga e infine l'ambasciata francese, la salvezza. Questa tragica vicenda di vita è intervallata da brevi intrusioni dello scrittore che ci descrive il luogo o il momento del colloquio col narratore, con molto pudore e grande rispetto, ma l'elemento che più resta impresso nel lettore è questa ricchezza di culture così diverse tra loro e nello stesso tempo così intrecciate da rappresentare una nuova più ricca cultura: quella dell'umanità. Gli scali del Levante di Amin Maalouf Titolo originale dell'opera: Les échelles du Levant Traduzione di Egi Volterrani Pag. 192, Lit.26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre) Le prime righe Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità. Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede. È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo. L'autore Amin Maalouf è nato in Libano nel 1949 da una famiglia per generazioni illustre di letterati e giornalisti. Dopo gli studi universitari nel campo dell'economia e della sociologia, si è trasferito a Parigi nel 1976. Il suo primo libro, Les Croisades vues par les Arabes (1983) è ormai un classico tradotto in moltissime lingue. Ha successivamente pubblicato cinque romanzi: Lèon l'Africain (1986), Sarabande (1988, Prix des Maison de la presse), Le Jardin de Lumière (1991), Le I siècle après Béatrice (1992), Le Rocher de Tonios (1993, Prix Goncourt), edito in Italia nel 1994 da Bompiani col titolo Col fucile del Console d'Inghilterra. venerdì, 22 luglio 2005 categoria:letteratura italiana, letteratura straniera 1)VENTO LARGO romanzo di Biamonti : parole usate come la calce per tirare su i muretti a secco, luce, vento e un uomo ritroso, che cerca.. 2)Éric-Emmanuel Schmitt pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca
"Colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini". La storia, magnificamente raccontata da un bravissimo scrittore, di un profumiere del Settecento dal cuore di tenebra, che non esiterà a compiere i crimini più odiosi per, appunto, dominare il cuore degli uomini, grazie alla sua straordinaria capacità di percepire e distinguere tutti gli odori. Jean Baptiste Grenouille, nato nel 1738 nel luogo più puzzolente di Francia, da una madre subito morta nel darlo alla luce, è segnato fin dall'infanzia dalla ricerca del bello e dell'assoluto. Vittima della società, diventerà un vendicatore, perseguendo l'obiettivo con tenacia ed ambizione, ma senza un filo del sentimento che riesce a suscitare negli altri con le sue essenze. Un personaggio indimenticabile, artista e maledetto, che anticipa una Rivoluzione già nell'aria, criminale e prigioniero della sua stessa natura, ma anche salvatore, taumaturgo per folle osannanti. Un romanzo geniale e fuori dal comune, che chiunque ha naso leggerà di un fiato.
. L'ho regalato.. 4) 1980 Uomini, boschi e api, Einaudi Tascabili, 1998, pp.194 I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare. (Mario Rigoni Stern) Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall'autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai cigliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente e inesorabilmente stanno scomparendo. Almeno qui, nel mondo occidentale.
giovedì, 21 luglio 2005 categoria:letteratura italiana ![]() "La provincia italiana del dopoguerra", dice Severini; "è quella in cui ho cominciato a guardarmi intorno, trovando tutto straordinario.Volendo potrei farti un elenco dei motivi per non essere troppo allegri, ma, malgrado tutto, ero un bambino felice.
E ho molto amato quel mondo così più povero di quello di adesso; ma persino più quotidianamente creativo degli anni della "liberazione della creatività".
Forse tutte le infanzie sono incantate, magiche. Ma c'è davvero una differenza abissale tra un mondo scandito dal succedersi delle stagioni in un paese di collina, e il mondo in cui il tempo è misurato dal mutare dei consigli per gli acquisti, che forse sono persino la parte più guardabile della televisione, e si aspettano le svendite e le vacanze e il weekend tutti in fila…”
E’ questa l’atmo§fera che desideravo trovare nel libro… ed è quella che ho trovato scegliendolo per caso, tra tanti altri, nella sezione scrittori delle marche della biblioteca. L’intento era appunto quello di leggere un libro con atmo§fere familiari, antiche o attuali non importava, basta che ci avrei trovato un sorta di aggancio con le mie radici. Premetto che solo poi, dopo aver letto questo libro di Gilberto Severini ho saputo che lui continua a rappresentare un caso strano nel mondo editoriale italiano: è elogiatissimo dai critici, adorato da molti colleghi scrittori e amato da un manipolo fedelissimo di lettori, ma in qualche modo è sempre lontano dal successo letterario.
