HOME accoglienza libri che ho letto bloggers scrittori archivio sconsigli di lettura monografie redazione libri erranti gruppo di lettura







Sezione
libri che ho letto
del
Il Parnaso Ambulante
In questa sezione vengono conservate tutte le recensioni dei libri che ho letto, nel loro formato integrale, che sono già state pubblicate nella pagina Home da chi ha richiesto, ricevuto, accettato ed utilizzato l'invito a scrivere sul multiblog Il Parnaso Ambulante.

archivio








altri link
Battello ebbro




blog archivio

oggi
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
gennaio 2006
ottobre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
aprile 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004




pagine della sezione



counter













venerdì, 08 dicembre 2006


categoria:letteratura straniera, sconsiglidilettura
 

Sexy

 

SEXY
Joyce Carol  Oates



Romanzo [2005]
Mondadori 2006
186 pp.







Descrizione
:
Darren è bello, sportivo, timidissimo. Un giorno accetta un passaggio dal suo insegnante d'inglese, che è estremamente gentile con lui e lo riporta a casa. Quando alcuni studenti, per vendicarsi dei brutti voti, accusano il professor Tracy di essere omosessuale e di averli molestati, Darren, proprio per quel passaggio, viene chiamato a testimoniare. Si trova così suo malgrado trascinato nel fango della vicenda e dovrà scegliere da che parte stare.

Recensione di Anfiosso. In questo romanzo, che, come altre cose brevi (per esempio Bestie) non è tanto un romanzo quanto una novella, JCO si discosta dalla scrittura di tipo critico, sociologico, autobiografico tipica delle sue cose più impegnative per accostarsi, più o meno felicemente, a un genere. Come in Un'educazione sentimentale qui investiga la psiche del maschio adolescente, nella cornice del romanzo di formazione.

LA TRAMA. La vicenda, narrata linearmente, si svolge tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004. Il sedicenne Darren Phynn abita in una casa modesta in provincia di una cittadina americana anonima e conformista, con il fratello ventenne e i genitori. Nonostante l'estrazione modesta è molto popular, poiché è molto bello e atletio -- ed è un nuotatore dei migliori della sua squadra, in uno di quei licei americani in cui i buoni risultati sportivi fanno la differenza nella carriera scolastica. L'unico insegnante che abbia esplicitamente stabilito di fare eccezione a questa regola è il brillante insegnante di letteratura america prof. Tracy. Il quale tuttavia (dalla mimica e dalla parlantina affettate e teatrali) è un grande sostenitore della squadra femminile ed è assiduo alle gare di nuoto dei ragazzi, alle quali presenza intento, macchina fotografica alla mano. La scoperta di essere sessuato, di provare e soprattutto di suscitare desiderio, turba Darren, involuto e timido con le numerose ragazze che gli fanno la corte. (Pudico e sensibile, ha preso, a detta del padre, da sua madre Edith). Un giorno il prof. Tracy insiste per accompagnarlo a casa in macchina, e Darren accetta a fatica. Nonostante il professore non faccia nulla in sé d'illecito (limitandosi a porgli delle domande circa eventuali altre passioni oltre lo sport, e ad incoraggiarlo ad affrontare la scrittura con più abbandono), Darren non può non accorgersi di quale sia il tipo di interesse che, mescolato ad un sincero desiderio di incoraggiarlo, il professore nutre nei suoi confronti. Darren se ne ritrae sconvolto. Uno sconvolgimento che ha la sua parte nel pestaggio di un gracile leatherman che, poco tempo dopo, durante una sortita con gli amici, tenta di adescarlo nei cessi di un centro commerciale. Questo episodio gli lascia un forte rimorso. Darren non riesce ad accettare nulla dal prof. Tracy; e quando questi gli propone, in camera caritatis, di rifare una tesina pessimamente svolta in modo da ottenere un voto migliore, rifiuta per non commettere un'ingiustizia nei confronti degli altri. Anche altri elementi della squadra di nuoto, Kevin e Drake, svolgono male il compito, ma a loro il prof. Tracy non concede nessuna possibilità in più. Come i risultati sportivi pesano sui voti, così i voti pesano sull'attività sportiva; l'allenatore non può non comminare sospensioni. Da questo momento in poi l'omosessualità di Tracy diventa un problema. Non per Darren: nonostante abbia tenuto le distanze dal professore, è rimasto pieno di sensi di colpa dopo l'episodio dei cessi; inoltre, alla fine ha ottenuto un ottimo voto in letteratura (del tutto immeritato). Ha stima del professore, nonostante tutto. Invece Kevin, Drake e altri architettano uno scherzo pesante ai danni di Tracy. Inviano al pavido preside Newlove un mazzetto di fotografie ritagliate da riviste pornografiche per omosessuali, acclusavi la letterina di un fittizio undicenne che avrebbe subìto violenza da parte di Tracy; e, alla polizia, una lista di nomi di ragazzi della scuola che sarebbero stati dallo stesso molestati. Basta questo perché omofobia, antipatie e gelosie di vecchia data escano di latenza, travolgendo Tracy, che è ovviamente indagato. In capo a qualche giorno, avvilito, si mette in malattia. La polizia interroga diversi ragazzi; e Darren, che sospetta di essere stato inserito nella lista, teme, un giorno o l'altro, di essere convocato. Durante tutto il periodo degli interrogatorii, Tracy cerca di contattare Darren per telefono e mail, pregandolo di andare a testimoniare a suo favore. La sicurezza con cui Tracy ritiene di trovare in Darren un alleato, invece, fa crescere nel ragazzo l'incertezza e l'avversione; la paura fa il resto, e Darren non risponde alle mail e si fa negare al telefono. Alla fine lui stesso è pressantemente interrogato dalla polizia; davanti alla quale nega di essere mai stato abusato dal professore, e persino di essere mai stato accompagnato a casa in macchina, quel giorno; questo nonostante qualcuno debba per forza averli visti. Rompe con gli organizzatori dello scherzo; fa una scenata a Newlove, pretendendo che prenda le parti di Tracy -- ma smettendo di insistere appena si rende conto che il preside è del tutto impotente. Dopo poco tempo Tracy rimane ucciso andandosi a schiantare con la sua auto. A sfavore dell'ipotesi del suicidio depongono le pessime condizioni atmosferiche e il fatto che il professore guidava malissimo: ma anche questa è una di quelle cose che non si sapranno mai. Darren non può fare a meno di ritenere gli autori dello scherzo responsabili della morte del professore. Ma l'unica che pianga sinceramente, o almeno apertamente, il professore è un'amica, ex-compagna di corso di Darren, che prenderà con sé il piccolo spaniel con cui il professore viveva. Durante una festa in casa di Jill, bella ragazza con cui Darren aveva perso i contatti das qualche tempo, il ragazzo è affrontato da Kevin e Drake, che gli rivelano di sapere perfettamente che è stato accompagnato a casa in macchina dal professore, quella mattina, e lo aggrediscono urlandogli insulti. Prima che Jill riesca a buttarli fuori, Darren, che pure si difende, è ridotto a mal partito. Sfollati gli ospiti, Jill lo medica e lo fa dormire da lei. Fanno l'amore. Il romanzo si conclude con Darren che conta, per l'estate, di andare dai suoi zii, in campagna. Memore dell'esortazione di Tracy a coltivare altri interessi a parte lo sport, pensa che sia il posto giusto per ricominciare a sognare.