Ho saputo anche che si augurano in molti che il grande pubblico si renda conto del suo grande talento di narratore :pare infatti che sia un interprete eccezionale della vita di provincia, dei suoi misteri e delle sue meschinità.
In questo, per ora unico, libro che ho letto, la sartoria, appunto, credo che ci sia molta della mia provincia, o meglio della provincia in genere, del dopoguerra italiano, di quando lo stile di vita, e un po’ mi ricordo persino, era molto diverso da oggi.
Il libro comincia così:
”Per più di un anno, tutti i giorni tranne la domenica, ho vissuto nella sartoria di mio zio. Sembrava la soluzione più ragionevole per occupare il tempo senza affaticarsi. Il dottore aveva detto che per un po' non dovevo fare niente. Non ero proprio malato. Ero un figlio della guerra, anemico e stanco.” Parla un ragazzino alle soglie dell'adolescenza che, costretto a un lungo periodo di riposo prescrittogli dal medico, passa un anno circa della sua vita nella frequentatissima sartoria dello zio Guglielmo a "studiare l'umanità".
E mentre si interroga su quale sia la vera nobiltà: se quella di nascita e quella d'animo, assiste - quieto e guardingo - a prove d'abiti dietro una pesante tenda rossa che ha "il fascino di un sipario teatrale e il potere dei divieti".
Da questo suo osservatorio privilegiato, seguirà inoltre le vicende del signor Aldino, un "vero nobile", ospite assiduo della sartoria che preferisce la compagnia dei ragazzi a quella dei notabili del luogo….
La trama qui si infittisce e non mi sembra giusto raccontarla…
Dico solo che il tutto ha il profumo seducente che hanno le tranquille abitudini di un mondo ormai scomparso… tra rancori e indulgenze… con una malcelata voglia di mettersi in mostra e confabulare dei fatti altrui, tra fuochi d'artificio che fanno pensare ai bombardamenti e fiere con fachiri e pappagalli, processioni e feste patronali e onorevoli in transito, tra canti stonati e pranzi di matrimonio allegri e rurali… disegnando i contorni inconfondibili di una cauta ma irresistibile voglia di vivere, a un passo dall'immanente modernità.
Gilberto Severini, originario di Osimo nelle Marche, autore di racconti e romanzi tra cui Congedo ordinario (Pequod 1996) e Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Rizzoli 1999), è maestro del racconto lungo o romanzo breve, che sembra essere il genere a lui più congeniale. Ha pubblicato tra l'altro: Consumazioni al tavolo, Sentiamoci qualche volta, Feste perdute, Fuoco magico, Un breve autunno, Congedo ordinario e la raccolta di versi Nelle aranciate amare e altri refrain. Il suo ultimo libro Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Premio Arturo Loria) è uscito presso Rizzoli. categoria:letteratura straniera La parte dell'altro
Il LIBRO
L’AUTORE Éric-Emmanuel Schmitt pp. 512 – ISBN 88-7641-644-7 – Euro 15,00 – Edizioni e/o – Trad. di Alberto Bracci Testasecca - Scheda di G. Bentivoglio mercoledì, 06 luglio 2005 categoria:letteratura per ragazzi Si vabbe, un libro per bambini, ecchepalle.. * No, guarda, parla di un ragazzino difficle, una bambina, e un gufo - ma dai, magari lo leggi tu che hai passato 20 anni con i bambini..ma io * beh, perdi qualcosa, è ben scritto, molto fluido e indirettamente parla del bambino che sopravvive in noi. e puoi sempre regalarlo, ad un bambino o a un adulto. Io ne cerchero' altri, di questa scrittrice. Toh, ti metto pure il link a una sua intervista Link il libro: Torey L. Hayden. La cosa veramente peggiore. Corbaccio. 2003. euro 9.50 Torey L. Hayden |