PARERE. I personaggi di JCO sono sempre sgradevoli; il suo realismo si limita a questo. Realismo che può essere definito tale solo a patto che non si dimostri il suo schematismo: e un po' di schematismo ci deve essere, altrimenti qualche personaggio simpatico, ogni tanto, lo tirerebbe fuori. La sua particolare visione dell'umanità, tipica di tanta scrittura (sempre un po' militante) di cattolici anglosassoni dimostra vera la metà posteriore della massima di Russell (Perché non sono cristiano) secondo cui i protestanti godono della propria virtù mentre i cattolici godono nel pensare che tutti gli altri sono perversi. Tracy ricorda il professore eccentrico di Marya: anche lì un personaggio eccentrico e troppo debole per inserirsi in un contesto e/o sopravvivere; ma portatore di un messaggio che, in qualche modo postumamente, il protagonista può fare proprio, ben s'intende nel quadro di una personalità del tutto conformista, e sicuramente molto meno fragile. Sennonché la fragilità stessa del 'latore' del messaggio sembra (almeno a me) una forte deminutio per quanto riguarda il messaggio stesso. E questo soprattutto perché non c'è solo debolezza caratteriale, ma anche debolezza morale: Tracy si avvicina a Darren spinto da un sincero desiderio di ajutarlo a trovare la sua strada, o una sua completezza umana; ma non c'è solo questo. C'è anche, con ogni probabilità, attrazione fisica. In più è disposto a commettere una grave scorrettezza per favorirlo. In più, il romanzo -- che come altre cose sue brevi (v. supram) deve in qualche modo accorparsi a qualche genere, si conclude con note stonate, un po' da romanzo rosa, o, appunto, da lettura per adolescenti -- e non è proprio l'idea della vita "che va avanti", alla faccia di tutto e tutti, quanto un non saper bene (sospetto) come concludere una vicenda senza spessore, raccontata da JCO in modo da annojare sé stessa e me.

scritto da anfiosso
scritto da redazioneparnaso | 07:27 | commenti (1)

Torna all'inizio




mercoledì, 01 novembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Donne in noir di Simonetta Santamaria
Donne in noir

Simonetta Santamaria




Casa Editrice: Il Foglio
Anno Edizione: 2005
Codice ISBN: 8876060405
Pagine: 100
Prezzo: 10€
Genere: Raccolta









TRAMA:
Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi.  da: http://www.latelanera.com/editoria/recensioni/recensione.asp?id=8876060405

----------------------------------------------------

L'ho detto più volte, non amo l'horror o il noir. Eppure ho letto il libro di Simonetta Santamaria, e l'ho letto d'un fiato. Prima ero mossa dalla curiosità. Una donna che scrive noir? Chissà perché, chissà cosa la spinge, la muove in quella direzione. E avendola incontrata un attimo, a Bologna al Delos Day due anni fa, simpatica e discreta, solare e gentile,  tutto avrei pensato dal suo aspetto, tranne che fosse specializzata in letteratura da brivido. E invece... Ma il suo libro e i suoi racconti mi hanno sconvolta e coinvolta per qualcosa che ha a che fare molto con la sua persona. Il suo modo di scrivere è semplice, asciutto e... naturale. Discreto ma solare. Così come è lei di persona. Schietta e naturale, asciutta e diretta.  E' vero quanto scrivono altri lettori e critici sul suo stile,  il lettore viene accompagnato per mano dentro le sue storie, e le donne che vi sono descritte sono reali, le vedi, senti davvero le voci nella tua testa. E' la normalità, la naturalezza dei loro gesti, dei loro comportamenti che ti soprende, ti coinvolge e alla fine di lascia un'ossessiva inquietudine addosso. Una prosa che convince e che perdura, come dovrebbe, in effetti, una scrittura efficace. Ho amato alcune storie piuttosto che altre, ma tutte hanno lasciato un segno dentro di me. E che non è solo il puro disagio di un testo vincente, ma è anche il messaggio, nascosto  sapientemente tra le righe dall'autrice, della sofferenza e dell'emarginazione a cui hanno accesso molte, troppe donne di oggi e del passato.

Non amo il noir. L'ho detto più volte. Ma Simonetta Santamaria sa renderlo significativo, non banale, non fine a se stesso. Sa introdurre e mostrare il dolore, la rabbia e l'ironica forza distruttiva di un femminile all'eccesso. Una scrittrice che continuerò a seguire, perché merita.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 10:03 | commenti

Torna all'inizio




categoria:letteratura straniera
 

It




IT
Stephen King



Editore Paperback
Data Pub. 2002
Genere letteratura straniera
Collana Super bestsellers
Traduttore Dobner T.
Pag. 1238

 


IT è un romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato nel 1986. È uno dei più lunghi che abbia scritto, con oltre mille pagine. Considerato uno dei più viscerali e sanguinosi di King, It tratta i temi che in seguito diventeranno il simbolo dell'autore: la forza della memoria, traumi infantili e la violenza nascosta dietro la felicità, l'apparenza di una piccola cittadina.

Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo
(Wikipedia)

Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato.

Mi ha colpito la scrittura complessa e abbondante - un termine che mentre leggevo mi veniva alla mente era "scrittura cremosa" - piena di descrizioni puntigliose e di metafore, di esempi di evocazioni. Mi ha sorpreso la cura nel descrivere e nel caratterizzare i personaggi e le situazioni di normale quotidianità. Ho adorato i bambini che giocano nelle fogne a cielo aperto e mi sono appassionata alle vecchie storie della vecchia Derry, la città dove il romanzo è ambientato, una su tutte: l'incendio al Punto Nero, vero e proprio culmine della storia. Mi hanno entusiasmato meno le descrizioni orrorifiche degli incontri con IT e le scene truculente di varie maciullazioni. In ogni caso, è un gran libro e Stephen King scrive in maniera eccelsa. Leggerlo poi nella lingua madre è ancor più coinvolgente.

Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva.

scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 08:56 | commenti (1)

Torna all'inizio




lunedì, 30 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana, sconsiglidilettura
 

Gomorra di Roberto Saviano

Gomorra
Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra

Roberto Saviano




Casa editrice: Mondadori
Collana: Strade blu
Anno pubblicazione: 2006




Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.

Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli,  le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).

Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.

Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming  ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .

Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.

La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.

Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.

Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.

No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto!

(scritto da Anfiosso)
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti (5)

Torna all'inizio




venerdì, 06 ottobre 2006


categoria:letteratura italiana
 

L'orologio di cenere

Bisogna essere dei sognatori, di questi tempi, per aprire una casa editrice. E I sognatori è, per l’appunto, una recentissima realtà editoriale, targata Lecce, situata perciò in quel meridione d’Italia che ha sfornato e sfornerà grandi talenti letterari. Se andate a leggere il programma d’intenti nel loro sito, I sognatori si prefiggono di dare voce a quanti credono nei sogni come se fossero l’unica realtà (…), perché per loro ogni scrittore (…) è fondamentalmente un sognatore. Come dargli torto? Lodevole – pur essendo una piccola casa editrice – l’obiettivo di non richiedere contributi di sorta all’autore, più o meno misconosciuto, che mettono sotto contratto, e di puntare sulla qualità della proposta.

 

Abbiamo avuto modo di leggere il loro primo libro in catalogo, L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli (I sognatori, pagg. 135, Euro 8,90), un libro ben confezionato, che ricorda il formato Sellerio o i libricini neri di Stampa Alternativa. Interessante anche la copertina, con un disegno che rievoca atmosfere surrealiste alla Magritte o alla Dalì. Curiosi e graditi due elementi che dovrebbero contraddistinguere la casa editrice: la biografia dello scrittore in quarta di copertina (scritta dall’autore stesso) e un’intervista all’autore in coda al romanzo (dove gli viene fornita la possibilità di esprimere le proprie idee letterarie, aprendo al lettore l’officina della propria scrittura).

 

Ma veniamo al romanzo. E’ singolare che Moscatelli affermi nell’intervista di non aver mai letto un noir in vita sua, e abbia deciso di scrivere un noir, o meglio (le etichette stanno sempre strette), un giallo. Genericamente il noir, al di là dell’intreccio, introduce elementi di denuncia sociale, tende a connotare certi ambienti ecc… Il giallo privilegia invece l’aspetto investigativo, la pista che il detective segue, esaminando gli indizi, per arrivare al colpevole. Attualmente c’è molta confusione sui termini: spesso si parla di noir anche solo riferendosi alle atmosfere cupe, alla rappresentazione esplicita di una violenza più o meno crudele ed efferata. L’orologio di cenere è fondamentalmente un romanzo giallo, anche se presenta un climax consono a un certo noir, o meglio, a un certo noir dal gusto un po’ retrò, il cui modello più diretto potrebbe essere il Marlowe di Chandler, o in ambito cinematografico le atmosfere in bianco e nero de L’infernale Quinlan di Orson Welles. Moscatelli sceglie un’ambientazione iconicamente “americana”; la città del romanzo potrebbe essere Chicago o L.A., negli anni ’30 del secolo scorso: solo da alcuni elementi come l’uso dei cellulari, o la musica di Tom Waits, deduciamo di essere ai giorni nostri. L’investigatore privato River Crane lo potete trovare seduto al bancone di un bar, il Blueroom, nei quartieri bassi di una città senza nome, sigaretta nella mano sinistra e bicchiere in quella destra. La ricca Marlene Tourneur, figlia dell’ex senatore Reed, lo assume per indagare sul misterioso omicidio della sorella, per il quale la polizia ha fermato suo fratello Jonathan. L’indagine di Crane parte con l’intenzione di scagionare il rampollo di buona famiglia, ma finisce per rivelarsi alquanto intricata; il nostro investigatore incappa in rivelazioni inaspettate, in strani omicidi e scambi di persona. Crane conta sull’aiuto dei colleghi Jeff e Wolf, suoi compagni di vita e di bevute, per comporre lentamente, sotto gli occhi del lettore, un mosaico inquietante di perversioni latenti. Il romanzo ha una scansione cinematografica dei capitoli e un buon ritmo nello sviluppo dell’intreccio. Il punto di vista del lettore coincide con quello di Crane, e ne segue l’evoluzione investigativa, fino al finale ad effetto, che si scioglierà in una serie di riscontri autoptici incrociati che fanno pensare agli episodi di CSI Scena del crimine.

 

La scrittura dell’autore è funzionale al giallo; essenziale e scarna, diretta e abilmente costruita per catalizzare l’attenzione e puntare allo scioglimento dell’enigma. Talvolta presenta qualche sbavatura e incertezza: è improbabile, per esempio, che Crane dica rimembrando il mio passato. Rimembrare è verbo poetico, ma Leopardi è una delle letture preferite di Moscatelli. Così il verbo preambolare nelle didascalie, ch’è davvero di uso raro e ricercato.

 

Avremmo preferito una più approfondita caratterizzazione psicologica per i personaggi. A parte Crane, del quale leggiamo i sogni, le meditazioni e la sua visione del mondo, gli altri personaggi sembrano poco più che dei “caratteri”, dei “tipi”: la cliente sensuale, gli amici di sbronze, i poliziotti, il medico legale ecc… E’ Crane a farla da padrone: personaggio delineato a tutto tondo, forte di contrasti luce/ombra: cinico e disilluso, ma ancora capace di slanci di eroica umanità; ombroso e dolente, con qualche scheletro nell’armadio, ma limpido e perspicuo nell’andare a fondo di un problema, sia professionale che esistenziale. Questo esordio di Moscatelli e della casa dei Sognatori è all’insegna di un cielo plumbeo, di una terra cosparsa di cenere e vuoti di bottiglia, più affine all’incubo che al sogno, dove aleggia un Male che si annida, proteiforme e onnipresente, nei risvolti più imprevedibili della realtà contemporanea. Una proposta interessante, anche per la sua sincerità e determinazione, in un panorama culturale che ha bisogno di voci nuove, di un pluralismo soprattutto indipendente dai grandi e talvolta univoci canali di diffusione. Lunga vita e prosperità ai sognatori di oggi e a quelli di domani, perciò. Non mollate. Continuate a sognare.

info: www.casadeisognatori.com


scritto da cigale
scritto da redazioneparnaso | 11:33 | commenti

Torna all'inizio




categoria:letteratura italiana
 

Mondo fico di Daniele Dell'Agnola
La trama di “Mondo fico”? Diciamo che la definirei: “intrecciata”. Un groviglio di fili che ben si innestano tra loro: come è giusto che sia per una… trama che si rispetti. Anzi, è anche di più: come se fosse l’insieme di molti righi musicali con tanto di strofe e ritornelli, laddove l’intreccio è dato dal susseguirsi delle “note protagoniste” inserite in “accordi” azzeccati. Il tutto chiaramente in “chiave” teatral-fiabesca.
Proprio così. Quando vidi che allegato al libro era persino un CD, non riuscii a giustificarne la presenza: mi sembrava un surplus. Poi iniziai a leggere le prime pagine rimanendo parecchio “spaesata” in quell’ambiente dell’estremo nord scozzese dove si svolge la fiaba in un periodo d’altri tempi, di quelli che mutano e maturano. Solo a questo punto (anche se l’autore invita a farlo più avanti) decisi di ascoltare la musica allegata… e come per magia l’ambiente attorno a me prese a mutare, tingendosi dei colori di un’antica storia appena nata. A un tratto compresi appieno lo scopo del CD, ma accadde solo verso la fine di quel centinaio di pagine intrise di melodia che mi si svelò la trama del libro: un vero e proprio spartito letterario; “Mondo fico!” (quest’ultima è una mia imprecazione, per la meraviglia che mi suscitò la scoperta).
In un gergo talvolta letterale, altrettante volte molto giovanile, lo scrittore ticinese Daniele Dell’Agnola, docente cantonale con laurea in letteratura italiana, filologia romanza e musicologia, ha dato vita con un testo narrativo - composto da monologhi e racconti, con tanto di disegni, schizzi, ma anche righi musicali veri e propri (riportate nelle ultime pagine) - a una storia che muta, si trasforma, ma soprattutto che dialoga con il lettore-ascoltatore. Tra giullari, Dèi, personaggi-metafora e caricature, infatti, la Pennadaniele fa interagire anche il pubblico parlandogli direttamente, e non mancano neppure “note-autoreferenziali”. Il tutto ben condito in una sorta di narrazione corale, in quanto non vi è davvero una nota-protagonista emergente. Una scelta che permette a più lettori di identificarsi in uno dei tanti personaggi che si raccontano o che vengono raccontati. Ma non solo: “Mondo fico” è stato materializzato con uno spettacolo; in scena l’autore stesso!, che ha proposto un percorso pedagogico-didattico agli allievi di Lostallo, dapprima per facilitare la comprensione ai testi tratti dal libro, in seguito per coinvolgerli a tal punto da renderli protagonisti dell’evento in una sorta di laboratorio musicale e teatrale.
Insomma, “Mondo fico” ha tutte le caratteristiche di un’opera a 360°, che vede trasformarsi una storia in un libro non solo da leggere, ma anche da ascoltare e guardare…

 

Titolo:          Mondo Fico

Autore:        Daniele Dell’Agnola (Losa)

Genere:       Teatral-fiabesco, con testi, disegni e musiche su un CD incluso, tutto prodotto dall’autore

Editore:        Edizioni Ulivo – Collana Cat’s, ottobre 2005, Balerna (Svizzera)

Prezzo:        24.- franchi / 16 euro

Info:             www.daniteatro.ch

(scritto da mmazzi )
scritto da redazioneparnaso | 11:08 | commenti (2)

Torna all'inizio




venerdì, 29 settembre 2006


categoria:letteratura italiana
 

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello- “Carissima MIA. Permettimi di consigliarti questo libro che trovo semplicemente geniale, ironico e fluttuante nella profondità di ogni IO. È proprio una strepitosa opera d’arte. Espressione d’arte, in quanto l’autore è stato un artista nel tentativo riuscito di snocciolare un frutto che, all’epoca – inizi del Novecento – si mostrava ai più, persino ancora un po’ acerbo”.

- “Ma vedi un po’ che cosa mi devo sentir dire. D’accordo. Ti sarai pure divertita spassosamente e ti sarà sembrato di aver compreso gran parte delle riflessioni introspettive contenute in questo romanzo. Ma non crederai davvero di poterti sentire autorizzata a sparare sentenze…: che tra l’altro non è neppure da te. Ma lo sai che il libro di cui stai parlando è parte integrante della letteratura italiana che conta? È ovvio che, perciò, debba essere difficile da capire… Basta considerare il fatto che quasi metà del volume, che hai letto, è stato riservato all’introduzione… che tu, ovviamente, non ti sei neppure degnata di leggere… Ma dimmi: che cosa pensi d’aver capito, cosa? Che pensi?, di fare la diversa? Credi di essere unica e di bastarti, senza metterti a confronto con le altre opinioni?”.

- “Senti chi parla! Io non sarò “una”, ma tu non sei “nessuno” per dirmi quello che devo pensare. E poi… saremo pure in “centomila”, ma oggi mi va di essere Manuela. Ti saluto…!, anzi, no. Ancora una cosa: preferisco le postfazioni alle prefazioni…”.

Un omaggio personalizzato a un libro straordinariamente profondo, ma divertente, tanto ironico quanto serio: d’altronde, come si dice, essere seri non significa mancare di umorismo.

E per non svelare il contenuto che ai più sarà comunque già noto, aggiungo come conclusione solo questo modo di dire in voga ai nostri tempi: “La parola manicomio è scritta al di fuori  delle mura!”.

 

Ma non posso omettere la seguente nota finale che vuol essere, più che altro, uno spunto di riflessione sulla possibile origine e anche sull’originalità del neonato linguaggio “sms” (anche se personalmente non amo!); a sottolineare questa nota una citazione tratta da “Uno, nessuno, centomila”, scritto nel primo quarto del ventesimo secolo, esattamente come leggo sul libro: «Le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra (…)». Troppo avanti con i tempi…

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:03 | commenti

Torna all'inizio




sabato, 01 luglio 2006


categoria:letteratura straniera
 

 CASA HÜRLIMANN - UNA STORIA LUINESE DI LILI E NILLA SIX

Storie di famiglia. Ecco in tre parole ciò che viene narrato nel libro di Lili Six. Proprio così: storie di famiaglia, ma soprattutto di vicende che hanno segnato un tempo nella storia, mutamenti sociali e culturali, soprattutto i cambiamenti di un territorio che potremmo definire “svizero-luinese”.
Da questo libro, infatti, “ne esce – come scrive Pierangelo Frigerio nella prefazione – ricreato nel tempo, e sempre avvolgente, il clima d’una famiglia, d’una casa, d’un paese”, dove “in felice connubio, il comune culto delle memorie familiari, proprio dei paesi transalpini, la fresca fantasia latina della scrittrice, il taglio nordico incisivo e tagliente delle immagini, fanno di questo libro una testimonianza di primo ordine su società, costume, mentalità e cultura del primo secolo XX, a Luino e non solo…”

Prima Parte

Nella prima parte del libro Lili Six e la sorella Nilla cedono il piacere di raccontare molte avventure direttamente alla zia Nini e alla nonna Dina.
Una lunga – ma mai noiosa, anzi – serie di storielle, di fine Ottocento e inizio Novecento, narrate più volte dalla zia Nini e dalla nonna Dina, che tengono inchiodata l’attenzione dell’autrice Lili e sua sorella Nilla, allora bambine, come “piante che mettono le radici”.
Sempre affrontate in chiave ironica gli aneddoti, riportati con minuziose descrizioni, riescono a catturare l’attenzione del lettore portandolo attraverso ambientazioni caratterizzate da paesini ospitali e curiosi personaggi. Una scenografia che arricchisce, di fatto, la descrizione dei componenti di una famiglia intera: da generazione in generazione; dai bisnonni ai prozii, dai cugini ai fratelli fino alle autrici, la Lilli e la Nilla.
Così ci si troverà a rivivere la belle époque, rievocata dai componenti di una famiglia che ha avuto  modo di partecipare alla vita mondada di quel periodo – in quanto era in vista nella vita pubblica dell’alto Varesotto – per arrivare poi agli anni di crisi, di sacrifici e sofferenze.
Dalla storia di spedizioni in cerca di fortuna, alla conquista di mondi sconosciuti, dall’operato di un sarto a quello di un artista, dalle diligenze ai treni fino alle auto, ma senza dimenticare gli esordi del femminismo, la prima guerra mondiale e…tant’altro.

Seconda Parte

Dalle storielle alla vita, ovvero dalla prima parte del libro alla seconda, laddove la zia Nini e la nonna Dina passano di mano lo scettro di narratrici di casa Hürlimann alle due nipote, ora anziane: la Lili e la Nilla. Splendidi ricordi, alcuni molto divertenti, altri malinconici, ma sempre descritti con tanti dettagli, senza lasciare nulla al caso, come quando la Nili rivede davanti ai propri occhi scorrere i panorami incontrati lungo il tragitto Ober-Aegeri/Gottardo/Bellinzona fino a Luino, uno dei tanti viaggi in treno: «Uscendo dalla galleria ad Airolo – si legge – abbagliata dalla calda luce ticinese, esultavo e mi commuovevo sino alle lagrime. Faido… Giornico (con lo splendido San Nicolò romanico)… Bellinzona e i suoi castelli… Giubiasco… Cadenazzo…Magadino e le Bolle… Gerra… La vaporiera, con i vagoni dai brillanti sedili di legno
chiaro, procedeva lentamente. Schiacciato il naso contro il vetro del finestrino, non perdevo il minimo dettaglio. Sull’altra sponda del lago con il calare della sera, una dopo l’altra s’accendevano come le stelle nel cielo le luci di Locarno, Ascona, Brissago e Cannobio. Cominciava la regione del mondo che conserva le miei radici…». Ed è proprio per mezzo di queste trasferte che il racconto narra delle differenze tra la mentalità di regioni diverse, tra il nord e il sud. E via di nuovo con un dentro e fuori da casa Hürlimann, anche chiamata la “casa grande”. Già!, un andirivieni di filastrocche, ricette, dolorosi avvenimenti, storie di malattie, convinzioni religiose, ma anche il capodanno, il mercato, le botteghe, poi ancora la seconda guerra mondiale,…: frammenti di una lunga storia tutta da leggere. E poi?, poi Casa Hürlimann farà spazio alle nuove generazioni.
Manuela Mazzi

Informazioni: 
 «Casa Hürlimann una storia luinese» di Lili e Nilla Six, è stato pubblicato da Francesco Nastro Editore, di Germignaga, in 500 volumi, tutti firmati e numerati. Il libro è in vendita a 37.- franchi presso le seguenti librerie:alla Melisa e al Segnalibro a Lugano, alla Casagrande a Bellinzona e alla Locarnese di Locarno. 

Questo articolo, rivisitato,
è già apparso sul settimanale ticinese

 

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:22 | commenti

Torna all'inizio




venerdì, 12 maggio 2006


categoria:letteratura italiana
 

Certificatodiesistenza.jpg


Geraldina Colotti,
Certificato di esistenza in vita


Tascabili Bompiani
2005
pp. 178, € 7,50.



Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto.

Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili.

Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia.

Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo.
Per motivi anagrafici ho sfiorato e vissuto negli altri scelte di vita analoghe a quelle della scrittrice, e vi posso assicurare che niente è più intollerabile del vedere la miseria e l’abiezione a cui si sono ridotti alcuni dei nostri ex leader, rinnegando come un escamotage giovanilistico anni di lotte, come se gli anni di piombo non fossero stati in qualche modo una risposta alla violenza di un’Italia dove gli uomini di punta delle forze dell’ordine, della polizia, della magistratura, venivano scelti tra elementi di estrema destra con aspirazioni golpiste che non avevano nulla da invidiare al Cile di Pinochet. E niente è più umiliante dal riconoscere nelle voci di chi allora è stato protagonista questa negazione della storia, e neanche un barlume di pietà verso se stessi e i molti che ci hanno creduto, e l’abisso nel quale siamo caduti senza che nessun paracadute ideologico ci proteggesse dalle ferite.
Certo, nell’intimo della scrittrice tutto questo sarà stato ampiamente elaborato, ma la delicatezza con cui affronta le tematiche della quotidianità carceraria, ma anche della quotidianità dell’ex comunista che si ritrova in un mondo che non ha scelto, sono esemplari. Malgrado tutti i mea culpa di chi non doveva pentirsi di niente, affiorano nei cinquantenni di oggi quei valori che saltano fuori quando meno te l’aspetti, quasi a tradimento, valori difficili da sostenere in un contesto che tu non hai minimamente contribuito a rendere migliore.
C’è la storia dell’ex ufficiale dell’esercito, in visita al figlio nel carcere di Cuneo, accusato di terrorismo, che parla dei suoi compagni “Li hanno torturati, pà!” “prima Cinzia e poi Luca! Come me, li hanno appesi per i piedi e gli hanno strappato le unghie! E prima di … violentare Cinzia a turno, le hanno estirpato i peli del pube! Come facevo a lasciarli fare?”
Questo vecchio annientato dalla violenza verso suo figlio e dalla violenza che la storia aveva impresso alla sua vita, chiede alla moglie, anch’essa deceduta: “Moglie mia, dove abbiamo sbagliato, perché ci è cresciuto tanto odio intorno?” Questo vecchio, che stramazzerà sul marciapiede, distrutto dall’indifferenza di un mondo che non gli appartiene, se ne andrà proprio come un angelo, in una voluta di pulviscolo argentato, verso il suo personalissimo paradiso.
C’è la storia di uno zingaro anoressico, in un centro di accoglienza dove arrivavano a depositarsi, proprio come bagagli, gli ultimi relitti della società, c’è la storia di un omicidio misterioso con il colpevole preconfezionato, la storia di un transessuale ucciso, amori gay, molta coca, molta infinita umanità con i propri sogni, le proprie speranze e quell’insopportabile pretesa di avere comunque diritto a un’esistenza priva di ulteriori umiliazioni. “Scusate, ma secondo voi è la luna quella?”, chiedono due detenute ai secondini, colpite dalla vista inaspettata di una luna gigantesca. Sembrano infrangersi tutte le barriere, ma esistono, eccome. “Un agente armato sbadiglia sul muro di cinta. Grossi topi passeggiano lungo la scanalatura sottostante. Sono le ventuno e trenta. Il vocio che giunge dalle case s’infrange su quello del carcere. I fari illuminano un vialone che sembra infinito. Nina mi guarda. Fra poco dormiremo nella stessa cella… Né io né lei ci eravamo scelte, fuori, Ma in carcere non si possiedono spazi e non si scelgono convivenze”.
Finisco con una citazione di Oscar Wilde, tratta sempre dal libro: “La società perdona i criminali, ma non i sognatori”.

(di Daniela Bandini)

scritto da linodigianni
scritto da redazioneparnaso | 11:24 | commenti

Torna all'inizio




giovedì, 13 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

"I Promessi Sposi"... No, dico, ma vi rendete conto di quanto bello sia questo romanzo? No! Non sorridete. So bene che - in teoria - non ho scoperto l’acqua calda. O almeno non è una scoperta per chi ama i classici. Ma, diciamocelo francamente: il 90% della popolazione, in particolare le ultime generazioni, odiano questo libro. Un volume di poco più di 600 paginette che sempre più viene, di fatto, definito un “mattone”. E un po’, forse, va pure capita questa tendenza. La mia fortuna, infatti, è stata quella di non essere incappata in un maestro ostinato nel volerlo propinare a scuola. Proprio così: non ho mai studiato il Manzoni. E oggi mi sento di dire, per fortuna! Chissà  magari se l’avessi “sperimentato” ai tempi della scuola media non sarei riuscita ad apprezzarlo così tanto, anzi. Spero solo che altri, come me, abbiano il coraggio di prendere, o riprendere, in mano questo capolavoro della letteratura italiana. Io l’ho fatto. L’ho fatto con una copia vecchia e ingiallita appartenente a mia nonna. Una splendida copia che aveva persino il pregio di non avere neppure una nota di rimando. L’ho fatto prima rilegare: era semi-distrutto. Poi l’ho preso in mano e ho cominciato a leggere. A leggere. A leggere: e chi ci riusciva più a distaccarsi?
Ho trovato fantastico il linguaggio utilizzato, dal gusto così rétro, che mi ha permesso di sentire e inalare l’odore dell’aria di quei tempi. Ma soprattutto ho adorato ogni qualvolta l’autore prendeva per un attimo le distanze dal racconto per interagire con il lettore. Infine ho vissuto l’ansia dei protagonisti – Renzo, Lucia, Agnese ma anche Don Abbondio, Don Rodrigo, padre Cristoforo, il Griso, la Monaca di Monza e tanti altri ancora - coinvolti in una serie di faccende che, seppure di stampo antico, ancora oggi hanno agganci con l’attualità  nella rappresentazione di sentimenti insormontabili come l’amore, la gelosia, l’avidità, la paura, la disperazione, la codardia… e via enumerando. Devo ammetterlo: alcuni libri mi hanno impaurito, altri mi hanno fatto sorridere, ma credo che la storia de “I Promessi Sposi” sia stata la primissima - e fino ad oggi l’unica - ad avermi fatto piangere, non una, non due, ma parecchie volte. Tuttavia, una nota negativa l’ho individuata. Ed è forse quella su cui i professori probabilmente puntano maggiormente durante le loro lezioni. Ebbene parlo di un capitolo che fa sbadigliare. Un intero capitolo, che pare essere stato aggiunto in un secondo tempo. Certo, da un punto di vista didattico, posso capire che sia importante in quanto descrive personaggi e scene politiche che caratterizzavano quel periodo storico, ma - per quanto mi riguarda – si è trattato solo di un dosso posto sul bagnasciuga di uno splendido mare di emozioni in subbuglio. Una faticaccia a oltrepassarlo, che non vi dico. Ma poi si rientra nel vivo della storia che, purtroppo - come capita con ogni libro che si vorrebbe non finisse mai - delude un po’ verso la fine, la quale - senza svelare nulla - mi è parsa fin troppo sbrigativa…
Eppure, dico davvero: ne vale la pena!

Manuela Mazzi 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 07:42 | commenti (1)

Torna all'inizio




lunedì, 10 aprile 2006


categoria:letteratura italiana
 

La Neve Blu: non ho parole. Mi piace la struttura che viene utilizzata in questo romanzo. Esso, infatti, è stato scritto in forma epistolare, inframmezzata da intervalli riflessivi. Ebbene, sì. Ho letto La Neve Blu di Rita Girola, pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni Progetto Cultura di Roma. L'ho letto tutto, e non è da me. Non è da me leggere storie “tristi” anche se sono felice d’essere arrivata fino all’ultima pagina: il finale è adorabile... Ma si tratta, ovviamente, di un mio problema: sono una persona molto sensibile, troppo! Non posso, non voglio, vedere/leggere film/libri con il “bollino rosso”, ed evito molti di quelli che raccontano le tragedie della quotidiana follia dell’uomo. Storie come quella descritta dall'esordiente Rita Girola. Odio la droga. Odio ogni forma di dipendenza. Odio le storie complicate. Odio la sofferenza dell’amore. Odio sentire qualcuno disperarsi. Odio apprendere di quanti vogliono togliersi la vita. Odio guardare il telegiornale. Odio non capire certi comportamenti. Odio i compromessi. Odio le scuse che giustificano la debolezza. Odio dover appartenere a questa realtà tempestata di dolore, di autolesionismo, di prove non superate. Odio tutto questo e tanto altro solo perché – forse – in un modo o nell’altro hanno fatto parte anche della mia vita, seppure di striscio. Odio sentirne parlare, perché odio rivivere certe emozioni, odio interiorizzare e somatizzare le sofferenze del mondo. Ma amo la speranza che la vince sulla morte. Amo l’amore sublime. Amo la lotta per la sopravvivenza. Amo pensare che una via, una soluzione c’è. Amo l’idea che esistano tante forme di passioni. Amo l’idea che le passioni possano e debbano alimentare la fiamma della vita.
Ecco perché sono felice che Rita Girola abbia avuto la forza di intraprendere un viaggio “letterario” all’interno di quel mondo, che è riuscita a descrivere con così minuziosa cura: mi piacerebbe solo scoprire fino a che punto La Neve Blu rappresenta la vita di tanti, chissà, magari per capire fino a che punto abbiamo tutti qualcosa in comune, fino a che punto è possibile condividere certe riflessioni…
La Neve Blu pare essere il compimento di un viaggio intrapreso dall’autrice attraverso la disperazione. Questo libro, di fatto, è stato scritto in memoria di due persone; un uomo e una donna che non avevano niente in comune, se non il fatto di, a un certo punto, percepire la vita come se fosse insopportabile, decidendo quindi di andarsene insieme. Harry e Laura sono i due protagonisti, i quali casualmente si incontrano in Svizzera, paese straniero per entrambi, luogo "neutrale", simbolo di una dimensione sospesa, sorta di time-out esistenziale in cui i due si "riconoscono" nel loro difficile rapporto con la realtà.
In un pentagramma che si srotola nelle viscere di una storia sofferta, in sintonia con note musicale che si incontrano in tutte le pagine del libro, l’autrice a opera pubblicata ha ammesso di essersi immedesimata nelle storie di Harry e Laura al punto da stare male fisicamente con loro e per loro. “C'è stato un momento – mi ha scritto parlando de La Neve Blu- in cui sentivo che Harry stava per non farcela, non aveva più nulla a cui aggrapparsi, sapevo che solo Laura avrebbe potuto aiutarlo ma sentivo che lei era troppo chiusa, irrigidita nella sua posizione di paura della vita…”
Nel libro di Rita Girola c'è tanto dolore, ma non gratuito. “Ho voluto che fosse un dolore rigenerante – ha affermato l’autrice - un dolore che, se non può ridare la vita può almeno trasformarsi in comprensione, compassione, pietà. C'è tanta sofferenza inascoltata e incompresa, in giro. Non pretendo di essere in grado di risolvere i problemi dell'umanità, ma se solo la superficialità si trasformasse in comprensione, se la voglia di giudicare si trasformasse in semplice pietà, io credo che davvero tanti problemi troverebbero una soluzione quasi automatica”.

Ma.Ma. 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi
scritto da redazioneparnaso | 09:33 | commenti

Torna all'inizio




categoria:letteratura italiana
 

 CLAUDIO MARTINI




DIECIMILA E CENTO GIORNI
Pagine 228

ISBN 88-497-0324-4

euro 13,00


Cosa lega l’Italia attuale con il Perù della fine degli anni ’70, con il Nicaragua degli anni ’80, con il Messico dei primi anni ’90, con la tragedia del Kosovo nel ’99?
Cosa lega la vicenda di Riccardo, impiegato cinquantenne affetto da bulimia, solitudine e attacchi di panico con l’esistenza di Fatima, profuga kossovara, sfuggita alla «pulizia etnica» della sua terra e approdata in Italia dove conduce una vita marginale e senza speranza?
Cosa lega il percorso di Consuelo, giovane donna dell’alta borghesia di Lima innamorata della vita e della poesia con quello di uno studente che milita nel movimento del ’77 a Bologna e decide di abbandonare l'Europa per dirigersi in America Latina?
La ricerca di un significato, la speranza di una vita più vicina ai propri desideri, la ribellione a un destino di povertà spirituale e materiale?
Il romanzo dipana queste storie in un arco di tempo ampio, i ventisette anni compresi tra il 1977 e il 2004, i diecimila e cento giorni del titolo, con una scrittura fluida e coinvolgente, intersecando vicende private con eventi collettivi di portata epocale.
Un atto di amore nei confronti di coloro che resistono all’indifferenza «che cinge l’Italia e il mondo intero come una gigantesca cappa di afa».

CLAUDIO MARTINI nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina.
Dal 1993 è dirigente psicologo nella ASL N°3 di Torino, presso l’Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. È attualmente in servizio nel Centro di Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze.
Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, nonché numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi (2004).  www.besaeditrice.it/collane/lunenuove/ln119.htm

---------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ho conosciuto Claudio Martini/Writer su un forum, molto prima che pubblicasse il suo romanzo. Mi aveva colpito la sua scrittura rapida e concreta e ho continuato a seguirne il percorso professionale che lo ha poi portato al traguardo della pubblicazione. Ero molto curiosa di leggere questo libro, un po' per la storia che in esso è contenuta, un po' per seguire insieme al suo autore un percorso che mi incuriosiva: scrivere un romanzo e vederlo poi pubblicare. E' un'emozione non da poco. Questo libro mi ha soddisfatto pienamente.

Sono rimasta attaccata alle storie personali.  L'America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d'amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino.
La storia di Riccardo e di Fatima mi ha coinvolto di meno. Forse perché Fatima risalta nel libro esattamente come si muove nelle varie scene: in punta di piedi, eterea, silenziosa, una presenza discreta che viene calpestata forse proprio perché non irrompe, non pretende, non si fa notare. Riccardo è forse più vivido, nella sua bulimia, nel suo dolore per la perdita dell'amore di Simona consumato a suon di cibo e di ansia. Stranamente Simona, a cui è dedicato non molto spazio, mi è risultata più presente, più irruente con il suo egoismo e la sua vanità poi devastati dall'incidente e dal suo qualunquismo.
Mi ha strappato una lacrima il loro incontro a casa di Riccardo, quando lui desolato ma inesorabile le conferma che sono cambiati, che hanno preso altre strade. Stupenda la scelta di non dare il nome al protagonista narrante, ma di suggerirlo solo alla fine, quasi la risposta a tutte le domande che comunque da lettore mi sono fatta fino alla fine.

E' il romanzo di uno scrittore - psicologo di professine - che sa scrutare nell'animo delle persone e descriverne le pesonalità in maniera accurata, dettagliata. Le piccole abitudini, le manie, i gesti quotidiani di ognuno fanno uscire ogni personaggio dalle pagine e sembra quasi di poter stringere loro la mano e salutandoli riceverne in cambio una risposta.

Sono pagine di scrittura asciutta e senza ridondanza, ma con una carica poetica in ogni descrizione di posti, senzazioni, gesti così forte da lasciare lievemente turbati a pensare, a ricordare e a mandare a mente. Anche l'uso di certe parole forti, e certe descrizioni si diluiscono nella poetica sicurezza di uno scrivere sicuro, rapido ma puntuale

Un bel libro, davvero.


scritto da Ipanema
scritto da redazioneparnaso | 09:21 | commenti

Torna all'inizio




categoria:letteratura italiana
 

Oceano Mare,
romanzo di Alessandro Baricco

 

Laboratorio oppure Stroppio: con questi termini definirei Oceano Mare, nel caso in cui mi trovassi costretta a concentrare in una sola parola la mia opinione su questo romanzo. Laboratorio, o meglio, laboratorio di scrittura. Leggendo il romanzo di Alessandro Baricco, infatti, ho come avuto la sensazione che si fosse divertito a creare o inventare nuove tecniche di scrittura… Pareva un insieme di racconti elaborati e studiati in modo tale da avere una loro anima, diversa l’una dall’altra, ma con un tema identico. Così da permettere alla fine di riunire l’insieme in un unico romanzo. Stroppio, per il fatto che questa parte di “laboratorio” era davvero eccessiva, e, come si dice, il troppo stroppia. Perché questa premessa? Semplice. Non mi sento di poter affermare di aver amato questo libro solo a causa di questo eccesso. Più volte, infatti, mi sarei voluta fermare, smettere, ma poi mi rifiutavo di cedere solo per il fatto che non mi volevo privare delle magnifiche e incredibilmente profonde verità riprodotte da metafore tanto azzeccate quanto originali. Ed è proprio questo il sentimento finale: odio e amore. Pur, ovviamente, riconoscendo il grande talento che questo scrittore manifesta con grande professionalità anche nel suo giocare con gli stili, che gestisce magistralmente. Tuttavia credo che il contenuto di questo libro non aveva bisogno di tanta macchinosa ricerca di stile alternativo, che più che contemporaneo, lo definirei futuristico. 

Un grande, comunque sia, per il fatto di essere riuscito a descrivere l’Oceano Mare. A tal proposito desidero riportare un paio di righe tratte dal libro stesso: “Dire il mare?”. “Sì”. “Ma a chi?”. “Non importa a chi, l’importante è provare a dirlo”. (…) “Se uno fosse davvero capace, gli basterebbero poche parole…”.

E secondo me, lui è stato davvero capace; in poco più di duecento pagine il mare è riuscito a trovare, neanche troppo ristretto, la sua dimensione. 
 

PS: quanto scritto sopra rispecchia la mia personalissima opinione sul libro scelto. Parere che non vuol essere di per sé una critica letteraria, anzi, lungi dalla mia volontà. Bensì è l’espressione di un sentimento, ovvero di ciò che il libro ha dato a me. Si tratta quindi solo ed esclusivamente di un mio pensiero slegato da ciò che potrebbe essere un’analisi ragionata.

scritto da mmazzi

scritto da redazioneparnaso | 09:01 | commenti (1)

Torna all'inizio




mercoledì, 22 marzo 2006


categoria:letteratura italiana
 

L’idea di scrivere questo romanzo ci è venuta leggendo un’inchiesta di El Pais, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che nel 2005 ha dedicato alcune pagine a "La Generación de los Mil Euros": «Quelli che vivono con 1.000 euro al mese». Una generazione che esiste anche in Italia.

Ma non basta: per far arrivare questo libro nelle mani di questa generazione bisogna regalarlo. Ecco il perché di questo sito, che offre gratuitamente il romanzo a tutti coloro che lo vogliono leggere, a video o stampandolo.






Generazione 1000 euro

 

 

 

 

GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata.

GENERAZIONE 1.000 EURO è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive.

Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto.

scritto da redazioneparnaso | 09:45 | commenti

Torna all'inizio




domenica, 05 marzo 2006


categoria:letteratura straniera
 
Amado Jorge
La bottega dei miracoli

Gli Elefanti Narrativa

€ 8.50 (Lire 16458)
ISBN 881166871-9

 Pedro Archanjo, gran casanova, scrittore e poeta, eterno e scalpitante adolescente, irresistibile conversatore, litigioso capopopolo, cuore tenero e leale, povero diavolo ma gran signore, vecchio saggio, indovino e stregone, stramazza e muore su un fangoso marciapiede del suo miserabile quartiere di Bahia. Al funerale accorre una folla innumerevole e composita. La città inconsolabile si ferma al passaggio di un corteo di professori e vagabondi, puttane e bottegai: lì, dietro al feretro, stanno i compagni (e le compagne) di vita di Pedro Archanjo. Saranno loro ad affollare le pagine di questo libro in cui si racconta dell’esistenza del più straordinario figlio di Bahia.
Sulla linea dei romanzi solari di Jorge Amado, questo libro è l’ideale continuazione di Dona Flor e i suoi due mariti. Condotta su un ritmo galoppante, da samba frenetica e nostalgica, la storia procede in un vortice sempre più veloce, in un capogiro di accadimenti ilari e struggenti.  (quarta di copertina)

--------------------------------------------------------------------

Pedro Arcanjo è un figlio di Bahia. Mulatto figlio di un muratore reclutato a forza e morto nelle paludi del Paraguay, orfano di madre viene cresciuto, allevato dal Pelourinho, quartiere popolare e popoloso di Bahia,  e protetto dai santi del Candomblé. Casanova, scrittore e poeta, capopopolo, indovino ma soprattutto uomo del popolo, del suo popolo. Amato dalla gente di Bahia sale alla ribalta e ne viene esaltata la grande intelligenza e ingegno solo dopo molti anni dalla sua morte, avvenuta nelle strade della città e celebrata con tutti gli onori da tutta la gente del Pelourinho, quando un Premio Nobel americano in visita in Brasile per una serie di conferenze, accenna ai libri di Arcanjo e li definisce come "usciti da una delle menti più eccelse e geniali del suo tempo" Il libro infatti si apre su quella conferenza che porterà tutti gli intellettuali e gli scienziati brasiliani a una frenetica ricerca di informazioni su questo genio sconosciuto e dimenticato.

Chi racconta è Fausto Pena, poeta fallito che ottiene dal Premio Nobel americano l'incarico di raccogliere storie sulla vita di Pedro Arcanjo intervistando le poche persone ancora in vita che lo hanno conosciuto realmente e da vicino. Ed ecco aprirsi così un mondo di profumi, colori, magia e superstizione, lotta per l'uguaglianza dei diritti delle persone di colore in una Bahia di inizio '900 dove le teorie razziali della lontana Germania nazista sembrano aver invece attecchito con forza, poiché suffragate da tesi pseudo-scientifiche elaborate da alcuni pr